Biografia di Marco

I

Il nome di Marco ricorre più volte negli Atti degli apostoli, nelle lettere di Paolo e di Pietro. A volte viene anche chiamato col nome di Giovanni: questo perché Marco era il nome che usava per presentarsi negli ambienti pagani.

Figlio di una certa Maria, vedova e benestante, che aveva una casa a Gerusalemme, dove fu consumata l’ultima cena, dove si radunava la primitiva comunità cristiana e dove, probabilmente, si rifugiò anche Pietro dopo la sua fuga dal carcere erodiano (At 12,11 ss.).

Marco fu ad Antiochia con Barnaba, suo cugino (At 12,25), che aiutò il suo decollo nella comunità cristiana. Poi seguì sia Barnaba che Paolo nel primo viaggio apostolico di quest’ultimo attraverso Cipro e la Panfilia tra il 46 e il 47 (At 13,5). Separatosi da costoro a Perge per un grave diverbio con Paolo, se ne tornò a Gerusalemme, dove incontrò Pietro per il Concilio del 48. A causa di tale defezione, Paolo, quando intraprese il suo secondo viaggio nel 49-50, respinse la proposta di Barnaba di portare nuovamente Marco con loro, per cui i due cugini si diressero da soli a Cipro (At 15,37-39). A partire da quel momento il suo nome non compare più negli Atti degli apostoli.

Tuttavia negli anni successivi Marco fu di nuovo a Roma con Paolo prigioniero, di cui era ridiventato collaboratore, come attesta l’apostolo stesso nelle lettere ai Colossesi, a Filemone e nella seconda a Timoteo. In quella città fu pure collaboratore e discepolo di Pietro, che lo chiama affettuosamente “mio figlio” (1 Pt 5,13), forse perché l’aveva battezzato. In genere si pensa che Marco sia più vicino alle idee di Pietro che non a quelle di Paolo, ma si tratta di sfumature, in quanto la teologia paolina è una prosecuzione coerente, sebbene più radicalmente ellenistica, di quella petrina. Comunque Giustino, nei suoi Dialoghi, chiama il vangelo di Marco con l’espressione “Memorie di Pietro”.

Dopo la morte di Pietro a Roma non vi sono più notizie certe su Marco. La tradizione lo vuole evangelizzatore in Egitto e fondatore della chiesa di Alessandria, della quale sarebbe stato il primo vescovo. Riguardo alla sua morte Eusebio sostiene che avvenne nella stessa Alessandria, dove fu ucciso facendo trascinare il suo corpo per la città. Di sicuro si sa che nell’828 le sue ossa furono trafugate da due mercanti veneziani, Buono da Malamocco e Rustico da Torcello, e portate nella loro città.

II

Lo stile del suo vangelo conferma che si tratta di un semita palestinese, che scrisse in greco per i Romani. Infatti la sua opera, che pur ha uno spiccato colore aramaico, presenta una notevole frequenza di latinismi (per due volte dà anche la spiegazione latina di due termini greci in 12,42 e 15,16). Che i suoi destinatari siano cristiani di origine pagana è dimostrato dal fatto ch’egli non pone il suo vangelo nella prospettiva dell’Antico Testamento (come invece fa Matteo), né spiega i costumi giudaici e spesso traduce i termini aramaici in greco.

Resta comunque il fatto ch’egli ha scarsa dimestichezza con la geografia della Palestina: p.es. Gerasa non è affatto sul lago di Genezaret ma a due giorni di cammino, e Betsaida non è un villaggio, ma una città. Inoltre in 2,26 scambia il sommo sacerdote Achimelec col figlio Abiatar.

È appurato dagli esegeti ch’egli non ha scritto il vangelo di getto, ma si è servito di vari materiali preesistenti, orali e scritti. Tuttavia egli non è un semplice compilatore, poiché è ben visibile l’impronta della sua personalità, tant’è che viene definito – come s’è detto – “interprete di Pietro” (è Papia, vescovo di Ierapoli, il primo ad attribuirgli la paternità del testo, il quale, a sua volta, aveva ricevuto la notizia dal presbitero Giovanni, vissuto nell’ambiente efesino nel 90-120).

Si pensa che la data di composizione finale oscilli fra il 60 e il 70, e comunque o subito prima o subito dopo la morte di Pietro. Se ha conosciuto Pietro a Roma nel 42, può averlo iniziato anche nel 44. Non è detto che abbia ricevuto l’approvazione definitiva da parte dell’apostolo, anche perché l’attuale vangelo canonico è stato oggetto di non poche revisioni, a partire dal titolo: “Inizio del vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio”, per non parlare della cosiddetta “piccola apocalisse” del cap. 13, che presume la distruzione del Tempio. D’altra parte tutti i vangeli canonici sono stati prodotti da Autori Vari.

All’inizio vi furono non poche difficoltà ad accettarlo, data una certa mancanza di ordine, dovuta al fatto che l’intera predicazione di Gesù, sino alla sua morte, viene racchiusa nell’arco di un anno. Ma anche perché presentava le cose in maniera troppo sfavorevole agli apostoli e troppo umanizzata nei confronti del Cristo.

Col tempo però ci si convinse che Marco poteva essere addirittura considerato il creatore del genere letterario “vangelo”1; un genere molto particolare, che non vuol certo porsi come una biografia, quanto piuttosto come una confessione di fede su chi è il Cristo. Tutta la vita di Gesù è – come già detto – circoscritta nell’arco di un anno, senza alcun interesse, peraltro, per le sue origini familiari, la sua infanzia/adolescenza o il suo luogo di nascita, anche perché Marco sarebbe, in tal caso, costretto a parlare del giudaismo e non ha alcuna intenzione di farlo, se non in maniera negativa.2

Il finale del suo testo (16,9-20) viene considerato spurio, in quanto manca nei manoscritti più importanti. In pratica quindi esso termina con la constatazione della tomba vuota.

È il più breve dei vangeli, in quanto ha solo 16 capitoli e 661 versetti. Il punto centrale di esso è la confessione di Pietro a Cesarea di Filippo in Galilea, raccontata in 8,27-30, con cui si chiude la prima parte del vangelo e si apre la seconda. Fino a Cesarea Gesù predica il suo vangelo a tutti, con un riserbo riguardante la sua persona (segreto messianico); a partire da 8,27 il riserbo rimane per le folle, ma non per i discepoli, i quali comunque fanno sempre molta fatica a capirlo.

Alcuni esegeti hanno creduto di vedere la firma di Marco in quel giovanetto che, nell’orto degli Ulivi, mentre Gesù viene catturato, scappa via nudo, lasciando in mano alle guardie il lenzuolo che lo ricopriva. In tal caso avrebbe conosciuto Gesù da bambino.

III

Sino alla fine dell’Ottocento il vangelo di Marco veniva poco consultato dagli esegeti, in quanto appariva come un riassunto malriuscito di Matteo. La liturgia pre-Vaticano II lo aveva estromesso quasi completamente dal lezionario. Inoltre veniva snobbato anche sul piano stilistico, poiché si è in presenza di una grande semplicità di esposizione, con un vocabolario abbastanza povero, benché colpisca il senso della concretezza.3

Tuttavia, dopo tale riscoperta4, si è cominciato ad attribuire a questo testo, pur essendo il più corto e con meno discorsi pronunciati dal Cristo, un’importanza considerevole, anzi eccessiva.

Indubbiamente fu alquanto significativo che, ad es., si fosse capito che l’impostazione generale della biografia di Gesù, da esso delineata, risultava, nelle sue linee fondamentali, pienamente condivisa nella stesura finale dei vangeli di Matteo e Luca. Si dovette inoltre constatare che, per quanto riguardava i racconti di guarigioni e di eventi miracolosi, Matteo e Luca avevano sostanzialmente copiato da Marco, sintetizzando i suoi racconti e, a volte, aggiungendo dei particolari del tutto irrilevanti o addirittura inverosimili.

La stessa personalità di Gesù è molto più caratterizzata da Marco con particolari realistici (come p.es. la stanchezza, l’ira, lo sdegno, l’insofferenza…), che non negli altri due. Il che ha lasciato pensare a una testimonianza diretta, oculare (ovviamente in riferimento a Pietro), rifluita poi nel vangelo, che pur risulta prodotto da una redazione collettiva.

Senonché, da un po’ di tempo a questa parte, ci si sta concentrando sul vangelo di Giovanni, non solo perché esso riporta cose che i Sinottici non hanno trattato, ma anche perché spesso si pone in polemica nei loro confronti. Il quarto vangelo è stato per molto tempo sottovalutato sul piano laico, in quanto appariva, a causa del suo alto tasso di teologia, il più lontano dalla realtà dei fatti. Oggi invece si pensa ch’esso abbia un’importanza di molto superiore a quella di Marco.

Purtroppo però, mentre il protovangelo5 è il frutto di una manipolazione del vero vangelo (non scritto) del Cristo, quello di Giovanni è frutto di una manipolazione ancora più sofisticata, poiché esso ha ereditato la teologia petro-paolina, inserendola in una cornice molto mistica, di derivazione gnostica ed essenica, pur essendoci un substrato che, meglio di altri testi, lascia intuire una forte caratterizzazione politica nel messaggio di Gesù, per non parlare di quella ateistica.

Questo per dire che, se si vuole cercare di districare il filo di una matassa molto ingarbugliata, occorre partire da Giovanni e tenere sempre a mente che questo testo non si pone a completamento dei Sinottici, bensì come un loro superamento. E, a tale scopo, si dovrebbe guardare la Sindone non come uno strumento da utilizzare per confermare le tesi dei vangeli, ma, al contrario, come un reperto storico fondamentale per interpretare gli stessi vangeli.6 Ovviamente non come prova fisica della resurrezione, ma come prova della politicità del Cristo.

Note

1 Il termine ευ-αγγέλιον è simile, sul piano meramente lessicale, alla “buona notizia” di carattere profano della grecità, anche se qui si vuol far passare Gesù come annunciatore e, insieme, oggetto del messaggio. Non è stato però Marco a inventare questo termine sul piano religioso, bensì Paolo di Tarso.

2 Si noti come in questo vangelo l’autore faccia decorrere la natura divina del Cristo a partire non dalla sua nascita (come fanno Matteo e Luca) bensì dal suo battesimo (nel cui valore politico, peraltro, il quarto vangelo sostiene che Gesù non credesse affatto).

3 A dir il vero questo vangelo ha un lessico formato da 1.312 vocaboli su un totale di 11.216 parole, corrispondente all’11,69% del totale. Si tratta del più alto rapporto percentuale rispetto agli altri evangelisti. Luca nel suo vangelo utilizza 2.055 vocaboli su 19.490 parole, pari al 10,54%. Matteo impiega 1.691 vocaboli su 18.346 parole, pari al 9,21%. Il lessico più monotono e ripetitivo è quello dell’evangelista Giovanni, che pur appare, in molti capitoli, come il più teologico di tutti: 1.011 vocaboli su 15.641 parole, pari al 6,46%.

4 Il primo studioso che ha sostenuto la priorità di Marco rispetto a Matteo e Luca, è stato il filologo tedesco Karl Lachmann (1793-1851).

5 Ci rendiamo conto che questa definizione di “protovangelo” può non piacere a quegli esegeti che ritengono il vangelo di Tommaso anteriore persino a quello di Marco, ma il nostro testo esula da tali diatribe. Noi possiamo soltanto dire che anche questo vangelo apocrifo non presenta caratteristiche tali da permettere un’interpretazione politica del messaggio di Gesù.

6 Persino tra gli esegeti confessionali va emergendo un tale ribaltamento di prospettiva: cfr i testi di M. Imperatori, E.A. Wuenschel, A.-M. Dubarle…

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Autore: laicusblog

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