Conclusione a Pescatori di favole

Una cosa straordinaria del vangelo di Marco (imitato, in questo, dagli altri evangelisti) è la mole considerevole di guarigioni miracolose e di prodigi compiuti da Gesù, raccontati, peraltro, con una buona dose di particolari che li rendono addirittura verosimili. Tale peculiarità la si è scoperta solo agli inizi del Novecento, in quanto si era sempre pensato che, proprio per questo motivo, fosse un vangelo di molto inferiore a quello più teologico di Matteo o a quello più dichiaratamente universalistico di Luca, per non parlare di quello ontoteologico di Giovanni.

Bisogna ammettere che in ciò vi è qualcosa di paradossale, poiché, se davvero Gesù avesse fatto tutte quelle cose sovrumane, resta inspiegabile il motivo per cui fosse soggetto a così grande ostilità. Generalmente si odia un guaritore quando passa per un impostore, cioè quando sfrutta la credulità popolare per arricchirsi. Qui però abbiamo un terapeuta che compie guarigioni a titolo gratuito e che addirittura chiede di non divulgare quanto gli riesce di fare. Una strategia, questa, analoga a quella che nello stesso vangelo passa sotto il nome di “segreto messianico” (inventato da Marco per togliere al Cristo qualunque caratterizzazione politica).1

In sostanza viene da pensare che l’odio nei confronti del Cristo dovesse avere altre motivazioni, che però nei racconti miracolistici non appaiono, se non in limitati casi: p.es. quando esse vengono compiute di sabato, a prescindere dal fatto che il malato fosse o no in pericolo di vita. Sembra addirittura che lo strumento delle terapie miracolose sia stato usato da Marco per nascondere qualcosa di molto umano e naturale, di cui egli non può dir nulla, in quanto verrebbe a contraddire l’impianto fondamentale della teologia petro-paolina, cui lui fa riferimento.

Nelle guarigioni del Cristo vi è comunque troppa autonomia da parte del terapeuta per non pensare a una qualche forma di “ateismo”. Di questo lo stesso Marco sembra non rendersi ben conto. Infatti, facendole, Gesù non chiede di “credere in Dio”, cioè a un’entità esterna. Chiede sì la fede, ma in generale (come forma di speranza per un cambiamento delle cose), o come fiducia in se stessi o in colui che guarisce. È una fede che potrebbe anche portare a credere in “Gesù come Dio”, il quale però in vari racconti lascia capire che ogni uomo, potenzialmente, potrebbe fare le stesse cose che fa lui, se solo avesse fede in se stesso.

Sappiamo anche, da Samuel Brandon, che il vangelo di Marco andrebbe definito con la parola “tendenzioso”, in quanto mira a spoliticizzare il Cristo. Non è quindi da escludere che dietro i prodigi e gli eventi miracolosi si nascondano fatti politici eversivi (generalmente anti-romani) o comunque questioni meramente umane, di tipo etico, che gli evangelisti non hanno potuto raccontare proprio perché la teologia petro-paolina voleva presentarsi come un’esperienza di fede che cercava con l’impero romano un compromesso dignitoso, un’alleanza pacifica: i cristiani avrebbero rispettato lo schiavismo e il potere del principato a condizione di non essere costretti a praticare culti pagani e di non dover riconoscere l’imperatore come una “figura divina”.

Questo è tutto vero, ma resta il fatto che se Gesù non ha compiuto alcun prodigio, i vangeli non possono essere stati scritti che molto tempo dopo la sua morte, quando ormai nessuno avrebbe potuto considerarli un’impostura patentata. E ci chiediamo se mezzo secolo possa essere considerato un tempo sufficiente. Infatti sarebbe bastato anche un solo testimone per smontarli, e non è possibile pensare che tutti i testimoni siano stati impossibilitati a parlare a causa della catastrofe del 70.

I vangeli quindi andrebbero tutti post-datati, o almeno i loro autori ufficiali andrebbero considerati come puramente fittizi, dietro i quali si celano varie comunità cristiane anonime che hanno aggiunto ai testi originari dei racconti tra loro indipendenti, modificando eventualmente quegli stessi testi. I vangeli infatti sono un’opera collettiva: da tempo su questo non vi è alcun dubbio.

Certamente potremmo anche considerare la catastrofe del 70 come uno spartiacque decisivo per stabilire la verità dei fatti. Cioè si potrebbe dire che dopo quella data nessuno sarebbe stato in grado di smentire dei racconti fantastici sulla vita di Gesù, in quanto la prima generazione di cristiani o di nazareni era praticamente scomparsa e in maniera piuttosto violenta.

La cosa strana però è che il quarto vangelo, scritto per ultimo, presenta aspetti che solo un testimone oculare avrebbe potuto descrivere. Eppure i Sinottici non ne tengono conto, anzi sembrano essere stati scritti proprio contro la versione giovannea dei fatti. Peraltro l’autore, o meglio gli autori del quarto vangelo riportano un’altra serie di guarigioni miracolose, diverse da quelle dei Sinottici. Chi li obbligava a farlo, visto che sul piano teologico non dicono molto di più di quanto si può leggere in tutto il resto? È quindi possibile presumere o che il redattore di questi racconti prodigiosi non sia stato Giovanni, bensì un suo manipolatore, anch’egli condizionato dalla teologia petro-paolina, oppure che qualcosa di vero debba esserci, seppure a livelli minimi.

Due cose possiamo qui considerare evidenti: 1) quando si arriva a credere nella teoria della resurrezione, è poi difficile impedire al Cristo di compiere qualunque azione sovrumana; 2) se il Cristo si fosse imposto coi suoi prodigi, la fede degli uomini non avrebbe avuto alcun valore. Il rapporto tra lui e gli interlocutori doveva essere alla pari, da uomo a uomo e non da dio e uomo. Questa cosa i cristiani fanno fatica a capirla, proprio perché per loro i prodigi straordinari di Gesù sono una prova evidente della sua divinità. Sicché quando leggono i vangeli, amano interpretarli alla lettera.

E sono evidenti altre due cose: 1) se si fanno compiere dei prodigi straordinari a un terapeuta ebreo come Gesù, e si mostrano gli interlocutori ebrei come lui (non i postulanti ovviamente) del tutto indifferenti a tali prodigi, cioè non disposti ad ascoltare le parole di chi li compie, si cade inevitabilmente nell’antisemitismo; 2) è assurdo sostenere che in virtù di tali prodigi Gesù potesse pretendere d’essere considerato di “natura divina”. Se poteva apparire una cosa assurda associare miracoli a messianicità, sarebbe stato ancora peggio associare miracoli a divinità: come a nessun messia è mai stato chiesto di compiere miracoli, così nessun miracolo è in grado di dimostrare alcunché.

Sotto questo aspetto lo scetticismo di molti ebrei era più che giustificato. Infatti anche gli impostori possono compiere miracoli; anzi, in genere se ne servono per meglio imporsi politicamente. Lo fanno anche oggi, seppur non in senso terapeutico, ma in senso economico, quando dicono di voler dare il lavoro a tutti, di voler ridurre il debito pubblico e di aumentare il prodotto interno lordo; oppure in senso militare, quando i generali dicono che la guerra sarà breve e indolore. Chi pretende di fare il guaritore strepitoso, si limita, in genere, a gestire una comunità di gente plagiata, se non addirittura invasata.

Quindi l’unica cosa che si può pensare è che le guarigioni compiute da Gesù dovevano essere alla portata di ogni uomo, previa una specifica preparazione, in virtù della quale si potessero potenziare le proprie capacità; oppure si può pensare che i malati avessero dei problemi somatici dovuti a cause psichiche. In tal caso si dovrebbe parlare di psicoterapia e quindi non di guarigione miracolosa, benché in determinati casi possa sembrare un miracolo che un disturbo fisico scompaia dopo un risanamento interiore, spirituale o emotivo. D’altra parte quante malattie sono frutto di stress, autosuggestione, manie depressive, ecc.? Chi riesce a uscire dal tunnel in cui si è cacciato, magari con l’aiuto di qualcuno, può ritrovare in se stesso le forze per ricominciare.

Supponiamo quindi che Gesù avesse compiuto qualche guarigione psicosomatica: cosa avrebbe potuto impedire a un evangelista, abbacinato dall’idea di resurrezione, di far compiere al Cristo prodigi di ben altra portata (come p.es. camminare sulle acque, moltiplicare pani e pesci, resuscitare dei morti, risanare i lebbrosi con un dito, ordinare a un paralitico di alzarsi dalla sua barella, guarire a distanza…)? Nulla, se non l’onestà personale, che però gli evangelisti non avevano, in quanto pensavano che nessuno sarebbe stato in grado di smentirli.

Nota

1 A dir il vero si può anche capire che il Cristo chiedesse ai discepoli di non avvalorare l’idea ch’egli potesse essere un messia secondo la tradizione ebraica, per la quale non si doveva fare alcuna differenza tra contenuto politico e religioso del messaggio di liberazione e per la quale il messia doveva essere uno di tendenza monarchica, grande come Davide e Salomone. Tuttavia non è credibile ch’egli chiedesse di non avvalorare alcuna idea di liberazione politico-nazionale, come risulta dal vangelo marciano. Semplicemente questa idea andava realizzata democraticamente, con la partecipazione dell’intero popolo d’Israele, a prescindere dall’atteggiamento nei confronti della fede religiosa. Il primo esegeta ad aver affrontato la questione del “segreto messianico” è stato W. Wrede all’inizio del secolo XX.

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Autore: laicusblog

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