Si può parlare di estremismo politico nel tradimento di Giuda?

La figura di Giuda è tra le più interessanti nei vangeli, poiché il suo tradimento sta ad indicare che pur credendo nei medesimi ideali di giu­stizia degli altri compagni di lotta, un militante può compiere, spinto da motivazioni soggettive, cose che vanno in direzione opposta rispetto alla desiderata realizzazione di quegli obiettivi.

La storia di Giuda c’insegna tre cose fondamentali: 1. la giustezza di un ideale non garantisce della sua corretta applicazione; 2. l’incoerenza fra teoria e prassi è un frutto della libera volontà dell’uomo e non può essere impedita oltre un certo limite; 3. tale incoerenza porta a falsificare lo stesso ideale in cui inizialmente si credeva.

Giuda dunque non può aver tradito per denaro ma per motivi poli­tici: probabilmente come Tommaso riteneva che l’insurrezione sarebbe fal­lita, non avendo il movimento di Gesù tra i giudei il consenso sufficiente. Fu un errore, poiché il consenso l’aveva avuto proprio dopo la morte di Lazzaro, il cui movimento per i giudei costituiva una grande speranza.

Il Giuda di Zullino (Rizzoli 1988)

Pietro Zullino è un outsider di professione, uno che ama i perso­naggi – come lui stesso li definisce – «maledetti» o «perdenti» della storia: già ha cercato di rivalutare Catilina e i sette re di Roma. Quali ne siano stati i risultati è presto detto. Con la tecnica del ballon d’essai, Zullino ha realiz­zato discreti scoop editoriali a sfondo scandalistico; in effetti, per quanto af­fermi il contrario, la storia proprio non gli interessa. Avvenimenti reali o completamente inventati per lui sono la stessa cosa: ciò che più gli preme è colpire il lettore con novità più o meno eclatanti e, naturalmente, vendere il più possibile.

Questa volta Zullino, nei panni d’un novello Sherlock Holmes, ha cercato d’imitare il suo collega Vittorio Messori che con le sue Ipotesi su Gesù (SEI 1976) aveva senza dubbio ottenuto un grande successo. Solo che una differenza purtroppo c’è: Zullino non ha né l’onestà intellettuale né la serietà professionale di Messori. È solo un giornalista rampante in cerca di fortuna. Messori però ha abboccato e s’è messo a fare, sulla rivista «Jesus», una diligente e canonica lezioncina, a puntate, circa la personalità, l’ideolo­gia e la morte di Giuda, incluse le interpretazioni che ne sono state date (ovviamente restando nei limiti del confessionismo cattolico-romano). Sotto questo aspetto è difficile dire se sia preferibile un intellettuale di estrazione cattolica che si sforza di modernizzare il Cristo della chiesa romana, oppure quegli intellettuali laici travestiti da preti, lanciati dalla Rusconi in analoghe imprese (come ad es. O. Gurgo, che ha faticato su Pilato, nel 1987).

Dal canto suo, Zullino non è certo quell’eretico di cui si vanta, ben­ché sulle prime appaia meno allineato di Messori. Si può forse considerare critica, seria, trasgressiva un’opera che dà per scontate le apparizioni di Gesù risorto, la sua ascensione, il primato di Pietro e altre favole del gene­re? Peraltro, già prima di lui non pochi esegeti hanno cercato di riconsidera­re la figura di Giuda, liberandola dal marchio infamante del traditore. Di ammiratori dell’Iscariota si ha notizia sin dal II sec. d.C.: i cainiti (seguaci di Caino) ritenevano, ingenuamente o cinicamente, che il tradimento faces­se parte di un provvidenziale «piano di dio», per cui la colpevolezza dell’a­postolo andava di molto ridimensionata. Una tesi, questa, che nel corso dei secoli ha affascinato una sequela di poeti e scrittori (fra i contemporanei si possono citare i nomi di J. L. Borges, Finzioni; G. Berto, La passione se­condo noi stessi; M. Brelich, L’opera del tradimento; F. Ulivi, Trenta dena­ri, ecc.), i quali, più o meno laicamente, hanno intravisto nella sibillina fra­se di Cristo pronunciata nell’ultima cena: «Quello che devi fare, fallo pre­sto», un vero e proprio invito alla diserzione.

Zullino dunque non ha fatto altro che accodarsi dietro le fila di questi maestri del trasformismo, per i quali – consapevoli dell’epoca in cui viviamo – i traditori diventano «uomini di coscienza», i ravveduti «uomini imbelli», i venali «uomini realisti» che conoscono le difficoltà della vita, e così via. Oggi la psicanalisi più dégagé vede addirittura in Giuda una figura simbolica, mitologica, creata da una comunità cristiana pentita d’aver rotto i suoi rapporti col giudaismo. Per tale comunità il traditore sarebbe stato non Giuda ma lo stesso Gesù!

Insomma, l’esempio dell’Iscariota, figlio di Simone, oggi è diventa­to un pretesto per compiacersi dell’idea secondo cui un uomo non può esse­re ritenuto responsabile delle sue azioni quando tutto lo induce a muoversi in una determinata direzione. Anzi, c’è di più. Giuda – si sostiene – non è una vittima delle circostanze (come ad esempio il Pilato dei vangeli) ma un eroe suo malgrado. Grazie, infatti, al tradimento (della cui portata egli certo non poteva essere consapevole) è nato il più grande mito della storia: il fi­glio di dio che s’immola per salvare l’umanità dai suoi peccati. Gloria a Giuda dunque, che ha avuto il coraggio di fare quello che gli altri apostoli non seppero o non vollero fare!

Stando dunque a Zullino, Giuda si aggregò alla comunità di Gesù quando questi, all’inizio della sua carriera messianica, frequentava gli am­bienti del Battista. Gesù gli affidò la gestione della cassa comune. Essendo nativo della Giudea, l’apostolo non riuscì a vedere di buon occhio la caccia­ta dei mercanti dal Tempio di Gerusalemme, né accettò, in seguito, la predi­cazione rivolta ai pagani. Il gruppo minoritario dei Dodici (Giuda, Tomma­so, Taddeo, Giacomo il minore e Simone cananeo) fu – a parere di Zullino – responsabile della secessione di Cafarnao, in occasione dei «pani moltipli­cati», perché non si voleva un messia avversario del Tempio, né amico dei pubblicani (fra i quali Matteo e, più tardi, Zaccheo) o degli erodiani (come Chuza, funzionario di Erode). Proprio a causa di queste amicizie, Giuda, in qualità di cassiere, si rendeva conto di amministrare soldi di dubbia prove­nienza. Sommati a questi vi sono – secondo Zullino – molti altri fattori che a un certo punto indussero l’Iscariota a compiere in extremis il gesto dispera­to: vedendo Gesù circuito da erodiani e pubblicani, egli tradì perché si sen­tiva tradito.

Una ricostruzione – come si può facilmente notare – piuttosto fan­tasiosa, che ricalca, in buona parte, quella del teologo E. Stauffer, il quale vedeva in Giuda un figlio fedele della sinagoga. Ma la principale tesi di Zullino è un’altra. Egli sostiene che Giuda non si pentì – come risulta dalla versione di Matteo – restituendo i 30 sicli d’argento e impiccandosi a un al­bero, ma, al contrario, fu ucciso per vendetta o per precauzione, mentre si stava godendo il frutto della sua spiata, cioè l’acquisto di un podere nei pressi di Gerusalemme.

I mandanti di questo delitto possono essere stati – al dire di Zullino – sia il nemico n. 1 di Gesù, il sommo sacerdote Caifa, sia Pilato, ma anche i pubblicani e persino gli stessi apostoli, fra i quali i sospetti maggiori cado­no su Giovanni e Tommaso. Nella versione degli Atti di Luca (1,15-19) ri­sulta – secondo Zullino – che Giuda venne assassinato nel campo di Hakel­damà, alla periferia della capitale ebraica: il suo ventre fu trovato squarciato e nessuno si meravigliò di questa morte. Il racconto di Matteo venne in se­guito elaborato per rendere meno imbarazzante la testimonianza di Pietro. (Dopo queste, molte altre sciocchezze vengono dette nel libro suddetto).

Ora, se c’è una cosa che, a questo punto, uno storico non dovrebbe assolutamente fare è proprio quella di dimostrare il contrario delle tesi di Zullino. Infatti, su quali basi si potrebbe farlo? Esistono forse, riguardo a tutta questa faccenda, fonti storiche attendibili? Messori ostenta coraggio nel rimproverare a Zullino e a certi esegeti «scomodi» – come A. Loisy, E. Renan, ecc. – che le loro interpretazioni rientrano nel «romanzo», ma la sua, che vanta una fedeltà pressoché letterale al Nuovo Testamento, può forse essere considerata storica?

In realtà, con le poche fonti di cui disponiamo, se vogliamo fare «quattro chiacchiere», tralasciando la discussione sulla loro autenticità, non possiamo che opporre romanzo a romanzo. Zullino, ad esempio, è convin­tissimo che la versione di Pietro offerta negli Atti di Luca sia più affidabile di quella matteana. Ma siamo veramente sicuri che Pietro voglia riferirsi al­l’omicidio di Giuda? Secondo alcuni esegeti tedeschi, poco conosciuti in Italia, proprio i versetti cui Zullino si appella (18-20 del c. 1), altro non sono che un’aggiunta posticcia allo stesso testo di Luca, usata per avvalora­re l’idea che Giuda era un essere abietto e spregevole, destinato a una fine vergognosa. Idea che, ai tempi di Matteo (che ha scritto il vangelo prima degli Atti), non era ancora stata espressa in maniera così cruda. La decisio­ne di restituire i soldi del contratto e quella d’impiccarsi facevano appunto pensare a un Giuda fondamentalmente onesto. E questo senza tener conto che anche la versione di Matteo (che dei quattro evangelisti è il più leggen­dario) non è molto tenera con l’Iscariota. Matteo infatti è responsabile della volgarissima accusa secondo cui Giuda avrebbe tradito per denaro.

Viceversa, nel racconto di Marco, che è più antico di Matteo, si parla di soldi solo nel senso che le autorità religiose avrebbero dato una ri­compensa a Giuda, se questi fosse riuscito a consegnare loro Gesù. Come Marco possa sapere questo è difficile dirlo, ma di nient’altro si parla. Dal canto suo, Giovanni, che pur scrivendo per ultimo mostra a volte di cono­scere le cose meglio degli altri, non accenna minimamente a particolari ri­compense né a cifre prestabilite dallo stesso Giuda.

È vero, spesso gli esegeti si soffermano sull’episodio dell’unzione di Betania, allorché Giuda si scandalizzò nel vedere lo spreco che Maria, sorella di Lazzaro, fece cospargendo il capo e i piedi di Gesù di un profumo molto costoso. In quell’occasione egli avrebbe detto che sarebbe stato me­glio venderlo e distribuire il ricavato ai poveri. Al che Giovanni obietta che Giuda disse questo non perché amasse i poveri, ma perché era un ladro e dalla cassa di tanto in tanto sgraffignava qualcosa. Oggi però anche sull’au­tenticità di questo versetto giovanneo si hanno molti dubbi. Sarebbe stato davvero poco intelligente rimproverare un apostolo che, almeno apparente­mente o comunque senza cattiva fede, muoveva una giusta protesta.

È dunque probabile che pure in questo caso, come in tantissimi al­tri, si debba vedere la mano di qualche manipolatore del vangelo di Giovan­ni che, sulla scia della tesi di Matteo, abbia voluto evidenziare un Giuda non solo venale ma anche ipocrita. Gesù infatti gli risponderà che Maria aveva riservato a lui quel profumo, per il giorno della sua morte (secondo l’usanza ebraica), e che pertanto non poteva essere rimproverata se aveva voluto usarlo prima: ai poveri non era stato tolto niente.

Di tutto ciò Giuda non poteva certamente essere a conoscenza. Se di una cosa l’apostolo così attento alle questioni sociali poteva essere rim­proverato, era semmai la scarsa attenzione prestata al rapporto umanissimo fra Gesù e Maria. Quest’ultima infatti aveva deciso d’usare in anticipo quel prezioso nardo per ringraziarlo d’averle riportato in «vita» (simbolicamente parlando, s’intende) il fratello Lazzaro. Che poi in questo gesto l’esegesi cattolica abbia creduto di vedere, erroneamente, una consapevolezza profetica, da parte di Maria, dell’imminente morte di Gesù, questo è un altro discorso. E qui non è neppure il caso di parlare del fatto che quella di Lazzaro non fu affatto una resurrezione ma al massimo una guarigione, se non addirittura una metafora della ripresa del movimento di liberazione della Palestina, di cui lo stesso Lazzaro era stato attivo fautore. Sicché l’unzione di Maria fu in realtà un’anticipazione della vittoria imminente del Cristo a Gerusalemme, cui Giuda rispose avanzando delle riserve sui tempi.

Il vangelo di Marco, che solo di recente, dopo quasi duemila anni di oblio, si è cominciato a considerare come il più significativo dei Sinotti­ci, lascia completamente in ombra il movente del tradimento. Ma se diamo ragione all’opinione di S. Brandon (Gesù e gli zeloti, Rizzoli 1983), secon­do cui tale vangelo tende a conciliare l’ideologia cristiana col potere politi­co dell’impero romano, si può ragionevolmente credere che il suddetto mo­vente sia stato più «elevato» o meno «ignobile» di quel che in genere si cre­da.

Presentando infatti un Cristo spoliticizzato al massimo, Marco non poteva che censurare un personaggio scomodo come Giuda. Il suo merito naturalmente non sta in questo, ma nell’aver evitato di fornire un’immagine fortemente deformata dell’apostolo. Che questi comunque non sia stato quel «mostro di cattiveria» dipinto solitamente dalla chiesa, da un pezzo molti lo credono: persino un ingenuo come G. Ricciotti s’accorse, a suo tempo, che il gesto di riconsegnare il denaro ai preti mal si addiceva al cliché del Giuda avaro o esoso.

D’altra parte, lo stesso Matteo lascia intendere che la somma corri­sposta e restituita non aveva altro scopo che quello di confermare una pro­fezia di Geremia (che poi, invece, era di Zaccaria). Per non parlare del fatto che i 30 sicli d’argento sono identici al prezzo fissato dalla legge mosaica per la vita di uno schiavo ucciso (Gesù infatti nei vangeli appare come uno schiavo: o perché trattato così dai romani, o perché lui stesso, pur essendo dio, scelse di vivere così).

In realtà, sin dal 1828 l’ipotesi più interessante con la quale si è cercato di spiegare il motivo del tradimento e, di conseguenza, l’omertà e le falsificazioni dei vangeli (che sono testi sì politici, ma sostanzialmente con­servatori), è sempre stata quella dell’estremismo politico che caratterizzava l’apostolo della Giudea. Allora il primo a sostenerla fu H. E. G. Paulus, con la sua famosa Vita di Gesù; oggi il già citato Brandon, E . Schweizer e altri ancora. D. Rops sostiene sì il motivo politico, ma nel senso che Giuda tradì perché Gesù non voleva dare alcun adito alle ambizioni temporali (col che, in ultima istanza, si finisce col condividere l’interpretazione evangelica).

Giuda insomma – questa la miglior tesi fino a oggi proposta – tro­vatosi profondamente deluso dall’immobilismo di Gesù, ne avrebbe provo­cato l’arresto per costringerlo a prendere il potere con un colpo di mano, o comunque per sollecitare la folla di Gerusalemme a un’insurrezione antiro­mana nel momento cruciale della Pasqua. Giuda dunque sarebbe stato un estremista vicino alle posizioni zelote. La stessa denominazione di «Iscario­ta» non indica – come vogliono alcuni – la città di provenienza, bensì la tra­scrizione semitica di sicarius, termine col quale i romani designavano gli zeloti o comunque l’ala più radicale di questo partito. Peraltro anche l’apo­stolo Simone cananeo era uno zelota1 e l’appellativo di «barjona» riferito a Pietro in Mt 16,17 può benissimo significare «ribelle» o «fuorilegge» (vedi le tesi di F. Schulthess, riprese da O. Cullmann).

Che Giuda fosse un estremista e non un conservatore – come crede Zullino – lo si capisce proprio dal racconto giovanneo dei pani moltiplicati, che è il più politicizzato dei quattro. Giuda cominciò a pensare di tradire Gesù nel momento stesso in cui lo vide rifiutare il trono d’Israele di fronte a cinquemila persone che glielo offrivano (non dimentichiamo che la guarni­gione romana stanziata a Gerusalemme era composta soltanto di 600 solda­ti). Diversamente da come vuole Zullino, Giuda, forse più degli altri apo­stoli, sperava che Gesù approfittasse della popolarità acquisita per muovere subito contro il potere di Roma e dei suoi alleati (sadducei, anziani, sommi sacerdoti, erodiani, ecc.).

A Cafarnao invece Gesù declinò l’invito della folla perché s’era reso conto ch’essa voleva la sua elezione monarchica, non in quanto lo rite­neva superiore a Mosè, e quindi capace di rinnovare profondamente i valori e la prassi esistenti, ma solo in quanto lo riteneva capace di ripristinare le vecchie consuetudini ebraiche, ridando lustro a un’antica e gloriosa tradi­zione, quella dei tempi di Davide e Salomone.

Praticamente la stessa cosa si ripeté a Gerusalemme in occasione dell’ingresso messianico. Anche Giuda ha la stessa fretta di veder realizzato il regno e non riesce ad accettare il realismo e le scelte tattiche del messia. Nel racconto giovanneo dell’ultima cena Gesù, temendo seriamente che qualcuno, con decisioni impulsive, lo potesse costringere a fare cose che non avrebbe voluto fare, verifica la fiducia degli apostoli nella scelta dei suoi tempi e nella sua strategia… lavando loro i piedi! Fu un gesto simboli­co, ma di grande effetto. Tentato dal rifiutarlo, Pietro non riusciva a soppor­tare che l’imminente re d’Israele si abbassasse a quel livello. Ma il candida­to al trono voleva soltanto far capire che non avrebbe preso il potere senza una vasta e cosciente partecipazione popolare: il suo messianismo o veniva accettato in tutta la sua umana democraticità, oppure era meglio rinunciare all’impresa, poiché le conseguenze, al cospetto dell’impero schiavista più forte del mondo, sarebbero state pesanti per tutti.

Durante il trionfo dell’ingresso messianico, a chi pretendeva di ve­dere nel messia un superman capace d’imporsi con la forza della sua autori­tà, il Cristo aveva risposto d’essere soltanto un «figlio dell’uomo» che per poter vincere l’oppressore romano aveva prima bisogno d’essere «innal­zato», cioè eletto, appoggiato democraticamente dalle masse popolari.

Giuda però questa volta non si lascia sorprendere: per lui le masse erano soltanto un gregge da guidare, una forza da usare a propria discrezio­ne. Ecco perché rifiuta, pur senza manifestarlo, la lavanda dei piedi. La sua alternativa ormai è un’altra: «O reagisci alla mia provocazione prendendo a tutti i costi il potere, oppure ne esci sconfitto, ma allora non eri tu il messia che attendevamo». Probabilmente Giuda era anche convinto che, comunque fossero andate le cose, nessuno avrebbe potuto rimproverarlo d’aver tradito. Viceversa Gesù, non intenzionato a imporre un regime di terrore psicologi­co all’interno del collegio apostolico in un momento così delicato, cercava di dissuadere chiunque dal non prendere iniziative personali.

In particolare con l’Iscariota il Cristo usa molto tatto e diplomazia: lo vuole vicino a sé durante la cena, gli offre con gesto di grande familiarità un boccone di cibo e lo incarica di una missione molto importante, scono­sciuta – dice Giovanni – agli altri apostoli. La famosa frase di Gesù: «Quello che devi fare, fallo presto», va appunto intesa in questo senso, che Gesù vo­leva sapere, prima di decidere il piano d’azione insurrezionale, qual era l’ul­tima parola dei possibili alleati (in primo luogo i farisei, ma anche gli zelo­ti, i battisti, gli esseni…), cioè su quali forze poteva effettivamente contare.

Cosa poi sia successo mentre Gesù e gli altri apostoli attendevano la risposta e mentre cercavano di sottrarsi alla cattura ritirandosi nel rifugio del Getsemani, è facile immaginarlo, anche se impossibile dimostrarlo. Ot­tenuta una risposta negativa o insoddisfacente, Giuda avrà deciso a quel punto di agire come la sua coscienza gli comandava.2

Quando si osservano atteggiamenti di questo tipo è difficile indivi­duare il meccanismo che li fa scattare. Indubbiamente la tendenza a credere che nelle situazioni di conflitto esasperato sia più facile conseguire determi­nati obiettivi di giustizia e di libertà, può diventare una forte sollecitazione interna. Normalmente, però, una convinzione del genere porta o a soprav­valutare le proprie forze o a sottovalutare quelle dell’avversario. Sia come sia, la logica fatalistica e insieme volontaristica del «tanto peggio tanto me­glio» resta assolutamente inaccettabile.

Il desiderio di creare situazioni-limite, altamente esplosive, senza tener conto delle reali forze in campo, riflette non solo una grande sfiducia nelle potenzialità delle masse, ma anche una concezione individualista del­l’esistenza, che facilmente sbocca verso soluzioni terroristiche o comunque velleitarie. Peraltro, proprio a queste soluzioni si deve – stando alla croni­storia di Giuseppe Flavio – la trasformazione della Palestina in un cumulo di pietre fumanti.

Note

1 Mc 3,18 non dice che Simone era «zelota» ma solo «cananeo». Lo dice tuttavia Lc 6,15, perché ai suoi tempi la parola «zelota» non aveva più il carattere imbarazzante che aveva ancora in quelli di Marco. Luca infatti fa «armare» i discepoli di Gesù (22,36), Marco no.

2 Chissà perché quando si pensa al tradimento di Giuda viene spontaneo fare un confronto con quello di Trotski nel 1918, allorché, in qualità di capo della delega­zione sovietica ai colloqui con i plenipotenziari tedeschi, egli infranse le istruzioni di Lenin, del Cc del partito e del governo sovietico, non sottoscrivendo le condizio­ni della Germania e rompendo le trattative di pace. Ovviamente i contesti, le moti­vazioni, le finalità sono del tutto diversi. Ma analoga è la modalità: entrambi decise­ro arbitrariamente il destino di un progetto di liberazione, violando decisioni colle­giali già prese. Come noto, il comportamento di Trotski e dei «comunisti di sinistra» fece il gioco dell’imperialismo tedesco, che così poté passare all’offensiva. Natu­ralmente il tradimento venne fatto nella convinzione d’essere nel giusto e nella spe­ranza di realizzare precisi scopi; tuttavia i risultati furono esattamente opposti a quelli previsti.

Annunci

Autore: laicusblog

webmaster www.homolaicus.com

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...