La morte come riscatto (Gv 12,20-50)

[20] Tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa [delle Palme], c’erano an­che alcuni Greci.

[21] Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsaida di Galilea, e gli chiesero: «Signore, vogliamo vedere Gesù».

[22] Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù.

[23] Gesù rispose: «È giunta l’ora che sia glorificato il Figlio dell’uomo.

[24] In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, ri­mane solo; se invece muore, produce molto frutto.

[25] Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo la conserve­rà per la vita eterna.

[26] Se uno mi vuol servire mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servo. Se uno mi serve, il Padre lo onorerà.

[27] Ora l’anima mia è turbata; e che devo dire? Padre, salvami da quest’ora? Ma per questo sono giunto a quest’ora!

[28] Padre, glorifica il tuo nome». Venne allora una voce dal cielo: «L’ho glorificato e di nuovo lo glorificherò!».

[29] La folla che era presente e aveva udito diceva che era stato un tuono. Altri di­cevano: «Un angelo gli ha parlato».

[30] Rispose Gesù: «Questa voce non è venuta per me, ma per voi.

[31] Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori.

[32] Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me».

[33] Questo diceva per indicare di qual morte doveva morire.

[34] Allora la folla gli rispose: «Noi abbiamo appreso dalla Legge che il Cristo ri­mane in eterno; come dunque tu dici che il Figlio dell’uomo deve essere elevato? Chi è questo Figlio dell’uomo?».

[35] Gesù allora disse loro: «Ancora per poco tempo la luce è con voi. Camminate mentre avete la luce, perché non vi sorprendano le tenebre; chi cammina nelle tene­bre non sa dove va.

[36] Mentre avete la luce credete nella luce, per diventare figli della luce».

Gesù disse queste cose, poi se ne andò e si nascose da loro.

[37] Sebbene avesse compiuto tanti segni davanti a loro, non credevano in lui;

[38] perché si adempisse la parola detta dal profeta Isaia:

Signore, chi ha creduto alla nostra parola?

E il braccio del Signore a chi è stato rivelato?

[39] E non potevano credere, per il fatto che Isaia aveva detto ancora:

[40] Ha reso ciechi i loro occhi

e ha indurito il loro cuore,

perché non vedano con gli occhi

e non comprendano con il cuore, e si convertano

e io li guarisca!

[41] Questo disse Isaia quando vide la sua gloria e parlò di lui.

[42] Tuttavia, anche tra i capi, molti credettero in lui, ma non lo riconoscevano apertamente a causa dei farisei, per non essere espulsi dalla sinagoga;

[43] amavano infatti la gloria degli uomini più della gloria di Dio.

[44] Gesù allora gridò a gran voce: «Chi crede in me, non crede in me, ma in colui che mi ha mandato;

[45] chi vede me, vede colui che mi ha mandato.

[46] Io come luce sono venuto nel mondo, perché chiunque crede in me non riman­ga nelle tenebre.

[47] Se qualcuno ascolta le mie parole e non le osserva, io non lo condanno; perché non sono venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo.

[48] Chi mi respinge e non accoglie le mie parole, ha chi lo condanna: la parola che ho annunziato lo condannerà nell’ultimo giorno.

[49] Perché io non ho parlato da me, ma il Padre che mi ha mandato, egli stesso mi ha ordinato che cosa devo dire e annunziare.

[50] E io so che il suo comandamento è vita eterna. Le cose dunque che io dico, le dico come il Padre le ha dette a me».

*

Non può essere un peccato desiderare di morire. Si desidera vive­re, ma solo finché ci sono le condizioni per farlo. Quando la sofferenza è troppo grande, si preferisce andarsene.

È il dolore che toglie la speranza. Ma forse, più che il dolore, che comunque oltre un certo limite non può essere sopportato, è la solitudine, la sensazione di non poter contare sull’aiuto di qualcuno nel momento della sofferenza più terribile. È la mancanza di sicurezza, di protezione, di assi­stenza che porta ad abbandonarsi, a preferire la soluzione estrema. Non riu­sciamo in queste condizioni di isolamento a sopportare una sofferenza trop­po prolungata, neanche nel caso in cui non sia molto forte.

Una sofferenza molto forte può essere sopportata meglio se abbia­mo la percezione che sarà breve. Anzi, se la percezione è una convinzione relativamente sicura, accettiamo la sofferenza, anche quella più acuta, come una prova da superare: ci mettiamo in gioco quasi volentieri. Contiamo sul fatto che con l’aiuto di qualcuno, prima o poi la prova verrà superata.

Se non possiamo contare su qualcuno, la nostra capacità di resi­stenza si riduce di molto; anzi, quanto più si è soli, tanto più facilmente ci si arrende. Si è addirittura portati a ingigantire i problemi: si perde l’obiettività delle cose. Si comincia a fantasticare in negativo. Questo perché noi non siamo fatti per vivere soli, siamo animali sociali, abbiamo bisogno di com­pagnia, di fare qualcosa con qualcuno. Abbiamo bisogno di fidarci di qual­cuno e che qualcuno si fidi di noi, per farci sentire importanti, o almeno uti­li.

Noi non siamo come gli animali, abbiamo bisogno di motivazioni per vivere. Non riusciamo a vivere basandoci semplicemente sull’istinto, anche perché è proprio il nostro istinto di sopravvivenza che ci spinge a cercare qualcosa di emotivo o, se si preferisce, di spirituale. Dentro di noi alberga una fiamma che ha bisogno di energia per ardere e questa energia da soli non possiamo darcela. Sono gli altri la nostra energia. A volte lo sono così tanto che quasi ci convinciamo che ciò che noi in vita abbiamo fatto, non andrà perduto. Ci piace sognare che qualcuno proseguirà i nostri progetti esattamente come noi li abbiamo pensati e sviluppati. Ci illudiamo che, anche se siamo stati traditi in vita, non lo saremo dopo morti.

*

Questa premessa poetica è in relazione alla tristezza infinita nelle pa­role che a Gesù vengono fatte pronunciare nel capitolo 12 del vangelo di Giovanni. Proprio nel momento del trionfale ingresso a Gerusalemme, in­terpretato dalla popolazione come l’inizio della rivolta armata contro Roma, i manipolatori del vangelo di Giovanni fanno dire a Gesù che l’ora della sua morte era vicina. Mistificano cioè con l’idea di «morte necessaria» la rivo­luzione tradita, il fallimento dell’insurrezione nazionale.

Ora, che cosa ci si può domandare di fronte a tale mistificazione? Non tanto se questo atteggiamento autodistruttivo di Gesù abbia una qual­che parvenza di verità (poiché sappiamo che non ne ha), quanto piuttosto se l’atteggiamento dei redattori cristiani possa in qualche modo essere giustifi­cato, possa considerarsi umanamente accettabile.

Qui infatti non si è soltanto in presenza di una mancata autocritica da parte della comunità post-pasquale, ma anche di un rivolgimento inter­pretativo dei fatti. L’insurrezione avrebbe potuto essere compiuta anche dopo la crocifissione di Gesù: non era forse stato lui a insegnare che il mo­vimento nazareno andava gestito e guidato in maniera democratica? e che la rivolta armata non avrebbe dovuto avere come obiettivo il ripristino della monarchia davidica?

I suoi più stretti discepoli, in particolare Pietro (che, in questo, non è stato meno «traditore» di Giuda), invece di proseguire il mandato ricevu­to, avevano cominciato a sostenere che non ci sarebbe stata alcuna possibi­lità di vincere la dominazione romana senza la guida di un leader come Gesù, e che, siccome il suo corpo dalla tomba era sparito, era lecito pensare che sarebbe tornato, presto e in pompa magna. Non solo si tradì il suo mes­saggio, non solo si evitò di ammettere le proprie responsabilità, denuncian­do la propria pochezza rivoluzionaria, ma si prese a elaborare una ricostru­zione dei fatti del tutto fantasiosa.

Nel vangelo di Marco si sostiene che la morte del messia era stata voluta da dio e che dio l’aveva risorto e che lui li avrebbe preceduti in Gali­lea. Per fare cosa non viene detto, ovviamente, in quanto le idee politiche di Pietro non avevano portato a nulla. Probabilmente Pietro, per un certo pe­riodo di tempo, era rimasto in attesa di una parusia trionfale del Cristo redi­vivo (almeno così appare negli Atti), ritenendo che l’unica cosa da fare fos­se quella di limitarsi a predicare ai giudei l’idea di un «messia risorto». Era convinto, così facendo, che i galilei avrebbero potuto continuare a giocare, agli occhi dei giudei, un ruolo ancora significativo.

Ma i giudei non credettero affatto alle sue parole, anzi, al sentire parlare di «resurrezione», decisero di incarcerarlo. Stando agli Atti, Pietro se ne andò definitivamente da Gerusalemme dopo essere stato fatto evadere dal carcere. Il che non esclude ch’egli abbia rifiutato, in seguito, la possibi­lità di tornare nella città santa, proprio perché la sua idea di una parusia trionfale del Cristo non aveva avuto alcun seguito e molti nazareni avevano cominciato ad abbandonare il movimento.

Poi subentrerà Paolo, che parlerà non solo di «Cristo risorto», ma anche di «unigenito figlio di dio». Anche lui, in un primo momento, una volta divenuto cristiano, era convinto che Pietro avesse ragione quando par­lava di imminente parusia messianica, ma poi, vedendo che questa non si verificava, aveva deciso di procrastinarne il momento fatidico all’ultimo giorno della storia, facendola coincidere col giudizio universale. Tale inver­sione di rotta è molto evidente nelle sue lettere.

Le idee di Pietro e di Paolo divennero dominanti all’interno del movimento nazareno, che, quando ormai la sua definitiva spoliticizzazione era stata compiuta, assunse il nome di «cristiano». Ed è certo che quelle idee revisioniste furono osteggiate dalla corrente che faceva capo all’apo­stolo Giovanni, il quale scrisse un proprio vangelo per rimettere le cose a posto, dando una versione più obiettiva dei fatti, opposta a quella che aveva dato Pietro, attraverso il discepolo Marco, il cui vangelo aveva enormemen­te influenzato le versioni di Matteo e di Luca, nonché quelle di tanti altri vangeli che però non supereranno la prova della canonicità.

Ci vollero molti anni prima di poter togliere dalla circolazione l’o­riginario vangelo di Giovanni e di riproporlo alla cristianità in una forma completamente riveduta e corretta. Ci vollero anche dei redattori molto ca­paci, conoscitori della mentalità ebraica, filosofi e teologi di professione, in grado di mistificare le cose con grande acume intellettuale. In questo van­gelo infatti non si parla soltanto di «morte necessaria» ma anche di «morte gloriosa», cioè di realizzazione di sé proprio in virtù della croce.

Sembra una sfumatura di poco conto, ma non è così. Nei Sinottici Cristo avverte la morte come una decisione insondabile di dio, che lui ac­cetta per obbedienza, perché dio è suo padre, perché sa che in questa ma­niera gli uomini potranno «riconciliarsi» col loro creatore, perché, vedendo lui «risorgere», capiranno che dio non li ha abbandonati nell’incapacità as­soluta di compiere il bene a causa del peccato originale.

Dio-padre nei Sinottici ha voluto la morte del figlio per far capire agli uomini che nella loro incapacità di essere sono stati perdonati, che il peccato originale non li ha condannati a morte, alla disperazione, anche se la loro liberazione definitiva sarà possibile solo nell’aldilà. Il peccato origi­nale li ha resi strutturalmente incapaci di bene, ma ora sanno che di questa impotenza non devono disperarsi, poiché hanno ricevuto una caparra spiri­tuale per la salvezza futura, quella ultraterrena. Il sacrificio di Cristo ha of­ferto una grande consolazione morale.

Nel vangelo di Giovanni le cose sono più sottili, più complicate, proprio perché vi era l’esigenza di censurare qualcosa di più vero, di più profondo. Il Cristo non può limitarsi ad accettare la morte per dovere divi­no, per fare un piacere al padre, che ha avuto un lungo e travagliato rappor­to col popolo ebraico, ma deve essere convinto che un certo modo di sacri­ficare la propria vita è una grandissima beatitudine, un vero motivo di orgo­glio, che pochi possono capire, poiché qui la soddisfazione di sé rischia di apparire come una sublime follia, come una forma di disperazione masche­rata da una finta indifferenza.

Per il Cristo dei manipolatori di Giovanni è la morte che permette la glorificazione di sé, l’autoesaltazione. «Se il granello di frumento caduto in terra non muore, rimane solo; ma se muore, produce molto frutto» (v. 24). Più chiari di così i redattori non potevano essere.

Quello che parla è un Cristo disperato, che pensa di essere più utile morendo che vivendo. Infatti, se non muore resta solo, misconosciuto dai più; se invece muore di morte violenta, atroce, lui che era innocente, il mondo s’impressionerà e forse comincerà a credergli. Quello che non ha potuto fare in vita, lo farà da morto, attraverso un esempio di solenne accet­tazione del proprio destino.

«Chi ama la sua vita, la perde, e chi odia la sua vita in questo mon­do, la conserverà in vita eterna» (v. 25). Non si può essere contenti di sé, vivendo, poiché il mondo è dominato dall’egoismo e non permette ai più al­cuna felicità; quindi l’unica alternativa è quella cercare di uscire da questo mondo e di farlo il più presto possibile, nella maniera più giusta, che è quel­la di far ricadere sui poteri dominanti l’origine della propria frustrazione, della propria incapacità di vivere.

Il cristiano non si suicida, ma mette il potere in condizione di eli­minarlo, facendolo diventare un martire, un testimone della verità, che è condizione privilegiata di chi vuol dimostrare la fondatezza delle proprie convinzioni. Un Cristo così non può avere seguaci, se non altri martiri come lui. Il sacrificio di sé è la testimonianza più radicale della fermezza con cui si crede nelle proprie idee. Il martirio cercato a tutti i costi sublima l’incapacità di compiere una rivoluzione dei rapporti esistenti.

Nell’insignificanza di una vita umanamente e politicamente scon­fitta, il momento magico della morte, violentemente subita, riscatta di colpo ogni cosa: ci fa apparire del tutto diversi. Il Cristo di questi falsificatori del­la verità non si angoscia del destino che l’attende, anzi, se ne vanta, se ne gloria, perché è finalmente riuscito nel suo intento: mettere il nemico (qui il giudeo, in quanto la contrapposizione vuol porsi solo sul terreno religioso o di politica religiosa) nelle condizioni di eliminarlo, senza che lui abbia mai violato le leggi della democrazia.

«Ora l’animo mio è turbato; e che dirò? Padre, salvami da quest’o­ra?» (v. 27) – com’era appunto avvenuto nei Sinottici, dove vediamo un Cri­sto tremare, pregare, sudare sangue? No, qui è proprio il contrario: «è per questo che sono venuto incontro a quest’ora. Padre glorifica il tuo nome» (ib.). Il che, in altre parole, è come se avesse detto: «Mi sono incarnato, sono venuto tra gli uomini per insegnare loro che il momento più bello del­la vita è morire martiri, dare consapevolmente, liberamente la propria vita per un fine superiore, per un ideale che si chiama dio-padre».

La rivoluzione non si compie con le armi, ma trasformando in vit­toria ciò che agli occhi del mondo sembra una sconfitta. «Ora avviene il giudizio di questo mondo [incapace di riconoscere chi l’ha creato]; ora sarà cacciato fuori il principe di questo mondo» (v. 31).

Il mondo non appartiene agli esseri umani, ma al demone che ha introdotto il peccato (la nascita dello schiavismo) con l’inganno. Questo de­mone viene sconfitto dando agli uomini la consapevolezza, attraverso la re­surrezione, che con la morte non è finito tutto e che se loro non hanno più la possibilità d’essere felici su questa terra, lo saranno certamente in un’altra dimensione, ove il demone non potrà far nulla.

A chi gli obietta che questa vittoria spirituale è in fondo una magra consolazione, poiché intanto sulla terra continua a trionfare il male, Gesù fa capire che non gli interessa il consenso di chi non crede. A chi non com­prende il valore purificatorio, catartico della morte, il destino serberà di vi­vere nelle tenebre.

*

Ormai individuare la mistificazione, nei vangeli, è diventato relati­vamente facile. Il vero problema sta nel cercare di scoprire quale possibile discorso è stato censurato o manomesso. Qui p. es. c’è un versetto che ha tutta l’aria d’essere originale: il 42 («ciononostante, molti, anche tra i capi, credettero in lui; ma a causa dei farisei non lo confessavano, per non essere espulsi dalla sinagoga»).

Un versetto del tutto contraddittorio con la reazione che secondo i redattori la folla ebbe al sentire parlare di autoimmolazione da parte di Gesù. Dunque per quale motivo i redattori l’avrebbero lasciato? Sembrereb­be non avere alcun senso far vedere che tutta la folla non credeva in Gesù, quando alcuni capi politici sarebbero stati disposti a farlo, anche se temeva­no il giudizio dei farisei. Di regola era il contrario: i capi non credevano mai, salvo eccezioni, mentre tra la folla era relativamente facile trovare ampi consensi.

Probabilmente i redattori hanno lasciato questo versetto perché in esso vengono messi in cattiva luce i capi giudei. Ma è da presumere che Giovanni in realtà volesse dire che mentre il discorso del Cristo trovò le folle giudaiche alquanto favorevoli, riscontrò invece una certa ostilità da parte delle autorità, ovviamente non solo da parte di quelle che gestivano il Tempio, poiché ciò sarebbe stato scontato, quanto piuttosto da parte di quelle che svolgevano apparentemente un ruolo progressista (p. es. i farisei), a motivo delle persecuzioni subite nei decenni precedenti. Giovan­ni dunque voleva dire che, nonostante un forte consenso popolare, i capi giudei gli erano, nella loro maggioranza, ancora ostili.

La risposta che Gesù rivolge a quest’ultimi appare, nel capitolo, di tipo eminentemente religioso, quindi è da presumere ch’egli abbia lanciato un appello di tipo politico, il cui significato doveva in qualche modo essere favorevole all’insurrezione armata e non alla resa di fronte al nemico.

Se il Cristo avesse fatto un discorso di resa, facendo leva sulla po­polarità acquisita, i giudei avrebbero avuto dei buoni motivi per toglierselo di torno. Paradossalmente le autorità a lui favorevoli sarebbero state i colla­borazionisti, mentre i farisei, al contrario, sarebbero apparsi come i rivolu­zionari. Che senso avrebbe una lettura del genere? Nessun leader politico si sarebbe rivolto alle masse per invitarle ad affrontare la loro crisi nazionale e istituzionale dedicandosi esclusivamente alla fede in dio e al rispetto delle leggi.

L’ultimo discorso di Gesù, in questo capitolo, ha completamente sostituito un discorso andato perduto. Invitare i giudei a rinnovare la pro­pria religiosità, passando dalla fede in Jahvè alla fede nel figlio unigenito di Jahvè, è stata una scelta redazionale che difficilmente potrebbe trovare plausibili giustificazioni. Qui non vi è una sola parola che possa accampare un qualche riscontro storico.

Misticismo e antisemitismo nel discorso sulla «luce del mondo»

Nel IV vangelo l’antisemitismo è tanto più forte quanto più viene usato come mezzo per mascherare i veri motivi che porteranno il tentativo insurrezionale del Cristo a finire tragicamente. Basta leggersi i vv. 35-50 del cap. 12 per convincersene, quelli dedicati al tema della «luce del mondo».

Sono passi di natura mistica che, anche per questa ragione, si prestano più facilmente ad essere svolti in chiave antisemitica. Essi sono serviti per sostituire, mistificandolo, il discorso politico che inevitabilmente il Cristo dovette pronunciare subito dopo l’ingresso trionfale a Gerusalemme. È difficile dire cosa di quel discorso originario sia rimasto in questi versetti: è però facile individuare gli elementi mistici e antisemitici. Presumibilmente invece sono veri i passi in cui vien detto che non vi era sufficiente consenso (almeno per quanto riguarda le autorità giudaiche) per compiere l’insurrezione, per cui il Cristo fu costretto a nascondersi nel Getse­mani: infatti subito dopo vi è il racconto dell’ultima cena, cioè dell’ultima chance che il Cristo si diede per compiere la rivoluzione, ove l’apostolo Giuda avrebbe dovuto giocare un ruolo decisivo, in senso positivo, e che invece lo giocò in senso negativo.

Ora però si faccia attenzione a come viene adulterato il discorso politico di Gesù (che è poi, in realtà, la seconda parte del discorso, in quanto la prima è compresa nei vv. 23-34).

Quando inizia a parlare della «luce», cioè di se stesso e di chi, in quel momento così decisivo, avreb­be potuto diventare suo discepolo, sta in sostanza invitando la popolazione a non sprecare un’occasione favorevole a un’insurrezione armata contro la guarnigione acquartierata nella fortezza Antonia, che sovrastava il Tempio, tenendolo sotto controllo. Tutti sapevano che durante la festività pasquale affluiva nella capitale tantissima gente, per cui sarebbe stato relativamente facile aver ragione degli occupanti romani (i soldati della X Legione Fretense), che nella fortezza non potevano superare le mille unità.1 Semmai il problema sarebbe venuto dopo: come affrontare l’inevitabile ritorsione dell’imperatore, che avrebbe inviato le sue legioni.

L’insurrezione non poteva certo rimanere circoscritta entro le mura della Città Santa. Peraltro, persino alcuni esponenti del mondo pagano («Greci») avevano chiesto di parlare con lui, a testimonianza della sua crescente popolarità.

I vv. 35-36 sembrano non avere nulla di mistico, anche se il riferimento all’ideologia qumranica appare evidente. Gesù non fa altro che prospettare uno scontro, che in quel momento sembra essere decisivo, tra «luce» e «tenebre». Poi però vien detto che «si nascose da loro». Cioè i riferimenti alla luce sembrano essere conclusivi di quanto egli ha già detto nella prima parte del discorso. Si può quindi presumere che quel che viene dopo, dal v. 37 al v. 50, sia tutto inventato.

Invece non è così. Anche se in questi ultimi versetti il misticismo è notevolmente aumentato, e vengono persino introdotti elementi di antisemitismo, possono risultare sufficientemente attendibili alcune parti. P.es. il v. 42 non presenta aspetti inverosimili, anche se restano sicuramente controversi. In esso infatti viene detto che «molti, anche tra i capi, credettero in lui; ma, a causa dei farisei, non lo confessavano apertamente, per non essere espulsi dalla sinagoga». Che significato hanno queste parole? Alcuni capi, membri del Sinedrio, avevano più paura dei farisei che non dei sadducei e dei sommi sacerdoti? Avevano paura del partito meno collaborazionista tra quelli tradizionalisti? I politici (parlamentari) progressisti temevano il giudizio del partito farisaico, composto da attivisti sociali e culturali che lottavano a favore dell’identità ebraica in funzione anti-romana? Temevano di perdere consenso e quindi voti?

È strano questo modo di presentare i farisei come un blocco unico, monolitico, decisamente avverso a Gesù, quando proprio dai vangeli e anche dagli Atti degli apostoli sappiamo che alcuni esponenti di questo partito gli erano in qualche modo favorevoli: basta leggersi il dialogo con Nicodemo per capirlo, ma anche fare riferimento alla figura di Gamaliele negli Atti. Addirittura nel vangelo di Luca son proprio i farisei ad avvisare Gesù che Erode lo voleva uccidere. Lo stesso Paolo di Tarso, se avesse potuto vedere in azione il Cristo politico, sarebbe stato un suo fidato e zelante seguace, tant’è che quando cominciò a perseguitare i cristiani, li odiava proprio perché, parlando di un «messia morto e risorto», distoglievano la popolazione dall’obiettivo dell’insurrezione armata.

È quindi da presumere che, nonostante il v. 42 presenti aspetti verosimili, questa stretta identificazione dei farisei col nemico più irriducibile dei cristiani, superiore addirittura, per pericolosità, agli stessi sadducei e sommi sacerdoti, faccia parte di quell’antisemitismo riscontrabile in altri versetti. Ci si riferisce a quelli compresi dal n. 37 al n. 43. Se questi versetti venissero tolti, risulterebbe che il motivo per cui, in quel frangente, molti giudei non seguirono Gesù resta piuttosto sfumato o poco definito, anche se, tutto sommato, abbastanza comprensibile, in considerazione del fatto che compiere un’insurrezione antiromana comportava rischi e pericoli non trascurabili. D’altra parte non si può neppure credere che il Cristo, nel momento in cui aveva decisivo di entrare pubblicamente nella capitale come una sorta di «liberatore», non avesse fatto un calcolo delle probabilità a lui favorevole. Tale ingresso era stato preparato accuratamente dagli stessi giudei presenti in occasione del decesso di Lazzaro, in mezzo ai quali non poteva certo mancare una parte del partito farisaico.

Stando invece agli autori di questa pericope, i versetti 37-43 devono indurre il lettore a credere in una prospettiva ermeneutica completamente diversa. Indirettamente essi lasciano capire che l’insurrezione non poté essere fatta perché i giudei, qua talis, erano considerati inaffidabili. Ovviamente il testo, avendo un’ideologia di tipo religioso, deve dirlo in maniera mistica, da usarsi per avvalorare l’antisemitismo, che infatti inizia subito, sin dal v. 37: «Sebbene avesse fatto tanti miracoli in loro presenza, non credevano in lui». Come se il fatto di compiere miracoli fosse un’attestazione sicura della credibilità etica e politica del soggetto che li compie! Al punto da ritenerlo idoneo a compiere l’insurrezione! Come se, al cospetto di significativi miracoli, il popolo ebraico fosse destinato (da dio) a non credere in Gesù! Come se il popolo ebraico avesse bisogno di «miracoli» per credere in qualche ideale politico o valore etico! Come se il Cristo avesse mai compiuto dei «miracoli»! Come se, pur accettando, in via del tutto ipotetica, che effettivamente abbia compiuto qualcosa di straordinario, egli se ne sia servito per dimostrare la propria divinità!

Per quale motivo il redattore ha introdotto, in maniera così maldestra, un’argomentazione così speciosa e assai poco sostenibile? La risposta è molto semplice: dio aveva impedito agli ebrei di «credere», cioè di «vedere» in maniera chiara e distinta. Ma come! Dapprima il Cristo vagheggia che chi lo seguirà, potrà diventare «figlio della luce», e poi il redattore dà per scontato, avvalendosi anche di una citazione del profeta Isaia, che non potevano assolutamente diventarlo, poiché dio li voleva punire con la pena della cecità, rendendoli duri di cuore, interiormente non disponibili a credere nelle parole del Cristo. Il popolo ebraico (e quello giudaico in particolare) era destinato a «non vedere» ciò che «guardava», e quindi a restare nelle «tenebre».

La motivazione di ciò la conosciamo da tempo, in quanto tutto il Nuovo Testamento ne è intriso: dio voleva fare in modo che il messaggio religioso del Cristo si universalizzasse il più possibile, mettendo tutti i popoli della Terra su uno stesso piano, cioè facendo perdere a quello di Israele il primato storico che aveva, dovuto al patto veterotestamentario.

Una tale ricostruzione dei fatti è – come ben si può vedere – non solo mistica ma anche antisemitica.

Nota

1 L’insieme delle truppe romane della Giudea era costituito, probabilmente, da cinque «coorti» e da un’«ala», raggiungendo complessivamente la forza di poco più di tremila uomini: una coorte era di stanza permanente a Gerusalemme. Le truppe erano composte anche di soldati ausiliari reclutati di solito fra Samaritani, Siri e Greci, godendo i Giudei dell’antico privilegio di esenzione dal servizio militare.

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Autore: laicusblog

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