Il background dei pani miracolati

Il racconto dei pani miracolati (6,30 ss.) è uno dei più mistificanti di tutto il vangelo di Marco. Non a caso nel quarto vangelo Giovanni aveva deciso di riscriverlo; senonché un altro redattore ha poi provveduto a manometterlo pesantemente, al fine di renderlo più vicino al racconto marciano o comunque alla teologia petro-paolina. L’episodio che vi si narra, infatti, aveva un contenuto altamente politico.

Il testo, piuttosto lungo, si ricollega alla predicazione degli apostoli, mandati da Gesù in tutta la Galilea. Evidentemente dovevano aver detto, alla popolazione che di volta in volta incontravano, i giorni in cui Gesù avrebbe fatto un decisivo discorso alle grandi masse della Galilea.

Cinquemila uomini erano convenuti ai piedi del monte Tabor, per ascoltarlo, in un mese primaverile (c’era “l’erba verde”). Gli apostoli erano stanchissimi. Marco qui finge di non sapere che l’incontro era stato debitamente preparato. Lo presenta invece come un raduno casuale, al punto che Gesù e i Dodici, al vedere quella moltitudine, si preoccupano e cercano un luogo appartato, attraversando con una barca il lago di Genezaret (o di Tiberiade). Ma la folla li riconosce e li precede sull’altra riva. A quel punto è impossibile sottrarsi alle loro esigenze.

Marco questa volta non parla di richiesta di guarigioni, ma di “pecore senza pastore” (v. 34). Ha un atteggiamento di commiserazione. Non vuol dare al lettore l’impressione che si trattasse di un raduno politico. Infatti il Cristo si mette a insegnare come un filosofo o un teologo. Ha pietà di loro e cerca, in qualche modo, di consolarli, ma quali siano le sue parole il lettore non può saperlo. Marco insiste nel non farci sapere nulla. Ci si chiede tuttavia che senso abbia farlo parlare a cinquemila persone (un numero sufficiente per fare un’insurrezione armata contro le legioni romane stanziate in Palestina, anche se non lo era per resistere alle inevitabili ritorsioni) e non riportare una sola parola del suo discorso. Il quale, peraltro, dovette essere piuttosto lungo, poiché sono gli stessi apostoli che devono ricordargli l’ora tarda e che il luogo era desertico, per cui sarebbe stato meglio congedare tutti, affinché andassero a cercare nelle contrade vicine qualcosa da mangiare. Come se tutto ciò lui non potesse capirlo.

Ecco, la mistificazione maggiore scatta proprio adesso, nella soluzione che Gesù propone al problema della fame: “Date voi da mangiare a loro” (v. 37). Una frase, tutto sommato, abbastanza innocua, che poteva essere interpretata in chiave simbolica, senza scomodare alcuna istanza religiosa. Infatti poteva semplicemente voler dire: “Diventate voi i leader di queste masse. Dimostrate che potete esserlo”.

Tuttavia Marco sa, quando scrive il suo vangelo, che gli apostoli non sono stati capaci di proseguire il progetto insurrezionale del Cristo, per cui qui deve, in qualche modo, giustificare la loro inettitudine. Li fa passare per ottusi, per discepoli che interpretano le parole del loro maestro solo in maniera letterale: “Andremo noi a comprare del pane per 200 denari1 e daremo loro da mangiare?” (v. 37).

Marco in sostanza fa capire che dei discepoli così intellettualmente limitati non avrebbero mai potuto prendere il posto di Gesù, il quale ovviamente lo comprende e se ne fa una ragione. Di qui la decisione d’intervenire in maniera del tutto miracolosa.2 Cinque pani e due pesci verranno moltiplicati per sfamare cinquemila uomini. Un evento politico, che non si poteva censurare, è stato trasformato in un’occasione per dimostrare che Gesù era di natura divina e che il suo obiettivo non era di natura politica. Pur di giustificare la pochezza degli apostoli, si è preferito fare del Cristo un extraterrestre. In sostanza si è rifiutata l’idea di fare autocritica e di conservare di Gesù l’immagine di un uomo politicamente impegnato, lontanissimo dall’esibire delle caratteristiche sovrumane. Questo spiega il motivo per cui i vangeli vanno definiti come una forma di legittimazione dell’impotenza politica.

Gesù si congeda poi, molto tranquillamente, dalla folla, che si è appena “sfamata”, e si ritira da solo sul monte a pregare (sic!). Viceversa nel vangelo di Giovanni viene detto che la folla aveva cominciato a salire sul monte per farlo diventare re, intenzionata seriamente a condurlo a Gerusalemme per compiere la liberazione nazionale. Lui riuscì a sottrarsi a stento, ben sapendo che una rivolta con la sola popolazione galilaica, senza l’apporto di quella giudaica e samaritana, sarebbe stata un fallimento su tutti i fronti. E la folla, vedendo questo suo rifiuto, smise di seguirlo, al punto che anche i Dodici erano quasi intenzionati a lasciarlo.

Dunque, come si può notare, una bella differenza tra le due versioni. In Giovanni la popolazione ha una certa coscienza politica, anche se la manifesta in maniera istintiva; in Marco non ne ha invece alcuna e s’accontenta d’averlo ascoltato in chiave etica o filosofica o teologica e di essersi sfamata fisicamente.

È a questo punto che Marco introduce il racconto della tempesta sedata (6,47 ss.). Perché lo fa? Lo si può solo ipotizzare. Nell’occasione di quell’evento – abbiamo detto – gli apostoli rimasero molto delusi, in quanto il Cristo aveva rifiutato di salire a Gerusalemme per compiere l’insurrezione nazionale. Marco però non può dirlo; e così trasforma la delusione in fatica, la fatica in paura e la paura in rassicurazione: dalla politica si passa alla psicologia.

Dentro la loro barca faticavano a remare, avendo il vento contro; vedono lui che, camminando speditamente sulle acque del lago3, li raggiunge, e pensano che sia un fantasma. Ma lui, con molta nonchalance, fa fermare il vento ed entra nella barca, rassicurandoli.

Il racconto è assurdo, ma la motivazione con cui si cerca di spiegarlo ancora di più: “Non avevano capito il fatto dei pani, anzi il loro cuore era indurito” (v. 52). Di che cosa sta parlando Marco? In pratica sta dicendo che mentre lui distribuiva i pani e i pesci, in realtà stava amministrando un sacramento, quello dell’eucarestia: infatti, prima di moltiplicarli, aveva “alzati gli occhi verso il cielo e benedetto i pani” (v. 41), cioè aveva compiuto un gesto squisitamente religioso. Loro non l’avevano capito, in quanto avevano interpretato quella portentosa moltiplicazione come un prodigio di tipo materiale, straordinario sì, ma tranquillamente alla portata di un superman come Gesù.4

Di che cosa non sta parlando Marco? L’abbiamo già detto: della delusione politica conseguente al fatto che Gesù, in Galilea, con cinquemila uomini pronti a marciare con lui, aveva rifiutato di compiere la liberazione nazionale dall’oppressore romano e dalla classe sacerdotale vergognosamente collusa. Gli apostoli erano molto depressi, quasi intenzionati a lasciarlo, poiché essi stessi avevano fatto delle promesse impegnative ai loro connazionali. Marco però pensa di risolvere la crisi politica, ricorrendo, com’è solito fare in questi casi, a degli espedienti di natura magica: Gesù cammina sulle acque, quindi è in grado di fare qualunque cosa; gli apostoli non devono avere paura di nulla; piuttosto devono cercare di capire che la folla agisce in maniera istintiva e che di essa non ci si può fidare più di tanto.

Infatti Gesù lo dimostra subito dopo essere approdato all’altra riva. Scrive Marco, con non poca sfrontatezza nell’attribuire alla folla una concezione di vita così fortemente cinica: “Come furono sbarcati, subito la gente, riconosciutolo, corse per tutto il paese e cominciarono a portare qua e là i malati sui loro lettucci, ovunque si sentiva dire ch’egli si trovasse” (v. 55). Il versetto successivo rincara la dose del precedente.

Ora, chiunque si rende conto che con una popolazione di tal fatta sarebbe stato impossibile compiere qualunque insurrezione. Marco non lo dice, ma il lettore lo può facilmente intuire. La folla anonima soffre di un volgare materialismo e gli apostoli non hanno le forze sufficienti per farle cambiare atteggiamento. L’unico che potrebbe farlo è Gesù, che però ha scelto per sé un destino molto diverso dalle umane aspettative.

Note

1 Un denaro rappresentava la paga giornaliera di lavoro di un bracciante.

2 Si noti come questo episodio, trasformato misticamente, finisca col richiamare la vicenda del popolo affamato nel deserto e sfamato da Dio (cfr. Es 16,12). E richiama anche il miracolo di Eliseo: “Ne mangeranno e ne avanzerà anche” (cfr. 2Re 4,43), a testimonianza che i vangeli, quando vogliono mistificare le cose, non hanno scrupoli a servirsi anche dell’Antico Testamento.

3 Altri grandi personaggi sono stati fatti camminare sulle acque: Asclepio, Serapide, Eracle e Buddha. Nell’A.T. Giosuè ed Elia (Gs 3,7 ss.; 2Re 2,8). Le leggende su Buddha assomigliano molto a quelle più fantasiose dei vangeli: anche a lui si attribuiscono guarigioni di malati, di ciechi e sordi e di storpi che camminano. Asclepio, compiendo guarigioni miracolose, aveva trasformato il Tempio di Epidauro in una meta di pellegrinaggio.

4 Nella letteratura pagana dell’India Vimalakirti, grazie al suo potere miracolistico, sfamò una folla con poco cibo, moltiplicandolo in quantità sufficiente. Ma storie del genere si trovano anche in 1Re 17,11 ss e 2Re 4,42 ss.

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Autore: laicusblog

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