Il tradimento di Giuda

Gv 13,21-30

[21] Dette queste cose, Gesù si com­mosse profonda­mente e dichiarò: «In verità, in verità vi dico: uno di voi mi tradirà».

[22] I discepoli si guardarono gli uni gli altri, non sapen­do di chi parlasse.

[23] Ora uno dei discepoli, quello che Gesù amava, si trovava a tavola al fianco di Gesù.

[24] Simon Pietro gli fece un cenno e gli disse: «Chiedi chi è colui a cui si riferisce».

[25] Ed egli recli­nandosi così sul petto di Gesù, gli disse: «Signore, chi è?».

[26] Rispose allora Gesù: «È colui per il quale intingerò un boccone e glielo darò». E intinto il boccone, lo prese e lo diede a Giuda Iscariota, figlio di Simone.

[27] E allora, dopo quel boccone, sata­na entrò in lui. Gesù quindi gli dis­se: «Quello che devi fare fallo al più presto».

[28] Nessuno dei commensali capì perché gli aveva detto questo;

[29] alcuni infatti pensavano che, te­nendo Giuda la cas­sa, Gesù gli avesse detto: «Compra quello che ci occor­re per la festa», op­pure che dovesse dare qualche cosa ai poveri.

[30] Preso il bocco­ne, egli subito uscì. Ed era notte.

[31] Quand’egli fu uscito, Gesù disse: «Ora il Figlio del­l’uomo è stato glo­rificato, e anche Dio è stato glorifi­cato in lui.

[32] Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glori­ficherà da parte sua e lo glorificherà su­bito.

Mc 14,18-21

[18] Ora, mentre erano a mensa e mangiavano, Gesù disse: «In verità vi dico, uno di voi, colui che mangia con me, mi tradirà».

[19] Allora comin­ciarono a rattristarsi e a dirgli uno dopo l’altro: «Sono forse io?».

[20] Ed egli disse loro: «Uno dei Do­dici, colui che in­tinge con me nel piatto.

[21] Il Figlio del­l’uomo se ne va, come sta scritto di lui, ma guai a quel­l’uomo dal quale il Figlio dell’uomo è tradito! Bene per quell’uomo se non fosse mai nato!».

Mt 26,21-25

[21] Mentre man­giavano disse: «In verità io vi dico, uno di voi mi tradi­rà».

[22] Ed essi, addo­lorati profonda­mente, incomincia­rono ciascuno a do­mandargli: «Sono forse io, Signore?».

[23] Ed egli rispo­se: «Colui che ha intinto con me la mano nel piatto, quello mi tradirà.

[24] Il Figlio del­l’uomo se ne va, come è scritto di lui, ma guai a colui dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito; sarebbe me­glio per quell’uomo se non fosse mai nato!».

[25] Giuda, il tradi­tore, disse: «Rabbì, sono forse io?». Gli rispose: «Tu l’hai detto».

Lc 22,22-23

[21] «Ecco la mano di colui che mi tra­disce è con me sul­la tavola.

[22] Il Figlio del­l’uomo se ne va, se­condo quanto è sta­bilito; ma guai a quell’uomo dal qua­le è tradito!».

[23] Allora essi co­minciarono a do­mandarsi a vicenda chi di essi avrebbe fatto ciò.

*

Il primo evangelista a scrivere, Marco, non ha dubbi nel sostenere che se il Cristo «doveva morire» (ovviamente di morte violenta), perché così era «scritto nei cieli», egli non poteva non essere tradito da qualcuno dei suoi più stretti discepoli. «Il Figlio dell’uomo se ne va, come sta scritto di lui, ma guai a quell’uomo dal quale il Figlio dell’uomo è tradito!» (Mc 14,21). Matteo e Luca dicono la stessa cosa, e nessuno si rende conto che se questa scomparsa dipendeva dalla volontà divina, la colpa di Giuda andava di molto ridimensionata; la sua azione anzi veniva a configurarsi come provvidenziale nell’economia salvifica del padre eterno, che tutto predispo­ne con largo margine di anticipo sulle possibili scelte degli uomini. Questa in fondo è anche la tesi del vangelo di Giuda, uno degli ultimi apocrifi ritro­vati.

Giovanni invece, come al solito, è più sottile: è vero che nella par­te posticcia, aggiunta successivamente da un altro redattore, ribadisce la tesi sinottica (di origine petrina) della «morte necessaria», ma in quella più au­tentica fa capire, più realisticamente e anche più semplicemente, che Gesù temeva che qualcuno dei Dodici avrebbe potuto far fallire la causa rivolu­zionaria nel suo momento più critico.

I quattro evangelisti, che ragionano ex-post, cioè col senno del poi, assumono una posizione, nei confronti del tradimento di Giuda, che si può sintetizzare nelle seguenti. Gesù fece:

– un’affermazione esplicita relativa al fatto che qualcuno degli apostoli l’a­vrebbe tradito (Mc, Mt, Lc e Gv);

– un’affermazione esplicita sul fatto che il traditore sarebbe stato Giuda (Mt);

– una confessione riservata a Giovanni sul nome preciso del traditore (Gv).

Tuttavia solo i Sinottici sostengono che la decisione di tradire ven­ne presa da Giuda prima dell’ultima cena. Così scrive Marco: «Giuda Isca­riota andò dai capi dei sacerdoti per aiutarli ad arrestare Gesù. Essi furono molto contenti della sua proposta e promisero di dargli dei soldi. Allora Giuda si mise a cercare un’occasione per farlo arrestare» (14,10 ss.). Luca aggiunge che voleva farlo catturare «lontano dalla folla» (22,6). Matteo (26,14 ss.) sostiene che il tradimento avvenne soltanto per motivi economi­ci: Giuda era disposto a tradire dietro congruo compenso (le famose trenta monete d’argento). Quanto a Giovanni, egli si limita a dire che i capi dei sa­cerdoti e i farisei, dopo l’episodio di Lazzaro, avevano dato ordine di arre­starlo (11,49 ss.): non viene citata alcuna ricompensa, anche perché solo nel corso dell’ultima cena Giuda decise di tradirlo (13,2.27).

Già al momento della cosiddetta «moltiplicazione dei pani» Giuda – stando alla versione giovannea (6,70) – non aveva capito il rifiuto di Gesù di diventare «re» d’Israele, sul modello dei grandi predecessori, Davide e Salomone, e si era scandalizzato nel vedere che Gesù voleva scardinare le tradizioni politico-religiose del giudaismo classico. Se questa versione è vera, allora probabilmente egli non era rimasto molto entusiasta neppure dell’ingresso trionfale del messia a Gerusalemme, avvenuto qualche giorno prima dell’ultima cena, avente lo scopo di preparare l’insurrezione armata.

Ora poi, con la lavanda dei piedi, il suo imbarazzo doveva essere stato non meno forte di quello di Pietro, che ebbe l’ardire di manifestarlo esplicitamente. A dir il vero l’azione in sé era abbastanza consueta nella Pa­lestina d’allora. All’ospite che viaggiava per le strade polverose si offriva l’acqua per lavarsi i piedi. Chi aveva dei servi li utilizzava in quell’occasio­ne. Raramente però i discepoli lo facevano in modo spontaneo come segno di riverenza verso il loro maestro. Che fosse poi quest’ultimo a farlo nei loro confronti, era del tutto inconcepibile.

Dunque ammesso e non concesso che tale rito simbolico (non del battesimo, ma dell’umiltà) sia effettivamente accaduto, è fuor di dubbio che durante l’ultima cena non si deve aver parlato soltanto dei preparativi per l’imminente rivolta popolare, ma anche dei rischi cui si sarebbe andati in­contro nell’eventualità di un insuccesso. In quel particolare frangente tutti dovevano essere ben consapevoli che in gioco era la vita.

La coesione tra loro doveva essere massima, assoluto il rispetto delle regole. Il significato del racconto della lavanda dei piedi stava nel fat­to che gli apostoli avrebbero dovuto fidarsi del loro leader, che non aveva scelto la soluzione dell’insurrezione armata per spirito d’avventura o per ot­tenere un potere personale, ma unicamente per il bene del paese.

Per realizzare tale obiettivo egli era disposto anche al sacrificio della vita e chiedeva che lo stesso spirito di abnegazione animasse anche gli altri leader. Di fronte però al fatto ch’egli mostrasse con l’esempio servile della lavanda dei piedi tale proposito, Pietro, abituato a ragionare più in ter­mini politici che umani, rimase un po’ risentito e protestò. Egli infatti vole­va compiere la rivoluzione ad ogni costo e gli pareva quanto meno fuori luogo una preoccupazione di tipo «democratico» nel momento in cui si do­veva tirar fuori la spada per abbattere il nemico.

Nel racconto di Giovanni Pietro ostenta una certa permalosità, come se in realtà avesse detto: «Se non ti fidi di me, allora dimmi chiara­mente che mi escludi dall’impresa». Gesù infatti non stava mettendo in di­scussione il coraggio politico degli apostoli, ma la capacità di affrontare in maniera democratica degli eventi che sarebbero anche potuti sfuggire di mano.

Da questo punto di vista che vi sia stato il gesto effettivo della la­vanda dei piedi o una semplice chiacchierata sull’esigenza di rispettare le regole e di amarsi reciprocamente, non fa molta differenza. Se il Cristo, ad un certo punto, si risolse a ricorrere all’espediente servile, forse lo fece per­ché aveva a che fare con discepoli che non si rendevano sufficientemente conto dell’importanza della democrazia nei momenti rivoluzionari.

Se tutto fosse filato liscio, la vittoria sarebbe stata certa, ma non sarebbe stata scontata la gestione legale, umanitaria della vittoria. Si dove­vano evitare assolutamente gli eccessi contro la guarnigione romana, le ri­torsioni contro i collaborazionisti ebrei, le vendette private, gli eccidi di massa nel timore di una controrivoluzione interna, in una parola la violenza gratuita.

Anche perché il vero problema non era tanto quello di come vince­re nella capitale, quanto piuttosto di come resistere alla inevitabile controf­fensiva imperiale. La questione cruciale da affrontare sarebbe stata quella di come convincere la maggioranza della popolazione a organizzare una re­sistenza armata contro lo strapotere delle legioni romane, le più forti del mondo.

La gente comune infatti, per potersi muovere rischiando la vita, non ha soltanto bisogno di trovarsi in condizioni particolarmente difficili, ma anche di credere nella possibilità di una sconfitta del nemico. E questo atteggiamento va saputo gestire: il popolo non è carne da macello, non lo si può obbligare al sacrificio. Il popolo va persuaso in maniera democratica, lasciandogli la possibilità di scelta.

Chi pensa che un leader non si debba abbassare come un servo, al punto da lavare i piedi ai suoi discepoli, ha capito poco della democrazia e rischia di far fallire gli obiettivi della rivoluzione. Questa cosa la si evince anche da quanto il Cristo dice nel racconto di Lc 22,24 ss., che pur non ri­porta la lavanda dei piedi: «Secondo voi chi è più importante: chi siede a ta­vola o chi sta a servire? Quello che siede a tavola, non vi pare? Eppure io sto in mezzo a voi come un servo».

Poiché gli evangelisti sostengono la tesi della «morte necessaria» del messia, è venuto loro spontaneo far dire al Cristo, con perentorietà, che il tradimento di uno degli apostoli non era affatto una eventualità remota, bensì una cosa inevitabile, soteriologicamente prevista, al punto che sin dal­l’inizio del racconto sull’ultima cena si fa capire al lettore ch’egli sapesse con sicurezza chi lo stava tradendo.

Il tono apodittico, usato per aumentare la tensione e la solennità degli ultimi avvenimenti, sta p. es. in parole o espressioni del genere: «Io vi assicuro» (Mc 14,18; Mt 26,20; Gv 13,21); «È stato stabilito per lui» (Lc 22,22); «Il Figlio dell’uomo sta per morire, così come è scritto nella Bibbia» (Mc 14,21; Mt 26,24); «Devono realizzarsi queste parole della Bib­bia: Colui che mangia il mio pane si è ribellato contro di me (Sal 41,10). Ve lo dico ora, prima che accada; così, quando accadrà, voi crederete che Io sono» (Gv 13,18 s.).

In realtà se avesse detto parole del genere, avrebbe subito creato un clima di terrore, di panico generale, di sospetti e diffidenze tali da ri­schiare di paralizzare la capacità decisionale di tutto il movimento, che in quel frangente così particolarmente delicato per i destini del paese, doveva assolutamente restare immutata.

Al massimo dunque egli può aver manifestato preoccupazioni di carattere generale, può aver ventilato delle ipotesi cautelative, al fine di scongiurare ogni pericolo, ogni imprevisto, nei limiti del possibile ovvia­mente. È da escludere a priori ch’egli abbia sostenuto delle certezze relative al tradimento, meno che mai può aver formulato il nome del traditore, né apertamente a tutti, né velatamente al discepolo prediletto.

Nel quarto vangelo Pietro, addirittura, vuol farsi dire da Giovanni, dopo che questi aveva ottenuto la confidenza da parte di Gesù, il nome del traditore, per poterlo fermare in tempo, coi metodi che possiamo immagina­re. Anche ammettendo questo ruolo «poliziesco» che Pietro avrebbe voluto avere nell’ultima cena, è davvero impensabile credere che, sapendo con cer­tezza il nome del traditore, lo stesso Cristo non avrebbe fatto nulla per scongiurare la possibile débâcle dell’insurrezione.

È invece possibile che Pietro abbia chiesto a Giovanni di farsi dire dal Cristo se aveva dei sospetti concreti, degli indizi precisi, ma va escluso categoricamente che Giovanni abbia ottenuto la confidenza sull’identità del traditore. Tutto quanto viene scritto nel suo vangelo in merito a quella con­fidenza personale, va considerato come un semplice espediente letterario, la cui finalità era quella di dimostrare o che Giovanni non aveva mai avuto alcuna stima di Giuda, oppure che Giovanni era superiore a Pietro. Ma a tragedia avvenuta egli si sarà chiesto mille volte come fosse stato possibile che nessuno degli apostoli si rendesse conto chi tra loro avrebbe tradito e che cosa si sarebbe potuto fare per evitare quella sciagura.

Il fatto è che nei vangeli tutto deve apparire esplicito: la necessità del tradimento e addirittura il nome del traditore. Scopo di questo è sostene­re la tesi della inevitabilità della morte del messia, la quale, a sua volta, è subordinata alla tesi della equiparazione del messia a dio. Se rifiutassimo di considerare mistificante questa spiegazione dei fatti post-eventum, si fini­rebbe col dover fare valutazioni molto imbarazzanti sul ruolo di taluni di­scepoli, in particolare proprio su quello di Giovanni.

Supponendo infatti ch’egli avesse ottenuto la confidenza da parte di Gesù, ascoltata nel mentre gli teneva il capo appoggiato sul petto, per quale motivo non avrebbe fatto nulla per impedire che il tradimento si rea­lizzasse? Perché non dire niente a Pietro? Quali considerazioni di opportu­nità può aver fatto per permettere a Giuda di agire indisturbato? Temeva forse che se Giuda fosse stato emarginato o addirittura giustiziato, la con­grega dei Dodici si sarebbe spaccata a metà, mandando a picco l’idea della rivoluzione?

Alcuni esegeti sono persino arrivati a sostenere che mentre per tut­ti gli altri apostoli la tesi della «morte necessaria» fu acquisita soltanto dopo la scoperta della tomba vuota, in Giovanni invece essa era chiara sin dall’i­nizio. Se così fosse, noi dovremmo affermare che proprio il discepolo pre­diletto sarebbe stato, in ultima istanza, uno dei principali responsabili della morte di Gesù!

Questo per dire che le esegesi di tipo confessionale generalmente non valgono nulla. Il fatto stesso che considerino quella riunione politica una sorta di cena mistica o rituale, nell’imminenza della Pasqua ebraica, le squalifica in partenza. In quel momento non si istituì alcun sacramento eu­caristico, ma la tattica della presa del potere, per realizzare la strategia del­l’insurrezione nazionale. È impensabile sostenere che in quella notte così decisiva, Gesù o Giovanni, pur conoscendo bene l’identità del traditore e ciò che di lì a pochissimo stava per compiere, avevano deciso di non fare assolutamente nulla per fermarlo.

Intanto va detto che Giovanni, scrivendo che solo a lui Gesù fece una personale confidenza, smentisce per così dire i Sinottici, là dove so­stengono che la certezza assoluta del tradimento e l’identità precisa del tra­ditore erano cosa nota a tutti gli apostoli, al punto che Giuda è in un certo senso costretto a svolgere il suo vergognoso ruolo. Tuttavia se confidenza ci fu, è da scartare a priori l’idea che Gesù volesse perorare una qualche causa fatalistica o irrazionalistica, del tipo «l’eroe deve morire» o «la verità sta nel martirio». Al massimo può aver chiesto al discepolo più fidato di vi­gilare sugli elementi più instabili, senza però creare una mini-rete spionisti­ca, che avrebbe finito col danneggiare gli interessi della squadra.

Tutta la ricostruzione della vicenda, fatta dagli evangelisti, risulta completamente falsata dall’idea mistica che Gesù fosse una sorta di extra­terrestre, dotato di poteri assolutamente straordinari, in grado di prevedere in anticipo qualunque tipo di scenario e, nello stesso tempo, capace di sal­vaguardare la libertà di scelta di ognuno. Cosa che, se anche per ipotesi fos­se stata vera, non sarebbe mai potuta apparire esplicitamente, proprio per evitare che gli apostoli nutrissero l’impressione di stare recitando una parte il cui copione era già scritto altrove. La chiesa non riesce a rendersi conto che quanto più si presenta Gesù come un dio, tanto più si toglie all’uomo ciò che lo distingue dall’animale, e cioè il libero arbitrio.

Sarebbe infatti paradossale pensare sia la seguente cosa che il suo contrario, sulla base della convinzione che Gesù fosse il figlio di dio: e cioè da un lato che il tradimento avrebbe potuto essere vanificato dal Cristo in qualunque momento (in tal senso Giuda avrebbe tradito soltanto per metter­lo alla prova, per spingerlo a trionfare sui propri nemici a tutti i costi, men­tre Giovanni per lo stesso motivo avrebbe taciuto); dall’altro invece che il tradimento rientrava nell’economia salvifica di dio, per cui andava accettato come una necessità inderogabile (in tal senso Giuda, senza sapere quello che faceva, avrebbe tradito per vedere se Gesù rifiutava il destino del «cali­ce», mentre Giovanni avrebbe taciuto, sapendolo bene). In entrambi i casi Giuda, a resurrezione avvenuta, sarebbe stato facilmente perdonato e a Gio­vanni sarebbe stato riconosciuto il privilegio di considerarsi il «discepolo prediletto».

Tuttavia, piuttosto che cadere in interpretazioni del tutto fantasio­se, gli esegeti farebbero meglio a immaginarsi una situazione molto più rea­listica, in cui da un lato si doveva decidere qualcosa che poteva mettere a repentaglio la vita di tutti, dall’altro si doveva in qualche modo evitare che la possibilità di un fallimento dell’insurrezione potesse dipendere non da cause di forza maggiore, assolutamente imprevedibili, ma da fattori sogget­tivi, come appunto la defezione di qualcuno o un tradimento all’ultimo mi­nuto.

Se dunque Gesù o Giovanni sospettarono qualcosa o qualcuno, ciò non poteva tradursi in un motivo sufficiente per bloccare del tutto il tentati­vo insurrezionale. La macchina era già stata messa in moto durante l’ingres­so messianico, anzi, ancor prima, durante l’episodio di Lazzaro, che i Sinot­tici tacciono perché evidentemente appariva troppo favorevole a una visio­ne politico-rivoluzionaria del Cristo. Ora la gente si aspettava qualcosa di risolutivo, anche perché, chi era andato incontro a Gesù e ai suoi discepoli coi ramoscelli d’ulivo chiamandolo «salvatore della patria», aveva sicura­mente rischiato qualcosa. In quell’occasione le guardie del Tempio e la guarnigione romana, nella adiacente fortezza Antonia, evitarono d’interve­nire proprio perché la folla era troppo numerosa. Noi non sappiamo chi avesse organizzato quell’evento spettacolare, in grado di mettere le autorità nel panico, ma non è da escludere che tra i registi vi fossero i seguaci di Lazzaro (Gv 12,17 s.).

Insomma il possibile tradimento di uno non poteva vanificare le speranze di molti. Se, pur sapendo su chi era meglio nutrire i maggiori so­spetti, si decise di proseguire comunque la missione, evitando di assumere atteggiamenti autoritari (quelli che invece avrebbe voluto prendere Pietro), il motivo probabilmente era che si pensava che il tradimento sarebbe rima­sto una possibilità teorica, destinata a rientrare da sola, a insurrezione avve­nuta con successo, oppure che, nella peggiore delle ipotesi, esso non avreb­be avuto un effetto devastante sulla riuscita dell’impresa. I tempi cioè erano talmente maturi per una generale insurrezione anti-romana da rendere im­pensabile un’inversione di rotta. Sarebbe stata la forza degli eventi a ridi­mensionare la gravità del gesto o dell’intenzione di Giuda. Ormai non era più in gioco il solo destino dei Dodici o del movimento nazareno, ma del­l’intera nazione. Ormai il tradimento più grande non poteva più essere quel­lo di un apostolo, ma quello di un intero popolo nei confronti di se stesso.

Giovanni quindi, se effettivamente seppe o intuì qualcosa di preoc­cupante e non fece nulla per evitarla, non fu dettato da basse motivazioni opportunistiche relative alla tutela dell’unità della compagine politica, né – come alcuni hanno detto – perché non ebbe il tempo materiale per avvisare Pietro, ma, escludendo ch’egli pensasse che il messia fosse un dio troppo grande per non superare la prova di un tradimento così umano, semplice­mente agì sulla base di tre ragioni: la prima è che non si può dare del tradi­tore a qualcuno che ancora non ha tradito, la seconda è che nessuno, usando la forza, può impedire a qualcuno di tradire, la terza è che nessuno può to­gliersi volontariamente la speranza di credere che, nonostante la possibilità del tradimento, non verrà pregiudicata la riuscita di un progetto rivoluzio­nario.

Ma la domanda più difficile, che ancora non abbiamo posto, è un’altra. Nel racconto di Giovanni appare chiaro che dal momento in cui Gesù, con grande familiarità, porse un boccone di pane inzuppato a Giuda, al momento in cui questi decise di tradirlo, non passò molto tempo. Noi sia­mo propensi a credere non solo che alla domanda di Giovanni di sapere il nome del possibile traditore, Gesù non diede alcuna risposta, né esplicita né implicita, ma anche che lo stesso Giovanni, a tragedia finita, abbia cercato di associare, con un nesso causale che in quel momento non poteva esserci, la dichiarazione relativa al tradimento col gesto del boccone.

Cioè la sequenza degli eventi narrata da Giovanni: dichiarazione sul tradimento, boccone offerto a Giuda, decisione di tradire e, da ultimo, richiesta di compiere una missione («Quello che devi fare, fallo presto»), non può aver avuto questa successione cronologica, altrimenti si dovrebbe dare per scontata una cosa inammissibile, e cioè che Gesù «voleva» essere tradito.

Infatti la domanda più difficile cui dobbiamo rispondere è questa: cosa doveva fare Giuda di tanto urgente? Davvero l’esigenza di Gesù era quella di sapere se Giuda avesse o no intenzione di tradirlo? O si vuole so­stenere che gli chiese addirittura di farlo, come sostengono i credenti, che sostituiscono l’idea politica di «rivoluzione» con quella religiosa di «morte necessaria»?

Dopo aver esplicitamente ammesso ch’esisteva la possibilità, all’in­terno del Collegio, di una grave defezione, Gesù aveva di fronte a sé due al­ternative: o rinunciare del tutto all’impresa insurrezionale, uscendo dalla città in quella stessa notte; oppure chiedere agli apostoli di stare uniti e di controllarsi a vicenda, senza per questo dover creare tensioni insopportabili, in cui il solo sospetto avrebbe rischiato di procurare più danni dello stesso tradimento. Se sceglieva la seconda soluzione, non gli restava che affronta­re la decisione finale, e solo in tal caso diventa legittimo chiedersi: aveva senso rischiare di affidare a Giuda l’incarico più delicato per la riuscita del­l’insurrezione, quando i principali sospetti ricadevano proprio su di lui?

Sì, aveva senso. Giuda era stato incaricato da Gesù di compiere qualcosa che solo lui poteva compiere, probabilmente perché essendo nati­vo della Giudea aveva agganci o referenze nella capitale più che non molti altri apostoli, originari com’erano della Galilea (Pietro, non dimentichiamo­lo, verrà scoperto proprio a causa della sua parlata). Probabilmente non venne scelto nessuno degli ex-seguaci del Battista, in quanto già si sapeva che gli esseni avrebbero o non avrebbero partecipato all’insurrezione. Ven­ne forse scelto Giuda perché questi, negli anni passati, aveva frequentato ambienti farisaici progressisti o forse zeloti della Giudea, e si attendeva da costoro una definitiva presa di posizione. Difficile dire se dal rifiuto di tale adesione sarebbe dipeso il destino dell’insurrezione del movimento nazare­no o se questa si sarebbe comunque fatta.

In ogni caso non si trattava tanto di mettere alla prova il presunto traditore, quanto piuttosto di affidargli un incarico della massima responsa­bilità per la riuscita definitiva della strategia rivoluzionaria. Il fatto che Gio­vanni dica che, al sentire quella frase: «Quello che devi fare, fallo presto» (Gv 13,27), «nessuno dei commensali capì; alcuni infatti pensavano che, te­nendo Giuda la cassa, Gesù gli avesse detto: – Compra quello che ci occorre per la festa; oppure che dovesse dare qualche cosa ai poveri» (13,28 s.), questo fatto non può indurre a credere che gli apostoli fossero seguaci di un messia folle, intenzionato a farsi tradire per fare della propria morte un cul­to di tipo religioso.

È paradossale che nel momento decisivo dell’insurrezione armata gli apostoli non abbiano capito il significato della missione che Giuda do­veva compiere, o che abbiano addirittura ipotizzato che proprio nel momen­to in cui finalmente si poteva assicurare un futuro ai poveri, Giuda dovesse far loro la beneficienza! O che nel momento in cui si decideva l’insurrezio­ne popolare, Giuda dovesse preoccuparsi di acquistare le vivande per il giorno dopo! È difficile pensare che Giovanni, così sempre attento ai parti­colari, possa aver scritto simili assurdità.

Peraltro, che bisogno aveva di presentare le cose in modo tale da dover ribadire una tesi già espressa ad abundantiam nei Sinottici? Qui deve essere intervenuta pesantemente la mano di qualche revisore. Infatti da come le cose vengono presentate, sembra che Gesù non solo non abbia fatto nulla per evitare il tradimento, ma anzi abbia fatto di tutto per provocarlo. Infatti, se il solo Giuda non fosse stato incaricato di qualcosa di particolare, che soltanto lui quindi poteva compiere, difficilmente questi avrebbe potuto trovare un’occasione più favorevole. Ma se il Cristo voleva farsi prendere, perché nascondersi coi suoi discepoli nel Getsemani e non restare invece nel cenacolo? Non decise forse di nascondersi nel Getsemani per dare a Giuda una seconda possibilità di non tradirlo sino in fondo?

L’insurrezione non poteva certo essere compiuta da dodici militan­ti: la guarnigione romana comprendeva circa 600 militari, cui andavano ag­giunte le guardie del Tempio e i vari collaborazionisti ebrei: come minimo c’erano un migliaio di persone ben armate da affrontare. Non si poteva ri­schiare l’avventura, anzi, bisognava essere sufficientemente sicuri che l’in­surrezione avrebbe avuto successo. Tuttavia il Cristo aveva bisogno di una conferma, poiché non tutto era stato ancora deciso, o comunque non tutto poteva essere deciso da loro.

Qui non era tanto in gioco la necessità di sapere su quali discepoli Gesù poteva contare con sicurezza e su quali invece era meglio nutrire dei dubbi; qui ormai il problema era diventato quello di come organizzare gli ultimi dettagli di una sommossa annunciata. Gesù non poteva aver incarica­to Giuda di compiere una missione particolare al solo scopo di verificare se era un discepolo affidabile: non c’era tempo per una cosa del genere, anche perché tutti loro, trovandosi all’interno della città, nell’eventualità di un tradimento, non avrebbero avuto scampo.

Gesù doveva necessariamente fidarsi di Giuda, il quale doveva contattare gli alleati (i farisei progressisti, gli zeloti…) e, a un segnale con­venuto, far scoppiare la rivolta armata popolare quella notte stessa. Dal tempo che avrebbe impiegato, Gesù poteva capire se la rivoluzione era stata tradita oppure no, ovvero se era il caso di tentarla lo stesso, seguendo un percorso diverso, o se era meglio posticiparla di qualche tempo, anche se quello della Pasqua (che durava sette giorni) era sicuramente il migliore, a motivo dell’enorme affluenza di massa nella capitale.

Questo sul piano politico. Sul piano umano la questione è molto più complessa. La sequenza degli eventi dell’ultima cena, di cui si parlava prima, ha qualcosa di altamente drammatico: Gesù che porge a Giuda un boccone di pane intinto nel sugo (cosa che in quel momento non fa neppure col discepolo prediletto) e nello stesso tempo gli chiede di compiere la mis­sione decisiva per la riuscita dell’insurrezione. Qui è come se si toccassero in un punto incandescente le esigenze dell’umano e quelle del politico. Non è facile trovare in altre parti dei vangeli una situazione emotiva così carica di pathos.

Per un militante come Giuda, abituato forse a considerare il politi­co più importante dell’umano, i due gesti della lavanda dei piedi (che anche Pietro, in un primo momento, aveva rifiutato) e del boccone di pane inzup­pato rischiavano di provocargli una lacerazione interiore. A quel punto o lui capiva che l’umano non poteva restare subordinato al politico, ovvero che nel politico del Cristo c’era un umano non meno significativo, oppure tradi­va. Per dargli la possibilità di decidere liberamente e consapevolmente, il Cristo gli affida, riconoscendogli la fiducia che meritava, il compito più im­portante di tutta la sua vita.

Se Giuda avesse avuto delle riserve sostanziali sulla strategia ge­nerale del progetto politico, non avrebbe potuto o dovuto trovarsi lì in quel momento, né gli sarebbe stata affidata una missione così delicata. Ma il ge­sto del boccone voleva appunto significare che, anche nell’eventualità ci fossero state differenze sostanziali tra le sue idee e quelle del messia, non era quello il momento di farle pesare e il gesto di grande confidenza e di fi­ducia che il Cristo gli aveva manifestato, doveva appunto indurlo ad agire secondo quanto gli veniva chiesto. A meno che dei redattori burloni non si siano divertiti, con quel gesto, a far apparire il traditore in una luce incredi­bilmente spregevole.

Tutto ciò lo si comprende leggendo tra le righe del vangelo di Gio­vanni. Nei Sinottici è prevalsa la leggenda dei cosiddetti «trenta denari». A dire il vero solo Matteo parla esplicitamente di questa somma (26,15); Mar­co (14,11) e Luca (22,5 s.) sostengono che i sommi sacerdoti e i capi delle guardie si accordarono per dargli del denaro come ricompensa (non se ne specifica l’importo), denaro che poi Giuda accettò.

I trenta denari d’argento erano il prezzo che la legge mosaica fissa­va per la vita di uno schiavo ucciso (Es 21,32): è dunque impossibile non vedervi un’analogia; peraltro la fine che questo denaro ha fatto (gettato nel Tempio dallo stesso Giuda pentito), di cui parla il solo Matteo (27,3 ss.), è del tutto simile a quella descritta in Zc 11,13.

Ma a parte questo, ciò che davvero non si riesce ad immaginare è come Gesù potesse tenere, nel proprio entourage, un uomo così venale, e come abbia potuto affidare nel momento decisivo dell’insurrezione un inca­rico così delicato a un discepolo i cui ideali politici erano pesantemente condizionati dagli interessi economici.

Già il pensiero che Giuda fosse entrato nel movimento nazareno coll’intenzione di arricchirsi, pare assurdo, ma se anche così fosse stato, re­sta del tutto inspiegabile la decisione di chiedere come ricompensa, per la cattura del ricercato più pericoloso di quel momento, una cifra equivalente al salario mensile di un operaio medio.

Qui vi è sicuramente una leggenda da sfatare. Qualche esegeta, rendendosi conto dell’incongruenza, ha sostenuto l’idea che Giuda avesse chiesto del denaro semplicemente per rendere più credibile il tradimento. Tuttavia qui non si ha a che fare con un semplice traditore per denaro: che bisogno aveva infatti di accompagnare di persona la scorta armata per cat­turare Gesù e tutti i discepoli? Non sarebbe stato sufficiente indicare il luo­go del nascondiglio? Siamo davvero sicuri che Giuda non volesse sostituirsi al Cristo nella guida del movimento nazareno, dando a questo una fisiono­mia diciamo più «moderata»?

La dinamica della cattura, avvenuta praticamente senza spargimen­to di sangue, lascia pensare che le intenzioni dei militari fossero semplice­mente quelle di catturare Gesù, e il fatto che questi le accetti, permettendo ai suoi discepoli di fuggire, sembra confermarlo. Giuda non può aver tradi­to senza sapere che all’interno dei Dodici qualcuno avrebbe preso le difese di Gesù e qualcun altro avrebbe invece condiviso la sua iniziativa. E lo sco­po del suo tradimento più che esser quello di rinunciare all’idea di una libe­razione nazionale, al massimo poteva essere quello di rinunciare all’idea di compiere in quel momento un’insurrezione armata. Altrimenti non si com­prende perché sia rimasto tra i Dodici sino all’ultimo momento: era forse – come qualcuno ha detto – un infiltrato di Caifa?

La questione del denaro viene poi contraddetta dal fatto che, dopo aver constatato come il tradimento avesse comportato non solo il desiderato fallimento dell’insurrezione armata ma anche l’inattesa crocifissione del messia, egli prese la decisione d’impiccarsi. Se Giuda avesse tradito convin­to che Gesù ne sarebbe uscito sì sconfitto ma non giustiziato (e forse l’epi­sodio del bacio voleva essere una rassicurazione in tal senso), Giuda proba­bilmente non avrebbe avuto rimorsi, o forse non li avrebbe avuti così grandi o comunque non così in fretta. A meno che non si voglia sostenere la tesi – come alcuni hanno fatto – che il suicidio di Giuda sia stato in realtà un omi­cidio mascherato. In tal caso dovremmo ribaltare tutte le interpretazioni.

Giovanni, pur associandosi alla tesi sinottica secondo cui Giuda manifestava un certo interesse per il denaro (si ricordi l’episodio di Betania in cui egli contesta lo spreco del profumo profuso dalla sorella di Lazzaro sui piedi di Gesù), non riporta affatto il suicidio di Giuda, anzi, in tutto il racconto dell’ultima cena descrive l’atteggiamento di Pietro, impulsivo e contraddittorio, come più pericoloso per la riuscita dell’insurrezione, rispet­to a quello di tutti gli altri apostoli.

Non è quindi da escludere che l’accusa giovannea relativa al fatto che Giuda fosse un ladro (12,6) sia in realtà il frutto di una manipolazione successiva, influenzata dalla tesi sinottica. Non dimentichiamo che in Mat­teo, su cui pesano le maggiori responsabilità della caricatura «economicisti­ca» di Giuda, il nome del traditore viene svelato pubblicamente da Gesù (26,25).

Sia come sia resta da chiedersi il motivo per cui Giuda tradì e il motivo per cui si pentì d’averlo fatto. Tradì forse perché temeva l’insucces­so dell’impresa e lo fece nella convinzione che ai nazareni sarebbe stata ri­sparmiata la vita, essendogli stato così promesso? Cioè tradì come politico e si uccise come uomo? Giuda era un estremista o un moderato? Nel rac­conto di Giovanni la parte dell’estremista sembra caratterizzare più Pietro che Giuda. Tant’è che quando Giuda contestò lo spreco del profumo a Beta­nia, è probabile che non stesse affatto pensando al prezzo del profumo, quanto piuttosto al fatto che quella unzione regale fosse troppo prematura per l’esito della rivoluzione.

Qualcuno ha sostenuto che Giuda tradì l’uomo-Gesù, il democrati­co, perché così gli sembrava di valorizzare meglio il messia politico, quello rivoluzionario. Cioè egli tradì nella convinzione che mettendolo alle strette, di fronte all’eventualità di una sconfitta sicura, Gesù avrebbe rinunciato alle tentazioni «buoniste» (come in occasione dei «pani moltiplicati») e sarebbe passato decisamente all’attacco.

In realtà questo atteggiamento, diciamo «provocatorio», appartene­va più a Pietro che a Giuda, che invece rappresentava l’ala moderata dei Dodici, quella che cercava un compromesso col fariseismo progressista. Ma perché – ci si può chiedere – accettare un incarico decisivo ai fini della riu­scita dell’insurrezione quando si nutrono dei dubbi sul suo esito? Perché non dichiarare apertamente il proprio dissenso? Perché far pagare ad altri le proprie divergenze? E soprattutto, perché, dopo aver rivelato al nemico l’in­tenzione di compiere la rivolta armata, decidere di rivelargli il luogo segre­to del nascondiglio, accompagnando addirittura la coorte per catturare tutti gli apostoli? Giuda voleva forse sostituirsi al Cristo o dobbiamo credere alle versioni apocrife che lo vedono, essendo egli il figlio del fratello di Caifa, come un infiltrato antirivoluzionario sin dall’inizio?

Quel che è certo è che proprio la dinamica del tradimento esclude categoricamente la tesi della «morte necessaria». Infatti, quando Gesù si rese conto, dal ritardo di Giuda (la coorte romana andava preparata), che in­combeva sugli apostoli un gravissimo pericolo, aveva deciso di andarsene dal cenacolo, non volendo che alcuno fosse catturato. Probabilmente disse ad alcuni discepoli, prima di recarsi all’Orto degli Ulivi, che sarebbe stato meglio disperdersi o che non lo seguissero, onde evitare il peggio per tutti.

Fra i più impulsivi di nuovo Pietro, che subito esclama: «perché non posso seguirti ora? Darò la mia vita per te» (Gv 13,37). E qui, come tutti ben sanno, Gesù rispose con quella frase ad effetto, relativa al canto del gallo successivo al triplice rinnegamento dell’apostolo. Una frase che venne messa dai Sinottici con un chiaro intento apologetico, quello di giu­stificare la divina preveggenza del Cristo. Una soluzione mistica, questa, si­curamente efficace nella sua semplicità, ma molto meno profonda di quella che vede il tradimento di Giuda come il compimento del disegno divino sul sacrificio del nuovo agnello pasquale, per il riscatto degli uomini dalla ma­ledizione del peccato originale. Giuda resta sì colpevole, ma solo sul piano morale, non su quello politico.

Nel vangelo di Giovanni si raggiunge poi l’apice del misticismo, sostenendo che proprio in virtù del tradimento subìto, Gesù ha potuto dimo­strare fino a che punto era grande il suo amore per gli esseri umani. Giusti­ficando il tradimento di Giuda, Giovanni ha giustificato il fallimento della rivoluzione, e con lui la chiesa intera ha giustificato il proprio tradimento.

Le varianti aggiunte al testo originario di Giovanni hanno sortito il loro effetto: l’ideologia dell’amore universale ha potuto sostituire l’esigenza della liberazione nazionale, e l’idea della «morte necessaria» ha potuto so­stituire quella della «rivoluzione possibile». Di fronte a queste mistificazio­ni persino il tradimento di Giuda diventa ben poca cosa.

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Autore: laicusblog

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