L’arresto di Gesù

Gv 18,1-18

[1] Detto questo, Gesù uscì con i suoi discepoli e andò di là dal tor­rente Cedron, dove c’era un giardino nel quale entrò con i suoi discepoli.

[2] Anche Giuda, il traditore, conosce­va quel posto, per­ché Gesù vi si riti­rava spesso con i suoi discepoli.

[3] Giuda dunque, preso un distacca­mento di soldati e delle guardie forni­te dai sommi sacer­doti e dai farisei, si recò là con lanter­ne, torce e armi.

[4] Gesù allora, co­noscendo tutto quello che gli dove­va accadere, si fece innanzi e disse loro: «Chi cercate?».

[5] Gli risposero: «Gesù, il Nazareno». Disse loro Gesù: «Sono io!». Vi era là con loro anche Giuda, il traditore.

[6] Appena disse «Sono io», indie­treggiarono e cad­dero a terra.

[7] Domandò loro di nuovo: «Chi cer­cate?». Risposero: «Gesù, il Nazareno».

[8] Gesù replicò: «Vi ho detto che sono io. Se dunque cercate me, lasciate che questi se ne va­dano».

[9] Perché s’adem­pisse la parola che egli aveva detto: «Non ho perduto nessuno di quelli che mi hai dato».

[10] Allora Simon Pietro, che aveva una spada, la trasse fuori e colpì il ser­vo del sommo sa­cerdote e gli tagliò l’orecchio destro. Quel servo si chia­mava Malco.

[11] Gesù allora disse a Pietro: «Ri­metti la tua spada nel fodero; non devo forse bere il calice che il Padre mi ha dato?».
[12] Allora il di­staccamento con il comandante e le guardie dei Giudei afferrarono Gesù, lo legarono

[13] e lo condusse­ro prima da Anna: egli era infatti suo­cero di Caifa, che era sommo sacer­dote in quell’anno.

[14] Caifa poi era quello che aveva consigliato ai Giu­dei: «È meglio che un uomo solo muo­ia per il popolo».

[15] Intanto Simon Pietro seguiva Gesù insieme con un al­tro discepolo. Que­sto discepolo era conosciuto dal sommo sacerdote e perciò entrò con Gesù nel cortile del sommo sacerdote;

[16] Pietro invece si fermò fuori, vici­no alla porta. Allo­ra quell’altro disce­polo, noto al som­mo sacerdote, tornò fuori, parlò alla portinaia e fece en­trare anche Pietro.

[17] E la giovane portinaia disse a Pietro: «Forse an­che tu sei dei disce­poli di quest’uomo?». Egli rispose: «Non lo sono».

[18] Intanto i servi e le guardie aveva­no acceso un fuoco, perché faceva fred­do, e si scaldavano; anche Pietro stava con loro e si scalda­va.

Mc 14,43-54

[43] E subito, men­tre ancora parlava, arrivò Giuda, uno dei Dodici, e con lui una folla con spade e bastoni mandata dai sommi sacerdoti, dagli scribi e dagli anzia­ni.

[44] Chi lo tradiva aveva dato loro questo segno: «Quello che bacerò, è lui; arrestatelo e conducetelo via sotto buona scorta».

[45] Allora gli si accostò dicendo: «Rabbì» e lo baciò.

[46] Essi gli misero addosso le mani e lo arrestarono.

[47] Uno dei pre­senti, estratta la spada, colpì il servo del sommo sacer­dote e gli recise l’o­recchio.

[48] Allora Gesù disse loro: «Come contro un brigante, con spade e bastoni siete venuti a pren­dermi.

[49] Ogni giorno ero in mezzo a voi a insegnare nel tempio, e non mi avete arrestato. Si adempiano dunque le Scritture!».

[50] Tutti allora, abbandonandolo, fuggirono.

[51] Un giovanetto però lo seguiva, ri­vestito soltanto di un lenzuolo, e lo fermarono.

[52] Ma egli, la­sciato il lenzuolo, fuggì via nudo.

[53] Allora condus­sero Gesù dal som­mo sacerdote, e là si riunirono tutti i capi dei sacerdoti, gli anziani e gli scribi.

[54] Pietro lo aveva seguito da lontano, fin dentro il cortile del sommo sacer­dote; e se ne stava seduto tra i servi, scaldandosi al fuo­co.

Mt 26,47-58

[47] Mentre parlava ancora, ecco arriva­re Giuda, uno dei Dodici, e con lui una gran folla con spade e bastoni, mandata dai sommi sacerdoti e dagli anziani del popolo.

[48] Il traditore aveva dato loro questo segnale di­cendo: «Quello che bacerò, è lui; arre­statelo!».

[49] E subito si av­vicinò a Gesù e dis­se: «Salve, Rabbì!». E lo baciò.

[50] E Gesù gli dis­se: «Amico, per questo sei qui!». Allora si fecero avanti e misero le mani addosso a Gesù e lo arrestaro­no.

[51] Ed ecco, uno di quelli che erano con Gesù, messa mano alla spada, la estrasse e colpì il servo del sommo sacerdote staccan­dogli un orecchio.

[52] Allora Gesù gli disse: «Rimetti la spada nel fodero, perché tutti quelli che mettono mano alla spada periran­no di spada.

[53] Pensi forse che io non possa prega­re il Padre mio, che mi darebbe subito più di dodici legio­ni di angeli?

[54] Ma come allo­ra si adempirebbero le Scritture, secon­do le quali così deve avvenire?».

[55] In quello stes­so momento Gesù disse alla folla: «Siete usciti come contro un brigante, con spade e basto­ni, per catturarmi. Ogni giorno stavo seduto nel tempio ad insegnare, e non mi avete arrestato.

[56] Ma tutto que­sto è avvenuto per­ché si adempissero le Scritture dei pro­feti». Allora tutti i discepoli, abbando­natolo, fuggirono.

[57] Or quelli che avevano arrestato Gesù, lo condusse­ro dal sommo sa­cerdote Caifa, pres­so il quale già si erano riuniti gli scribi e gli anziani.

[58] Pietro intanto lo aveva seguito da lontano fino al pa­lazzo del sommo sacerdote; ed entra­to anche lui, si pose a sedere tra i servi, per vedere la con­clusione.

Lc 22,47-55

[47] Mentre egli ancora parlava, ecco una turba di gente; li precedeva colui che si chiama­va Giuda, uno dei Dodici, e si accostò a Gesù per baciarlo.

[48] Gesù gli disse: «Giuda, con un ba­cio tradisci il Figlio dell’uomo?».

[49] Allora quelli che eran con lui, vedendo ciò che stava per accadere, dissero: «Signore, dobbiamo colpire con la spada?».

[50] E uno di loro colpì il servo del sommo sacerdote e gli staccò l’orecchio destro.

[51] Ma Gesù inter­venne dicendo: «Lasciate, basta così!». E toccando­gli l’orecchio, lo guarì.

52] Poi Gesù disse a coloro che gli eran venuti contro, sommi sacerdoti, capi delle guardie del tempio e anzia­ni: «Siete usciti con spade e bastoni come contro un bri­gante?

[53] Ogni giorno ero con voi nel tempio e non avete steso le mani contro di me; ma questa è la vostra ora, è l’im­pero delle tenebre».

[54] Dopo averlo preso, lo condusse­ro via e lo fecero entrare nella casa del sommo sacer­dote. Pietro lo se­guiva da lontano.

[55] Siccome ave­vano acceso un fuo­co in mezzo al cor­tile e si erano seduti attorno, anche Pie­tro si sedette in mezzo a loro.

*

Durante l’ultima cena Gesù aveva incaricato Giuda di svolgere una mansione decisiva in tempi brevi («Quello che devi fare, fallo presto», Gv 13,27), di cui possiamo soltanto vagamente immaginarci la natura, essendo quella cena l’ultima prima dell’insurrezione armata, che forse doveva avve­nire in quella stessa notte.

Il fatto che Gesù avesse incaricato Giuda, in un momento così deli­cato, e non un qualunque altro apostolo che fino a quel momento era stato sicuramente molto più protagonista di lui, ci fa pensare che quell’incarico poteva svolgerlo solo lui, o che comunque lui fosse in quel momento la per­sona più indicata (probabilmente a motivo delle sue origini giudaiche, cioè non galilaiche, oppure a motivo delle sue conoscenze o del suo passato po­litico in Giudea).

Sappiamo che alcuni apostoli provenivano dall’ambiente battista, altri dal quello zelota: Giuda forse proveniva dal fariseismo progressista (quello di Nicodemo, Giuseppe di Arimatea…). Se è così, allora è possibile ipotizzare che Giuda dovesse avvisare i farisei e i gruppi politici che aveva­no organizzato l’ingresso trionfale del messia nella capitale, che l’insurre­zione era imminente, per cui dovevano tenersi pronti a intervenire in manie­ra costruttiva, cercando di renderla meno cruenta possibile.

Dal momento che Giuda tardava a tornare, Gesù e gli apostoli ri­masti cominciarono a preoccuparsi: forse non pensarono subito a un tradi­mento, ma a un incidente, a una qualche fatalità che aveva impedito a Giu­da di tornare indietro. Fatto sta che ad un certo punto decisero di abbando­nare il cenacolo e di rifugiarsi al di fuori delle mura, in un bosco sopra un monte: il Getsemani, detto Orto degli Ulivi.

Poiché non possiamo credere che Gesù avesse scelto di affidare l’incarico a Giuda proprio perché lo sospettava di tradimento, né perché vo­lesse metterlo alla prova in un momento così cruciale per la riuscita della ri­voluzione, dobbiamo anzi pensare il contrario, e cioè che Gesù desse per scontato che Giuda avrebbe eseguito il compito senza discutere.

Durante l’ultima cena Gesù s’era raccomandato di stare uniti, di ri­spettare alla lettera le disposizioni comuni, di non prendere iniziative perso­nali: Giuda in quel momento era stato incaricato di eseguire un compito de­cisivo ai fini della riuscita della rivoluzione. Se qualcosa andò storto, non fu perché lui aveva da tempo preventivato di tradire (come in genere i vangeli vogliono farci credere), ma proprio perché lo fece a insaputa di tutti. Partì dal cenacolo con un’intenzione e vi ritornò con tutt’altra intenzione.

Dobbiamo anzi dare per scontato che Giuda non sospettasse affatto che Gesù stava subodorando un tradimento, per cui, in prima battuta, men­tre guidava le guardie per catturarlo, si sarà recato al cenacolo, convinto di trovarli ancora tutti lì. Soltanto quando vide che non c’era nessuno, pensò che si fossero rintanati nel solito nascondiglio: il Getsemani, dove la cattu­ra, a motivo anche del buio, sarebbe stata sicuramente più difficoltosa.

Probabilmente fino al cenacolo si pensò che le guardie del Tempio potessero essere sufficienti, ma sicuramente per entrare nel Getsemani si aveva bisogno di un ulteriore rinforzo militare, che venne offerto da Pilato.

Perché Giuda tradì? Se voleva la Palestina libera e non credeva nella rivoluzione, perché non era uscito prima dal movimento nazareno? Ha forse fatto il doppio gioco sin dall’inizio? Era forse un infiltrato di Caifa o dei farisei? Com’è possibile che ad un uomo così poco affidabile il Cristo avesse dato in quella notte una missione così delicata da compiere? Se inve­ce militava nei nazareni convinto di poter liberare il suo paese, perché deci­se di tradire? Se a questa domanda dessimo questa risposta: Giuda era un moderato che tradì in buona fede, convinto di fare gli interessi del suo pae­se, saremmo molto lontani dalla verità? Oppure dobbiamo pensare che Giu­da tradì perché, vedendo l’indisponibilità dei farisei progressisti, temeva che il Cristo avrebbe rinunciato all’insurrezione, come già aveva fatto al tempo dei cosiddetti «pani moltiplicati»? E quindi pensava che le folle di Gerusalemme, vedendo l’ennesimo leader catturato dai romani, si sarebbero ribellate in massa, a dispetto dei loro partiti opportunisti e contro le loro istituzioni colluse col nemico?

Quando Gesù entrò trionfante a Gerusalemme, in groppa a un asi­no, in segno di umiltà ma facendo chiaramente capire che i tempi erano ma­turi per l’insurrezione, i farisei erano molto indecisi sul da farsi: da un lato avrebbero voluto fermarlo, dall’altro si chiedevano se non fosse il caso di appoggiarlo. È contro quest’ultimi che si scaglia Caifa, chiedendo che il messia venga catturato prima che i romani reagiscano con violenza.

Dopo la vicenda di Lazzaro di Betania (in cui la sua «resur­rezione» va letta come metafora della ripresa della battaglia rivoluzionaria) il Cristo avrebbe voluto entrare subito a Gerusalemme, ma vi fu impedito da una riunione del Sinedrio, in cui si decise ufficialmente la sua morte, o comunque che bisognava assolutamente arrestarlo e consegnarlo ai romani: era la prima volta che i farisei accettavano una risoluzione del genere. Per questo motivo gli apostoli con lui resteranno nella clandestinità presso Efraim (Gv 11,54) almeno sino all’imminenza della Pasqua.

A Betania doveva essere successo qualcosa di politicamente molto significativo, poiché Giovanni scrive che, al vedere Gesù uscire dalla clan­destinità coll’intenzione di entrare nella capitale, «molti credevano in lui» (11,45) e i partiti politici di Gerusalemme s’erano divisi sull’atteggiamento da tenere.

I farisei progressisti erano dell’avviso che bisognasse appoggiare l’iniziativa dell’insurrezione, anche se temevano le conseguenze da parte non tanto della guarnigione romana stanziata nella capitale, che in fondo era ben poca cosa, quanto piuttosto delle legioni imperiali che sicuramente sarebbero intervenute col peso di tutta la loro forza. Essi volevano la libera­zione della Palestina, ma temevano di prendere decisioni risolute in senso rivoluzionario, preferivano temporeggiare, nella speranza di poter logorare il potere romano con la politica dei «piccoli passi», che però fino a quel momento non aveva dato alcun frutto tangibile.

Fu Caifa che, nel corso della riunione parlamentare, fece una pro­posta che lasciò tutti spiazzati. Disse che se avessero lasciato fare i nazare­ni, Israele sarebbe stata perduta, poiché essi non fruivano di appoggi popo­lari e istituzionali sufficienti; se invece avessero arrestato il Cristo, Roma li avrebbe considerati più affidabili a livello istituzionale e avrebbe aumentato le loro libertà di manovra. Caifa insomma quando affermò, rivolto ai farisei, quella frase che appariva come una sentenza di morte: «Voi non ca­pite! Non vi rendete conto che è meglio per voi la morte di un solo uomo piuttosto che la rovina di tutta la nazione» (Gv 11,50), aveva dato sfoggio di tutta la sua abilità di consumato politico, abituato a guardare la realtà dal­le finestre del suo palazzo.

E magari qualche cinico, tra i sinedriti, avrà pensato che se la re­sponsabilità dell’esecuzione del messia fosse ricaduta interamente sui roma­ni, si sarebbe anche potuto ottenere una ribellione in massa della popolazio­ne, stanca di vedere infranta ogni speranza di liberazione. E solo a quel punto le istituzioni giudaiche avrebbero dovuto guidare la rivolta antiroma­na.

Il quarto vangelo poi qui si diverte a equivocare sul significato del­le parole. Il fatto che si volesse «Gesù morto per la nazione e anche per uni­re i figli di Dio dispersi» (Gv 11,51 s.) cosa stava a significare concreta­mente? Forse ch’era meglio collaborare con Pilato nel sacrificare un leader ebraico, evitando così la ritorsione dell’occupante e salvare il paese? Oppu­re che – come vuole l’interpretazione cristiana – grazie alla morte del Cristo s’è potuto porre fine al primato etico-politico della nazione d’Israele, apren­do le porte alla salvezza spirituale di tutto il genere umano? Davvero di fronte allo scandalo di una nuova esecuzione capitale da parte dei romani l’intera popolazione d’Israele (e non solo quindi quella Giudea) sarebbe in­sorta in massa? Il Cristo andava quindi «sacrificato» per il bene della nazio­ne oppressa e degli ebrei della diaspora?

È assodato che la stragrande maggioranza dei gruppi, movimenti e partiti politici dell’intero paese volesse la liberazione nazionale, ma sui me­todi da usare per realizzare questo obiettivo non ci si trovava mai d’accordo. È molto probabile, in quel momento, che, vedendo la decisione dell’ala con­servatrice del Sinedrio di catturare Gesù per consegnarlo ai romani, l’ala progressista dei farisei fosse ancora intenzionata ad appoggiare una qualche iniziativa rivoluzionaria, seppur senza impegnarsi in prima fila.

Giuda era forse stato incaricato di chiedere definitivamente ai fari­sei progressisti da che parte stessero, e dalla risposta che poteva ottenere, Gesù avrebbe deciso la relativa tattica: non è da escludere ch’egli si sarebbe accontentato di una dichiarata neutralità da parte dei farisei. Doveva soltan­to saperlo presto, anche perché, in caso contrario, non gli restava che na­scondersi nel Getsemani o addirittura fuggire dalla città santa.

È probabile, a questo punto, che lo stesso Giuda si sia o sia stato convinto a comportarsi come non avrebbe voluto, cioè è probabile che gli siano state fatte delle promesse, delle assicurazioni, traendolo in inganno. Giuda fu traditore suo malgrado, tradì per debolezza, superficialità, errato senso del dovere, protagonismo fuori luogo… di certo non tradì per denaro.

*

Qui tuttavia, mettendo a confronto la versione del quarto vangelo con quella dei Sinottici, vien spontaneo chiedersi il motivo per cui Giovan­ni abbia avvertito il bisogno di riscrivere la cattura di Gesù quando l’episo­dio era già stato abbondantemente trattato prima. Perché ripetere cose già dette quando risultavano assodate almeno quattro cose:

– che Giuda fosse il traditore;

– che fosse lui la guida del manipolo nel Getsemani;

– che Gesù non oppose resistenza al suo arresto;

– che qualcuno tra i discepoli reagì cercando di uccidere un servo del som­mo sacerdote.

Rispetto a queste cose, condivise dai Sinottici, che cosa si poteva dire di più o di diverso? In realtà vi sono alcune differenze sostanziali tra Giovanni e gli altri vangeli che l’hanno preceduto. E ora bisogna vederle estesamente.

Il trasferimento dal cenacolo al Getsemani avvenne per motivi di sicurezza. Anche Luca sa che «di notte il Cristo – dopo aver insegnato di giorno presso il tempio – usciva dalla città di Gerusalemme e se ne stava al­l’aperto, sul monte degli Ulivi» (21,37). Ogni tanto Luca sorprende per cer­te informazioni cripto-politiche che rilascia autonomamente, come quando ad es. dice che Gesù raccomandò ai discepoli di vendere il mantello per procurarsi una spada (22,36), e tuttavia qui egli non s’accorge che il trasfe­rimento dal cenacolo al Getsemani era avvenuto proprio per motivi di sicu­rezza.

I Sinottici, in effetti, su questo trasferimento forzato sono piuttosto reticenti, in quanto non possono far vedere che il Cristo «non voleva» mori­re. La loro tesi è che al Getsemani, accompagnato dai discepoli, Gesù andò non tanto per nascondersi quanto per «pregare» dio di aiutarlo ad affrontare con coraggio l’ultima prova della sua vita, e questo mentre tutti, inclusi i tre prediletti, dormivano della grossa, o perché stanchi, o perché l’ora era tarda, in ogni caso del tutto ignari del pericolo incombente. Giovanni invece capovolge la situazione e dice che tutti erano ben svegli e preoccupati.

Gesù si era deciso per il trasferimento dal cenacolo al Getsemani solo dopo aver visto che Giuda tardava a compiere l’incarico che gli era sta­to affidato. Invece di scegliere la soluzione della fuga precipitosa in ordine sparso, preferì la soluzione più rischiosa, ma che offriva maggiori chances nel caso si fosse stati costretti a patteggiare qualcosa. Cioè se il Cristo si fosse nascosto da solo nel Getsemani e avesse lasciato gli Undici nel cena­colo, liberi di fare quello che volevano, probabilmente avrebbero catturato tutti. Viceversa, stando tutti uniti, egli poté usare se stesso come merce di scambio per la liberazione dei discepoli.

Quindi è da escludere ch’egli abbia detto loro che dove andava lui loro non avrebbero potuto seguirlo (Gv 13,31-38). Al massimo possono aver discusso su che cosa fare nell’eventualità che avessero catturato Giuda o che questi avesse tradito. Forse possono aver pensato a una fuga in ordine sparso, poi, vedendo Pietro che insisteva nel volersi nascondere col Cristo nel Getsemani, in quanto temeva che se l’avessero lasciato solo sicuramente l’avrebbero catturato, tutti gli altri si saranno adeguati. È poi probabile la spacconata di Pietro quando dice che se anche avesse dovuto morire non l’avrebbe mai tradito, ma è del tutto inverosimile la profezia del Cristo rela­tiva alla coincidenza di terzo rinnegamento e canto del gallo.

Peraltro qui gli esegeti hanno sempre pensato che nell’ultima cena fossero presenti soltanto i dodici apostoli, ma, trattandosi di una riunione clandestina, è impensabile immaginare che non vi fossero altre persone a garantire un certo servizio d’ordine: la richiesta di vendere il mantello per comprare una spada non può essere stata fatta agli apostoli, che dal periodo della clandestinità giravano sempre armati.

Se al Getsemani vi fosse stato uno scontro cruento tra ebrei, le conseguenze sarebbero state imprevedibili. Il fatto stesso che le guardie guidate da Giuda chiedano soltanto di catturare Gesù è indicativo. Giovanni dice esplicitamente che «quando si avvicinò la Pasqua, molti dalle campa­gne salirono a Gerusalemme per purificarsi prima della festa. Là cercavano Gesù…» (11,55 s.). Non lo cercavano tanto per salutarlo o incoraggiarlo, quanto per mettersi a sua disposizione. Solo un irresponsabile infatti avreb­be potuto fare un’insurrezione nella capitale presidiata dai romani, senza avere un sicuro riscontro popolare.

Giovanni fa capire due cose: che Gesù non voleva essere catturato e che veniva data a Giuda una seconda possibilità per non tradire, quella di non rivelare il nascondiglio segreto. Giuda avrebbe potuto portare le guar­die al cenacolo, costatare che non vi era più nessuno, sostenere che non co­nosceva nessun altro posto ove avrebbero potuto nascondersi e tutti se ne sarebbero tornati a casa. L’unico a rimetterci della figuraccia sarebbe stato lui, che peraltro non avrebbe potuto trovare parole adeguate per giustificarsi di fronte al collegio apostolico.

Nei Sinottici appare esattamente il contrario, e cioè che Gesù ave­va scelto quel luogo proprio perché Giuda lo conosceva bene, per cui pote­va tradirlo in tutta tranquillità, come se tra i due vi fosse stata una prelimi­nare intesa, un accordo «in nome di dio».

Tra la polizia giunta per arrestarli non c’era solo quella giudaica ma anche quella romana. Questa precisazione di Giovanni è stata oggetto di moltissime controversie, in quanto fa chiaramente capire come sin dall’ini­zio il movimento nazareno risultasse inviso alle autorità di Roma. Pilato do­veva necessariamente sapere che Gesù era un leader che stava preparando un’insurrezione armata.

Nessuno dei Sinottici dice questa cosa: Marco parla di «molti uo­mini armati di spade e bastoni mandati dai capi dei sacerdoti, dai maestri della legge e dalle altre autorità» (14,43). Matteo e Luca, che in questo co­piano da Marco, dicono la stessa cosa. Chi siano le «altre autorità» non è dato sapere: certamente dai Sinottici, costantemente preoccupati a dimo­strare l’affidabilità politica dei cristiani al cospetto di Roma, non si potrà mai scoprire ch’erano quelle romane.

Giovanni non parla solo di «coorte romana» ma anche di guardie messe a disposizione dai farisei (18,3): quindi è da escludere che i farisei progressisti non sapessero di questa iniziativa. Il termine tecnico usato da Giovanni per indicare i romani è stato preso dal linguaggio militare di quel tempo: la cohors era un decimo della legione, quindi circa 600 uomini. Un numero che agli esegeti è parso subito eccessivo per un’operazione del ge­nere. Va detto però che a volte il termine in questione veniva usato per indi­care anche solo un terzo della coorte, per cui in tal caso può essersi trattato di un manipolo di 200 soldati. Sarebbe stato d’altra parte insensato lasciare totalmente sguarnita la fortezza Antonia, ove appunto era acquartierata una coorte di circa 600 militari.

La presenza massiccia di queste forze militari giudaico-romane, guidate da un tribuno (Gv 18,12), fu probabilmente richiesta dalle stesse autorità giudaiche, che non volevano rischiare, essendo molto favorevole l’occasione insperata del tradimento di Giuda, che il messia riuscisse a fug­gire, né che a causa del suo arresto scoppiasse un tumulto popolare in città. Con una scorta così numerosa e ben armata sarebbe stato difficile ai nazare­ni organizzare in fretta una controffensiva.

Non fu Giuda a indicare con un bacio Gesù alle guardie, affinché lo individuassero con sicurezza nel buio e lo catturassero, ma fu lo stesso Gesù che si fece riconoscere e arrestare. Sono versioni molto differenti dei fatti. In quella sinottica si ha l’impressione che Cristo sia stato colto di sor­presa e che senza quel bacio forse non sarebbero stati in grado di catturarlo: il che contraddice l’intera impostazione sinottica che nella cattura di Gesù vede qualcosa di inevitabile, utile alla tesi della «morte necessaria» del messia. Tale contraddizione ha fatto pensare che il bacio in realtà fosse sta­to inserito non tanto secondo la motivazione che ne dà Giuda, cioè come gesto di riconoscimento certo dell’identità della persona da arrestare, quanto allo scopo di mostrare il traditore nella veste più abietta e spregevole possi­bile. È impensabile infatti che le autorità non sapessero chi fosse Gesù, dopo anni di predicazione pubblica, anche nella capitale. Il gesto del bacio è stato descritto sulla scorta di precedenti veterotestamentari più o meno analoghi (Gen 27,26 ss.; 2Sam 15,5; 20,9; Prov 7,13; 27,6 ecc.), a meno che qui non si voglia sostenere che le prime guardie incontrate dal Cristo fossero esclusivamente quelle romane, che forse lo conoscevano più di fama che di persona.

Resta comunque singolare, in tal senso, che gli stessi Sinottici fac­ciano dire al Cristo una frase, al momento della cattura, in netto contrasto col significato del bacio di Giuda: «Siete venuti a prendermi con spade e bastoni, come se fossi un delinquente! Tutti i giorni ero in mezzo a voi, in­segnavo nel Tempio, e non mi avete mai arrestato» (Mc 14,48 s.). Una fra­se, questa, storicamente priva di senso, in quanto da tempo – stando a Gio­vanni – Gesù viveva nella clandestinità, e che è stata messa soltanto per in­durre a credere ch’egli non era un messia politico, per cui alla sua cattura furono totalmente estranei i romani.

I Sinottici inoltre si sono sentiti in dovere di giustificare l’anomala presenza di tutta quella polizia armata di «spade e bastoni»: per non far ve­dere che gli apostoli erano armati, sono stati costretti a far dire a Gesù ch’e­ra un pacifista assoluto, contrario persino alla legittima difesa, facilmente catturabile in qualunque momento. Poi quando non potranno tacere che Pie­tro aveva una spada con cui cercò di ammazzare una di quelle guardie, pre­senteranno la cosa mostrando tutta l’ingenua impulsività dell’apostolo, che non sapeva quel che stava facendo e che in fondo girava armato all’insaputa del messia o addirittura contro la sua volontà. In realtà il nome di Pietro non viene neppure fatto: i Sinottici si limitano a dire «uno di loro», avendo troppo scrupolo nel presentare uno dei futuri capi della chiesa cristiana ar­mato di tutto punto.

Al gesto inconsulto di Pietro i Sinottici cercheranno di rimediare con giustificazioni al limite del ridicolo, quando non patetiche come quella di Luca, che induce il Cristo a riattaccare l’orecchio alla testa del servo Malco. Matteo addirittura farà dire a Gesù che se volesse potrebbe chiama­re «dodici migliaia di angeli» (26,53) con cui sterminare tutti!

L’importante insomma per i Sinottici è far apparire il Cristo un pa­cifista ad oltranza, assolutamente contrario ad ogni forma di violenza: «Tut­ti quelli che usano la spada moriranno colpiti dalla spada» (Mt 26,52), pro­fetizza al bellicista Pietro.

Da notare, en passant, che solo Giovanni cita il nome di Malco (17,10). Ciò ha dell’incredibile: Giovanni conosceva di persona uno dei ser­vi principali del sommo sacerdote (che poi si scoprirà non trattarsi di Caifa ma di suo suocero Anna o Anania, che in quella carica l’aveva preceduto e che evidentemente aveva conservato il titolo onorifico).

La spontanea consegna del messia fu in realtà l’esito di una trattati­va, accettata dalle guardie: Gesù si offriva volontariamente, a condizione che lasciassero liberi gli apostoli, altrimenti questi si sarebbero difesi. In tal modo non vi sarebbero stati morti o feriti e l’arresto sarebbe potuto avvenire in tutta tranquillità, senza rischio di svegliare l’intera città.

Il fatto che fossero andati con armi e bastoni lasciava capire che ri­tenessero il movimento nazareno non solo politicamente ma anche militar­mente pericoloso. Lo stesso Giuda doveva averli avvisati che non avrebbe­ro avuto a che fare con gente che si sarebbe lasciata prendere senza difen­dersi. Infatti se si fosse stati convinti che il movimento era disarmato, non si sarebbe andati con spade e bastoni: era sufficiente andare in massa.

Nella versione di Giovanni le guardie, una volta giunte all’interno dell’oliveto, stentano a credere, di primo acchito, che Gesù parli per primo, rischiando così di lasciarsi facilmente individuare e catturare. Temono una trappola. Gesù ha bisogno di porre due volte la stessa domanda: «Chi cerca­te?». Doveva essersi in qualche modo accorto della enorme sproporzione delle forze in campo, a differenza di Pietro, che invece volle intervenire colpendo di spada una delle guardie. Sicché Gesù, vista la situazione dispe­rata, pensò subito a intavolare una trattativa: «Sono io! Se cercate me, la­sciate che gli altri se ne vadano» (Gv 18,8).

S’egli non avesse fermato in tempo Pietro, in quel bosco si sarebbe compiuta una strage. Gli apostoli erano del tutto impreparati ad affrontare quell’emergenza: i Sinottici addirittura, per dimostrare che il trasferimento nel Getsemani non aveva alcun carattere politico-militare ma soltanto reli­gioso, in quanto vi fanno «pregare» il messia, affermano unanimi che i di­scepoli stavano tutti dormendo. L’aspetto comico di questa versione è che poi sono proprio i Sinottici a descrivere con dovizia di particolari tutto quello che di «mistico» fece Gesù in quel frangente, come se tutti fossero lì a osservarlo.

Il fatto che dormissero ha indotto i Sinottici a sostenere la versione che i discepoli non si aspettavano assolutamente che il tradimento si sareb­be verificato in quel modo, in quel momento, in quel luogo, sicché, al mo­mento del risveglio, paiono come terrorizzati e sono indotti ad abbandonar­lo e a fuggire. Pietro, nei Sinottici, appare sì impulsivo, ma come un eroe disperato, che non sa esattamente cosa fare.

In Giovanni la situazione è del tutto capovolta: invece di tacere, Gesù si fa avanti; invece di aspettare che vengano scoperti, si fa scoprire; vuol dominare il più possibile gli avvenimenti prima che questi prevalgano da soli; vuole scongiurare inutili e irresponsabili estremismi. È lui che si fa catturare, non per adempiere alla volontà di dio, ma per evitare una sicura sconfitta, forse nella speranza che s’illudessero, catturando soltanto il leader di un movimento, di aver distrutto tutto il movimento.

Giovanni conclude dicendo che due apostoli tornarono indietro per vedere dove conducevano Gesù: erano Pietro e Giovanni (18,15). Nei Si­nottici invece fuggono tutti, ad eccezione di un giovanetto (forse lo stesso Marco), che provò a seguirli, ma invano: dovette anche lui fuggire, dopo aver lasciato il lenzuolo con cui era vestito nelle mani degli inseguitori (Mc 14,51 s.). La figura di questo giovanetto pare essere più metaforica che realistica, in quanto la cattura di Gesù è avvenuta nel Getsemani, cioè in un luogo che per gli apostoli andava considerato come un rifugio segreto, dove assai difficilmente avrebbero portato, in quel momento così pericoloso, un ragazzino imberbe. Si pensa che l’immagine sia una sorta di «firma di autenticità» dello stesso redattore Marco.

Ma la cosa più stupefacente che a questo punto dice Giovanni è che i due apostoli poterono entrare nel palazzo del sommo sacerdote Anna e ascoltare il primo processo davanti alle autorità giudaiche, proprio perché Giovanni era conosciuto dallo stesso Anna. Dunque – ci si può chiedere – se Giovanni aveva aderenze del genere a Gerusalemme, perché incaricare Giu­da di compiere quella missione così delicata? Forse perché la missione era rivolta proprio a quei farisei progressisti che non avrebbero visto di buon occhio un ambasciatore come Giovanni, i cui trascorsi, ai tempi del disce­polato presso il Battista, avevano riguardato anche gli ambienti di Anna? Quando il Cristo cacciò i mercanti dal Tempio Giovanni era un seguace del Battista e decise di lasciare quest’ultimo proprio in seguito a quella energica «purificazione», cui il Battista non volle partecipare. Anche il fariseo Nico­demo era sul punto di farsi seguace del Cristo, ma all’ultimo momento de­clinò l’offerta. Può darsi che in quell’occasione fu proprio Giuda a staccarsi dal fariseismo progressista.

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Autore: laicusblog

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