L’udienza da Anania

Gv 18,19-27

[19] Allora il sommo sacerdote interro­gò Gesù riguardo ai suoi discepoli e alla sua dottrina.

[20] Gesù gli rispose: «Io ho parlato al mondo apertamente; ho sempre insegna­to nella sinagoga e nel tempio, dove tutti i Giudei si riuniscono, e non ho mai det­to nulla di nascosto.

[21] Perché interroghi me? Interroga quelli che hanno udito ciò che ho detto loro; ecco, essi sanno che cosa ho detto».

[22] Aveva appena detto questo, che una delle guardie presenti diede uno schiaffo a Gesù, dicendo: «Così rispondi al som­mo sacerdote?».

[23] Gli rispose Gesù: «Se ho parlato male, dimostrami dov’è il male; ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?».

[24] Allora Anna lo mandò legato a Cai­fa, sommo sacerdote.

Mc 14,53-65

[53] Allora condussero Gesù dal sommo sacerdote, e là si riunirono tutti i capi dei sacerdoti, gli anziani e gli scribi.

[54] Pietro lo aveva seguito da lontano, fin dentro il cortile del sommo sacerdo­te; e se ne stava seduto tra i servi, scal­dandosi al fuoco.

[55] Intanto i capi dei sacerdoti e tutto il Sinedrio cercavano una testimonianza contro Gesù per metterlo a morte, ma non la trovavano.

[56] Molti infatti attestavano il falso contro di lui e così le loro testimonianze non erano concordi.

[57] Ma alcuni si alzarono per testimo­niare il falso contro di lui, dicendo:

[58] «Noi lo abbiamo udito mentre dice­va: Io distruggerò questo tempio fatto da mani d’uomo e in tre giorni ne edificherò un altro non fatto da mani d’uomo».

[59] Ma nemmeno su questo punto la loro testimonianza era concorde.

[60] Allora il sommo sacerdote, levatosi in mezzo all’assemblea, interrogò Gesù dicendo: «Non rispondi nulla? Che cosa testimoniano costoro contro di te?».

[61] Ma egli taceva e non rispondeva nulla. Di nuovo il sommo sacerdote lo interrogò dicendogli: «Sei tu il Cristo, il Figlio di Dio benedetto?».

[62] Gesù rispose: «Io lo sono!

E vedrete il Figlio dell’uomo

seduto alla destra della Potenza

e venire con le nubi del cielo».

[63] Allora il sommo sacerdote, strac­ciandosi le vesti, disse: «Che bisogno abbiamo ancora di testimoni?

[64] Avete udito la bestemmia; che ve ne pare?». Tutti sentenziarono che era reo di morte.

[65] Allora alcuni cominciarono a spu­targli addosso, a coprirgli il volto, a schiaffeggiarlo e a dirgli: «Indovina». I servi intanto lo percuotevano.

*

Nel racconto dell’arresto di Gesù, nel Getsemani, Giovanni ci ave­va lasciato stupefatti quando scrisse d’aver riconosciuto perfettamente il servo del sommo sacerdote, che, scansandosi in tempo, per evitare che Pie­tro gli spaccasse la testa in due con la spada, aveva soltanto ottenuto, per sua fortuna, il taglio dell’orecchio. Un gesto impulsivo e scriteriato, quello dell’apostolo, che Gesù stigmatizzò con un ordine di tipo militare, intiman­dogli di riporre subito la spada nel fodero, onde evitare il rischio di una vera e propria strage.

Ebbene quel servo, che stando in prima fila, doveva essere impor­tante, si chiamava Malco, e siccome Giovanni aggiunge ch’era alle dipen­denze del sommo sacerdote, al lettore viene naturale pensare che quest’ulti­mo fosse Caifa, che si trovò a detenere quella suprema carica dal 18 al 36 d.C. Invece ora scopriamo che si trattava di suo suocero Anna o Anania (Anano ben Seth), che l’aveva preceduto nella stessa carica dal 6 al 15 d.C.

Anania, storicamente, risultò più importante di Caifa: non solo perché – come fa capire Giovanni – al tempo di Gesù aveva mantenuto il ti­tolo onorifico, pur senza esercitare un potere reale, ma anche e soprattutto perché egli riuscirà a far avere la più alta carica sacerdotale a ben cinque fi­gli e appunto al genero Caifa. La sua dinastia finirà con l’ultimo suo figlio, avente il suo stesso nome, che farà uccidere Giacomo, fratello di Gesù e che verrà eliminato nel 67 dagli zeloti, nel corso della grande guerra giudai­ca.

Anania, nominato da Quirino, legato romano di Siria, era stato de­posto dal procuratore Valerio Grato, che in tutto nominò e depose non meno di quattro sommi sacerdoti. Valerio Grato – come noto – era stato il predecessore di Pilato. Caifa invece, insieme a Pilato, verrà deposto da Vi­tellio, altro legato di Siria, dopo aver tenuto l’ambita carica sacerdotale (che non era solo religiosa ma anche civile) per ben diciotto anni, grazie alla strategia che aveva adottato di versare a Pilato una somma annuale, evitan­done così la rotazione, su cui i procuratori romani speculavano alquanto, essendo una loro prerogativa quella di assegnare la carica istituzionale del supremo sacerdozio al migliore offerente.

Queste informazioni storiche sono importanti, perché non è affatto vero – come invece ama credere la storiografia confessionale – che Giovan­ni integri i Sinottici là dove questi appaiono lacunosi. Al contrario il suo vangelo si pone come obiettivo quello di rettificarli, di contestarli in aspetti essenziali della vita di Gesù, riscrivendo, a volte completamente, la versione dei fatti. Semmai dovremmo chiederci in quali punti di queste precisazioni vi è la mano di Giovanni e non quella dei suoi falsificatori. Ma, a prescindere da questo, possiamo comunque considerarci fortunati che ci sia giunto un testo così difforme dai Sinottici e che non sia finito bruciato da qualche parte o manipolato al punto tale da farlo diventare un apocrifo.

Gli stessi studiosi di origine ebraica dovrebbero esaminarlo con cura, poiché questo vangelo (almeno nella sua parte meno manipolata) è molto meno antisemita dei Sinottici, proprio perché non attribuisce ai soli giudei la responsabilità dell’esecuzione del messia, ma anche ai romani, che non giocano affatto in questo vangelo un ruolo subordinato, da comparsa, da meri esecutori di una volontà politico-religiosa ad essi estranea. Anzi, se vogliamo essere precisi, il vero regista di tutta l’operazione politica, giuridi­ca e militare compiuta ai danni di Gesù non è stato affatto Caifa, che pur seppe convincere i farisei ch’era meglio per i destini della nazione eliminare «un uomo solo» (Gv 11,50), ma piuttosto Pilato, che seppe gestire magi­stralmente il processo-farsa, facendo credere a tutto il popolo che pur di soddisfare la sua volontà era anche disposto a liberare Barabba1.

Nel racconto della cattura di Gesù, Giovanni aveva volutamente citato il nome di Malco proprio per anticipare una cosa che avrebbe detto al momento dell’interrogatorio davanti ad Anania, e cioè il fatto ch’egli cono­sceva Malco perché l’aveva già incontrato presso gli ambienti del sommo sacerdote Anania (Gv 17,15). Che Giovanni fosse noto in questi ambienti (non necessariamente dal sommo sacerdote in persona) verrà confermato anche nel momento in cui egli s’accorgerà (dalla finestra del primo piano, in cui si svolgeva l’interrogatorio) che un parente di Malco, nel giardino sotto­stante del palazzo, dirà, con acceso fervore, d’aver visto Pietro proprio nel Getsemani.

Giovanni riuscì a entrare subito nel suddetto palazzo e subito riuscì anche a convincere la portinaia a far entrare Pietro nel giardino antistante, ove questi poté scaldarsi attorno al fuoco delle guardie di Anania. La relati­va disinvoltura con cui egli si muoveva all’interno del palazzo di Anania, le cui principali guardie in quel momento stavano interrogando un presunto messia, appena arrestato, ritenuto particolarmente pericoloso, al quale si stava chiedendo di rivelare proprio i nomi dei discepoli più stretti, ha scon­certato non poco gli esegeti di tutte le confessioni. Infatti, è addirittura pro­babile, benché nel quarto vangelo non venga espressamente detto, che Pie­tro poté evitare d’essere arrestato nel giardino del palazzo, solo grazie all’in­tervento di Giovanni.

Noi non sapremo mai che rapporti potevano esserci tra Giovanni e gli ambienti conservatori di Anania. L’unica cosa che si può pensare è che Giovanni, prima di aderire al movimento nazareno, era stato un seguace del Battista, il quale era figlio del sacerdote Zaccaria e di Elisabetta, quest’ulti­ma di stirpe sacerdotale, parente di Maria, madre di Gesù, la quale aveva come sorella la madre degli stessi fratelli Giacomo e Giovanni (Gv 19,25), chiamata Salome: tutti quindi erano di origine giudaica, la famiglia Zebe­deo e quella di Gesù, che presero a risiedere in Galilea soltanto dopo l’epu­razione del Tempio, ovviamente per motivi di sicurezza, essendo finita, quell’iniziativa senza precedenti, in un nulla di fatto.

È probabile dunque che ci fossero stati, prima della militanza del giovane Giovanni nei battisti (o esseni), dei rapporti con gli ambienti eccle­siastici di Anania, eventualmente nella speranza di poter mutare qualcosa di significativo di quegli stessi ambienti corrotti, speranza poi venuta meno proprio a motivo del fatto che Giovanni, considerando quegli ambienti irri­formabili ab intra, si risolse di diventare seguace del Battista, che spingeva per una riforma ad extra.

In ogni caso appare molto banale la motivazione che danno alcuni esegeti circa il fatto che Giovanni conoscesse quegli ambienti semplice­mente perché, essendo un pescatore, li riforniva di pesce. Semmai potrem­mo dire che il fatto che Giovanni fosse «noto» in quegli ambienti non deve farci pensare che fosse anche «amico» o «seguace» di Anania e del suo en­tourage, altrimenti non riusciremmo a spiegarci (essendo forte l’inimicizia post-pasquale tra Pietro e Giovanni) il motivo per cui i Sinottici non ne ab­biano approfittato per metterlo in cattiva luce, facendolo passare per una sorta di doppiogiochista.

Le stranezze tuttavia non finiscono qui. Noi non dobbiamo dimen­ticare che il vangelo di Giovanni poté essere accettato nel canone solo a condizione che vi fossero incluse determinate manipolazioni redazionali a favore delle tre principali tesi petro-paoline che fondarono il cristianesimo, trasformando il «Gesù storico» in un «Cristo teologico»: la «morte necessa­ria», la «resurrezione» e la «parusia gloriosa e imminente». Se tale premes­sa è chiara non ci si stupirà di vedere come questa udienza presso il sommo sacerdote Anania sia del tutto assente nei Sinottici, ove invece viene dato particolare risalto a quella davanti a Caifa, che viene considerata pubblica e perfettamente regolare: «là si riunirono tutti i capi dei sacerdoti, gli anziani e gli scribi» (Mc 14,53).

Nel vangelo di Marco è detto espressamente che solo Pietro prese a seguire Gesù e che solo lui poté assistere all’interrogatorio da parte di Cai­fa. Se si mettono a confronto i due interrogatori, la differenza è notevole: in quello riportato da Giovanni il Cristo appare come un politico avente una propria ideologia e dei propri seguaci; in quello riportato dai Sinottici appa­re come un religioso, che pretende di dichiararsi «figlio di dio».

Anania considera Gesù un sovversivo che agiva nella clandestini­tà, e Gesù si difende dicendo che, per quanto gli era possibile, egli aveva sempre agito in pubblico e ne erano testimoni i tanti seguaci che aveva, an­che nella stessa Gerusalemme.

Caifa invece considera Gesù un impostore che si fregia del titolo di messia, senza una previa autorizzazione religiosa, un eretico, uno che mi­naccia l’autorità della classe sacerdotale, avendone espulso i mercanti ch’es­sa autorizzava per i traffici davanti al Tempio. Tuttavia il Sinedrio, incerto sul da farsi a causa di testimonianze opposte sulla natura politica del mes­sia, si decide a condannarlo soltanto davanti a un’esplicita affermazione del Cristo: «Sono io il Messia, il figlio di Dio» (Mc 14,61), che viene interpre­tata come una bestemmia, cioè come una professione inequivocabile di ateismo, in quanto lui, ch’era uomo, si faceva uguale a dio.

Così, mentre nel quarto vangelo Gesù viene condannato come messia rivoluzionario, che minaccia i poteri collaborazionisti costituiti, in Marco invece viene condannato per ateismo, in grado di minacciare gli stessi poteri, ma per motivi culturali o religiosi o, se si preferisce, di politi­ca-religiosa, non di politica in generale, cioè non in relazione all’indipen­denza nazionale del paese, alla democrazia come forma di governo.

Il Cristo di Marco non dice mai nulla contro Roma, anzi invita espressamente a pagare i tributi a Cesare (Mc 12,17), e alla classe sacerdo­tale chiede soltanto (si fa per dire) d’essere riconosciuto come «figlio di dio» (che poi, in realtà, questa sarà la richiesta che Pietro, in At 4,8 ss., ri­volgerà direttamente al potere giudaico, al fine di realizzare un compromes­so in cui si barattava, in cambio di un riconoscimento dell’idea di resurre­zione, da parte delle autorità religiose, la rinuncia, da parte cristiana, a ri­vendicare l’esigenza dell’insurrezione armata). Insomma i giudei, stando a Marco, avrebbero condannato Cristo per non aver accettato ch’egli fosse «messia» in quanto «figlio di dio».

Una tesi, questa – come si può facilmente notare – del tutto assurda, poiché, se veramente le cose fossero andate così, noi dovremmo sostenere che i giudei ebbero tutto il diritto di comportarsi in quella maniera, non po­tendo essi sapere in anticipo che il messia sarebbe «risorto»; e comunque resterebbe poco comprensibile la consegna di un «messia mistico» nelle mani di un procuratore romano, che in teoria non avrebbe saputo che farse­ne di accuse di tipo religioso, esattamente come Gallione nei confronti di Paolo (At 18,15). In precedenza, quando in gioco era la non meno odiata predicazione del Battista, non si pensò neanche lontanamente di catturarlo per consegnarlo all’autorità romana. E non lo si farà neppure quando, vari anni dopo la morte del Cristo, si deciderà di eliminare personaggi scomodi come Stefano, Giacomo Zebedeo, Giacomo fratello di Gesù ecc.: tutti «omicidi di stato» che, se non venissero spiegati con motivazioni di ordine politico, difficilmente potrebbero esserlo con quella psicologica offerta da Marco (15,10) per giustificare l’esecuzione del messia: l’invidia.

L’accusa di tipo religioso era peraltro insostenibile anche per altre due ragioni: la prima è che Gesù non aveva mai detto d’essere «figlio di dio», secondo l’accezione «cristiana». Neppure Pietro usò mai questo con­cetto prima di Paolo. Ci vorrà il concilio di Nicea del 325 per poter stabilire ufficialmente che il «dio-figlio» andava considerato «consustanziale» al «dio-padre». E se un concetto del genere non poteva essere interpretato in maniera «esclusivista», come farà Paolo, allora poteva essere attribuito, in forma «traslata», a chiunque avesse dimostrato particolare dignità e cari­sma. Se davanti a Caifa il Cristo avesse fatto dipendere la propria «messia­nicità» dalla propria «divinità» o avesse fatto il contrario, i giudei avrebbe­ro avuto tutte le ragioni nel temere un folle esaltato, capace di plagiare le masse. Infatti, chi avesse sostenuto di poter avere con Jahvè un rapporto di figliolanza esclusiva, facendo passare i propri connazionali come semplici esseri umani, sarebbe stato accusato di «ateismo» in quanto «folle». Il con­cetto di «figlio di dio» non solo non è mai stato usato dal Cristo contro il potere giudaico, ma neppure questo avrebbe mai potuto usarlo contro di lui. Semmai l’accusa di ateismo poteva essere riferita al fatto ch’egli non rispet­tava il sabato, le regole dietetiche, il primato del Tempio, non praticava al­cuna forma di culto, non apparteneva ad alcun partito religioso dominante, non frequentava le sinagoghe e così via.

La seconda ragione è che Gesù aveva manifestato il proprio atei­smo dicendo non che si sentiva «come dio», ma che tutti gli uomini si do­vevano sentire come «dèi» (Gv 10,34). L’epurazione del Tempio doveva appunto far capire che il popolo non aveva più bisogno di dipendere da una casta sacerdotale, meno che mai da quella corrotta dei sadducei e dei som­mi sacerdoti. Sotto questo aspetto non era neppure vero ch’egli volesse «di­struggere materialmente» il Tempio (Mc 14,58), ma soltanto che voleva sottrarre al clero la sua gestione affaristica: cosa che capì anche Nicodemo (ovvero l’ala progressista del fariseismo), per quanto non volesse ammetter­lo pubblicamente (Gv 3,1 ss.). Se uno proprio voleva essere «credente» gli si doveva dare il diritto di esserlo ovunque, senza obbligarlo a versare deci­me ai sacerdoti e a compiere sacrifici presso il Tempio. I samaritani furono entusiasti di questa proposta.

Qui si può aggiungere che se anche Caifa gli avesse fatto una do­manda esclusivamente politica: «Sei tu il messia?», senza riferimenti di tipo religioso, la risposta non avrebbe certo potuto essere affermativa, proprio perché un qualunque messia che avesse voluto apparire democratico avreb­be dovuto lasciare alle folle il compito di rispondere a quella domanda. Cioè Gesù avrebbe dovuto rispondere la stessa cosa detta davanti ad Ana­nia: «Perché interroghi me?» (Gv 18,21).

Marco insomma dà una versione dei fatti del tutto apologetica del­le tesi petrine. Decidere poi di far picchiare Gesù davanti a tutto il Sinedrio, aggiungendo persino la provocazione d’indovinare chi in quel momento l’a­veva percosso dopo averlo bendato, facendo così credere ai suoi lettori ro­mani che gli accusatori giudei sapevano esattamente che Gesù si riteneva un «dio», è stata una scelta antisemita assolutamente indegna per un intel­lettuale come lui. Che possibilità di pentimento avrebbe potuto esserci da parte di chi, sapendo esattamente che Gesù si considerava «dio» e trovando una conferma di questo nella tomba vuota e nell’idea petrina di resurrezio­ne, aveva consapevolmente deciso di farlo fuori lo stesso?

Luca negli Atti (3,17 ss.) non arrivò mai a tanto, anzi fece dire a Pietro parole di speranza: «io so che voi avete agito per ignoranza, così come i vostri capi; Dio però ha adempiuto così ciò che aveva annunziato per bocca di tutti i profeti, che cioè il suo Cristo sarebbe morto. Pentitevi dunque e cambiate vita, perché siano cancellati i vostri peccati e così possa­no giungere i tempi della consolazione da parte del Signore ed egli mandi quello che vi aveva destinato come Messia, cioè Gesù». Pietro legava l’idea di immediata e trionfale parusia alla condizione del generale pentimento. Marco invece, che constata la mancata parusia, può sentirsi più libero nel proprio antisemitismo.

L’udienza davanti al sommo sacerdote Caifa è attestata anche da Giovanni, ma perché non riportarne neppure una parola? L’aveva fatto Pie­tro attraverso Marco, pur non avendo alcuna conoscenza di ambienti altolo­cati giudaici, attraverso i quali poter avere informazioni riservate: a mag­gior ragione avrebbe dovuto farlo Giovanni, che quelle conoscenze le ave­va. Qui le ipotesi possono essere almeno due: o a Giovanni sarà parso che quanto detto dai Sinottici fosse bastevole, sufficientemente attendibile per comprendere la dinamica degli eventi, oppure avrà considerato superfluo ri­petere cose già dette prima, parlando dell’interrogatorio davanti ad Anania. L’esegesi confessionale sostiene che, avendo Giovanni dei lettori di origine pagana, costoro non potevano essere interessati più di tanto a questioni di natura «strettamente giudaica». In realtà se davvero vi fossero state questio­ni meramente «giudaiche» è assai dubbio che le autorità religiose si sareb­bero risolte a consegnare immediatamente il detenuto nelle mani di Pilato.

Il fatto che Giovanni dica che quando Gesù uscì dalla residenza di Caifa il gallo cantò, deve farci pensare che anche presso di lui l’udienza sia durata molto poco e che forse non abbia avuto un contenuto diverso da quello della precedente, ammesso e non concesso che Giovanni avesse in­formazioni sufficienti per descriverla. In quel momento ai capi dei sacerdoti bastava sapere che il messia fosse stato davvero catturato, che non ci fosse­ro dubbi sulla sua identità e che si potesse consegnarlo immediatamente a Pilato, onde evitare che i nazareni lo liberassero prima dell’esecuzione.

Noi possiamo facilmente ipotizzare che tra Anania e Caifa non do­veva esserci molta differenza nell’atteggiamento ostile nei confronti del mo­vimento nazareno (lo portarono prima ad Anania soltanto in segno di rispet­to e Anania lo inviò a Caifa così come gliel’avevano consegnato). Nondi­meno sarebbe stato poco intelligente, da parte di Giovanni, non riportare al­cunché di un’udienza il cui principale attore era lo stesso di tutto il giudai­smo ufficiale di quel tempo, il primo responsabile – come viene detto nel suo vangelo (11,49 s.) – della decisione di condannare a morte il messia; lo sarebbe stato anche nel caso in cui gli argomenti o le modalità processuali fossero stati analoghi a quelli dell’udienza già avvenuta in casa di Anania.

Qui si ha la netta impressione – anche leggendo il resoconto sinot­tico del processo giudaico – che i redattori cristiani non avessero in realtà alcuna possibilità di sapere come andarono effettivamente le cose in casa di Caifa. E dobbiamo parlare proprio di «casa», esattamente come per Anania, e non di Sinedrio, coi suoi 71 parlamentari, poiché, essendo di notte, non vi era alcuna possibilità di convocarlo in maniera regolare nell’atrio quadrato del Tempio detto Beth Din, né lo si sarebbe voluto, temendo le solite spac­cature tra farisei e sadducei (Gv 12,42). Le udienze, in un certo senso, furo­no private e con la precipua finalità non di processare il Cristo ma di conse­gnarlo a Pilato.

L’onere di giustiziare un sedizioso politico dovevano assumerselo i romani, e di fronte a questa necessità l’atteggiamento del potere giudaico, istituzionale (sadduceo) e sociale (fariseo), poteva anche porsi in maniera duplice, nel senso che se il popolo l’avesse condivisa si confermava la posi­zione rassegnata dei collaborazionisti sadducei, mentre se l’avesse impedita, sgominando la guarnigione romana, quella parte di farisei che aveva appog­giato Gesù poteva anche impegnarsi seriamente in un progetto rivoluziona­rio. Quante volte, come precondizione del loro appoggio, i farisei avevano chiesto a Gesù di dar loro un «segno» (Mc 8,11; Gv 2,18; 6,30), cioè una garanzia di successo dell’insurrezione?

Non dobbiamo peraltro trascurare che il tradimento di Giuda fu cosa del tutto inaspettata per le autorità giudaiche, le quali, anzi, dopo l’in­gresso trionfale di Gesù nella capitale giudaica, non potevano non avvertire vicina la loro fine politica, che già era stata seriamente minacciata in occa­sione della cacciata dei mercanti dal Tempio. Non avrebbe avuto alcun sen­so comportarsi in maniera legittima, rispettando tutti i crismi della legalità, nei confronti di un personaggio del genere.

Le autorità non avevano alcuna intenzione di scendere a trattative col movimento nazareno, sapendo bene che il tempo per porre delle condi­zioni a loro favore era scaduto. L’unica possibilità di salvezza che avevano era soltanto quella di dimettersi. Ecco perché andarono a chiamare imme­diatamente rinforzi sul versante del nemico romano: fu Pilato in persona che inviò l’intera coorte a catturare Gesù.

Quanto al merito dell’udienza davanti ad Anania, va ribadito – se ce ne fosse ancora bisogno – ch’essa non può configurarsi come un dibattito processuale vero e proprio, non solo perché il luogo era privato e la durata fu irrisoria, ma anche perché il detenuto andava considerato «politico» e non «comune», e sarebbe stato indelicato, da parte di Anania, scavalcare le prerogative di Caifa, allora in carica. Quell’udienza quindi si configura sol­tanto come un incontro del tutto informale, privo di qualsivoglia aspetto giuridico, anche perché si sapeva benissimo che qui non si aveva a che fare semplicemente con un individuo che, a titolo personale, violava alcune in­terpretazioni ufficiali della legge, ma con un leader politico pericoloso, avente molto seguito popolare, che si prefiggeva di liberare la Palestina non solo dai romani ma anche dai loro collaborazionisti. Sarebbe stato assurdo pensare di poterlo condannare a morte solo perché violava il sabato o per­ché negava qualunque legittimità a una casta sacerdotale la cui corruzione era ben nota.

Peraltro quando interroga Gesù, Anania sembra quasi fingere di non conoscere il movimento nazareno e il suo leader: chiede delucidazioni sulla sua dottrina e sui suoi seguaci, trattandoli come terroristi o estremisti che agiscono nella clandestinità, capaci abilmente di sottrarsi a tutti i man­dati di cattura. Sembra quasi che voglia recitare la parte dell’inquisitore che rispetta le regole formali di un dibattimento regolare: in realtà sta cercando soltanto un appiglio utile a esplicitare la motivazione con cui consegnare il sovversivo a Pilato.

Gesù però non ci sta a essere considerato come leader di una setta segreta e rivendica il carattere pubblico e democratico del suo movimento: se le autorità vogliono sapere qualcosa dei suoi seguaci non hanno che da interrogarli. Le domande, in sostanza, gli paiono fuori luogo, anzi tenden­ziose. Solo che la risposta che lui dà, laconica ma obiettiva, appare offensi­va, irrispettosa, alla guardia principale del sommo sacerdote, che decide, per questa ragione, di colpirlo in faccia. Evidentemente davanti a una figura istituzionale come Anania, il cui potere era indiscusso, si era abituati a ve­dere atteggiamenti più reverenziali e dimessi. Gesù invece manifesta di sen­tirsi alla pari, per cui il militare, colpendolo, è come se avvertisse il dovere precipuo di tutelare l’onore e il rispetto dovuto all’autorità.

Senza trascendere, senza lasciarsi impressionare, ma con dignità, Gesù risponde anche a lui, facendogli capire che svolgere una funzione di protezione non significa dover essere «servili», per cui lo invita a ragionare con la sua testa, dimostrando, nel merito, il torto della risposta data al som­mo sacerdote. Vedendo questo, Anania capisce che Gesù non gli risponderà com’egli avrebbe voluto, per cui lo manda da Caifa, ben «legato» (Gv 18,24).

Nota

1 Nel vangelo di Marco vi è la contraddizione secondo cui se davvero Pilato avesse voluto liberare Gesù non l’avrebbe messo in alternativa a un patriota nazionale; tuttavia Marco presenta Barabba come uno spregevole assassino (ancorché «politico» in quanto «ribelle») che non avrebbe meritato d’essere messo in alternativa al Cristo pacifista, e il fatto che il popolo lo scelse è, secondo l’evangelista, che qui non ha scrupoli nel manifestare il proprio antisemitismo, la riprova della bassezza d’animo dei giudei. Di questa prassi di scambiare un prigioniero per un altro esistono tre testimonianze al di fuori dei vangeli: il costume romano di togliere ai prigionieri le catene e di metterli in libertà in occasione della festa dei lectisternia; il protocollo di un procedimento giudiziario svoltosi dinnanzi a Settimio Vegeto, governatore d’Egitto nell’86 d.C., il quale decise di non esprimere alcuna sentenza lasciando l’imputato al giudizio della folla; il trattato mishnaico Pesachim VIII 6a, che prevede la possibilità di celebrare la Pasqua per un prigioniero che abbia ottenuto la promessa di essere rilasciato. Tuttavia non è da escludere che Pilato avesse adottato questa provvedimento di sua spontanea iniziativa, in considerazione proprio della pericolosità di Gesù.

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Autore: laicusblog

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