In che senso il vangelo di Marco può essere definito «vangelo di Pietro»?

Conversione dei primi apostoli (Mc 1)

[16] Passando lungo il mare della Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simo­ne, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori.

[17] Gesù disse loro: «Seguitemi, vi farò diventare pescatori di uomini».

[18] E subito, lasciate le reti, lo seguirono.

[19] Andando un poco oltre, vide sulla barca anche Giacomo di Zebedeo e Giovanni suo fratello mentre riassettavano le reti.

[20] Li chiamò. Ed essi, lasciato il loro padre Zebedeo sulla barca con i garzoni, lo seguirono.

*

Nel suo vangelo (1,35-51) Giovanni spiega che la conversione di Pietro non avvenne come viene raccontata da Marco, cioè mentre pescava­no sul lago di Galilea, ma avvenne attraverso Andrea (detto dalla chiesa il «protoclito», «primo chiamato»), ch’era discepolo del Battista: fu lui che, lasciato il movimento del Precursore e avendo deciso di abbracciare la cau­sa del Cristo, convinse il fratello Simone a fare lo stesso. E questi, in quel momento, doveva trovarsi a Gerusalemme, poiché Andrea poté incontrarlo subito e, insieme agli altri primi discepoli di Gesù, è molto probabile che abbia assistito o addirittura partecipato alla cacciata dei mercanti dal Tem­pio, anche se questo episodio, nel vangelo di Marco, ha una collocazione del tutto sbagliata, funzionale a uno schema redazionale di tipo catechetico, non storico. Tra i seguaci del Battista vi era anche Giovanni Zebedeo, che probabilmente convinse il fratello Giacomo a seguire Gesù.

Come risulta dall’elenco marciano dei Dodici, Giovanni conferma che il nome di Pietro (Cefa = pietra) fu dato a Simone dallo stesso Gesù, ma questo nome di battaglia gli venne dato in Giudea, nell’imminenza della rottura col movimento del Battista, che Marco non ha mai voluto mettere in risalto nel suo vangelo, prevalentemente ambientato in Galilea, in polemica con gli ambienti giudaici. Il motivo per cui gli abbia cambiato subito il nome proprio con un altro fittizio probabilmente va legato al fatto che dopo l’epurazione del Tempio, ch’era stata una mezza rivoluzione, anche la sicu­rezza personale di Pietro, seguace di Gesù, rischiava d’essere minacciata, come d’altra parte quella dei Zebedeo. Nel vangelo di Giovanni non sembra affatto che il soprannome gli venga dato per indicare un lato della sua per­sonalità, per quanto Gesù mostri di conoscerlo personalmente o di fama, di­cendogli ch’era «figlio di Giovanni» (1,42): forse Pietro era o era stato un seguace del partito zelota, molto popolare in Galilea.

Il motivo per cui Andrea, Giovanni e Pietro presero a seguirlo, ri­tenendolo il futuro «messia», è poco chiaro, in quanto Gesù non aveva an­cora fatto nulla di politicamente rilevante, almeno stando ai vangeli. Proba­bilmente avevano capito, osservando la posizione titubante del Battista, che era meglio seguire lui, che in quel momento aveva intenzione di compiere un gesto clamoroso nella capitale, non condiviso politicamente dall’aposto­lo degli Esseni.

Giovanni sembra voglia lasciar credere che originariamente Gesù era della Giudea (infatti quando i primi ex-discepoli del Battista gli chiedo­no dove abitasse, egli indica un’abitazione della Giudea) e che solo dopo la cacciata dei mercanti si convinse ad andare a vivere in Galilea, in quanto con quella iniziativa rivoluzionaria, che non aveva ottenuto l’effetto sperato, egli non sarebbe potuto restare in Giudea senza rischiare una ritorsione da parte dell’aristocrazia sacerdotale. Ed infatti portò con sé in Galilea anche la madre, i fratelli e le sorelle, che evidentemente abitavano in Giudea. Di Giuseppe invece (il padre) non si saprà più nulla.

Che Gesù fosse giudeo è confermato dalla prima persona ch’essi incontrano mentre tornavano verso la Galilea: la samaritana al pozzo di Giacobbe, che s’accorge della sua provenienza dalla parlata. Probabilmente se l’acqua da bere le fosse stata chiesta da un galileo non si sarebbe meravi­gliata della richiesta, perché tra samaritani e galilei si sopportavano meglio che non tra samaritani e giudei.

Nel vangelo di Marco invece si vuol far passare Gesù per un gali­leo, essendo fortissima la rivalità tra questo gruppo etnico e quello giudaico (cfr Mc 14,28; 16,7; 15,41), confermata dal fatto che, nel momento cruciale dell’insurrezione a Gerusalemme, saranno i giudei a tradire, consegnando il messia ai romani. Persino nel racconto marciano di resurrezione, l’angelo seduto sul sarcofago dice alle donne di non stare a piangere, in quanto il Cristo avrebbe preceduto i discepoli in Galilea.

Stranamente nel vangelo di Giovanni Gesù mostra di conoscere bene Filippo, ch’era di Betsaida (la città di Andrea e Pietro, non necessaria­mente anche quella dei fratelli Zebedeo) e soprattutto di apprezzare molto la moralità di Natanaele (o Bartolomeo), ch’era galileo, al quale viene detto che Gesù era figlio di Giuseppe di Nazareth, e Natanaele, al sentire questo, mostra d’aver una pessima considerazione di quella località. Ma è probabile che le conversioni di Filippo e Natanaele siano avvenute dopo il trasferi­mento di Gesù in Galilea e comunque nel vangelo di Giovanni vi sono in questo racconto pesanti interpolazioni, in quanto il Cristo appare già come una divinità.

Le interpolazioni possono essere state fatte perché in un altro pun­to del suo vangelo (6,41 s.) Giovanni dice che i giudei conoscevano bene il padre di Gesù: «Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui conosciamo il padre e la madre».

Giovanni dunque è probabile che non abbia mai potuto dire espli­citamente che Gesù era originario della Giudea, perché ciò avrebbe fatto di­spiacere a Pietro, ch’era fiero d’essere galileo e che fece soprattutto pesare la propria origine dopo la morte del Cristo. Non a caso il vangelo di Gio­vanni è stato manipolato anche su un altro punto, laddove si è inventato il miracolo di Cana in Galilea (fatto passare come il primo prodigio), al fine di dimostrare che i galilei erano superiori ai giudei, le cui giare di pietra per la loro purificazione erano simbolicamente «vuote» (2,6).

Ma la censura più significativa relativa all’origine giudaica di Gesù sta nel fatto che la purificazione del Tempio è stata messa da Marco nel­l’imminenza dell’ultima Pasqua, togliendo ad essa tutto il significato che aveva di rottura politica col movimento battista, senza poi considerare che nel suo vangelo essa appare di natura esclusivamente «etico-religiosa», mentre in quello di Giovanni ha aspetti di natura politica e antireligiosa. D’altra parte Marco, nel suo vangelo, fa iniziare la predicazione di Gesù dopo che Giovanni era stato arrestato (1,14), proprio per far credere ai suoi lettori che la religiosità di matrice «galilaica» del Cristo rappresentava una sorta di compimento della religiosità di matrice «giudaica» di Giovanni, ul­timo profeta veterotestamentario.

Tuttavia non è da escludere che dopo la stesura del vangelo di Marco, cioè dopo la catastrofe del 70, il partito nazareno divenuto «cristia­no», sotto l’egida petro-paolina, abbia accettato di stipulare una sorta d’inte­sa coi battisti, in virtù della quale i cristiani accettavano il rito del battesimo e l’idea che il Battista avesse anticipato con la sua attività la venuta del Cri­sto, mentre i battisti ovviamente dovevano accettare che Gesù fosse stato non solo il messia tanto atteso ma anche il «figlio di dio» morto e risorto: cosa che nel vangelo di Giovanni appare chiarissima là dove il Battista gli riconosce addirittura un’identità divina (come noto una parte dei battisti ri­fiutò tale compromesso).

Nel vangelo (qui interpolato) di Marco (1,9) il Precursore viene così tanto rivalutato che si stabilisce di fargli fare una cosa del tutto assente nel vangelo di Giovanni: quella di battezzare il Cristo. Il movimento batti­sta viene recuperato religiosamente dalla nuova chiesa creata da Pietro e da Paolo proprio perché viene negato come movimento politico, e soprattutto perché vengono negate le motivazioni politiche che avevano portato i primi discepoli di Gesù a staccarsi dal Battista. Da notare che tra questi ex-discepoli del Precursore non vi era stato Pietro, che militava probabilmente tra gli zeloti e che, per questo, non poteva nutrire una grande considerazio­ne per il Battista, ancora troppo legato agli ambienti giudaici e poco pro­penso a togliere al Tempio il suo primato istituzionale.

E viene anzi da pensare che lo stesso Giovanni Zebedeo non fosse affatto della Galilea, ma anche lui della Giudea, al seguito del Battista e co­nosciuto dal sommo sacerdote Anania, il quale probabilmente aveva previ­sto per lui una carriera sacerdotale (Gv 18,15).

La scena marciana della conversione dei pescatori della Galilea si riferisce probabilmente più ai fratelli Pietro e Andrea che non ai fratelli Ze­bedeo. In ogni caso, essa, per come viene descritta, è abbastanza mitologi­ca. Come minimo presuppone che i protagonisti si conoscessero da tempo ed essa forse vuol semplicemente indicare il momento di ripresa dell’attività politica dopo aver lasciato passare dei mesi dal giorno della purificazione del Tempio, che avvenne nel corso della prima «Pasqua politica» narrata da Giovanni.

Guarigione della suocera di Pietro (Mc 1)

[29] E, usciti dalla sinagoga, si recarono subito in casa di Simone e di Andrea, in compagnia di Giacomo e di Giovanni.

[30] La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei.

[31] Egli, accostatosi, la sollevò prendendola per mano; la febbre la lasciò ed essa si mise a servirli.

*

Questa pericope è stata messa per far vedere che Pietro non crede­va più nell’esigenza farisaica di rispettare il sabato e si poneva in maniera polemica nei confronti della sinagoga di Cafarnao, ove la presenza scribo-farisaica era dominante: infatti chiede a Gesù di guarire sua suocera proprio in questo giorno e quella si mette a servirli a tavola, violando la regola del riposo assoluto.

La cosa strana è che Pietro gli chiede di guarirla con la sicurezza di chi sapeva che l’avrebbe potuto fare e che l’avrebbe fatto violando la proibizione del giorno festivo. Bisogna quindi dare per scontata l’esistenza di una situazione pregressa (in ambito giudaico, come ben risulta nel quarto vangelo) che qui viene taciuta, anche perché nel vangelo di Marco questa guarigione è la prima.

Ritiro di Gesù nel deserto (Mc 1)

[35] Al mattino si alzò quando ancora era buio e, uscito di casa, si ritirò in un luogo deserto e là pregava.

[36] Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce

[37] e, trovatolo, gli dissero: «Tutti ti cercano!».

[38] Egli disse loro: «Andiamocene altrove per i villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!».

[39] E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i de­moni.

*

Sia qui che nella pericope precedente della guarigione della suoce­ra di Pietro appare evidente l’atteggiamento strumentale che l’apostolo ave­va nei confronti del Cristo, che vi si sottrae chiedendo di andare a predicare per tutta la Galilea. Il vangelo di Marco, a differenza di quello di Giovanni, fa delle guarigioni un elemento imprescindibile della predicazione di Gesù, una vera e propria dimostrazione di «divino-umanità», anche se esplicita­mente non viene mai detto che le faceva in quanto «figlio di dio». Esse tut­tavia appaiono così straordinarie che quando si scoprirà la tomba vuota e si accetterà la tesi petrina della resurrezione, sarà giocoforza attribuirle a una capacità che non poteva essere semplicemente «umana». È noto tuttavia che le guarigioni o furono delle mistificazioni per coprire eventi di tipo po­litico, oppure vanno considerate come manifestazioni di capacità terapiche che di «divino» non hanno nulla.

Il Cristo può aver compiuto guarigioni indipendentemente dalla missione politica che s’era prefisso (p. es. può averle fatte per ricambiare l’ospitalità che gli avevano riservato i galilei dopo lo smacco della prima in­surrezione). Sarebbe assurdo pensare ch’esse venivano gestite proprio per ottenere più facilmente un consenso o addirittura una sequela al suo movi­mento. Al massimo è possibile credere che le guarigioni venissero utilizzate come pretesto per far credere che più importante della guarigione personale era la liberazione nazionale.

I Dodici (Mc 3)

[16] Costituì dunque i Dodici: Simone, al quale impose il nome di Pietro;

[17] poi Giacomo di Zebedèo e Giovanni fratello di Giacomo, ai quali diede il nome di Boanèrghes, cioè figli del tuono…

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L’elenco dei Dodici, messo in maniera simbolica per richiamare le tribù d’Israele, reca sempre come primo nome quello di Pietro. Ora, anche a prescindere dal fatto che questo «collegio» – come viene chiamato dalla chiesa – non aveva alcuna caratteristica «monarchica» (come invece ha sempre sostenuto la chiesa romana), resta il fatto che nel vangelo di Gio­vanni il discepolo prediletto di Gesù, quello che avrebbe dovuto succedergli dopo la sua morte, non è Pietro ma lo stesso Giovanni, cioè colui che evitò di dire che la morte del Cristo era stata «necessaria», in quanto prevista dai profeti, e che quindi non poteva accettare che «tomba vuota» volesse neces­sariamente dire «resurrezione», e tanto meno che, in virtù di questa ipotesi interpretativa, si dovesse attendere passivamente una «imminente e trionfa­le parusia» del Cristo. Per l’apostolo Giovanni il corpo di Gesù era soltanto «scomparso» e nessuno l’aveva più rivisto.

Il vangelo di Marco, poi preso a modello da Matteo e Luca, non solo ha inventato la tesi della «resurrezione», ma, in conseguenza di ciò, ha fatto passare Pietro per il «campione della fede», distorcendo l’attribuzione di valore e di responsabilità che il Cristo aveva stabilito per i suoi discepoli più stretti e fidati. Da notare però che Luca, che spesso non si rende conto di dire cose non proprio in linea con la mistificazione voluta inizialmente da Pietro, negli Atti degli apostoli (1,13) mette, nel suo elenco dei Dodici, Giovanni subito dopo Pietro, quando in realtà Giovanni non ha alcun ruolo negli Atti.

La figlia di Giairo (Mc 5)

[35] Mentre ancora parlava, dalla casa del capo della sinagoga vennero a dirgli: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?».

[36] Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: «Non temere, continua solo ad aver fede!».

[37] E non permise a nessuno di seguirlo fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni, fra­tello di Giacomo.

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Pietro, Giacomo e Giovanni assistono alla presunta resurrezione della figlia dell’archisinagogo Giairo. È curiosa l’assenza di Andrea, che fu il primo discepolo del Cristo (protoclito). Andrea scomparirà subito anche dagli Atti degli apostoli, esattamente come Giovanni.

A volte si ha persino l’impressione che nel vangelo di Marco il Giacomo messo per secondo, quando si cita questa triade di apostoli, non sia affatto il fratello di Giovanni, ma il fratello di Gesù, quello che sostituì Pietro dopo che questi fu fatto evadere dalle prigioni di Gerusalemme ed espatriare dalla Palestina.

Giovanni qui sembra essere stato messo soltanto perché non si po­teva evitarlo, avendo egli giocato un ruolo di primo piano quando il Cristo era vivo. Resta infatti molto strano che Marco abbia avuto bisogno di preci­sare che il Giovanni in questione fosse «fratello di Giacomo». Non c’erano altri «Giovanni» tra i Dodici (e Marco l’aveva già detto nell’elenco che i due discepoli erano fratelli): qui la precisazione lascia quasi pensare che il «Giacomo» in questione fosse davvero il fratello di Gesù. Ma se è così, perché non dirlo, visto che proprio da questo vangelo (3,31; 6,3) si è potuto sapere che Gesù aveva vari fratelli e sorelle?

Probabilmente il motivo sta nel fatto che il successore di Pietro non ebbe in alcuna simpatia Paolo, che diceva di voler divulgare all’estero le idee petrine sulla «morte necessaria» del Cristo e sulla sua «resur­rezione», facendo di queste idee un motivo per considerare i pagani sullo stesso piano degli ebrei. Il vangelo di Marco infatti si rivolge ai romani, i quali certo non potevano vedere di buon occhio che tra i discepoli più stretti del messia ve ne fossero alcuni che, anche dopo la sua morte, continuavano a sperare in una liberazione d’Israele da Roma. Tra questi discepoli vanno annoverati, molto probabilmente, non solo Giacomo fratello di Gesù, ma anche Andrea e gli stessi fratelli Zebedeo, chiamati da Gesù «Boanerghes» (figli del tuono).

Identità di Gesù (Mc 8)

[27] Poi Gesù partì con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesarea di Filippo; e per via interrogava i suoi discepoli dicendo: «Chi dice la gente che io sia?».

[28] Ed essi gli risposero: «Giovanni il Battista, altri poi Elia e altri uno dei profeti».

[29] Ma egli replicò: «E voi chi dite che io sia?». Pietro gli rispose: «Tu sei il Cri­sto».

[30] E impose loro severamente di non parlare di lui a nessuno.

[31] E cominciò a insegnar loro che il Figlio dell’uomo doveva molto soffrire, ed es­sere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, poi venire ucciso e, dopo tre giorni, risuscitare.

[32] Gesù faceva questo discorso apertamente. Allora Pietro lo prese in disparte, e si mise a rimproverarlo.

[33] Ma egli, voltatosi e guardando i discepoli, rimproverò Pietro e gli disse: «Lungi da me, satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini».

*

Pietro lo riconosce come messia, cioè come leader politico-nazionale e Gesù risponde col «segreto messianico», cioè col divieto di di­vulgare questa verità. Perché?

Gesù sostiene che non possono infondere false aspettative nelle masse, poiché egli dovrà morire come previsto dai profeti, per poi risorgere. Pietro lo critica privatamente, per aver detto cose del tutto impolitiche, ma Gesù lo minaccia di espellerlo dalla comunità. Che senso ha tutto ciò?

Il significato di questi dialoghi è molto semplice: Pietro, dopo la morte del Cristo, si rifiutò di proseguire il suo messaggio rivoluzionario, cioè l’idea di un’insurrezione armata nazionale, e cominciò a predicare l’i­dea di «morte necessaria», ma siccome il movimento messo in piedi dal Cristo aveva una chiara finalità politica eversiva, fu costretto ad aggiungere a quella tesi l’idea della «resurrezione», associandola a quella della «parusia imminente e trionfale», ch’erano tesi sì fataliste ma sempre basate sulla li­berazione nazionale da Roma.

Nel vangelo di Marco Pietro in pratica cerca di mostrare come la concezione della «morte necessaria» e della «resurrezione» non proveniva dalla sua mente ma da quella del Cristo, il quale, ogniqualvolta i discepoli, lui per primo, gli chiedevano di comportarsi come «messia», egli minaccia­va di scomunicarli. I tre preannunci di morte, fatti risalire da Marco diretta­mente a Gesù, sono chiaramente finalizzati a giustificare l’ideologia petrina.

Ma è anche facile immaginare cosa può aver detto Gesù in quel frangente, e cioè che la rivoluzione non doveva basarsi sull’azione di un singolo duce ma sulla volontà popolare. In tal senso essi non avrebbero do­vuto illudere le masse sulle capacità carismatiche dei propri leader, proprio perché erano le masse stesse che avrebbero dovuto organizzarsi per liberar­si dei romani. L’aspettativa di un messia liberatore è sempre un segno di immaturità politica.

La trasfigurazione (Mc 9)

[2] Dopo sei giorni, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li portò sopra un monte alto, in un luogo appartato, loro soli. Si trasfigurò davanti a loro

[3] e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche.

[4] E apparve loro Elia con Mosè e discorrevano con Gesù.

[5] Prendendo allora la parola, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi stare qui; facciamo tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia!».

[6] Non sapeva infatti che cosa dire, poiché erano stati presi dallo spavento.

[9] Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare a nessuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risuscitato dai morti.

[10] Ed essi tennero per sé la cosa, domandandosi però che cosa volesse dire risu­scitare dai morti.

[11] E lo interrogarono: «Perché gli scribi dicono che prima deve venire Elia?».

[12] Egli rispose loro: «Sì, prima viene Elia e ristabilisce ogni cosa; ma come sta scritto del Figlio dell’uomo? Che deve soffrire molto ed essere disprezzato.

[13] Orbene, io vi dico che Elia è già venuto, ma hanno fatto di lui quello che hanno voluto, come sta scritto di lui».

*

Questo racconto vuol semplicemente mostrare come Gesù venisse concepito dagli apostoli alla stregua di un novello Mosè, con in più delle capacità sovrumane, di cui però egli non si sarebbe potuto avvalere per li­berare Israele, in quanto il suo destino era quello di essere ucciso e di risor­gere, onde mostrare non solo a Israele ma a tutto il mondo ch’egli era figlio di dio.

Pietro, che propone le tre tende, mostra d’avere una concezione po­litica del messia che da questi viene contraddetta. Come si può notare, si tratta di un rovesciamento redazionale della realtà. Pietro non solo non riu­sciva a capire il lato democratico della concezione politica del Cristo (in quanto si aspettava un messia dittatore), ma, dopo la crocifissione, non riu­scirà neppure a capire il lato rivoluzionario di tale concezione, in quanto trasformerà il «suo messia» in un essere dalle capacità divine (o, meglio, «semi-divine», poiché dobbiamo lasciare a Paolo il tentativo della massima spiritualizzazione del Cristo).

Il giovane ricco (Mc 10)

[23] Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto difficil­mente coloro che hanno ricchezze entreranno nel regno di Dio!».

[24] I discepoli rimasero stupefatti a queste sue parole; ma Gesù riprese: «Figlioli, com’è difficile entrare nel regno di Dio!

[25] È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio».

[26] Essi, ancora più sbigottiti, dicevano tra loro: «E chi mai si può salvare?».

[27] Ma Gesù, guardandoli, disse: «Impossibile presso gli uomini, ma non presso Dio! Perché tutto è possibile presso Dio».

[28] Pietro allora gli disse: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito».

[29] Gesù gli rispose: «In verità vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi a causa mia e a causa del vangelo,

[30] che non riceva già al presente cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e ma­dri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e nel futuro la vita eterna.

[31] E molti dei primi saranno ultimi e gli ultimi i primi».

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In questa pericope Pietro risponde a quanti avevano aderito al mo­vimento nazareno per poter avere un riscatto sociale (di emancipazione economica), oltre che politico (di liberazione nazionale).

Ed è costretto a fare soltanto delle promesse rivolte a un futuro im­precisato, poiché nel presente di reale vi sono soltanto le persecuzioni. Pie­tro in sostanza lascia capire che la rivoluzione non poté essere fatta anche perché non fu mai appoggiata dai ceti benestanti. Con ciò egli tradisce la sfiducia che aveva nei confronti della capacità rivoluzionaria dei ceti margi­nali.

Poi Marco farà dire a Gesù che anche i ricchi si salveranno, ma solo perché lo vorrà dio. In questa pericope in sostanza vi è il passaggio dalla liberazione politica alla salvezza religiosa. Pietro vuol far vedere che aveva creduto nella prima, ma che poi le circostanze lo indussero a credere nella seconda.

Il fico seccato (Mc 11)

[20] La mattina seguente, passando, videro il fico seccato fin dalle radici.

[21] Allora Pietro, ricordatosi, gli disse: «Maestro, guarda: il fico che hai maledetto si è seccato».

[22] Gesù allora disse loro: «Abbiate fede in Dio!

[23] In verità vi dico: chi dicesse a questo monte: Lèvati e gettati nel mare, senza dubitare in cuor suo ma credendo che quanto dice avverrà, ciò gli sarà accordato.

[24] Per questo vi dico: tutto quello che domandate nella preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto e vi sarà accordato.

[25] Quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate, perché anche il Padre vostro che è nei cieli perdoni a voi i vostri peccati».

*

Il fico seccato è un simbolo della fine d’Israele, che qui viene anti­cipata subito dopo la purificazione del Tempio. Marco, e con lui Pietro, dà per scontato il rifiuto da parte dei giudei di considerare Gesù il liberatore nazionale. Il che, sul piano storico-politico, rende del tutto inspiegabile la decisione di andare proprio a Gerusalemme per far scoppiare l’insurrezione armata.

Ma la stranezza è nello stesso atteggiamento del Cristo, che fa sec­care una pianta che non aveva potuto sfamarlo solo perché non era quella la stagione per fare frutti. Come si può facilmente notare, il brano è stato com­pletamente inventato: solo che qui Pietro vuole entrare in scena lo stesso, mostrando tutto il suo disprezzo per i giudei. E fa fare al Cristo una parte assurda: quella di condannare il proprio popolo per non aver capito ch’egli, avendo capacità divine (p. es., nella fattispecie, seccando all’istante un fi­co), doveva per forza essere il messia atteso.

Ma c’è di peggio. Il Cristo che condanna il proprio popolo per averlo ucciso, lo ricondanna a non avere più alcuna aspettativa politica nei confronti di altri liberatori nazionali, in quanto, d’ora in poi, chiunque vo­glia qualcosa per la propria realizzazione personale non deve fare altro che chiederla nella preghiera.

In questo modo Pietro giustifica la propria trasformazione del Gesù storico nel Cristo della fede.

Le mura del Tempio (Mc 13)

[1] Mentre usciva dal tempio, un discepolo gli disse: «Maestro, guarda che pietre e che costruzioni!».

[2] Gesù gli rispose: «Vedi queste grandi costruzioni? Non rimarrà qui pietra su pie­tra, che non sia distrutta».

[3] Mentre era seduto sul monte degli Ulivi, di fronte al tempio, Pietro, Giacomo, Giovanni e Andrea lo interrogavano in disparte:

[4] «Dicci, quando accadrà questo, e quale sarà il segno che tutte queste cose staran­no per compiersi?».

*

Qui la cosa strana è che quando si parla di «parusia» il nome di Andrea è associato a quello di Giovanni. È l’ultima volta che nel vangelo di Marco compare il suo nome, che, come noto, non poteva essere quello ori­ginario. Secondo la tradizione pare che Andrea, dopo la fine del movimento nazareno, avesse ripreso a battezzare nella Scizia minore (Ucraina meridio­nale col basso Danubio e la Bulgaria), che avesse compiuto viaggi missio­nari lungo il Mar Nero e sul Volga, e che fosse morto martire a Patrasso, in Grecia, nel 60, appeso a gambe divaricate ad una croce a forma di X, la co­siddetta «croce di Sant’Andrea». Costantinopoli, la rivale di Roma per tutto il Medioevo, lo riconoscerà come proprio patrono. Da tempo viene ricono­sciuto come patrono anche da Scozia, Russia, Prussia, Romania, Grecia, Amalfi e Luqa (Malta), risultando di gran lunga più popolare di Pietro.

Il rinnegamento di Pietro (Mc 14)

[28] Ma, dopo la mia risurrezione, vi precederò in Galilea».

[29] Allora Pietro gli disse: «Anche se tutti saranno scandalizzati, io non lo sarò».

[30] Gesù gli disse: «In verità ti dico: proprio tu oggi, in questa stessa notte, prima che il gallo canti due volte, mi rinnegherai tre volte».

[31] Ma egli, con grande insistenza, diceva: «Se anche dovessi morire con te, non ti rinnegherò». Lo stesso dicevano anche tutti gli altri.

[53] Allora condussero Gesù dal sommo sacerdote, e là si riunirono tutti i capi dei sacerdoti, gli anziani e gli scribi.

[54] Pietro lo aveva seguito da lontano, fin dentro il cortile del sommo sacerdote; e se ne stava seduto tra i servi, scaldandosi al fuoco.

[66] Mentre Pietro era giù nel cortile, venne una serva del sommo sacerdote

[67] e, vedendo Pietro che stava a scaldarsi, lo fissò e gli disse: «Anche tu eri con il Nazareno, con Gesù».

[68] Ma egli negò: «Non so e non capisco quello che vuoi dire». Uscì quindi fuori del cortile e il gallo cantò.

[69] E la serva, vedendolo, ricominciò a dire ai presenti: «Costui è di quelli».

[70] Ma egli negò di nuovo. Dopo un poco i presenti dissero di nuovo a Pietro: «Tu sei certo di quelli, perché sei Galileo».

[71] Ma egli cominciò a imprecare e a giurare: «Non conosco quell’uomo che voi dite».

[72] Per la seconda volta un gallo cantò. Allora Pietro si ricordò di quella parola che Gesù gli aveva detto: «Prima che il gallo canti due volte, mi rinnegherai per tre vol­te». E scoppiò in pianto.

*

È singolare che nel «proprio vangelo» Pietro abbia voluto ricorda­re un episodio così spiacevole per lui. Non è però per questo che lo diamo per assodato, ma semplicemente perché ne parla anche il vangelo di Gio­vanni. Evidentemente a quel tempo doveva essere di dominio pubblico che Pietro «lo spaccone», di fronte all’eventualità di un proprio arresto, avesse preferito rinnegare il suo leader.

Tuttavia mentre nel IV vangelo è solo Giovanni che s’accorge di questa defaillance dell’amico e compagno di lotta (come noto i vv. 13,36 ss., quelli in cui si parla di previsione del rinnegamento, vanno considerati spuri), qui invece Pietro sfrutta quell’episodio per fare l’ennesima apologia della propria concezione fatalistica della politica. Nel senso che qui egli vuol far capire d’aver negato di conoscere Gesù esattamente come lui aveva previsto, sicché andava considerata giusta la tesi della divinità del Cristo.

Il pianto di pentimento di Pietro è in relazione non tanto o non an­zitutto al fatto d’averlo tradito, quanto piuttosto al fatto di non aver compre­so sino in fondo il senso effettivo della morte espiatrice del «figlio di dio». È un pianto che può essere utilizzato per rinnegare Cristo anche dopo mor­to.

Infatti qui Pietro sembra opporsi al fatto che Gesù preannunci che dopo la sua resurrezione li avrebbe aspettati in Galilea. Il procedimento re­dazionale può apparire contorto, ma alla fine la logica è molto semplice: Pietro nel vangelo ha bisogno di apparire come militante politico, di contro alle intenzioni religiose del suo messia, per poter dimostrare al movimento nazareno, quando il Cristo sarà morto, che la decisione di optare per la scel­ta religiosa (con le tesi della «morte necessaria», della «resurrezione» e del­la «parusia imminente») era stata dettata proprio da un’errata interpretazio­ne della volontà del Cristo, la quale era apparsa in tutta la sua chiarezza sol­tanto al momento della scoperta della tomba vuota.

D’altra parte Pietro aveva anche una propria dignità personale, e se qui ha deciso di accettare di apparire come l’unico pavido dei Dodici, a suo favore risultavano due fatti: il primo era che anche gli altri apostoli diceva­no che non l’avrebbero mai rinnegato (Mc 14,31), il secondo ch’egli era sta­to l’unico a seguire da lontano la banda che aveva catturato Gesù (Mc 14,54).

Peccato però che anche in questo caso egli menta, poiché in realtà a seguire Gesù erano stati in due: lui e Giovanni e che solo grazie a que­st’ultimo egli poté entrare nel cortile del sommo sacerdote Anania.

Il motivo per cui Pietro sia stato costretto a non far apparire Gio­vanni in questa circostanza è spiegato dalla differente versione che entram­bi danno del processo davanti al sommo sacerdote: in quella di Marco Gesù viene condannato perché si dichiara «figlio di dio», cioè per motivi religio­si non politici, o comunque per motivi di «politica religiosa» non di «politi­ca rivoluzionaria». Il Sinedrio – secondo Marco – consegnerà Gesù a Pilato soltanto per «invidia» (15,10). Non dimentichiamo che questo vangelo at­tribuirà proprio al centurione romano, ai piedi della croce, la prima affer­mazione consapevole della divinità del Cristo (15,39). È il più grande favo­re che Pietro potesse fare ai carnefici del Cristo, anche perché in questa ma­niera tutte le responsabilità di quella esecuzione ricadevano sui giudei.

Giovanni fa chiaramente capire, nel suo racconto, che Pietro negò di conoscere Gesù, in quanto dava per scontato che, se si fosse tradito, Gio­vanni non avrebbe potuto aiutarlo. Tuttavia in quel momento critico uno avrebbe anche potuto avere buoni motivi per non lasciarsi banalmente cat­turare. Non c’era bisogno di scomodare la «profezia divina» del Cristo sul suo triplice rinnegamento, per giustificare una prudenza o, se si preferisce, una pochezza in fondo così umana.

Sul Getsemani (Mc 14)

[32] Giunsero intanto a un podere chiamato Getsemani, ed egli disse ai suoi disce­poli: «Sedetevi qui, mentre io prego».

[33] Prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e cominciò a sentire paura e angoscia.

[37] Tornato indietro, li trovò addormentati e disse a Pietro: «Simone, dormi? Non sei riuscito a vegliare un’ora sola?

[38] Vegliate e pregate per non entrare in tentazione; lo spirito è pronto, ma la carne è debole».

[39] Allontanatosi di nuovo, pregava dicendo le medesime parole.

[40] Ritornato li trovò addormentati, perché i loro occhi si erano appesantiti, e non sapevano che cosa rispondergli.

[41] Venne la terza volta e disse loro: «Dormite ormai e riposatevi! Basta, è venuta l’ora: ecco, il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani dei peccatori.

[42] Alzatevi, andiamo! Ecco, colui che mi tradisce è vicino».

*

Perché Marco scrive, a differenza di Giovanni, che sul Getsemani tutti gli apostoli, anche quelli più vicini a Gesù, dormivano profondamente?

Anche qui il motivo è molto semplice: se è vera la tesi della «mor­te necessaria», nessuno avrebbe potuto impedirne la realizzazione se non Gesù stesso, che era dio. Dunque avendola accettata, la versione petrina della tomba vuota diventava quella giusta.

Pietro può dormire sonni tranquilli proprio perché il suo Cristo è un martire volontario della fede, è un uomo-dio che pensa di affermare la verità del proprio vangelo accettando consapevolmente di morire in croce. Se fossero stati svegli per difenderlo avrebbero rischiato di contrastare un piano divino molto più grande di loro. Infatti qui Gesù li rimprovera soltan­to di non avere sufficiente fede nel destino che sta per compiersi. Se fossero stati svegli con lui avrebbero capito la sua necessità di morire e avrebbero evitato di tirare fuori la spada per difenderlo (come appunto farà Pietro, il cui nome qui Marco evita di pronunciare, per non farlo apparire come un violento che andava in giro armato o come un estremista zelota al seguito di Gesù).

La resurrezione (Mc 16)

[7] Ora andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro che egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto».

[8] Ed esse, uscite, fuggirono via dal sepolcro perché erano piene di timore e di spa­vento. E non dissero niente a nessuno, perché avevano paura.

*

La resurrezione è la conclusione illusoria del vangelo di Marco, ove si conferma che la Galilea veniva contrapposta da Pietro alla Giudea. La conclusione si dipana secondo un ragionamento molto semplice ed effi­cace: le Scritture dovevano essere interpretate in maniera mistificata, facen­do risaltare l’idea di «morte necessaria»; la sindone non aveva alcun valore per la tesi della resurrezione; questa tesi non fu elaborata dalle donne che di fronte al sepolcro vuoto fuggirono terrorizzate, ma da Pietro, che capì che quel sepolcro vuoto era l’inizio di una svolta verso il misticismo. Dopo la croce, né Gesù né gli apostoli avrebbero avuto più nulla da compiere di po­litico in Giudea, per cui potevano tranquillamente tornarsene in Galilea, dove avrebbero potuto iniziare una nuova storia caratterizzata, questa volta, da elementi unicamente religiosi.

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Autore: laicusblog

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