La nascita del monachesimo cristiano nei «Discorsi di addio» del IV vangelo

cap. 14

[1] «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. [2] Nella casa del Padre mio vi sono molti posti. Se no, ve l’avrei detto. Io vado a prepararvi un posto; [3] quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io. [4] E del luogo dove io vado, voi conoscete la via».

[5] Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai e come possiamo cono­scere la via?». [6] Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. [7] Se conoscete me, conoscerete anche il Padre: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto». [8] Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». [9] Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre. Come puoi dire: Mostraci il Padre? [10] Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me; ma il Padre che è con me compie le sue opere. [11] Cre­detemi: io sono nel Padre e il Padre è in me; se non altro, credetelo per le opere stes­se.

[12] In verità, in verità vi dico: anche chi crede in me, compirà le opere che io com­pio e ne farà di più grandi, perché io vado al Padre. [13] Qualunque cosa chiederete nel nome mio, la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio. [14] Se mi chiedere­te qualche cosa nel mio nome, io la farò.

[15] Se mi amate, osserverete i miei comandamenti. [16] Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre, [17] lo spirito di verità che il mondo non può ricevere, perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete, perché egli dimora presso di voi e sarà in voi. [18] Non vi lascerò orfani, ritornerò da voi. [19] Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. [20] In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre e voi in me e io in voi. [21] Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi mi ama. Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi mani­festerò a lui».

[22] Gli disse Giuda, non l’Iscariota: «Signore, come è accaduto che devi manife­starti a noi e non al mondo?». [23] Gli rispose Gesù: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. [24] Chi non mi ama non osserva le mie parole; la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato.

[25] Queste cose vi ho detto quando ero ancora tra voi. [26] Ma il Consolatore, lo spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli v’insegnerà ogni cosa e vi ri­corderà tutto ciò che io vi ho detto. [27] Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia ti­more. [28] Avete udito che vi ho detto: Vado e tornerò a voi; se mi amaste, vi ralle­grereste che io vado dal Padre, perché il Padre è più grande di me. [29] Ve l’ho detto adesso, prima che avvenga, perché quando avverrà, voi crediate. [30] Non parlerò più a lungo con voi, perché viene il principe del mondo; egli non ha nessun potere su di me, [31] ma bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre e faccio quello che il Padre mi ha comandato. Alzatevi, andiamo via di qui».

cap. 15

[1] «Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo. [2] Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo toglie e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. [3] Voi siete già mondi, per la parola che vi ho annunziato. [4] Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me. [5] Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. [6] Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca, e poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano. [7] Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiede­te quel che volete e vi sarà dato. [8] In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli. [9] Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. [10] Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e ri­mango nel suo amore. [11] Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vo­stra gioia sia piena.

[12] Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati. [13] Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri ami­ci. [14] Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando. [15] Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati ami­ci, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi. [16] Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. [17] Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri.

[18] Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. [19] Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia. [20] Ricordatevi della parola che vi ho detto: Un servo non è più grande del suo padrone. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno an­che la vostra. [21] Ma tutto questo vi faranno a causa del mio nome, perché non co­noscono colui che mi ha mandato. [22] Se non fossi venuto e non avessi parlato loro, non avrebbero alcun peccato; ma ora non hanno scusa per il loro peccato. [23] Chi odia me, odia anche il Padre mio. [24] Se non avessi fatto in mezzo a loro opere che nessun altro mai ha fatto, non avrebbero alcun peccato; ora invece hanno visto e hanno odiato me e il Padre mio. [25] Questo perché si adempisse la parola scritta nella loro Legge: Mi hanno odiato senza ragione.

[26] Quando verrà il Consolatore che io vi manderò dal Padre, lo spirito di verità che procede dal Padre, egli mi renderà testimonianza; [27] e anche voi mi renderete testimonianza, perché siete stati con me fin dal principio.

cap. 16

[1] Vi ho detto queste cose perché non abbiate a scandalizzarvi. [2] Vi scacceranno dalle sinagoghe; anzi, verrà l’ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio. [3] E faranno ciò, perché non hanno conosciuto né il Padre né me. [4] Ma io vi ho detto queste cose perché, quando giungerà la loro ora, ricordiate che ve ne ho parlato.

Non ve le ho dette dal principio, perché ero con voi.

[5] Ora però vado da colui che mi ha mandato e nessuno di voi mi domanda: Dove vai? [6] Anzi, perché vi ho detto queste cose, la tristezza ha riempito il vostro cuore. [7] Ora io vi dico la verità: è bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore; ma quando me ne sarò andato, ve lo manderò. [8] E quando sarà venuto, egli convincerà il mondo quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio. [9] Quanto al peccato, perché non credono in me; [10] quanto alla giu­stizia, perché vado dal Padre e non mi vedrete più; [11] quanto al giudizio, perché il principe di questo mondo è stato giudicato.

[12] Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. [13] Quando però verrà lo spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta in­tera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future. [14] Egli mi glorificherà, perché prenderà del mio e ve l’annunzierà. [15] Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà del mio e ve l’annunzierà.

[16] Ancora un poco e non mi vedrete; un po’ ancora e mi vedrete». [17] Dissero al­lora alcuni dei suoi discepoli tra loro: «Che cos’è questo che ci dice: Ancora un poco e non mi vedrete, e un po’ ancora e mi vedrete, e questo: Perché vado al Padre?». [18] Dicevano perciò: «Che cos’è mai questo «un poco» di cui parla? Non compren­diamo quello che vuol dire». [19] Gesù capì che volevano interrogarlo e disse loro: «Andate indagando tra voi perché ho detto: Ancora un poco e non mi vedrete e un po’ ancora e mi vedrete? [20] In verità, in verità vi dico: voi piangerete e vi rattriste­rete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete afflitti, ma la vostra afflizione si cambierà in gioia.

[21] La donna, quando partorisce, è afflitta, perché è giunta la sua ora; ma quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più dell’afflizione per la gioia che è ve­nuto al mondo un uomo. [22] Così anche voi, ora, siete nella tristezza; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e [23] nessuno vi potrà togliere la vostra gio­ia. In quel giorno non mi domanderete più nulla.

In verità, in verità vi dico: Se chiederete qualche cosa al Padre nel mio nome, egli ve la darà. [24] Finora non avete chiesto nulla nel mio nome. Chiedete e otterrete, perché la vostra gioia sia piena.

[25] Queste cose vi ho dette in similitudini; ma verrà l’ora in cui non vi parlerò più in similitudini, ma apertamente vi parlerò del Padre. [26] In quel giorno chiederete nel mio nome e io non vi dico che pregherò il Padre per voi: [27] il Padre stesso vi ama, poiché voi mi avete amato, e avete creduto che io sono venuto da Dio. [28] Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo; ora lascio di nuovo il mondo, e vado al Padre». [29] Gli dicono i suoi discepoli: «Ecco, adesso parli chiaramente e non fai più uso di similitudini. [30] Ora conosciamo che sai tutto e non hai bisogno che alcuno t’interroghi. Per questo crediamo che sei uscito da Dio». [31] Rispose loro Gesù: «Adesso credete? [32] Ecco, verrà l’ora, anzi è già venuta, in cui vi di­sperderete ciascuno per conto proprio e mi lascerete solo; ma io non sono solo, per­ché il Padre è con me.

[33] Vi ho detto queste cose perché abbiate pace in me. Voi avrete tribolazione nel mondo, ma abbiate fiducia; io ho vinto il mondo!».

cap. 17

[1] Così parlò Gesù. Quindi, alzati gli occhi al cielo, disse: «Padre, è giunta l’ora, glorifica il Figlio tuo, perché il Figlio glorifichi te. [2] Poiché tu gli hai dato potere sopra ogni essere umano, perché egli dia la vita eterna a tutti coloro che gli hai dato. [3] Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai man­dato, Gesù Cristo. [4] Io ti ho glorificato sopra la terra, compiendo l’opera che mi hai dato da fare. [5] E ora, Padre, glorificami davanti a te, con quella gloria che ave­vo presso di te prima che il mondo fosse.

[6] Ho fatto conoscere il tuo nome agli uomini che mi hai dato dal mondo. Erano tuoi e li hai dati a me ed essi hanno osservato la tua parola. [7] Ora essi sanno che tutte le cose che mi hai dato vengono da te, [8] perché le parole che hai dato a me io le ho date a loro; essi le hanno accolte e sanno veramente che sono uscito da te e hanno creduto che tu mi hai mandato. [9] Io prego per loro; non prego per il mondo, ma per coloro che mi hai dato, perché sono tuoi. [10] Tutte le cose mie sono tue e tutte le cose tue sono mie, e io sono glorificato in loro. [11] Io non sono più nel mondo; essi invece sono nel mondo, e io vengo a te. Padre santo, custodisci nel tuo nome coloro che mi hai dato, perché siano una cosa sola, come noi.

[12] Quand’ero con loro, io conservavo nel tuo nome coloro che mi hai dato e li ho custoditi; nessuno di loro è andato perduto, tranne il figlio della perdizione, perché si adempisse la Scrittura. [13] Ma ora io vengo a te e dico queste cose mentre sono ancora nel mondo, perché abbiano in se stessi la pienezza della mia gioia. [14] Io ho dato a loro la tua parola e il mondo li ha odiati perché essi non sono del mondo, come io non sono del mondo.

[15] Non chiedo che tu li tolga dal mondo, ma che li custodisca dal maligno. [16] Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo. [17] Consacrali nella verità. La tua parola è verità. [18] Come tu mi hai mandato nel mondo, anch’io li ho man­dati nel mondo; [19] per loro io consacro me stesso, perché siano anch’essi consa­crati nella verità.

[20] Non prego solo per questi, ma anche per quelli che per la loro parola crederan­no in me; [21] perché tutti siano una sola cosa. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato.

[22] E la gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro, perché siano come noi una cosa sola. [23] Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità e il mondo sap­pia che tu mi hai mandato e li hai amati come hai amato me.

[24] Padre, voglio che anche quelli che mi hai dato siano con me dove sono io, per­ché contemplino la mia gloria, quella che mi hai dato; poiché tu mi hai amato prima della creazione del mondo.

[25] Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto; questi san­no che tu mi hai mandato. [26] E io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò co­noscere, perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro».

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I quattro lunghi capitoli del vangelo di Giovanni (14-17) vengono accomunati dalla chiesa sotto il titolo di «Discorsi d’addio» (del Cristo). In essi, soprattutto nel primo, poiché gli altri sono soltanto una ripresa degli stessi argomenti sotto angolazioni differenti, è racchiusa l’essenza principa­le della falsificazione del quarto vangelo, la quale può tranquillamente esse­re considerata – dato il livello particolarmente profondo del loro contenuto – come la più sofisticata di tutto il Nuovo Testamento.

Qui si può premettere che mentre la falsificazione del messaggio di Gesù, operata nel vangelo di Marco, riflette chiaramente quella di Pietro e di Paolo, cioè, rispettivamente, di una tradizione galilaica e di una ebreo-ellenistica, viceversa, quella di Giovanni riflette una tradizione giudaica che ha tradito questo stesso apostolo, nel senso che per mistificare adeguata­mente la versione giudaica originaria del quarto vangelo è stata necessaria una falsificazione interna allo stesso giudaismo, divenuto «cristiano» in for­za dell’egemonia petro-paolina1.

Possiamo anche sostenere che mentre i Sinottici hanno dato vita alla chiesa cristiana come organizzazione socio-religiosa avente uno scopo missionario di predicazione del vangelo petro-paolino in tutto il mondo, il quarto vangelo invece (specie nella parte falsificata) trova la migliore rea­lizzazione di sé nelle comunità di tipo monastico, proprio perché all’alta consapevolezza storico-politica dell’apostolo Giovanni si poteva soltanto opporre, al fine di censurarla, una forte esperienza mistica, avente un eleva­to contenuto teologico.

Infatti, mentre nei Sinottici la preoccupazione principale resta quella di dimostrare la fine del primato di Israele (o semplicemente della Giudea rispetto alla Galilea, stando alla versione marciana della posizione petrina), e quindi l’uguaglianza degli ebrei coi pagani, in virtù della necessi­tà di rivolgersi al mondo intero predicando la figliolanza divina di un Cristo morto e risorto; nel quarto vangelo invece vi è da un lato un respiro più astratto e universale, e dall’altro una preoccupazione di vivere la nuova reli­gione in un contesto limitato: la comunità cristiana, che inevitabilmente viene a coincidere con una comunità monastica, dove l’amore reciproco di­venta regola di qualunque rapporto e attività.

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Il primo discorso è ritenuto il più importante perché qui si parla esplicitamente e diffusamente di «spirito santo» (14,26), o forse, più sem­plicemente, di «paraclito» («consolatore»), in quanto il termine «spirito santo» può essere considerato un’aggiunta ulteriore, più caratterizzata in senso teologico, a un testo (quello appunto dei «Discorsi d’addio») che non si può neppure considerare interpolato, essendo del tutto inventato. Lo stes­so temine «spirito santo» lo si ritrova in riferimento alla consapevolezza (anche qui del tutto inventata) che il Battista aveva della «divinità» del Cri­sto (Gv 1,33).

È dubbio persino che Giovanni abbia mai usato una parola come «spirito» («pneuma»), e comunque se l’ha fatto non può averle attribuito qualcosa di così eminentemente teologico come ha fatto il suo falsificatore. Quando, dopo l’epurazione del Tempio, Gesù parla con Nicodemo e con la samaritana usando la parola «spirito», al massimo può averlo fatto in pole­mica col culto centralizzato nell’istituzione del Tempio, senza alcun riferi­mento a battesimi rigeneratori (Gv 3,5). «Adorare dio in spirito e verità» (Gv 4,23) è espressione improbabile in un Cristo ateo, a meno che non la si voglia intendere nel senso che per il programma politico del movimento na­zareno sarebbe stato sufficiente assicurare a tutti la libertà di coscienza o di pensiero, e quindi inevitabilmente di religione.

È vero che il termine «pneuma» è d’origine greca, ma è anche vero che in ebraico esisteva già il termine «ruah», di genere femminile, che si usava per indicare il «soffio vitale» di dio o appunto il suo «spirito», la sua «sapienza». Quindi il Cristo avrebbe potuto tranquillamente usarlo nei dia­loghi con Nicodemo e la samaritana, anche se ovviamente non per avvalo­rare una nuova forma di culto religioso, alternativo a quello dominante.

In lingua italiana, come in latino, lo «spirito santo» è di genere ma­schile (in greco invece è neutro), anche se sul piano semantico la chiesa ro­mana ha sempre inteso qualcosa di vago e indefinito, né maschile in senso proprio, né, tanto meno, femminile.

Sin dai primi Padri della chiesa latina lo spirito è sì «persona», ma solo in senso astratto, teorico; in realtà esso rappresenta una funzione parti­colare nell’ambito del rapporto duale (istituzionale) tra dio-padre e dio-figlio: una funzione di cui sono gestori a pari titolo sia il padre che il figlio (secondo i dettami dell’eresia filioquista).

Essendo una religione fortemente patriarcale, autoritaria e maschi­lista, il cattolicesimo-romano non è mai riuscito a vedere nello spirito il lato «femminile» della divinità. Al massimo – ma questa peculiarità è stata più che altro tipica dei movimenti ereticali anticattolici – si concepiva lo spirito come simbolo della libertà religiosa, di pensiero, di ricerca, di manifesta­zione della fede nelle sue varie esperienze.

Solo di recente la chiesa romana, recuperando tradizioni del mon­do ortodosso (slavo o bizantino), è arrivata ad accettare l’idea che lo spirito sia una specie di «sorella» del figlio di dio, una sapienza (sophia) che pro­mana dalla divinità, avente tutte le caratteristiche tipiche della divinità (im­mortalità, atemporalità, aspazialità ecc.), confermando così la tesi di un dio in tre persone consustanziali.

Nonostante questo la chiesa romana non è mai arrivata a ricredersi sulla propria eresia filioquista, secondo cui lo spirito non procederebbe ori­ginariamente (ab aeterno) dal solo dio-padre, ma anche dal figlio (proces­sio ab utroque), sicché entrambi, padre e figlio, lo gestirebbero in maniera identica, come oggetto interscambiabile. Cosa che gli ortodossi sono dispo­sti ad ammettere al massimo sul terreno dell’economia salvifica, ma non su quello ontoteologico.

D’altra parte per potersi ricredere la chiesa romana dovrebbe accet­tare la superiorità del concilio sul papato, ovvero la rinuncia a credere che lo spirito possa essere meglio rappresentato dalla monarchia del pontefice che non dalla democrazia del concilio.

Per gli ortodossi lo spirito avrebbe un’autonomia che non dipende né dal figlio né dalla relazione tra questi e il padre, ma unicamente da que­st’ultimo. I teologi bizantini dicevano che figlio e spirito andavano conside­rati come le «mani» del padre.

A quanto pare gli ebrei, usando al femminile la parola «ruah», avevano capito ben prima di chiunque altro che nella creazione vi era stato un fondamentale contributo di tipo femminile. Anche la parola «pneuma» è molto antica, specie nella filosofia idealistica del mondo greco. Lo spirito è un simbolo della verità, che è libera di «soffiare» dove vuole, cioè di «po­sarsi» su chiunque. Negli Atti degli apostoli si descrivono come esperienze tipicamente «pneumatiche» la glossolalia e la pentecoste, proprio al fine di sublimare la rinuncia all’insurrezione armata antiromana. Tali esperienze vengono anche vantate come forma di autenticità interiore, esistenziale, da parte di comunità religiose settarie, che si pongono in contestazione nei confronti di autorità, istituzioni, tradizioni, dogmi consolidati.

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Ma la parola «paraclito» da dove proviene? Prima di rispondere a questa domanda, cerchiamo di capire perché i quattro capitoli sono stati collocati subito dopo i due annunci, da parte di Cristo, del tradimento di Giuda e del rinnegamento di Pietro, che, come già detto altrove, vanno con­siderati entrambi falsi.

Al massimo infatti Gesù può aver paventato il rischio di un tradi­mento o di una defezione all’ultimo momento, quello più critico per l’immi­nente insurrezione armata; può cioè aver chiesto con insistenza di restare uniti e Pietro può anche aver fatto lo spavaldo dicendo che nel caso ci fosse stato un tradimento non sarebbe certo partito da lui, anzi lui avrebbe saputo come reagire, come impedirlo. Durante l’ultima cena arrivò infatti a chiede­re a Giovanni, sapendo ch’era il preferito da Gesù, di farsi dire se questi aveva dei sospetti particolari su qualcuno. Ovviamente non poté ricevere al­cuna risposta. Tutto qui. Gesù può aver obiettato a Pietro che in quel fran­gente nessuno poteva avere sicurezze assolute su niente: il rischio era quel­lo di giocarsi la vita. Non può certo avergli predetto con matematica certez­za il suo rinnegamento prima del canto del gallo, cioè allo spuntare del­l’alba.

Dunque, ricapitoliamo. Con l’annuncio del tradimento di Giuda e del rinnegamento di Pietro, Gesù – secondo i vangeli – dava per scontato che l’insurrezione sarebbe fallita e che la sua cattura e crocifissione sareb­bero state inevitabili. Su questo punto il quarto vangelo, ma i Sinottici sono all’unisono, vuole essere molto chiaro: Gesù non poteva non morire, la mor­te era necessaria in quanto appunto inevitabile. E lo era in quanto facente parte dell’economia salvifica di dio, della soteriologia concordata tra il pa­dre e il figlio. La differenza è che mentre nei Sinottici c’è risentimento nei confronti dei giudei, nel quarto vangelo invece si ha piena convinzione che i giudei siano stati soltanto lo strumento di un progetto deciso altrove, di cui il Cristo aveva piena consapevolezza da sempre.

La morte di Gesù non è stata il frutto di una semplice autoimmola­zione: qui non siamo in presenza di un suicidio da parte di chi è convinto che non vi siano alternative, come forma disperata di protesta. Gesù non ha scelto il martirio per passare alla storia come leader coraggioso: sarebbe stato troppo poco. Lui era dio in quanto figlio unigenito di un padre eterno. La sua morte era stata appunto pattuita col padre, faceva parte di un proget­to divino originario, nell’ambito della «prescienza divina», come dice Pietro negli Atti (2,23); un progetto che gli uomini, in quel momento, non avreb­bero potuto capire, essendosi mossi al seguito di Gesù per un obiettivo poli­tico-rivoluzionario: liberare la Palestina dai romani.

Non potevano assolutamente immaginare che nella mente del Cri­sto vi era qualcosa di infinitamente più grande, la cui strategia generale po­teva essere nota soltanto a lui, almeno finché lui avrebbe vissuto sulla terra. Non potevano sapere che lui era dio e che all’origine della creazione vi era sempre lui. Non potevano sapere che la sua morte era inevitabile perché la loro vita sulla terra è impossibile e che solo attraverso la resurrezione avrebbero capito che la loro vera vita è possibile solo nell’aldilà.

L’idealismo oggettivo, assoluto, sta proprio in questo, nel cercare di mostrare che una propria intenzione non è soggettiva ma conforme a ne­cessità superiori, le quali dettano legge alla storia: qui la necessità si chiama «dio», in particolare «dio-padre». Gesù si è immolato per adempiere alla volontà del padre e l’ha fatto nella convinzione che quella fosse la cosa migliore, la cosa più giusta da fare.

Per riconciliarsi con l’umanità schiava del peccato d’origine, per rendere uguale, di fronte a lui e al figlio, tutta l’umanità, facendo perdere a Israele il rapporto privilegiato avuto sino a quel momento, e che non poteva più essere conservato perché i giudei avevano smesso di mostrarsi migliori di altri popoli, dio-padre aveva bisogno del sacrificio del figlio, perché in nome del figlio era avvenuta tutta la creazione, di cui Israele aveva rappre­sentato per duemila anni l’avanguardia cosciente, la punta avanzata della consapevolezza storica, etica e politica dell’umanità. Il dio-figlio, in un cer­to senso, pagava il prezzo di un proprio desiderio e questa volta lo pagava per il bene non solo d’Israele ma anche e soprattutto dell’intera umanità, af­finché tutti gli uomini, vedendo il suo sacrificio, si convertissero alla nuova fede, tornassero ad adorare il vero dio ed essere veri uomini.

Nel Genesi Javhè si pente d’aver creato l’umanità e vorrebbe di­struggerla perché troppo corrotta e iniqua, ma evita di farlo perché Noè gli sembrò giusto e con lui stipulò una nuova alleanza. Anche Abramo chiese a Jahvè di non distruggere Sodoma se avesse trovato anche una sola persona giusta, e dio promise che solo per quest’unica persona non l’avrebbe distrut­ta.

Qui, nel quarto vangelo, è la stessa cosa. Gli uomini sono orrenda­mente colpevoli e dio-padre sta per pentirsi d’aver esaudito la richiesta del figlio di creare l’umanità; riesce a placarsi soltanto di fronte al sacrificio di quest’ultimo, che muore innocente per salvare gli uomini dai loro peccati. Cioè il padre si rende conto che l’amore che il figlio nutre per l’umanità è immenso, essendo egli disposto a qualunque sacrificio.

Non si tratta di «buonismo ad oltranza», poiché comunque alla fine dei tempi vi sarà un «giudizio universale», ma di amore infinito per i giusti. Il sacrificio è necessario per dimostrare a dio-padre che l’umanità, a motivo di pochi «eletti» (in questo caso gli stessi apostoli, meno Giuda), merita di sopravvivere alla patriarcale ira divina. La volontà del figlio im­pedisce a quella del padre di fare piazza pulita della storia umana. Dal canto suo il padre ha voluto mettere alla prova il figlio per vedere fin dove sareb­be stato capace di amare gli uomini intenzionati a ucciderlo.

In questa enorme falsificazione religiosa di derivazione stoica e or­fica, in cui – come si può facilmente notare – il peso dell’ideologia petro-paolina è considerevole, ci si deve chiedere quale sia il ruolo del «para­clito», cioè il motivo per cui sia stata introdotta una nuova figura mitolo­gica proprio dopo aver annunciato l’idea di «morte necessaria». È qui che nasce la seconda falsificazione, ancora più sublime della precedente, perché ancora più spiritualizzata.

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Tutto il capitolo 14 è un invito a considerare la terra come un nulla rispetto a quanto attende l’umanità alla fine dei tempi. Cristo non sarebbe venuto per far tornare l’umanità com’era «al principio», ma per annunciare la fine dei tempi, ovvero il fatto che la reintegrazione nell’originaria inno­cenza sarà possibile solo nei cieli.

Gli uomini (in questo caso i discepoli o, più in generale, gli «eletti») devono soltanto avere pazienza. Non c’è possibilità di salvezza, di liberazione sulla terra, essendo l’umanità troppo corrotta. La storia non vie­ne decisa dagli uomini ma solo da dio-padre che è nei cieli, che si serve del male per mettere misteriosamente alla prova il bene. La storia degli uomini è soltanto una pallida copia della storia che nei cieli avviene tra forze del bene e forze del male, di cui gli uomini sono mero oggetto di contesa, senza poter svolgere un ruolo da protagonisti. In Gv 6,64 verrà espressamente scritto che «Gesù sapeva fin dal principio chi erano quelli che non credeva­no e chi era colui che l’avrebbe tradito».

Per accettare questa teologia della storia bisogna credere in Gesù, unico mediatore tra dio e gli uomini. Non c’è altra prova dell’esistenza di dio che la parola di Cristo, cui dunque si può credere solo per fede. Non ci sarà cioè alcuna prova che oltre alla storia esiste una metastoria, che oltre alla terra vi sono i cieli, che oltre all’umano vi è il sovrumano. Chi non vuol credere a quanto il Cristo ha detto, vi creda almeno per quello che ha fatto, dice il testo un po’ sconsolatamente. Qui Tommaso e Filippo, e più avanti Giuda Taddeo, vengono fatti passare per degli increduli, anche se alla fine del vangelo si dirà che Tommaso arrivò a credere nella tesi petrina della re­surrezione.

E per dimostrare che con la fede si può comunque vivere dignito­samente, Gesù assicura agli apostoli che se essi davvero mostreranno di averla, potranno fare cose anche maggiori delle sue e, in ogni caso, se non le sapranno fare, potranno sempre chiedere aiuto a lui e otterranno ciò che desiderano, a condizione ovviamente che la richiesta sia giusta, conforme a verità.

Ed è infatti a questo punto che entra in scena la figura mitologica del Paraclito. Poiché il Cristo è destinato a non esserci, ad andarsene nei cieli, poiché la giustizia, la libertà, l’uguaglianza sono impossibili sulla ter­ra, poiché nelle sconfitte politiche ci si deve universalizzare, assumendo una visione più astratta delle cose, poiché dunque la fede degli uomini può essere debole e vacillante, ecco che Gesù promette a tutti i credenti di dare un aiuto sostanziale, inatteso: il Consolatore, che svolge anche funzioni di Avvocato.

Qui si realizza la mistificazione più significativa di tutto il Nuovo Testamento. Il Paraclito infatti deve aiutare psicologicamente gli uomini a vivere rassegnati, ma senza far perdere loro la dignità umana, quindi deve difenderli di fronte a chi li accuserà di farneticare, di millantare assurdi cre­diti spirituali.

Gesù dice che pregherà il padre perché conceda loro questa forma di assistenza psicologica e giuridica, che è anche fonte di cultura, in quanto preposta all’insegnamento e alla memorizzazione dell’appreso. Lo spirito «procede dal padre» come soffio vitale, come appagamento interiore, come illuminazione della mente: è la natura femminile della divinità, quella che aiuta l’uomo a riconciliarsi con la propria debolezza, quella che lo fa rinun­ciare a prevaricare, a ribellarsi, a rivendicare diritti, a usare la forza, quella che lo deve persino dissuadere dal difendersi, se e quando ciò implica l’uso della seppur minima violenza. Infatti non c’è nulla a questo mondo che me­riti d’essere difeso se non la fede nel Cristo figlio di dio: è questa la princi­pale confessione che deve fare il cristiano.

È quella debolezza che la chiesa romana, nei suoi livelli istituzio­nali, s’è sempre rifiutata di riconoscere e che ancora oggi si ritrova nella chiesa ortodossa – la vera confessione da superare dall’umanesimo laico e dal socialismo democratico -, la quale, per questa ragione, è meno visibile della chiesa romana, essendo lontana dal potere politico, disposta ad accet­tare il regime di separazione dagli Stati.

Questo Paraclito è lo «spirito di verità», cioè la menzogna più sofi­sticata ai danni del messaggio originario del Cristo. È lo spirito che secondo i cristiani deve aiutare a capire che la storia non è umana, se non indiretta­mente, incidentalmente, se non come riflesso opaco di una ben altra storia ultraterrena, in cui potenze celesti di varia natura si oppongono ai disegni divini sin da quando è stata creata l’umanità, per invidia del genere umano, ideato, nonostante i limiti della corporalità, a «immagine e somiglianza» di dio.

L’invenzione di uno spirito procedente dal solo padre, che, attra­verso la mediazione del figlio, può essere concesso agli uomini, doveva ser­vire per illudere quest’ultimi che, con la morte del Cristo e la rinuncia a compiere qualunque liberazione politica sulla terra, non sarebbe cambiato nulla, proprio perché tutto veniva rimandato all’aldilà. Gli uomini sono sol­tanto strumenti di azioni la cui volontà è più grande della loro capacità di resistenza: sono marionette nelle mani di dio, predestinati a compiere cose di cui non hanno piena consapevolezza, come quando viene scritto che «Sa­tana entrò in Giuda» (Gv 13,27).

Se Cristo avesse detto che lo spirito procedeva solo da lui, si pote­va in un certo senso evitare di credere in dio. Ma è difficile credere in un uomo che dice d’essere dio: potrebbe essere anche un esaltato. Meglio cre­dere – dicono i cristiani – in un uomo che, pur dicendo d’essere dio, non nega dio come realtà a lui esterna, da cui dipende; anzi, per dimostrare che questa realtà gli è superiore, afferma che dio-padre ha il potere di inviare un dio-spirito che risulta essere indipendente dalla stessa volontà del dio-figlio, il quale al massimo può intercedere a favore degli uomini2.

Il Cristo è stato sottoposto a una prova, quella del «Principe di questo mondo», Satana, onde verificare quanto fosse grande il suo amore per il padre e per gli uomini. E quella prova l’ha superata e la supererà sem­pre, senza ombra di dubbio, come già aveva dimostrato nel deserto, di fron­te alle principali tentazioni materialistiche dell’uomo: il ventre, il potere economico e il potere politico (Mt 4,1 ss.).

La differenza tra lui e Giobbe è che lui sa già tutto prima (a esclu­sione del giorno della parusia, che solo il padre conosce), anche se non lo fa vedere esplicitamente, per cui la resistenza al male è in nome della certezza del bene e di una vittoria eterna e definitiva, sulla cui verità non occorrono domande esistenziali di chiarimento, di comprensione. Giobbe ha bisogno di porsi mille domande e rischia persino l’ateismo, poi, per fortuna, dio gli restituisce con gli interessi tutto quanto aveva permesso che il demonio gli togliesse.

Gesù assicura gli apostoli che sul Golgota supererà la prova, pro­prio accettando la morte ingiusta e violenta, che per loro sarà occasione di grande riscatto, in quanto lui risorgerà, sicché gli uomini capiranno che la liberazione più importante non è tanto quella della Palestina dai romani, quanto quella della paura del nulla, dell’angoscia del male ritenuto invinci­bile. La morte avrà il potere catartico di confermare l’amore tra padre e fi­glio e tra figlio e uomini (qui rappresentati dai discepoli).

*

Nei cosiddetti «Discorsi di addio» del Cristo vi è la storia della chiesa primitiva post-pasquale nella sua veste monastica. Qui infatti vengo­no date delle regole di vita, o meglio, viene detto che tutte le regole di vita debbono sintetizzarsi in una sola: l’amore reciproco secondo il modello del Cristo che ha dato la propria vita per i propri discepoli.

La differenza tra quanto fece lui e quanto dovranno fare loro sta nel fatto che manca la politica: lui s’era sacrificato per un fine politico, libe­rare la Palestina dall’oppressione romana; loro invece non possono farlo, anche se devono sacrificarsi lo stesso. Lui s’era immolato per un ideale su­periore (che loro in quel momento interpretavano in chiave politica); loro invece devono continuare a sacrificarsi in nome di un ideale che sanno già di non poter realizzare, nell’attesa che si attui non per merito loro ma solo per merito suo. La morte in croce ha dimostrato che gli uomini non sono strutturalmente capaci di bene: non resta dunque che attendere la fine dei tempi.

La vita diventa come un teatro in cui ognuno recita la parte che gli è stata assegnata dal regista, che è dio. Se il male viene compiuto nel bene, era per predestinazione; se il contrario, era per grazia. Da parte umana, la volontà negativa o la fede positiva giocano un ruolo che può essere consi­derato sufficiente solo quel tanto che basta per distinguere l’uomo dall’ani­male, l’uomo dalla marionetta.

Il «piano divino» diventa misterioso e immutabile, sicché gli uo­mini rinunciano a comprendere il motivo per cui su questa terra è impossi­bile tornare a essere naturali come nella preistoria. Non a caso vien fatto dire al Cristo in altro contesto: «nessuno può venire a me se non gli è dato dal Padre» (Gv 6,65). Dio viene utilizzato ogniqualvolta si vuole giustifica­re l’incapacità umana di liberarsi delle contraddizioni che impediscono d’es­sere se stessi.

Cristo promette il recupero integrale della propria umanità solo nell’aldilà: l’espressione «vado a prepararvi un posto» indica proprio che la terra non conta più nulla, in quanto il peccato originale ha prodotto conse­guenze irreparabili e, in tal senso, l’idea di resurrezione serve soltanto a in­fondere la speranza di una liberazione ultraterrena.

Compito principale di questi discepoli è soltanto quello di amarsi, non è neppure quello di andare a predicare in tutto il mondo il vangelo di Gesù morto e risorto, proprio perché la storia è già stata decisa nei cieli, e i «salvati» saranno soltanto i «predestinati», gli «eletti».

Infatti Giuda Taddeo sembra contestare il fatto che la comunità debba vivere chiusa in se stessa in nome dell’amore fraterno. Ma Gesù gli risponde che l’amore è più importante delle parole: l’amore può essere su­scitato solo dall’amore stesso, non dalle parole. Chi sa amare metterà in pra­tica le parole del vangelo come inevitabile conseguenza. Non c’è più una «legge» da conoscere, se non appunto quella dell’amore.

Un discorso, questo, opposto a quello dell’ideologia paolina, che, pur prevedendo il primato dell’amore sulla speranza e sulla fede, faceva della predicazione ai pagani il perno dell’identità cristiana. Qui invece si ha l’impressione che l’amore venga presentato come esigenza spirituale pri­mordiale, anteriore persino alla stessa incarnazione del Cristo, la quale non avrebbe neppure bisogno d’essere rappresentata da una specifica istituzione.

Gesù sta dicendo a Giuda Taddeo che gli uomini devono soltanto imparare ad amarsi, per il loro stesso bene; sarebbe un controsenso rappre­sentare l’amore attraverso un’istituzione specifica quale può essere la chie­sa; se gli uomini hanno bisogno di un aiuto, è sufficiente che possiedano il Consolatore, che è spirito di verità, di memoria, di pace, di istruzione e for­mazione, e che viene inviato da dio-padre. A conferma di questa posizione Gesù sostiene che nei cieli esistono «molte dimore», il che sta appunto a si­gnificare l’esigenza di imparare una maggiore tolleranza e rispetto nei con­fronti di chi non è «cristiano».

Ponendo in primo piano le esigenze interiori dell’amore e non quelle esteriori della parola, è evidente per questa comunità monastica che una battaglia di tipo ideologico risulta irrilevante. Questa comunità chiede soltanto di poter esistere in un ambiente ostile (il «mondo»), non si pone il problema di come mutare questo ambiente. Essa non va a diffondere tra i pagani l’immagine di sé come modello di vita, proprio in quanto non ritiene di poter essere un modello migliore in misura o in rapporto al consenso so­ciale che può ottenere. La comunità monastica, in virtù dell’amore recipro­co, si ritiene del tutto autosufficiente: essa sperimenta l’amore universale nell’amore tra gli appartenenti a una comunità chiusa. Chi vive l’amore au­tentico, automaticamente mette in pratica l’insegnamento del Cristo, per cui non avrà particolare difficoltà a riconoscere il diverso da sé.

*

In questi «Discorsi d’addio» vi sono molte mistificazioni, ma le principali sono forse le tre seguenti.

1. S’è voluto far credere che l’universalismo del messaggio di Gesù avrebbe potuto realizzarsi solo a condizione di superare il nazionalismo giudaico, ovvero solo a condizione di rinunciare alla liberazione politico-nazionale dall’oppressione straniera, come se il cristianesimo non avrebbe potuto nascere che dalla sconfitta dell’ebraismo, come se un ebraismo vitto­rioso sui romani avrebbe inevitabilmente confermato i propri atteggiamenti di superiorità etica e politica nei confronti del mondo pagano, come se una vittoria sui romani sarebbe stata impossibile senza superare le chiusure del tardo-giudaismo.

2. Introducendo il concetto di «Paraclito», s’è ipostatizzata in ma­niera teologica un’affermazione umanissima rivolta alla libertà di coscien­za, che Cristo può aver pronunciato nei suoi dialoghi con Nicodemo e coi samaritani l’indomani dell’epurazione del Tempio, allorché introduce con­cetti come «spirito e verità» che in sé non avevano alcun contenuto religio­so, essendo soltanto una forma di garanzia culturale per assicurare il plura­lismo degli atteggiamenti nei confronti della questione religiosa.

3. S’è voluto far credere che l’accettazione volontaria della morte violenta, secondo i dettami della «prescienza divina», va considerata come una forma di vittoria non di sconfitta, proprio in quanto il Cristo ha dimo­strato quanto fosse giusta la sua intenzione di ritenere definitivamente supe­rato il primato storico-politico degli ebrei sui pagani.

Ora, prima di dire come sarebbero potute andare le cose senza que­sti infingimenti, vogliamo qui spendere alcune parole sul concetto di «mor­te necessaria», poiché non si può accettare l’idea che il Cristo abbia voluta­mente posto i giudei nella condizione di eliminarlo fisicamente al fine di far ricadere soltanto sulle loro spalle tutte le motivazioni di questa esecuzione.

La morte volontaria può essere considerata una forma di «vittoria» esclusivamente nel senso che il Cristo ha deciso di non sottrarvisi soltanto dopo aver fatto tutto quanto era umanamente possibile per evitarla. Cioè an­che se sul piano politico essa resta una sconfitta, può comunque risultare una vittoria in considerazione del fatto che la sua accettazione è avvenuta nel rispetto dell’etica umana, non avendo il Cristo cercato di evitarla usando forme e modi contrari alla dignità personale. La croce è stata accettata in maniera realistica, misurando le forze in campo immediatamente dopo il tradimento di Giuda, e sempre nella speranza che, ottenendo l’incolumità dei propri seguaci in cambio della propria consegna volontaria, essi avreb­bero saputo reagire per liberarlo o comunque avrebbero saputo proseguire fedelmente e con determinazione l’obiettivo strategico che insieme si erano prefissi: liberare la Palestina dai romani e dai collaborazionisti ebrei. Tutto quanto esula da questa semplice considerazione va ritenuto un’illazione vera e propria.

Spesso gli esegeti si chiedono che cosa sarebbe cambiato se gli evangelisti avessero raccontato i fatti senza infarciture mitologiche. Qui an­zitutto bisogna ribadire che i fatti oggetto della loro narrazione erano stati, nella realtà, di tipo umano e politico e nient’affatto religioso. Se li avessero raccontati in maniera veridica, avrebbero dovuto esordire come minimo con un’autocritica, quella di non aver saputo impedire la crocifissione del loro leader e di non aver saputo proseguire la sua missione rivoluzionaria per i destini di Israele. Probabilmente se fossero stati onesti nel raccontare i fatti, avrebbero non solo deciso di proseguire tale missione, ma avrebbero anche evitato di aggiungere ulteriori tradimenti a quelli di Giuda.

*

Il resto degli altri Discorsi è – come si diceva – una precisazione di quanto già detto nel primo. La definizione di amore che si dà in 15,13 è molto chiara: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici». Il modello supremo da imitare è quindi il martirio del Cristo. Qui non si dice semplicemente: «Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te», o, come al giovane ricco: «se vuoi essere perfetto vendi tutto quello che hai e dallo ai poveri, poi vieni e seguimi», ma addirittura, con tutta l’enfasi possibile: «se vuoi essere perfetto nell’amore, sacrificati per il tuo prossimo sino alla morte».

L’amore più grande viene misurato sulla base dell’accettazione del martirio di sé. Il modello è talmente superlativo che Gesù arriva persino a dire, per togliere ogni dubbio sulla possibilità di realizzarlo autonomamen­te: «senza di me non potere far nulla» (15,5). Nel primo Discorso si pro­metteva l’invio del Consolatore per non disperarsi di non aver potuto realiz­zare i propri ideali politici di liberazione. Ora invece si fa presente che, ol­tre a questa assistenza psicologica, si può pensare di raggiungere la vetta più elevata dell’amore autoimmolandosi per i propri compagni, cioè sacrifi­candosi totalmente per loro, sino appunto all’accettazione della morte vio­lenta.

Il punto più alto del raggiungimento dell’ideale cristiano, in questo mondo terreno, coincide con la croce, con l’affermazione della possibilità di vivere una vita interamente umana sulla terra soltanto morendo. Nessun cri­stiano deve pensare di poter fare qualcosa di più grande del Cristo, ovvero se a qualcuno venisse in mente di tentare una qualche liberazione dalle contraddizioni antagonistiche che lacerano la vita degli individui, perdereb­be il suo tempo, poiché nessun discepolo può essere più grande del proprio maestro (15,20).

D’altra parte non mancheranno le occasioni per dimostrare la pro­pria rettitudine, la propria grandezza morale. Il «mondo» infatti odia i cri­stiani e li perseguiterà senza sosta, proprio come è stato fatto nei confronti del Cristo. Qui si anticipano addirittura le persecuzioni cui saranno oggetto i cristiani da parte delle istituzioni pagane, anche se nella fattispecie ci si ri­ferisce soltanto a quelle da parte dei giudei: «vi espelleranno dalle sinago­ghe, anzi, l’ora viene che chiunque vi ucciderà, crederà di rendere un culto a Dio» (16,2).

Per la chiesa primitiva la storia, in un certo senso, era già conclusa. Si trattava soltanto di attendere la parusia e il giudizio universale. Cristo aveva già superato brillantemente tutti gli esami, tutte le prove volute da dio-padre. «Nel mondo voi avrete tribolazioni, ma fatevi coraggio: io ho vinto il mondo» (16,33).

Note

1 Il principale manipolatore del quarto vangelo è probabilmente quello stesso Gio­vanni il presbitero autore delle tre lettere, fatte passare dalla chiesa come autografa­te dall’apostolo Giovanni. Basti pensare che l’espressione affettuosa di «figlioli» o «figlioletti» è presente, oltre che una volta in questo vangelo, ben sette volte nella I lettera di Giovanni.

2 Da notare che la chiesa romana ponendo, per quanto riguarda la processione eter­na, originaria, dello spirito, il dio-padre e il dio-figlio esattamente sullo stesso piano, tende a favorire, senza rendersene conto e quindi involontariamente, la formazione dell’ateismo, in quanto fa di dio una mera rappresentazione del Cristo, il quale, a sua volta, diventa una mera rappresentazione del pontefice, che non a caso sostiene d’es­sere suo «vicario in terra», cioè sua «copia» e quindi, in ultima istanza, «copia di dio». D’altra parte qualunque stretta identificazione di padre e figlio («chi ha visto me ha visto il padre», ecc.), se svolta in maniera conseguente, può portare all’atei­smo. Un figlio che sostiene piena identità col proprio padre e che, per credere in questo padre, chiede di credere semplicemente in se stesso, rende irrilevante la fede nel proprio padre. In tal modo mentre nell’ebraismo (e se vogliano nell’islam) ci si avvicina all’ateismo attraverso la negazione dell’uguaglianza di uomo e dio, nel cri­stianesimo invece ci si avvicina attraverso l’affermazione dell’uguaglianza di dio-figlio e dio-padre, un’identificazione esclusiva al solo figlio, che se diventa assoluta, come nella chiesa romana, porta inevitabilmente all’ateismo, seppur all’interno della mistificazione religiosa, in quanto nessuna confessione può mai rinunciare alla me­diazione sacerdotale tra uomo e dio senza autonegarsi. Per evitare questo la chiesa ortodossa ha ribadito istanze ebraiche di negazione dell’uguaglianza (dio è «tenebra», «totalmente altro», ecc.) e ha puntato maggiormente l’attenzione sul fatto che gli uomini, pur non potendo fruire di alcuna uguaglianza col divino (se non in forme assolutamente mistiche come quelle esicastiche), possono evitare la disperata rassegnazione grazie all’intervento consolatorio del Paraclito. Come si può notare qualunque chiesa tradisce il messaggio originario del Cristo ateo, per il quale esiste­va la possibilità d’affermare un’identificazione di uomo e dio da realizzarsi già sulla terra, lottando per la propria liberazione umana e politica. Il limite di tutte le religio­ni è proprio dovuto al fatto che anche quando presumono di porsi come esperienze di liberazione umana e politica, esse non spingono mai queste esperienze al punto da dover negare la necessità di una mediazione religiosa tra uomo e dio, e questo li­mite dipende proprio dal fatto che le esperienze religiose non sono mai di autentica liberazione sociale ed economica, non riflettono mai adeguatamente l’uguaglianza esistente nella storia prima della nascita delle civiltà antagonistiche. L’ateismo di cui necessita l’umanità deve essere il riflesso di una condizione di vita che non ha biso­gno di dio per motivare le proprie debolezze e contraddizioni.

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Autore: laicusblog

webmaster www.homolaicus.com

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