Il rinnegamento di Pietro

Gv 18,15-27

[15] Intanto Simon Pietro seguiva Gesù insieme con un altro discepolo. Questo discepolo era conosciuto dal sommo sa­cerdote e perciò entrò con Gesù nel cor­tile del sommo sacerdote;

[16] Pietro invece si fermò fuori, vicino alla porta. Allora quell’altro discepolo, noto al sommo sacerdote, tornò fuori, parlò alla portinaia e fece entrare anche Pietro.

[17] E la giovane portinaia disse a Pie­tro: «Forse anche tu sei dei discepoli di quest’uomo?». Egli rispose: «Non lo sono».

[18] Intanto i servi e le guardie avevano acceso un fuoco, perché faceva freddo, e si scaldavano; anche Pietro stava con loro e si scaldava.

[25] Intanto Simon Pietro stava là a scal­darsi. Gli dissero: «Non sei anche tu dei suoi discepoli?». Egli lo negò e disse: «Non lo sono».

[26] Ma uno dei servi del sommo sacer­dote, parente di quello a cui Pietro aveva tagliato l’orecchio, disse: «Non ti ho for­se visto con lui nel giardino?».

[27] Pietro negò di nuovo, e subito un gallo cantò.

Mc 14,53-72

[53] Allora condussero Gesù dal sommo sacerdote, e là si riunirono tutti i capi dei sacerdoti, gli anziani e gli scribi.

[54] Pietro lo aveva seguito da lontano, fin dentro il cortile del sommo sacerdo­te; e se ne stava seduto tra i servi, scal­dandosi al fuoco.

[66] Mentre Pietro era giù nel cortile, venne una serva del sommo sacerdote

[67] e, vedendo Pietro che stava a scal­darsi, lo fissò e gli disse: «Anche tu eri con il Nazareno, con Gesù».

[68] Ma egli negò: «Non so e non capi­sco quello che vuoi dire». Uscì quindi fuori del cortile e il gallo cantò.

[69] E la serva, vedendolo, ricominciò a dire ai presenti: «Costui è di quelli».

[70] Ma egli negò di nuovo. Dopo un poco i presenti dissero di nuovo a Pietro: «Tu sei certo di quelli, perché sei Gali­leo».

[71] Ma egli cominciò a imprecare e a giurare: «Non conosco quell’uomo che voi dite».

[72] Per la seconda volta un gallo cantò. Allora Pietro si ricordò di quella parola che Gesù gli aveva detto: «Prima che il gallo canti due volte, mi rinnegherai per tre volte». E scoppiò in pianto.

*

Come si può facilmente notare, Giovanni dà una versione differente sia dell’udienza davanti al sommo sacerdote (che per lui non è Caifa ma Anna o Anania), che del rinnegamento di Pietro. In Mc 14,30 Gesù previde, con una precisione a dir poco impressionante, che Pietro avrebbe negato di co­noscerlo per ben tre volte prima che il gallo avesse cantato due volte. E le cose in Marco risultano inconfutabili, in quanto unico loro testimone fu Pie­tro, che si era messo a seguire in solitudine, senza farsi notare, la turba che aveva catturato Gesù. Nulla di ciò nel quarto vangelo.

Leggendo il solo Marco (la cui fonte è lo stesso Pietro) non si ca­pisce, di primo acchito, il motivo per cui, se le cose sono andate esattamen­te come descritte, il protagonista abbia accettato di apparire in una luce per lui così poco dignitosa, sebbene la decisione di seguirli alla lontana, essen­do esclusiva di lui, faccia pensare a una qualche forma di coraggio. Fortuna però che abbiamo anche la versione di Giovanni, che – come noto – legge Marco, mentre il contrario non è vero.

In effetti, proprio il racconto marciano, ancora una volta, viene ad avvalorare la tesi petrina della «morte necessaria», in quanto solo un Cristo divino avrebbe potuto prevedere, nel dettaglio, un rinnegamento così espli­cito e articolato. Cioè, pur negando la sequela al Cristo per ben tre volte, Pietro ha potuto confermare, con l’associazione arbitraria del suo gesto alla casualità del canto mattutino del gallo, fatto passare come segno di conferma della profe­zia del Cristo, che quest’ultimo era «dio», per cui la morte era «necessaria».1 In tal modo Pietro ha avuto tutto l’interesse ad annullarsi come uomo per autoesaltarsi come prosecutore legittimo di quello che nel proto-vangelo è stato fatto passare come «messaggio redentivo» di Gesù (contro la pretesa giovannea alla successione per la ripresa della strategia politico-rivoluzionaria), un messaggio che da «politico» era diventato «teologico». Rebus sic stantibus la conseguenza diventa paradossale: il rinnegamento di Pietro, di fronte al fatto «divino» che il Cristo «doveva morire», non appare neanche tanto grave dal punto di vista «umano».

L’interpretazione del fatto, data dal quarto vangelo, risulta specu­larmente opposta. Il confronto delle versioni di questi episodi (l’udienza e il rinnegamento) induce a fare riflessioni critiche nei confronti di Pietro, che non è soltanto – come sappiamo – la fonte principale di Marco, ma anche, come ideologia vincente, alla base delle manipolazioni compiute ai danni dell’ultimo vangelo, la prima delle quali, in questo specifico e drammatico contesto, è stata quella di eliminare un testimone scomodo come Giovanni, il cui nome non appare mai (in Marco neppure come persona): una volta eliminato Giovanni dal racconto sull’udienza processuale giu­daica, Marco ha avuto buon gioco nel costruire un resoconto quasi del tutto fanta­sioso sul rinnegamento di Pietro.

Qui non si deve pensare solo a una sorta di irriconoscenza da parte di un leader, Pietro, che non ha voluto ammettere il suo debito di gratitudine nei confronti di un proprio compagno di lotta, il quale, facendolo entrare nel cortile di casa Anania, gli aveva in un certo senso offerto l’opportunità di stare molto vicino alle primissime e informali fasi processuali a carico di Gesù. Le que­stioni che dividono, anche in queste pericopi, i due protagonisti sono di na­tura non tanto umana, quanto ideologica e politica.

Nel quarto vangelo Giovanni era potuto entrare nel cortile di casa di Anania perché conosciuto dagli ambienti del sommo sacerdote, e poté far entrare anche Pietro, ch’era rimasto fuori, contattando la portinaia, che ap­pena lo vide subodorò ch’egli fosse, al pari di Giovanni, un seguace del messia, e lui qui, per la prima volta, negò di esserlo. Da notare che solo nel­la versione marciana Pietro viene riconosciuto dalle guardie anche per la sua parlata galilaica (Mc 14,70), mentre in Giovanni ciò risulta del tutto irrilevante.2

Nel racconto giovanneo, diversamente da quello marciano, la por­tinaia non dà affatto l’impressione di voler denunciare Pietro, proprio per­ché conosceva Giovanni e forse simpatizzava per la causa del Cristo. Con la domanda posta a Pietro essa probabilmente si aspettava una risposta af­fermativa, altrimenti non sarebbe riuscita a spiegarsi il motivo per cui, di notte, Giovanni avesse portato con sé un compagno al seguito del messia in stato d’arresto: la domanda in un certo senso era retorica, una sorta di banale curio­sità, cui lo stesso Giovanni, in quel momento, non dovette dare particolare peso. Al massimo si può pensare, visto che la donna era al servizio di un nemico dei nazareni, che la domanda avesse un tono un po’ beffardo, di be­nevola derisione, senza avere però un fine che potesse minacciare l’incolu­mità di Pietro, altrimenti dovremmo considerare Giovanni uno scriteriato, un imperdonabile ingenuo.

Nel vangelo di Marco la donna non ha affatto un comportamento discreto o semplicemente curioso, ma alquanto minaccioso, anzi accusatorio. Infatti lei si dirige verso di lui, intento a scaldarsi presso un fuoco, e, dopo averlo guardato bene in faccia, gli dice, con molta sicurezza, d’averlo riconosciuto come un seguace del Cristo. Pietro nega ed esce dal cortile, poi però il brano prosegue con una incongruenza. Infatti la donna, vedutolo uscire, cominciò di nuovo a dire a quelli ch’erano lì presenti che Pietro andava catturato. Quindi evidentemente non era uscito del tutto da quella abitazione, che per lui si stava facendo molto pericolosa. Lui continua a negare, finché sono gli stessi soldati che lo riconoscono a motivo della sua parlata galilaica. Eppure, nonostante tutti questi plateali mascheramenti, nessuno lo cattura, sicché egli può uscire in maniera relativamente tranquilla da quella «maledetta» abitazione, andandosene a piangere fuori a causa del proprio comportamento.

Nel vangelo giovanneo le cose non vengono descritte in maniera così inverosimile, essendo tutto più sfumato e realistico, anche se appare molto strano che Pietro non si sia reso conto che una risposta ne­gativa circa il proprio discepolato, invece di rassicurare la portinaia l’avrebbe insospettita. Evidente­mente egli non aveva capito bene quali fossero i rapporti tra lei e Giovan­ni.

Di sicuro nel proto-vangelo di Marco si è cercato di mischiare le carte in tavola per giustificare in qualche modo il rinnegamento di Pietro. In questo vange­lo infatti Pietro si trova da solo a seguire a Gesù e riesce a entrare, non si sa come, nel cortile della casa del sommo sacerdote, il cui nome non viene detto ma si deve dare per scontato sia Caifa, poiché la versione marciana dell’udienza si riferisce a lui, un’udienza – ci preme qui ribadirlo – che in Marco appare pubblica e del tutto regolare (benché di notte!), proprio perché si vuol far rica­dere esclusivamente sui giudei l’intenzione di eliminare Gesù. Pietro si è servito dell’idea di apparire come unico testimone nel cortile del sommo sa­cerdote Caifa per dare una versione (teologica) del tutto fantasiosa del processo e per dimostrare che Gesù, prevedendo il rinnegamento, era effettivamente il «fi­glio di dio».

In altre parole, egli accettò di apparire in una veste così poco dignitosa per un apostolo prestigioso come lui, perché, sapendo bene che, insieme a lui, vi era stato anche Giovanni, che avrebbe potuto smentirlo, ha preferito accentuare la drammaticità del lato umano del suo carattere, pur di far passare come vera l’interpretazione ch’egli aveva dato della tomba vuota. Pietro fa passare Gesù per un preveggente, in grado di anticipare il triplice rinnegamento, e così toglie alla sua predicazione qualunque connotazione politica (soprattutto rimuove da questa predicazione i suoi addentellati eversivi).

A dir il vero anche in Gv 13,36 ss. si parla della medesima predizione, ma in termini così mistici da risultare del tutto inattendibile, anche perché Gesù pronuncia una frase che Pietro non avrebbe potuto capire in alcun modo: «Dove vado io, non puoi seguirmi per ora, ma mi seguirai più tardi». Il che, nelle intenzioni mistificanti dei manipolatori di questo vangelo, voleva dire: «Adesso non puoi condividere i miei ideali perché sei mosso da esigenze politiche, ma, dopo che sarò morto e risorto, capirai che i miei obiettivi erano solo religiosi». Inoltre nel racconto del rinnegamento non si fa alcun cenno a questa predizione, cosa che invece risulta di capitale importanza nei Sinottici per dimostrare la divinità del Cristo.

In entrambe le pericopi, di Marco e di Giovanni (quelle di Matteo e Luca dipendono in toto da quella marciana), Pietro dà l’impressione, al cospetto della portinaia, di rispondere in maniera affrettata e prevenuta a una domanda che gli era sembrata eccessiva, pericolosa, come se già nel percorso che lo separava dal Gesù tradotto nel palazzo del potere giudaico (o forse sarebbe meglio dire nell’abitazione privata di Caifa) avesse pensato di reagire così nel caso in cui gli avessero chiesto di identifi­carsi.

Un atteggiamento del genere, alla luce delle versioni a nostra di­sposizione, si può spiegare solo in due modi: in Marco si vuol far vedere che il rischio d’essere catturato era reale, in quanto la portinaia (definita «serva» dall’evangelista) accusa esplicitamente Pietro d’essere un nazareno (lo «fissa» addirittura con lo sguardo davanti alle guardie), per cui il rinne­gamento andava considerato umanamente comprensibile, anche se religio­samente non giustificabile, poiché qui l’apostolo aveva addirittura negato di riconoscere Gesù come «dio» (il che però, dopo aver constatata la tomba vuota, interpretata arbitrariamente come «resurrezione», gli servirà poi per dimostrare che effettivamente Gesù era «dio»); in Giovanni invece Pietro non vuole essere da meno del suo compagno di lotta e chiede di entrare an­che lui nel cortile, cioè chiede di poter beneficiare dello stesso privilegio di Giovanni, conosciuto dagli ambienti del sommo sacerdote Anania.

L’idea di far assistere Pietro «nel cortile del sommo sacerdote» (Gv 18,15) non doveva essere partita da Giovanni, il quale si era già reso conto che l’aver cercato di uccidere Malco sul Getsemani poneva l’apostolo in una si­tuazione molto rischiosa. Sarà stata probabilmente l’insistenza di Pietro a con­vincerlo a contattare la portinaia. Ed è impossibile pensare che Giovanni, potendolo far entrare, non avesse detto o fatto capire a Pietro che poteva stare tranquillo, nel momento in cui la portinaia l’avesse visto di persona. Quindi perché negare d’essere un nazareno? Qui si ha l’impressione che Pie­tro non mostri alcuna fiducia nei confronti del suo compagno di lotta o co­munque nei confronti delle sue amicizie, in questo caso la portinaia e sicu­ramente altri che l’avranno visto entrare o gli avranno dato il permesso di farlo. Per quale motivo Pietro ha pensato che, in caso di problemi, Giovanni non avrebbe fatto di tutto per farlo «uscire» da quel cortile?

Il rinnegamento – come si può notare – fu la conseguenza di un at­teggiamento impulsivo, lo stesso con cui Pietro si era eccessivamente espo­sto sul Monte degli Ulivi mentre tentava di sottrarre Gesù alla cattura. Nei confronti della portinaia egli non aveva alcun vero motivo politico e, se vogliamo neppure umano, per mentire. Un motivo semmai avrebbe potuto esserci quando le guardie di Anania, vedendolo intento a riscaldarsi attorno al fuoco (in aprile, di notte, a Gerusalemme, a 800 metri sul livello del mare, fa freddo), e non ricono­scendolo come uno di loro, gli avevano chiesto qualcosa circa la sua pre­senza in quel luogo e a quell’ora (e dall’accento della sua parlata s’erano ac­corte che proveniva dalla Galilea), e soprattutto quando era stato smasche­rato in maniera decisa da parte del parente di Malco, che sosteneva d’averlo visto proprio sul Getsemani, mentre Pietro con la spada sguainata cercava di difendere Gesù dall’arresto. Circostanze, come si può notare, molto con­crete e che fanno capire bene quanto fosse stato sciocco Pietro a pretendere di entrare in quel cortile: non a caso esse, nel vangelo di Marco, risultano del tutto assenti, in quanto si evita sia di citare il nome di Malco che di fare riferimento al suo parente. Il fatto che lo faccia Giovanni è una conferma ch’egli doveva conoscere, almeno in parte, gli ambienti legati al sommo sacerdote Anania.

La cosa strana, nel resoconto giovanneo, è che nonostante l’esplici­to riconoscimento da parte del parente di Malco, non sembra affatto che vi sia stato un qualche tentativo di denunciare o si catturare immediatamente anche Pietro: tutto sembra limitarsi a una sorta di atteggiamento di biasimo e ri­provazione a motivo delle sue ripetute negazioni. Vien da chiedersi, a que­sto punto, se le guardie non abbiano pensato a un qualche particolare per­messo che giustificasse la sua presenza in quel luogo e in quel momento, ché, in caso contrario, sarebbe parsa assai poco comprensibile la sua pre­senza, per nulla accorta, attorno al loro stesso fuoco. Se infatti avessero vo­luto prenderlo, dopo la testimonianza inoppugnabile del parente di Malco, non si sarebbero certo fermati davanti alle sue imprecazioni e ai suoi sper­giuri. Forse non fecero nulla o perché Giovanni, in qualche modo, riuscì a toglierlo da quell’impiccio, oppure perché la parola d’ordine in quel mo­mento era un’altra: «Conviene che uno solo muoia per tutto il popolo» (Gv 18,14), e i militari spesso non fanno più di quanto venga loro comandato. In fondo sul Getsemani la turba armata aveva accettato molto tranquillamente la proposta di Gesù di lasciare andare i suoi discepoli in cambio di una sua immediata e volontaria consegna.

Noi comunque non sapremo mai se Pietro negò con così tanta insi­stenza d’essere un nazareno semplicemente perché era un vile che voleva restare vivo a tutti i costi (in tal caso potrebbe anche essere umanamente scusabile), o perché non avrebbe mai accettato di morire in maniera così banale, scoperto dalle guardie attorno a un fuoco (sul Getsemani, in fondo, aveva dato prova di voler difendere a tutti i costi il messia). Certo non si può pensare che lui abbia scelto il rinnegamento nella convinzione che, nel caso in cui l’avessero preso, il movimento nazareno si sarebbe inevitabil­mente sbandato. Pietro era forse così egocentrico da ritenersi insostituibile? Noi in realtà peccheremmo di superficialità se non pensassimo che il rinne­gamento (che qualunque membro del movimento nazareno avrebbe giustifi­cato) poteva servire anche per lanciare la controffensiva insurrezionale in un secondo mo­mento. Non si può rimproverare a Pietro di non essere stato sufficientemen­te coraggioso quando, in quel frangente, il coraggio sarebbe potuto apparire una forma di inutile autoimmolazione. È irrazionalistico cercare il martirio a tutti i costi.

Il suo torto semmai sta nel fatto che, quando si vuole dimostrare d’essere audaci e risoluti (sul Getsemani, tirando fuori la spada di fronte a un nemico troppo forte da vincere, e ora seguendo Gesù fin dentro il perico­loso cortile del sommo sacerdote), si deve poi prevedere che possono esser­ci conseguenze spiacevoli per la propria e per l’altrui sicurezza. Non solo, ma, di fronte a tali conseguenze, le reazioni che si assumono possono appa­rire giustificate solo ai propri occhi, non a quelli degli altri, che si aspettano sempre una maggiore coerenza. Anche perché nessuno poteva certo dare a Pietro la sicurezza matematica che, entrando nel giardino di Anania, non sarebbe stato riconosciuto da alcuna guardia. Proprio il suo tentativo di vo­ler uccidere Malco avrebbe dovuto metterlo sull’avviso. La fretta stessa con cui ave­va risposto alla portinaia stava ad indicare ch’egli aveva messo in conto la possibilità d’essere scoperto.

Dopo l’ultimo rinnegamento Giovanni scrive che «un gallo cantò» (18,27), ma il legame tra rinnegamento e canto fu assolutamente casuale, messo più che altro per chiarire la scansione cronologica degli eventi, ovve­ro la durata minima delle udienze giudaiche presso i due sommi sacerdoti. In tal senso l’espressione del Cristo, riportata nel suo vangelo: «non canterà il gallo prima che tu non m’abbia rinnegato tre volte» (13,38), va considera­ta del tutto spuria, utilizzata da qualche redattore proprio per avvalorare la versione marciana sull’episodio del rinnegamento.

Ma se il nesso è casuale, la pericope giovannea diventa significati­va, poiché raggiunge due obiettivi: negare valore politico alla tesi petrina della «morte necessaria», negare valore soprannaturale al Cristo, che nei Si­nottici viene presentato in maniera «divina» (in Lc 22,61 addirittura Gesù, nel momento preciso dell’ultimo rinnegamento, si volta verso Pietro con sguardo di commiserazione). Il Cristo in realtà non ha mai fatto nulla che potesse far sorgere il sospetto ch’egli avesse una natura più che umana, e tutto quanto di miracoloso gli viene attribuito va considerato una falsifica­zione.

*

Ma su questo racconto bisogna spendere altre parole, poiché contiene aspetti abbastanza sconcertanti. Qui infatti si ha a che fare con due versioni nettamente contrapposte di un medesimo evento. La contrapposizione sta proprio nel fatto che nella prima versione il redattore Marco, che scrive quasi sotto dettatura di Pietro e che risente non poco dell’influenza di Paolo (almeno nelle parti più strettamente teologiche e che probabilmente sono state aggiunte in una successiva redazione), ha omesso del tutto la presenza di Giovanni; nella seconda, scritta dallo stesso Giovanni e poi manomessa da qualcuno che dipende dalla teologia petro-paolina, si parla di due testimoni oculari. In entrambe il protagonista principale è Pietro.

La versione giovannea è stata manipolata non solo là dove si è omesso il nome dell’apostolo, ma anche dove viene detto (per due volte!) che l’anonimo compagno di Pietro poté entrare nel cortile e assistere all’interrogatorio di Gesù da parte di Anania perché era conosciuto negli ambienti di quest’ultimo. Cioè era conosciuto dai nemici più irriducibili del suo maestro! E che tali fossero lo si evince dallo stesso quarto vangelo, ove viene detto che Caifa aveva convinto i sinedriti ad arrestare Gesù prima che i Romani reagissero peggiorando le condizioni dell’oppressione nazionale. Infatti, secondo il sommo sacerdote, se avessero consegnato Gesù a Pilato, questi, in cambio dell’insperato favore, avrebbe avuto un occhio di riguardo per la Giudea. Quanto al primo interrogatorio, Anania interpella Gesù come se questi fosse un pericoloso terrorista che, nella propria clandestinità, stava fomentando il popolo non solo contro i Romani, ma anche contro la stessa classe sacerdotale. Al che Gesù sembra meravigliarsi alquanto che non si conosca la sua attività, avendo egli scelto di agire pubblicamente, almeno finché gli era possibile non compromettere l’incolumità dei suoi seguaci.

Si può quindi arguire o che Giovanni non fosse un seguace prestigioso del Cristo, o che Anania non fosse così convinto, come Caifa, a eliminare chi stava per compiere un’insurrezione antiromana, visto che dimostra di non conoscerlo in maniera adeguata, oppure che Giovanni avesse frequentato gli ambienti di Anania prima di diventare un discepolo del Cristo, sicché poteva ancora servirsi di alcune conoscenze. In quest’ultimo caso si deve dare per scontato ch’egli fosse un giudeo di Gerusalemme, come, d’altra parte, dimostrano molti brani del suo vangelo.

Ovviamente non si può scartare a priori l’ipotesi che la presenza dello stesso apostolo Giovanni vada vista in questo racconto come una forma d’interpolazione da parte di qualche redattore a lui ideologicamente vicino. Tuttavia su questo i dubbi sono molto forti, nel senso che è più naturale pensare che questo episodio sia già stato raccontato nel vangelo originario di Giovanni. Cioè la comunità cristiana doveva necessariamente sapere che il testo era stato scritto proprio da lui, testimone oculare del triplice rinnegamento di Pietro, e che la sua versione dei fatti (da cui non si poteva prescindere, a motivo del ruolo molto importante ch’egli aveva avuto quando Gesù era in vita) era piuttosto diversa da quella registrata dall’evangelista Marco, discepolo di un altro testimone oculare.

Quindi si può tranquillamente presumere che nel vangelo di Giovanni la manipolazione redazionale non sia intervenuta soltanto là dove si è censurato il nome dell’autore del racconto, ma anche là dove si è deciso di calunniare la figura dell’apostolo. Ora, siccome la censura sulla sua identità è una costante in tutto il suo vangelo (a meno che non si voglia pensare che l’apostolo si era volontariamente autocensurato per poter essere meglio accettato nella comunità petro-paolina), qui ci limiteremo ad analizzare il motivo per cui lo si è voluto mettere in cattiva luce.

Non ci vuole un particolare acume psicologico per capire che i manipolatori del quarto vangelo, sapendo bene che la posizione politica di Giovanni era antitetica a quella di Pietro, avevano tutto l’interesse a far credere che l’apostolo non aveva mai rotto i ponti col giudaismo ufficiale e che, per questa ragione, era finito col fare, in un certo senso, il doppio gioco, per cui andava addebitata anche a lui la morte del Cristo.

È un racconto davvero strano, questo. Se si basa su un ricordo personale di Giovanni, non si capisce perché sia stato da lui inserito nel suo vangelo, in quanto dal dialogo tra Gesù e Anania non emerge alcunché di veramente significativo (meno che mai poi se lo si confronta col dialogo, del tutto inventato, tra Gesù e Caifa riportato nel vangelo marciano), né si comprende perché il suo nome sia stato tolto dai manipolatori del suo vangelo, visto ch’era nel loro interesse far apparire piuttosto sospetta la sua presenza in quel frangente. Sotto questo aspetto è molto probabile che i manipolatori abbiano voluto estendere la semplice conoscenza della portinaia da parte di Giovanni (che gli garantì di entrare furtivamente nel cortile e di conservare una certa riservatezza) a una vera e propria affiliazione dell’apostolo agli ambienti di quel sommo sacerdote. Se questa cosa fosse davvero stata scritta da Giovanni, avrebbe dovuto quanto meno essere spiegata, così come egli aveva già chiarito, all’inizio del suo vangelo, che prima di abbracciare la causa del Cristo era stato discepolo del Battista.

È poco realistica l’ipotesi di chi pensa che Giovanni abbia scelto di apparire come un doppiogiochista per avere la possibilità che il proprio vangelo venisse approvato dalla tradizione petro-paolina, a lui ostile, la quale così avrebbe considerato il rinnegamento di Pietro maggiormente comprensibile. Anche perché il fatto ch’egli fosse conosciuto in quegli ambienti non sembra aver comportato la fruizione di un privilegio particolare. Appare evidente infatti che la casa di Anania era una semplice abitazione privata con tanto di giardino. Le guardie lì presenti erano quelle ebraiche che avevano catturato Gesù nel Getsemani: se vi erano anche quelle romane, come risulta nel quarto vangelo, al momento dell’arresto di Gesù, esse stavano attendendo al di fuori di quella abitazione, o forse non erano neppure presenti, visto che il leader nazareno era saldamente nelle mani delle guardie giudaiche e che i suoi discepoli erano tutti fuggiti. Se Giovanni poté assistere all’interrogatorio di Gesù, questo deve per forza essere avvenuto al di fuori della casa di Anania, alla presenza di molteplici persone, e deve essere stato molto breve. Gesù era legato e al suo fianco aveva una guardia, la stessa che lo schiaffeggiò quando quegli disse di voler essere considerato un uomo pubblico e non un terrorista.

Se l’interrogatorio è avvenuto dentro la casa, solo la portinaia può averlo riferito a Giovanni. La cosa strana è che Pietro sembra trovarsi in un punto d’osservazione diverso da quello di Giovanni, intento a riscaldarsi con altri soldati presso un fuoco: il che non esclude che anch’egli avesse potuto ascoltare il dialogo tra Gesù e Anania. Quel che di sicuro sappiamo è che Giovanni, pur essendo conosciuto negli ambienti di Anania, non è in grado di dire la minima parola relativamente al dialogo tra Gesù e Caifa. Viceversa nel vangelo di Marco sembra essere Pietro ad avere la possibilità di accedere alla casa di Caifa e di assistere, alla presenza dell’intero Sinedrio (sic!), con una inspiegabile sicurezza, a un dialogo molto teatrale e drammatico, molto più importante del precedente.

Soltanto dopo aver assistito a questo dialogo, Pietro comincia a essere sospettato d’essere un seguace di Gesù. Infatti nel vangelo di Marco si voleva mostrare che la massima responsabilità della morte di Gesù doveva ricadere sui sommi sacerdoti e su tutti i membri del Sinedrio. La presenza del solo Pietro nel cortile della casa di Caifa stava appunto a testimoniare che la sua versione dei fatti doveva apparire inconfutabile. I Romani non c’entravano nulla: se fosse dipeso interamente da loro, non l’avrebbero giustiziato. I capi giudei lo consegnarono a Pilato semplicemente perché del Cristo non accettavano la sua divinità, la sua figliolanza divina e lo condannarono perché si faceva come Dio e quindi appariva come un ateo. La condanna era quindi per motivi religiosi e la politica c’entrava solo indirettamente, e comunque non riguardava lo Stato romano. Gesù viene consegnato ai Romani perché con la sua predicazione minacciava l’establishment religioso della Giudea e di tutta la Palestina. Questa è l’interpretazione falsata dei fatti data dal proto-vangelo marciano.

A priori non si può negare che prima ancora di diventare un seguace del Battista, Giovanni avesse frequentato gli ambienti teologico-politici di Anania. Si può anzi presumere ch’egli fosse consapevole di non poter nascondere a nessuno il suo background giovanile e che quindi abbia scelto qui di parlarne in maniera del tutto distaccata, senza preoccuparsi delle conseguenze di ciò che stava dicendo. Ma se questa ipotesi è attendibile, se davvero egli ha accettato, in maniera così disinvolta, che una terribile ombra di sospetto infangasse la sua personalità, si può anche presumere ch’egli in realtà volesse parlare d’altro, di qualcosa di molto più grave. E qui la domanda non può essere che la seguente: il racconto di Giovanni voleva forse far vedere di quale pasta era fatto l’apostolo che, dopo la morte di Gesù, aveva convinto il movimento nazareno a rinunciare all’insurrezione armata? Siamo forse in presenza di un racconto contro la spavalderia, la meschineria e la falsa concezione della politica che aveva Pietro, ovvero la cattiva interpretazione che aveva dato della morte del Cristo? Doveva forse servire per dimostrare che Pietro in realtà non era affatto quell’uomo coraggioso che voleva far credere?

È vero, anche nel vangelo marciano si parla di un triplice rinnegamento di Pietro, ma Giovanni, che è un politico di razza, vuol far vedere altro. Egli ha intenzione di dirci non tanto che Pietro era un uomo dalla personalità contraddittoria, quanto piuttosto che non era capace di interpretare i fatti per quello che effettivamente erano.

Anche nel quarto vangelo egli nega di conoscere Gesù per tre volte: alla portinaia, a un soldato e a un parente di Malco, la guardia che Pietro avrebbe voluto uccidere spaccandole la testa con la spada, alla quale però, scansandosi quella in tempo, avuto soltanto reciso l’orecchio. In quel momento Pietro non si era reso conto dell’enorme disparità delle forze in campo e aveva rischiato di far ammazzare tutti i discepoli a causa della sua impulsività. E così di nuovo, nel giardino di Anania nega di essere un seguace del Cristo proprio perché pensava che, senza di lui, il movimento nazareno si sarebbe sbandato (benché nel contesto semantico del racconto il rinnegamento sembra essere dovuto al fatto che Pietro, se fosse stato arrestato, non avrebbe potuto contare sull’aiuto di uno che frequentava gli ambienti del nemico).

Non è da escludere che il racconto sia servito per dimostrare che i rapporti tra i due, ad un certo punto, si ruppero in maniera irreparabile, e non tanto perché Giovanni fosse un traditore (come invece i manipolatori vogliono far credere), quanto perché Pietro era un pusillanime, il vero traditore del suo maestro. Se questo è vero, allora è stato del tutto naturale che sia stato omesso il nome di Giovanni: i manipolatori non volevano far sapere che il testimone dell’opportunismo di Pietro era stato proprio quell’apostolo che, dopo la morte del Cristo, era diventato suo nemico, in quanto non aveva accettato l’idea della resurrezione usata come rinuncia alla lotta di liberazione nazionale.

Note

1 Necessaria in un duplice senso: 1) la liberazione umana e politica nel mondo (e quindi anche in Palestina) è impossibile a causa del peccato originale, che rende gli uomini impotenti; 2) per riscattarsi agli occhi di dio-padre dall’incapacità di compiere il bene, e quindi dal rischio di autodistruggersi o di essere definitivamente abbandonati dallo stesso dio-creatore, occorreva il supremo sacrificio del dio-figlio, prototipo dello stesso genere umano. Questa teologia ovviamente è più paolina che petrina, ma solo perché s’innesta e si sviluppa in quella «teologia della necessità» elaborata da Pietro l’indomani della morte del Cristo (usata anche al fine di dimostrare che i giudei non erano migliori dei galilei). Lo stesso vangelo di Marco va considerato espressione di una teologia che è insieme petrina e paolina.

2 Giovanni, a differenza di Pietro, non poteva essere riconosciuto dal suo idioma come proveniente dalla Galilea, poiché era di origine giudaica. È infatti noto che il racconto di Marco (1,16 ss.) sulla chiamata dei primi discepoli, intenti a pescare, va considerato del tutto inventato. Non a caso è nel quarto vangelo che si insiste così tanto sui luoghi giudaici della missione di Gesù.

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Autore: laicusblog

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