I due processi farsa

I

Il processo di Gesù davanti a Caifa, descritto da Marco (14,53 ss), è una parodia non solo surreale, ma, nel proprio marcato antisemitismo, anche vergognosa. E di questa cosa lui pensa che nessuno avrebbe potuto smentirlo, in quanto l’unico testimone, tra gli apostoli, l’unico che, dopo aver fatto finta di fuggire, decise di tornare indietro e di seguire le guardie che avevano appena catturato Gesù, fu, nel suo vangelo, proprio Pietro!

Viceversa, il quarto vangelo spiega bene che Pietro non fu testimone di nulla, né dell’udienza davanti all’ex sommo sacerdote Anania (cui poté assistere, in qualche maniera, il solo Giovanni), né di quella davanti al sommo sacerdote Caifa (neppure Giovanni lo poté, avendo conoscenze solo presso Anania). E l’udienza presso Anania non fu affatto così melodrammatica come quella descritta da Marco davanti al Sinedrio; anzi fu piuttosto breve, in quanto Gesù non disse quasi nulla; e non fu affatto violenta, a parte un ceffone che una guardia diede a Gesù, avendo interpretato una sua risposta come offensiva.1

Marco, insomma, si è inventato tutto. E ha pensato di farlo proprio mostrando che l’unico testimone era stato Pietro, per cui nessuno avrebbe potuto contraddirlo. Già il suo esordio è inverosimile: si riunirono “tutti i capi dei sacerdoti, gli anziani e gli scribi” (v. 53), cioè praticamente tutto il Sinedrio (come viene detto al v. 55), di notte (cosa vietata)2, pronto a giudicare nell’imminenza della Pasqua (altra cosa vietata), nella casa privata di Caifa (cosa del tutto assurda)3.

Pietro addirittura è potuto entrare da solo nel cortile della casa privata di Caifa, e starsene tranquillamente seduto, accanto alle guardie che poche ore prima l’avevano visto tagliare l’orecchio al servo del sommo sacerdote: tutti si scaldavano attorno a un fuoco. A dir il vero anche in Giovanni può fare questo, ma nel cortile dell’ex sommo sacerdote Anania e con la protezione dello stesso Giovanni, che conosceva la custode e addirittura il nome del servo suddetto: Malco. È evidente, già da queste premesse, che Pietro vuole scaricare tutte le colpe della fallita insurrezione (di cui però non può parlare, avendo trasformato il suo Cristo da politico a teologico) sulle autorità giudaiche, quelle stesse autorità a cui, negli Atti degli apostoli (2,38 ss.), chiederà di pentirsi, al fine di poter stabilire un compromesso religioso tra cristianesimo e giudaismo.

In particolare Pietro vuole scaricare la responsabilità ultima, quella principale, su Caifa, mostrando che tutti gli altri sinedriti dipendevano da lui. Cioè vuol far vedere che lo scontro in atto non era tra Palestina e Roma, ma tra giudaismo e Cristo, quindi tra due diverse teologie politiche, di cui quella nazarena rappresentava gli ideali dei Galilei. Vi è quindi una sorta di personalizzazione dello scontro teologico-politico, in cui lo stesso Pietro, che si sente diretto successore di Gesù, avverte Caifa come il suo principale nemico. In questa maniera può evitare di dire che, rispetto all’imperatore romano e al prefetto Pilato che in Giudea lo rappresentava, Caifa era una figura minore, che non avrebbe neanche potuto ricoprire quel ruolo senza il consenso dell’imperatore.

Marco, alias Pietro, ci tiene a mostrare che Gesù era assolutamente innocente di tutto, per cui tutte le accuse dei sinedriti erano false e in contrasto tra loro. Una di queste viene riportata per canzonare gli stessi Giudei: “Noi l’abbiamo udito mentre diceva: Io demolirò questo Tempio fatto da mani d’uomo, e in tre giorni ne ricostruirò un altro, non fatto da mani d’uomo” (v. 58).4

I sinedriti vengono messi alla berlina perché, secondo Marco, interpretavano le parole di Gesù alla lettera, come se Gesù fosse stato una sorta di mago o stregone, senza capire ch’egli si riferiva ai tre giorni della propria resurrezione. In realtà Gesù quelle parole non le pronunciò mai, perché non avrebbero avuto alcun senso: a lui non interessava affatto compiere una riforma di tipo religioso, ma semplicemente estromettere la casta sacerdotale dal Tempio, la quale, essendo collusa coi Romani, distoglieva le masse dall’esigenza di compiere l’insurrezione nazionale. Interpretare poi i tre giorni in riferimento alla propria resurrezione, è pura fantascienza. Peraltro il Tempio, sul piano etico, era già distrutto dalla corruzione, per cui non aveva bisogno di aspettare alcunché per demolirlo e rifarlo.

Si noti un’altra cosa ancora: l’accusa che gli rivolgono implica, come conseguenza logica, che l’epurazione del Tempio non può essere stata compiuta subito dopo l’ingresso messianico. Infatti gli accusatori stanno parlando di cose avvenute nel passato: stanno dicendo che lo si è “udito”, non “visto all’opera” (14,58). Inoltre Marco non solo afferma che su questo le testimonianze non erano concordi (v. 59), ma anche che “testimoniavano falsamente contro di lui” (v. 57). Eppure tale testimonianza relativa al Tempio – se si accetta l’idea di un Cristo teologico – avrebbe anche potuto essere vera, proprio perché non è molto diversa da ciò che Gesù pronuncia nel quarto vangelo: “Demolite questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere!” (2,19). Una frase ch’egli però avrebbe detto all’inizio della sua carriera politica, non alla fine, quando ancora pensava che si dovesse anzitutto eliminare il potere della casta sacerdotale per opporsi ai Romani, mentre con l’ingresso messianico era evidente che tale casta avrebbe perso tutto il proprio potere se non avesse avuto l’appoggio dei Romani. Questa seconda cosa però Marco, alias Pietro, non poteva dirla, ecco perché è stato costretto a posticipare il momento dell’epurazione del Tempio, la quale viene fatta passare per una riforma di tipo religioso, priva di risvolti politici.

Tuttavia la parte più inverosimile è l’ultima, quando Caifa chiede a Gesù: “Sei tu il Cristo, il figlio del Benedetto?” (v. 61). Non c’è una parola sensata in questa domanda. Cristo è una parola greca che in aramaico vuol dire “messia”: tutti gli ebrei aspettavano un messia per liberarsi dei Romani. Non avrebbe avuto alcuna giustificazione condannarlo a morte solo per questo. Semmai si sarebbe potuto discutere sulla strategia da adottare, ma in tal caso non avrebbe avuto alcun senso procedere all’arresto. Poiché invece vi era stata l’esigenza di catturarlo, le autorità dovevano saper bene ch’egli, entrando in maniera così vistosa nella capitale, si proponeva come messia politico e quindi necessariamente in alternativa al loro potere corrotto. Dunque, sotto questo aspetto, la domanda (di natura politica) era del tutto retorica. Chiunque sapeva bene ch’egli si proponeva come messia e nessuno, nella pericope, formula accuse in questo senso per dichiararlo reo di morte, anche se i sadducei, gli scribi e gli anziani sanno che se egli diventa messia, per loro è finita.

La seconda accusa di Caifa è invece di tipo teologico. Vuole sentirsi dire da Gesù che è “Figlio del Benedetto”5; cioè in sostanza gli sta chiedendo se pensa d’essere una persona non esattamente umana, o di avere una natura divina o semi-divina. Il nesso messia-Figlio di Dio, del tutto estraneo alla mentalità giudaica, è stato inventato da Marco sulla scia della teologia petro-paolina. Al massimo si poteva accettare il nesso di messia-figlio di Davide. Dirsi “figli di Dio” era troppo esagerato, a meno che non lo si intendesse in forma traslata o metaforica, nel senso che tutti i “buoni credenti” lo sono, o che lo sono tutti gli esseri umani in generale.

Qui invece è come se Caifa avesse preteso di sentirsi dire da Gesù che l’unico vero Figlio di Dio era lui stesso. Il che è assurdo. Il concetto di Gesù come Figlio unigenito di Dio, in via assolutamente esclusiva, appartiene a Paolo: neppure Pietro l’aveva. E tanto meno sarebbe potuto venire in mente a Caifa, per il quale la distanza tra Jahvè e gli uomini era abbastanza netta, come, d’altra parte, per tutti gli ebrei.

E poi l’unico che poteva dirsi “figlio di Dio” (sempre in maniera metaforica) era proprio il re d’Israele, colui che fosse stato in grado di liberare la nazione dai suoi nemici. In tal caso però avrebbe avuto bisogno di un riconoscimento sacerdotale, proprio per rendersi conto che doveva comunque restare, nel suo comportamento, sotto il giudizio divino, di cui il sommo sacerdote si faceva garante e interprete.

Quindi nel contesto dell’udienza presso Caifa, un’autodichiarazione da parte di Gesù, d’essere nel contempo messia e figlio di Dio non avrebbe comportato, in sé e per sé, una sentenza irrevocabile di morte, in quanto avrebbe potuto essere confermata dal sommo sacerdote e tutto sarebbe finito lì. Nessuno poteva dirsi messia e figlio di Dio senza il consenso delle autorità costituite, le quali, comunque, in quel momento, quei titoli non li davano a nessuno, essendo esse profondamente colluse con Roma.6

La sentenza di morte viene emessa da Caifa, confermata da tutto il Sinedrio7, quando Gesù fa capire che il titolo di “Figlio del Benedetto” non andava interpretato metaforicamente ma alla lettera. “Sì, lo sono, e vedrete il Figlio dell’uomo, seduto alla destra della Potenza, venire sulle nubi del cielo” (v. 62).8 In tale maniera, piuttosto assurda, Gesù avrebbe dichiarato la propria esclusiva divinità.

Marco non si rende conto di ciò che scrive, proprio perché appare del tutto succube all’interpretazione petrina. Infatti, se davvero Gesù si fosse espresso così, inevitabilmente, per un ebreo qualunque, avrebbe meritato di morire. Non c’era bisogno del Sinedrio per condannarlo. Chi pretendeva di farsi “Figlio di Dio” in via esclusiva poteva essere considerato un povero mentecatto da emarginare. Ma chi pretendeva il medesimo titolo compiendo guarigioni straordinarie, o comunque acquisendo vasti consensi popolari in forza della propria predicazione, andava considerato molto pericoloso, in quanto scardinava uno dei pilastri fondamentali della teologia giudaica, secondo cui solo Dio è Dio e nessun altro. Dirsi “Figlio di Dio” in maniera letterale e unilaterale, era come bestemmiare, cioè era come, per un ebreo, fare professione di ateismo, in quanto venivano disconosciute le peculiari caratteristiche della divinità.9

Marco, alias Pietro, vuol far passare qui lo scontro tra Gesù e Caifa come uno scontro tra due teologie opposte, in cui in una Dio è totalmente irrappresentabile, mentre nell’altra può essere rappresentato solo dal Cristo, che ha anche natura umana. Senonché che tale scontro è frutto di una duplice falsificazione: la prima è che Pietro maturò l’idea di attribuire una natura divina a Gesù soltanto dopo la scoperta della tomba vuota, per cui Gesù, davanti a Caifa, non poteva certo parlare in quel modo10; in secondo luogo Gesù era ateo, cioè riteneva – come scrive Giovanni (10,33) – che tutti gli uomini fossero dèi.

In Marco sono rovesciati i termini della questione, nel senso che se davvero Caifa avesse voluto condannare Gesù, non avrebbe potuto farlo davanti alla pretesa di autodefinirsi “figlio di Dio” in via esclusiva (che nessun ebreo avrebbe mai potuto avere), ma davanti alla pretesa di dichiararsi “ateo”.11 E comunque la vera condanna non si basò tanto su questioni di tipo teologico, quanto piuttosto su questioni di tipo politico. Gesù avrebbe voluto compiere un’insurrezione contro il potere romano e contro quello giudaico collaborazionista. Fatto questo, ognuno sarebbe stato libero di credere nel dio che voleva e dove gli pareva, come già aveva detto chiaramente alla samaritana presso il pozzo di Giacobbe (Gv 4,21).

II

Il triplice rinnegamento di Pietro è confermato da Giovanni, ma certamente non nel modo in cui l’ha descritto Marco. Non foss’altro che per una ragione: se Pietro fosse stato riconosciuto come un seguace di Gesù, nel cortile del sommo sacerdote Caifa, non l’avrebbe passata liscia, a dispetto di tutti gli spergiuri e le imprecazioni con cui cercava di dimostrare la sua totale estraneità alla causa del movimento nazareno.

Poi vi sono altri particolari curiosi che meritano d’essere ricordati: in Giovanni la portinaia pone una semplice domanda a Pietro, supponendo che, quale compagno di Giovanni, fosse un discepolo di Gesù. Di fronte a lei Pietro nega senza motivo, in quanto avrebbe dovuto fidarsi della protezione di Giovanni, altrimenti questi non l’avrebbe fatto entrare nel cortile dell’ex sommo sacerdote Anania. In Marco invece la serva ha un atteggiamento immediatamente accusatorio e Pietro, temendo per la sua vita, nega con decisione. Ma come potesse la donna sapere che Pietro “era con Gesù Nazareno” (14,67), resta un mistero. Marco scrive che “lo guardò bene in viso”, come se lei stessa fosse andata con le guardie armate a catturare Gesù e a battagliare con gli apostoli nascosti nel Getsemani! Qui è evidente che Pietro voleva prendersi tutto il merito d’aver seguito Gesù e le guardie armate da solo e con molto coraggio e di aver potuto assistere in prima persona al processo giudaico. Così facendo, mente sapendo di mentire. Non solo infatti odia i Giudei, ma mostra di avvertire Giovanni come una presenza scomoda, da mettere in cattiva luce o da censurare del tutto.

In entrambi i vangeli uno dei rinnegamenti avviene a motivo del fatto che dalla sua parlata galilaica le guardie vicino a lui suppongono che anch’egli fosse un seguace di Gesù. Solo che nel vangelo di Marco tale rinnegamento viene messo al terzo e ultimo posto, in quanto i primi due sono causati dall’insistenza della serva. In Giovanni invece il terzo rinnegamento avviene di fronte a un parente di quel Malco ch’egli aveva cercato di uccidere spaccandogli la testa con la spada (un gesto che s’era risolto con la mozzatura dell’orecchio). Ora, siccome Pietro, nel protovangelo del suo discepolo, vuole apparire disarmato (esattamente come Gesù), era impossibile inserire nella pericope l’ultimo testimone d’accusa, il quale ovviamente offriva la prova più schiacciante.12

Ma la differenza principale tra i due racconti non sta in questi particolari. In Giovanni il canto del gallo appare in maniera piuttosto casuale; sembra, più che altro, una semplice indicazione cronologica. Dal momento dell’arresto al momento in cui Gesù fu consegnato a Pilato probabilmente erano passate, stando al suo racconto, al massimo sei-sette ore. Quella dovette essere una notte molto concitata. In Marco invece il canto del gallo viene usato per mostrare che Gesù aveva una natura divina, in quanto l’autore gli aveva già fatto prevedere, mentre erano nel Getsemani, che il terzo rinnegamento sarebbe avvenuto in concomitanza del duplice canto del gallo (14,30).13

Di fronte a una preveggenza del genere14, Pietro non può che inchinarsi. Il peso del suo rinnegamento viene di molto ridimensionato, anzi viene usato come controprova della natura divina del Cristo, nei cui confronti ogni uomo non può che sentirsi colpevole, mancante di qualcosa. Cioè in Marco si ha la netta impressione che le testimonianze degli accusatori contro Pietro siano servite a quest’ultimo per dimostrare che Gesù era davvero il figlio di Dio.

III

La pericope relativa al processo di Gesù davanti a Pilato (15,1 ss.)15 è una delle più complesse di tutto il vangelo marciano, in quanto, se in quella del processo davanti a Caifa l’autore ha voluto scaricare tutte le responsabilità della sua condanna a morte sul Sinedrio, ora deve fare in modo di ridurre il più possibile le responsabilità del funzionario romano, onde permettere ai cristiani, che seguono la teologia politica petro-paolina, di stabilire un compromesso istituzionale con gli imperatori e religioso col mondo pagano: sulla base del primo si riconosceva il valore politico all’autorità imperiale ma non quello religioso; sulla base del secondo ci si limitava a professare l’idea di un Dio fatto uomo che dopo morto era risorto, il cui regno veniva posto nei cieli.

Marco, alias Pietro, si deve cioè porre l’obiettivo di dimostrare che, se fosse dipeso da Pilato, Cristo non sarebbe stato condannato, ma siccome egli aveva a che fare con una popolazione molto difficile da gestire, e soprattutto con delle autorità giudaiche caparbiamente ostili a Gesù, si risolse ad accettare, per quieto vivere o per opportunismo politico, una decisione sgradita, che in altre situazioni non avrebbe mai preso, anche perché giuridicamente priva di alcun fondamento.

Marco vuol essere chiaro sin dall’inizio: la decisione di consegnare Gesù a Pilato fu presa, unanimemente, dai capi dei sacerdoti, dagli anziani, dagli scribi e quindi da tutto il Sinedrio (15,1). Tutti costoro tennero consiglio, legarono Gesù e lo consegnarono a Pilato. Più antisemita di così Marco non potrebbe essere: si ha addirittura l’impressione ch’egli parli di una seconda seduta del Sinedrio, il quale però – stando all’evangelista – non aveva il potere di emettere sentenze di morte. Basterebbe questo per capire come il racconto andrà a finire.

Forse le cose sarebbero potute andare diversamente se non vi fosse stata unanimità negli intenti, ma, viste queste premesse, come potrà Pilato non dare soddisfazione alle loro richieste? Potrà rischiare di compromettere il proprio potere per i diritti di un uomo solo, che peraltro non è neppure romano?

Le autorità giudaiche lo accusavano di molte cose – dice Marco, senza però precisarle -, ma soprattutto di una, l’unica che a Pilato sarebbe dovuta interessare più di ogni altra: Gesù pretendeva di essere o di diventare il Re dei Giudei. Lo stesso Pilato glielo chiede per avere la conferma e Gesù, laconico, risponde: “Tu lo dici” (v. 2). Una risposta ambigua, che poteva voler dire anche il contrario, e cioè: “Lo dici tu, non io”. Oppure poteva voler dire: “Dipende cosa intendi. Affinché ti possa rispondere, devi prima spiegare il significato delle parole che usi”. Quelle tre parole sono le uniche che Gesù dice in tutta la pericope. Marco infatti scrive che Pilato si meravigliava del suo silenzio (v. 5).16 Avendo come suo compito anche quello di giudicare, non era abituato a vedere l’accusato rinunciare alla difesa.

Perché Marco non lo fa parlare? Il motivo è molto semplice: Gesù è già stato condannato a morte e ha già accettato supinamente il verdetto al fine di adempiere alla volontà del Padre. Infatti aveva detto: “Vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza, venire sulle nubi del cielo” (14,62). Qualunque altra cosa dica a Pilato sarebbe inutile; anzi, dal punto di vista redazionale si rischierebbe di mettere in difficoltà il procuratore, nei confronti del quale è sufficiente dire che “i capi dei sacerdoti glielo avevano consegnato per invidia” (v. 10), cioè senza una vera motivazione politica, ma solo per ragioni di tipo teologico (o clericale), che a un procuratore romano non avrebbero dovuto interessare, se non molto indirettamente, per i risvolti politici che potevano avere.

Ma qui quali risvolti politici potevano esserci? Pilato sa già che glielo avevano consegnato per “invidia”, al punto che deve chiedere conferma a Gesù se davvero egli si qualifichi come “re d’Israele”. Le due cose però – a ben guardare – non stanno molto in piedi: se Pilato era convinto che gliel’avessero consegnato per “invidia”, cioè per questioni meramente religiose, non poteva non sapere che l’accusa politica di voler diventare “re dei Giudei” era falsa, o comunque andava interpretata in maniera simbolica, tale per cui il dominio di Roma non avrebbe avuto alcun motivo per sentirsi minacciato: un “re-filosofo o teologo”, capace di belle parole, di un sano comportamento etico, privo di spada o di organizzazione politica, che paura avrebbe mai potuto fare alle legioni romane?

Il Pilato di Marco è più che convinto dell’innocenza politica di Gesù; anzi forse lo vorrebbe come alleato contro le stesse autorità giudaiche, che in quel momento fanno mostra, per convenienza, di stare dalla parte di Cesare, ma che in altri momenti tramano contro. Quando propone lo scambio tra lui e Barabba, egli è convinto – stando alla ricostruzione marciana – che la popolazione avrebbe chiesto di liberare Gesù, proprio perché egli lo riteneva innocente.

Al v. 6 viene detto che ad ogni festa di Pasqua “Pilato liberava loro un carcerato, quello che la folla domandava”. Di tale usanza non si sa nulla in altre fonti. Il versetto però resta importante, poiché per la prima volta Marco chiama in causa anche la “folla” di Gerusalemme, ch’egli vuole considerare compartecipe, anzi corresponsabile della condanna a morte di Gesù, a dispetto dell’ingresso trionfale nella capitale.

È probabile che l’usanza di liberare qualcuno durante la Pasqua non sia vera, ma ciò non esclude che Pilato sia ricorso a tale stratagemma per far ricadere sulla popolazione, e non su di sé, la decisione di condannare Gesù. Barabba (il cui nome, come noto, non ha alcun significato, in quanto vuol semplicemente dire “figlio del padre”) non era uno qualunque. Marco lo descrive così: “Vi era allora in prigione un tale, chiamato Barabba, insieme ad alcuni ribelli [rivoltosi], i quali avevano commesso un omicidio durante una rivolta [sommossa o sedizione]” (v. 7). Si tratta, senza dubbio, di un prigioniero politico (patriota, zelota, sicario o terrorista non importa).

Marco fa dire a Pilato che propone lo scambio nella convinzione che la folla avrebbe chiesto la liberazione della figura per loro più popolare o più innocente. Cioè, secondo l’evangelista, Pilato approfitta della richiesta della folla per proporre la grazia per Gesù, sgusciando così da un caso scottante; senonché la sua manovra verrà sventata dai sommi sacerdoti (v. 11).

Nella realtà deve essere accaduto proprio il contrario: conoscendo la popolarità di Gesù e l’intenzione di fare un’insurrezione armata contro Roma e il Tempio, Pilato deve aver proposto di liberare uno che riteneva meno pericoloso e che sicuramente avrebbe potuto arrestare di nuovo. Sa bene che quello che ha messo in piedi è un processo politico e non giuridico e che se, da un lato, è per lui troppo rischioso lasciar libero uno come Gesù; dall’altro non può assumersi l’intera responsabilità di farlo fuori senza un consenso popolare. Per decidere di mandare al patibolo Barabba e i suoi complici non aveva avuto bisogno di ricorrere a questo escamotage. Questo però fa pensare che tra lui e Caifa dovesse esserci un accordo preliminare, altrimenti non si spiega la presenza della coorte romana (Gv 18,3) nel Getsemani al momento della cattura.

Marco però vuol salvare la faccia a Pilato. Sin dall’inizio ha voluto far vedere ch’egli non sapeva nulla di Gesù e che quindi non aveva motivo di perseguirlo, di accusarlo di qualcosa. Il verdetto finale però non può prenderlo né da solo né con l’avallo delle autorità. Non vuol rischiare che scoppi un tumulto in quei giorni di grande affluenza di persone nella capitale. Ha bisogno di un ampio consenso popolare. E qui ci si chiede: dov’era il movimento nazareno? Dov’era la folla che aveva osannato Gesù con i rami d’ulivo in mano e coi mantelli stesi per terra mentre lui faceva il suo ingresso trionfale? Sembra che tutti i seguaci si siano volatilizzati. Eppure nel vangelo di Giovanni è scritto che a Pilato non bastò affatto lo scambio di prigionieri: dovette provvedere anche alla fustigazione prima di decidersi per la condanna a morte.

Qui invece la fustigazione viene data come se fosse una procedura inerente alla crocifissione. Ma non era affatto così. Di regola le due cose erano in alternativa. E mai si riduceva un condannato quasi a morire, avendogli dato più di 120 colpi, prima di crocifiggerlo. Pilato usò la flagellazione come seconda arma dopo lo scambio di Gesù con Barabba. Peraltro, se davvero lo riteneva innocente, gli avrebbe risparmiato la fustigazione e non avrebbe permesso gli atteggiamenti di scherno da parte dei militari.17 Una volta ridotto in uno stato pietoso, difficilmente chi aveva creduto in lui, ne avrebbe chiesta la liberazione. Quindi è del tutto fuori luogo l’idea che Pilato, convinto dell’inconsistenza delle accuse a carico dell’imputato, s’illuse di accontentare con la fustigazione quanti chiedevano a gran voce per Gesù una punizione esemplare, proprio al fine di risparmiargli la condanna capitale.

In Marco il versetto decisivo è l’11: “I capi dei sacerdoti incitarono [istigarono] la folla a chiedere che liberasse Barabba”. Cioè riescono a convincere la folla che Barabba offriva maggiori garanzie di Gesù contro Roma. Questo, tutto sommato, è abbastanza realistico. La popolazione sa bene che le autorità giudaiche (non tutte, ovviamente, ma una larga parte) sono colluse con Roma; essa può anche aver pensato, per un momento, che Gesù fosse in grado di compiere qualcosa di risolutivo contro Roma e il Sinedrio. Tuttavia, vedendo ch’egli non aveva intenzione di compiere un veloce colpo di stato, bensì una ponderata rivoluzione di popolo, può anche averlo ritenuto meno efficace di Barabba, che aveva avuto il coraggio di eliminare un romano e che forse aveva fatto altre cose eversive. Di qui l’autoinganno, indotto dalla prepotenza dei sacerdoti. “Se loro stessi sono convinti che per combattere Roma ci vogliono degli omicidi, forse significa che stanno cambiando atteggiamento: dunque perché non dare loro fiducia?” – così può aver pensato la folla, che spesso ragiona in maniera istintiva, sottovalutando le conseguenze delle proprie decisioni.

Nel momento stesso in cui la folla chiede di liberare Barabba, il gioco è fatto. A Pilato Marco fa fare la parte del “buonista”, del giudice imparziale. “Che farò dunque di colui che voi chiamate il re dei Giudei? Ed essi di nuovo gridarono: Crocifiggilo! Pilato disse loro: Ma che male ha fatto? Ma essi gridarono più forte che mai: Crocifiggilo!” (vv. 12-14).18

Perché questa pantomima? Semplicemente perché se avesse liberato Barabba, non sarebbe stato obbligato a crocifiggere Gesù. Visto che lo considerava innocente in tutto e per tutto, poteva sanzionarlo con una punizione meno cruenta. I Romani non negavano mai la possibilità di un ravvedimento a un uomo accusato di qualcosa e comunque sapevano distinguere, loro ch’erano maestri del diritto, tra reato e reato.

Ma perché la folla non si accontenta della liberazione di Barabba? Anche qui il motivo è molto semplice: con i suoi metodi democratici Gesù non offriva garanzie di successo. Risultato di questa concezione della politica basata più sulla forza che sul consenso libero, spontaneo e ragionato? La catastrofe d’Israele. Lui che chiedeva un’adesione di massa al suo progetto di liberazione, lo aveva ottenuto contro se stesso, ma chi ci aveva rimesso di più? Riuscirà la popolazione a liberarsi dei Romani grazie a Barabba e alle autorità che l’avevano sostenuto? No. Riuscirà a farlo grazie alla nuova rivolta scoppiata nel 66? Neppure. E in quella scoppiata nel 132? Meno ancora. Eliminando Gesù si erano autocondannati alla sconfitta.

E il movimento nazareno? gli apostoli? che fine avevano fatto? Qui è l’ironia della storia che ha la meglio. In questa pericope l’antisemitismo è molto forte, soprattutto là dove non si fa alcuna distinzione tra i capi politico-religiosi e neppure tra i partiti e i movimenti popolari. Marco, alias Pietro, è terribile nel condannare, senza appello, tutti i Giudei. Al massimo avrebbe perdonato Pilato se questi avesse ammesso d’essersi comportato meschinamente, d’aver agito per viltà.

E tuttavia, quando vedrà la tomba vuota, cosa penserà Pietro? Davvero Gesù doveva essere liberato? Se la tomba è vuota, allora vuol dire ch’era risorto; ma se è risorto, era una specie di dio, che avrebbe anche potuto non morire; quindi egli ha “voluto” morire, ma se ha voluto così, perché dobbiamo preoccuparci di fare l’insurrezione armata?

IV

La pericope sulla crocifissione (15,21 ss.), pur essendo molto lunga, rispetto agli standard di Marco, non contiene affermazioni molto significative. Il picco dell’intensità è già stato raggiunto col processo davanti a Pilato. Nella descrizione dei singoli episodi si nota una certa freddezza, un certo distacco. Marco sembra non voler concedere nulla all’emotività, al patetismo. Semmai concede molto all’immaginazione e s’inventa cose inverosimili.

Al v. 21 non spiega il motivo (la spossatezza a causa della fustigazione) per cui Gesù non aveva le forze per portare sino al Golgota il patibulum cui il picchetto dei militari l’aveva legato. Di qui la necessità di prendere un uomo a caso che passava di lì per aiutarlo. Strano che Marco ne riporti il nome, Simone di Cirene, e che sia anche in grado di dire ch’era padre di Alessandro e di Rufo: dettagli del tutto insignificanti nel contesto. È probabile che costoro siano diventati cristiani e forse dovevano essere conosciuti dalla comunità di Roma. Un certo Rufo viene citato in Rm 16,13, ma non si sa se sia la stessa persona. Forse tutti questi nomi sono stati messi in chiave polemica, perché più vicini al mondo pagano che giudaico: Cirene è una città della costa nord-africana (Cirenaica), anche se quel Simone doveva essere un ebreo.19

Al v. 23 Marco dice che, prima di crocifiggere Gesù, gli offrirono del vino mescolato con mirra, per intontirlo, ma non ne prese. Questo vino drogato, in genere, le donne lo davano ai condannati a morte per lenire i dolori del supplizio, ma evidentemente Gesù voleva essere cosciente sino all’ultimo, tant’è che nella ricostruzione del quarto vangelo poté pronunciare ancora delle parole significative.

Al v. 24 viene detto che il picchetto dei militari si divise le sue vesti20, ma Giovanni aggiunge che, siccome la tunica era senza cuciture, se la giocarono ai dadi. Stando alla Sindone, Gesù fu inchiodato ch’era completamente nudo.

Ai vv. 25 e 34 vengono riportate l’ora dell’impalamento e quella del decesso: un tempo molto breve, spiegabile solo in considerazione del fatto che con la flagellazione, i chiodi nei polsi e nei piedi, la corona di spine sul capo, Gesù doveva aver perso molto sangue. Lo si voleva morto ad ogni costo.

Al v. 26 viene riportata l’iscrizione indicante il motivo della condanna, appesa in cima allo stipes: “Il re dei Giudei”. Essa era in tre lingue (latino, greco e aramaico) – dice il vangelo di Giovanni, il quale aggiunge anche la scritta: “Gesù Nazareno”. Lo stesso Giovanni precisa inoltre che le autorità giudaiche volevano che Pilato facesse scrivere non “Il re dei Giudei”, bensì “Io sono il re dei Giudei”. Pilato però si rifiutò di cambiare l’iscrizione: cosa che, d’altra parte, non gli sarebbe convenuto. Strano che Marco non riporti questi dettagli: ciò fa pensare che Pietro non fosse presente al momento dell’esecuzione, e che poté raccontare qualcosa a Marco sulla base di ciò che le donne avevano visto (Maria Maddalena, Maria madre di Giacomo il minore e di Ioses, e Salome, che forse era la madre dei fratelli Zebedeo).

Al v. 27 viene detto che con lui impalarono anche due “briganti”, cioè due patrioti, probabilmente i compagni zeloti di Barabba, dei quali non si dice che furono frustati o che subirono un trattamento analogo a quello di Gesù, tant’è che per farli morire in fretta, a causa della festività pasquale, e seppellirli in una fossa comune, dovettero spezzar loro le gambe. Alcune traduzioni riportano la parola “ladroni”, che sicuramente però non ha senso in rapporto alla crocifissione. Di sicuro comunque chi ha aggiunto il v. 28, omesso dai migliori codici (“Fu annoverato tra gli iniqui”), ha interpretato la parola greca usata da Marco in chiave etica, non politica, pensando di poter fare, maldestramente, un collegamento con Is 53,12, ove si parla di “malfattori” nel senso di “criminali”.

Si noti, peraltro, come tutto il cap. 53 di Isaia contenga già, in nuce, la teologia petro-paolina relativa all’idea di un servo sofferente, che non oppone resistenza ai maltrattamenti subiti e che dà la propria vita in riscatto per molti, prendendosi le colpe degli altri. I cristiani hanno semplicemente aggiunto che tale servo era di natura divina, per cui il sacrificio, che avrebbe tranquillamente potuto evitare, redime l’umanità intera e non solo la popolazione d’Israele. Questo per dire che la teologia petro-paolina è soltanto una sintesi religiosa tra paganesimo ed ebraismo.

A partire dal v. 29 fino al 39 Marco dà sfogo al proprio antisemitismo e scrive cose del tutto inventate, delle quali neppure una viene riportata nel vangelo di Giovanni, che pur nei confronti dei Giudei è sempre molto duro.

Solo al v. 40 farà capire che la fonte di tutto ciò che ha scritto dal v. 29 al 39 era costituita dalla testimonianza di varie donne, i cui nomi sono già stati detti in precedenza, più molte altre ch’erano salite con lui a Gerusalemme: esse “lo seguivano e lo servivano da quando egli era in Galilea”. Un cospicuo numero di donne, di cui nel vangelo marciano si sa poco e nulla.

Stando dunque a quella decina di versetti assurdi, molti Giudei (tra cui i capi dei sacerdoti con gli scribi) avrebbero continuato a schernire Gesù anche ai piedi della croce, invitandolo a scendere per dimostrare ch’era davvero messia e re d’Israele. Lo insultavano tutti, inclusi i due zeloti al suo fianco.

Alle tre del pomeriggio Gesù grida a gran voce una frase in aramaico: “Eloì, Eloì, lemà sabactàni?, che significa: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (v. 34). È la citazione del Salmo 21,2, dove però si parla di Dio non di Elia. Quindi non si capisce perché Marco faccia dire alle persone lì presenti: “Chiama Elia!”, “Aspettate, vediamo se Elia viene a farlo scendere” (vv. 35-36). Elia o Dio avrebbe dovuto toglierlo dalla croce? Chi pronuncia queste frasi? Sembra la stessa persona che gli dà da bere con una spugna posta in cima a una canna, ma questa persona, nel vangelo di Giovanni, era uno dei soldati romani, che sicuramente non aveva capito l’aramaico di Gesù e che, se anche l’avesse capito, non avrebbe potuto intendere il significato di quella frase, anche perché a nessuno sarebbe potuto venire in mente che qualcuno dal cielo poteva scendere per liberarlo.

Marco ha voluto caricare la morte di Gesù di un indegno pathos antisemitico. Parla di “tenebre” minacciose su tutta la nazione da mezzogiorno alle tre; fa dire al centurione romano una frase che per lui non avrebbe potuto avere alcun senso e che però nel suo vangelo fa da spartiacque tra cristianesimo di origine galilaico-pagana e giudaismo: “Veramente quest’uomo era Figlio di Dio!” (v. 39); infine s’inventa una frase simbolica con cui legittima la fine del primato storico d’Israele nel proprio rapporto con la divinità: “Il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo” (v. 38). Era la tenda che separava l’area esterna da quella interna del Santo dei Santi (Es 26,31 s.).

Da notare che Marco non cita mai, tra le donne, la madre di Gesù, come invece fa Giovanni, il quale ricorda anche Maria di Cleopa, sorella della madre di Gesù, anche se stranamente non cita Salome, che – stando a Matteo – era la sua stessa madre.

Giovanni peraltro fa dire a Gesù una frase che è stata oggetto di varie interpretazioni esegetiche: “Donna, ecco tuo figlio!” (19,26). E da quel momento l’apostolo Giovanni “la prese in casa sua” (v. 27). La stranezza sta nel fatto che Maria, pur essendo evidentemente già vedova, aveva non pochi figli che potevano assisterla nella sua vecchiaia. Dunque Gesù aveva scelto Giovanni perché era celibe? O perché era il suo discepolo prediletto? Ma allora ai piedi della croce vi era anche Giovanni? Uno degli apostoli che avrebbe dovuto compiere l’insurrezione armata? A fianco di tutti i sacerdoti e degli scribi che schernivano Gesù?

A dir il vero nel quarto vangelo non risulta la presenza di tutte queste persone ciniche e volgari ai piedi della croce. Non viene neppure detto che i due zeloti insultavano Gesù. Semmai viene detta una cosa che potrebbe anche essere interpretata in maniera sconcertante. Se Gesù decise di affidare la madre a Giovanni, chi avrebbe dovuto sostituirlo nella guida del movimento nazareno? Chi avrebbe dovuto proseguire la strategia dell’insurrezione armata? Pietro o Giovanni? Come mai nel quarto vangelo (21,15 ss.) il Gesù risorto deve chiedere per ben tre volte a Pietro se lo amava davvero?

Note

1 Nell’udienza davanti a Caifa, dopo la sentenza capitale, Gesù viene sottoposto a varie vessazioni inaudite per un consesso come il Sinedrio. “Allora alcuni cominciarono a sputargli addosso, a coprirgli il volto, a schiaffeggiarlo e a dirgli: Indovina. I servi intanto lo percuotevano” (14,65). In genere si velava la faccia a quelli che dovevano essere impiccati (cfr. Est 7,8). Nel quarto vangelo un trattamento del genere lo subisce ad opera dei soldati romani e senza alcun riferimento mistico circa la possibilità di poter indovinare, a volto coperto, chi poteva averlo colpito.

2 Persino Luca (22,66-71), che pur non sa nulla delle usanze giudaiche, è stato costretto a scrivere che la condanna a morte da parte dell’intero Sinedrio non sarebbe mai potuta avvenire di notte.

3 Qui gli esegeti cattolici spesso si trovano piuttosto imbarazzati, in quanto vorrebbero sostenere che la riunione si tenne a casa di Caifa e non nella sala di convegno del Sinedrio, al Tempio, per dare un carattere privato all’interrogatorio, quando però la sentenza di morte, nella versione di Marco, avrà un tono molto solenne.

4 Qui l’evangelista sembra voglia approfittare persino del fatto che, se solo si fosse seguita alla lettera la procedura giudiziaria giudaica, avrebbero dovuto liberare Gesù, in quanto la legge esigeva almeno due testimoni concordi perché l’accusa fosse riconosciuta valida (Dt 17,6; 19,15). P.es., nella storia di Susanna è appunto il disaccordo tra i due testimoni che permette di assolvere l’accusata (Dn 13,52-60).

5 Con l’articolo davanti al nome, “il Benedetto” diventa un modo di dire tipicamente ebraico, per evitare di pronunciare il nome di Dio. Come nome di persona è usato solo qui nel N.T.

6 Tra gli esegeti purtroppo vi è anche chi pensa che Caifa fosse ostile ai Romani in quanto non riconosceva all’imperatore la pretesa “divinità”. Se la religione avesse davvero questo forte potere eversivo, la Palestina avrebbe dovuto essere distrutta molto prima da Roma. Vi è anche chi attribuisce al solo Pilato la sentenza di morte nei confronti del Cristo, esonerando Caifa da ogni responsabilità politica, in quanto il Sinedrio non aveva la necessaria autonomia per emettere sentenze del genere. Ma sono considerazioni che non tengono conto del fatto che la strategia di Gesù non era solo contro Roma ma anche contro la casta sacerdotale del Tempio. Non è possibile, quando si denuncia l’antisemitismo dei vangeli, arrivare a giustificare completamente l’operato delle autorità giudaiche. Se avessero avuto il potere di ucciderlo in sede processuale, l’avrebbero fatto tranquillamente. Peraltro con Stefano (come detto negli Atti degli apostoli) lo fecero, o comunque non fecero nulla per impedirlo, né processarono chi aveva fatto il linciaggio.

7 Secondo Lc 23,51 la decisione non fu unanime, in quanto Giuseppe d’Arimatea non vi aderì. Ma se davvero fosse giusta la versione marciana, sarebbe stato impossibile non essere d’accordo con Caifa.

8 È la stessa espressione già detta in 13,26.

9 Il titolo di “figlio di dio” era più che altro di origine pagana: non a caso lo si trova in riferimento a Pitagora, Platone, Augusto, Apollonio di Tiana… Quest’ultimo, addirittura, filosofo neo-pitagorico di Tarso e contemporaneo di Gesù, operava esorcismi, guariva paralitici, ciechi, ossessi, ha risuscitato una fanciulla, ha placato una tempesta marina e, alla fine, è risorto e asceso al cielo. Anche l’imperatore Vespasiano – secondo Tacito – guarì un paralitico e restituì la vista a un cieco, spalmando sugli occhi un miscuglio di saliva e polvere. Lo stesso Marco (9,38) sostiene che anche i nemici di Gesù operavano miracoli (in Mc 3,22 gli scribi riconducono al demonio i miracoli di Gesù, ma non li negano).

10 Cristo non avrebbe mai potuto parlare in una maniera così mistica, quale quella riportata dai vangeli, poiché se l’avesse fatto, nessuno sarebbe stato in grado di capirlo: il che avrebbe anche potuto essere interpretato come una forma di presa in giro di persone ignoranti, che nulla sanno dei misteri divini, della vita ultraterrena e altre amenità del genere.

11 Sulla base della stessa accusa fu condannato Socrate, ma non è da escludere che Platone celi il vero motivo della condanna, quello politico.

12 Stranamente però neppure nel quarto vangelo, di fronte alla testimonianza del parente di Malco, si assiste a una reazione adeguata da parte delle guardie. Infatti, se in Marco le guardie potevano pensare che Pietro, nonostante la sua parlata galilaica e le testimonianze a suo carico, potesse anche dire il vero, in Giovanni avrebbero fatto fatica a crederlo. Quindi nel quarto vangelo deve per forza essere accaduto qualcosa che si è preferito non riportare. Il fatto stesso che l’apostolo Giovanni fosse noto negli ambienti dell’ex sommo sacerdote Anania ha indotto non pochi esegeti a sospettare qualcosa intorno alla sua persona, ammesso ch’egli fosse il cosiddetto “discepolo prediletto” di Gesù.

13 Anche su questo gallo vi sono state una ridda di interpretazioni esegetiche, in quanto era proibito, per motivi di purità sacerdotale, l’allevamento di gallinacei a Gerusalemme. I sacerdoti poi non potevano allevarli in nessuna parte d’Israele. Questo tuttavia non esclude che qualcuno potesse tenerlo come una sorta di orologio biologico per indicare l’arrivo del mattino.

14 Si ricordi che nel Gesù di Marco la preveggenza è totale, salvo quella relativa alla fine dei tempi, di esclusiva spettanza di Dio-padre. A ciò Pietro è stato costretto in quanto doveva trovare una giustificazione alla mancata parusia trionfale, che pur egli aveva assicurato come imminente al movimento nazareno, onde dissuaderlo dal compiere l’insurrezione.

15 Il processo si svolge nel Pretorio, nella collina occidentale dove aveva sede l’antico palazzo di Erode il Grande.

16 Si noti come la domanda “Non rispondi nulla?” è la stessa già posta dal sommo sacerdote Caifa (Mc 14,60), e qui è impossibile non vedere come Marco insista nell’identificare Gesù col Servo sofferente di Isaia (Is 53,7).

17 La corona di spine, la veste di porpora e l’omaggio in ginocchio erano propri della dignità regale.

18 In Palestina, dopo la morte di Erode il Grande, furono crocifissi duemila ribelli per ordine del legato romano Varo. Nell’anno 7 Giuda il Galileo subì la stessa sorte per aver provocato un movimento di opposizione ai Romani (cfr. At 3,37). Curioso il fatto che Marco metta in bocca alla folla il verbo “crocifiggere” all’attivo per sottolineare la responsabilità di Pilato, mentre in Mt 27,22 il verbo è al passivo: “Sia crocifisso”, che scarica sulla folla le conseguenze del gesto.

19 Alcuni esegeti lo ritengono nativo di Kyrenia, nell’isola di Cipro, da cui proviene anche Barnaba, zio di Marco.

20 Le cose che appartenevano ai condannati toccavano di diritto ai soldati incaricati dell’esecuzione; ma Marco è molto più interessato al compimento del Salmo 21,19.

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Autore: laicusblog

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