Il vangelo di Marco

Il vangelo attribuito a Marco è stato scritto come se fosse una fiaba per adulti. Con questa differenza, che l’autore intende riferirsi a episodi realmente accaduti, di cui però non vuol dare le coordinate esatte per meglio interpretarli. Cioè i fatti vengono raccontati in una maniera volutamente deformata, anzi mistificata, e questo soprattutto in due direzioni: anzitutto si vuole presentare un messia spoliticizzato; in secondo luogo si vuole presentare un messia più galilaico che giudaico.

Questi due aspetti sono tra loro in contraddizione, almeno in parte, in quanto la tradizione galilaica, duemila anni fa, era connotata molto politicamente, e in maniera eversiva (basta vedere il ruolo determinante giocato dal partito zelota nelle guerre antiromane). Tuttavia la tradizione galilaica è anche quella più vicina agli influssi ellenistici, nei confronti dei quali l’ostilità giudaica era più netta. I Giudei consideravano i Galilei dei credenti di serie B e addirittura i Samaritani degli eretici, con cui era bene non avere alcun rapporto.

Il vangelo di Marco si è servito proprio dell’ellenismo (il cui interprete per eccezione era stato Paolo) per togliere al Cristo qualunque caratterizzazione politico-rivoluzionaria. La politicità del messia appare soltanto come una conseguenza indiretta della sua contestazione rivolta all’ideologia giudaica. Il messia Gesù è un teologo-politico che fa del proprio messaggio religioso un motivo per creare uno scisma all’interno del giudaismo. Marco presenta la predicazione del Cristo come una forma di cristianesimo galilaico in opposizione al giudaismo sadduceo e farisaico.

Ovviamente all’interno del suo vangelo sono confluite tradizioni di vario tipo, diverse dalla propria, che poi il cristianesimo primitivo ha accettato definitivamente, canonizzandole. Ma sono tradizioni che non determinano, in maniera decisiva, l’impianto teorico dell’opera, che ha una propria logica interna, da individuare in maniera chiara e distinta. Una di queste tradizioni spurie appare sin dall’inizio del vangelo (1,1-13), ed è quella del giudeo Giovanni, detto Battista o Battezzatore o Precursore.

È vero che Marco è stato un discepolo di Paolo (nel primo viaggio in Asia minore.), e anche di Barnaba (di cui era cugino), ma è anche vero che con Paolo ruppe molto presto, preferendo porsi al servizio di Pietro. E il vangelo lo scrisse a Roma, ascoltando la predicazione di quest’ultimo, che non era esattamente la stessa di Paolo, almeno non in un primo momento (ne fa fede la diatriba ch’essi ebbero ad Antiochia). Di questa precisazione bisogna sempre tener conto nella lettura del suo vangelo, benché Marco utilizzi Pietro come fonte quando questi ormai è prossimo al martirio e quindi molto vicino alle tesi di Paolo, la cui principale è appunto quella di qualificare Gesù come “unigenito figlio di Dio”: un appellativo che Marco usa non solo come titolo del suo libro, ma anche nel momento da lui ritenuto più importante, cioè quando Gesù viene riconosciuto come tale dal centurione romano (15,39), che aveva materialmente predisposto la modalità della crocifissione.

Si può comunque dire, con ragionevole approssimazione, che né Pietro né Marco erano interessati a riportare la predicazione del Battista, né il battesimo1 e la tentazione di Gesù nel deserto. Il suo vangelo potrebbe iniziare benissimo al v. 1,14: “Dopo che Giovanni fu messo in prigione, Gesù si recò in Galilea, predicando il vangelo di Dio”. Marco non si sforza neppure di spiegare come i due eventi stiano insieme, cioè come il primo possa essere considerato una causa del secondo. Indicativamente quel versetto potrebbe essere interpretato così: dopo il fallimento della predicazione del Battista, Gesù lasciò la Giudea e si trasferì in Galilea, predicando nella stessa maniera: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo” (1,15).2

In altre parole Gesù, quale discepolo del Battista, dopo la cattura del suo maestro, preferisce predicare in Galilea. Qui Marco non spiega né da chi e perché Giovanni era stato messo in prigione, né il fatto, sufficientemente chiaro nel quarto vangelo, che tra Gesù e Giovanni vi fu una rottura circa la cosiddetta “epurazione del Tempio”, in quanto Giovanni non vi aderì. Quella era stata una sorta di tentata insurrezione contro la casta sacerdotale, che non trovò l’appoggio neppure del partito farisaico, pur ostile a quello sadduceo.

Che Gesù venga presentato come un discepolo di Giovanni è attestato anche dalle parole riassuntive della sua predicazione: “regno di Dio” e “ravvedetevi”. Parole che Gesù, essendo un politico rivoluzionario, assai diverso da Giovanni e non esattamente in linea col partito zelota, non poteva però averle pronunciate, proprio perché la prima era troppo teologica e la seconda troppo moralistica.

Marco inoltre ci tiene a sottolineare che i primi discepoli che Gesù chiamò alla sua sequela furono Pietro e suo fratello Andrea; solo dopo chiamò Giacomo e Giovanni Zebedeo. Fa passare tutti per Galilei, quando, in realtà, gli ultimi due erano Giudei. Nel quarto vangelo, tra i primi discepoli, Pietro non viene neppure citato, proprio perché non era un discepolo del Battista (semmai lo era suo fratello Andrea), e noi sappiamo che i primi discepoli di Gesù provenivano tutti dal movimento di Giovanni, dal quale si erano staccati per compiere l’attacco contro la casta sacerdotale. Pietro semmai può aver assistito, o anche aderito, a quella epurazione, in quanto esponente del movimento zelota.

Giacomo e Giovanni non erano affatto dei pescatori, ma non è da escludere che, una volta recatisi in Galilea con Gesù, si fossero messi a fare, per un certo tempo, proprio quel mestiere per poter vivere. Il fatto che qui tutti e quattro si siano messi a seguire Gesù, subito dopo aver ascoltato il suo invito, significa che si conoscevano da tempo.

Note

1 Il racconto marciano del battesimo di Gesù è del tutto leggendario, preso da passi veterotestamentari (p.es. Sal 2,7; Is 11,2; 42,1 ss.), ma anche da miti pagani (p.es. presso i Siro-fenici la colomba era simbolo della divinità protettrice, mentre presso gli Egizi aleggiava sulle teste dei faraoni). Si può anche sostenere che la pericope del battesimo, frutto di un compromesso tra cristiani e battisti, non può essere originaria di Marco, poiché questi, volendo dimostrare che Gesù era “Figlio di Dio”, avrebbe avvertito come un controsenso farlo battezzare da uno che predicava un rito di penitenza per i propri peccati (benché Marco faccia dire a Gesù, rivolto al giovane ricco, che l’unico a essere “buono” è Dio). Peraltro Pietro non associa neppure la resurrezione del Cristo a una esclusiva, letterale, figliolanza divina, la cui natura sarebbe consustanziale a quella di Dio-padre (come invece appare nel brano del battesimo e in quello della trasfigurazione): ci vorrà Paolo per operare una torsione intellettuale del genere.

2 “Il tempo è compiuto!” è frase che proclamavano i sacerdoti al tempo del re assiro Assurbanipal (668-626 a.C.), celebrato quale salvatore e figlio di dio. Anche nella predicazione di Zarathustra si parla di un imminente “regno di dio”. Era pure un motto del partito zelota, che ovviamente lo intendeva in senso “terreno”, non “celeste”, da acquisirsi anche con la “forza”, come risulta, d’altra parte, in Mt 11,12.

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Autore: laicusblog

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