Il viaggio verso Gerusalemme

I

Una cosa che nel vangelo di Marco non si può umanamente capire è il motivo per cui Gesù abbia deciso di recarsi a Gerusalemme sapendo in anticipo che l’avrebbero ucciso. Se voleva farsi catturare, non bastava che restasse in Galilea?

In tale vangelo Gesù predice per ben tre volte il suo destino di martire. Il motivo di questa scelta autolesionista sta sempre in ciò che avverrà dopo la morte: la resurrezione. È incredibile pensare che gli apostoli abbiano potuto accettare di seguirlo a queste condizioni. Voleva morire per poi risorgere: cioè in pratica avrebbe fatto una cosa insensata, per compierne poi un’altra del tutto impossibile, almeno per i comuni mortali. Chi mai nel mondo ebraico era riuscito a risorgere? O, anche ammesso che qualcuno vi fosse riuscito, chi mai, per farlo, aveva desiderato morire in modo violento? E perché scegliere per tale evento proprio Gerusalemme, la città che in questo vangelo è la più odiata di tutte? Gesù Cristo non poteva morire di vecchiaia, nella sua Galilea o in qualunque altro luogo, per poi risorgere tranquillamente? Se fosse morto in maniera naturale e poi avessero trovato vuota la tomba, non avrebbe insegnato ugualmente ch’esiste un aldilà, un regno dei cieli?

Marco, usando la tesi della resurrezione, non è in grado di spiegare con chiarezza la decisione di Gesù di farsi ammazzare nella Città Santa. Deve limitarsi a racchiudere quella decisione all’interno di tre profezie indefinibili, non interpretabili. Infatti qualunque cosa il redattore volesse aggiungere, rischierebbe inevitabilmente di far passare il Cristo per un folle ancora più grande di quello che umanamente appare, o lascerebbe comunque pensare che i suoi discepoli fossero completamente plagiati, privi delle loro facoltà mentali. Tant’è che sui discepoli è costretto a dire delle cose spiacevoli, al fine di cercare di giustificare la loro decisione di seguirlo.

In effetti, se il leader di un movimento popolare decide di farla finita con la sua vita, l’intero movimento può anche pensare di dover compiere un suicidio di massa, come avvenne p.es. a Masada, nel 73, quando si concluse la prima grande guerra giudaica. A volte l’autoesaltazione è così forte che si perde la capacità di distinguere il bene dal male. Si diventa fanatici di un’idea, disposti a compiere qualunque cosa pur di restarvi coerenti. La religione o l’ideologia in generale si trasforma in una sostanza psicotropa.1

Nel secondo annuncio della passione gli apostoli “non capivano le sue parole e temevano d’interrogarlo” (9,32). Cioè chi avrebbe potuto dissuaderlo, temeva d’essere redarguito severamente e preferiva passare per uno sprovveduto. Al terzo annuncio la stessa cosa: “erano turbati e pieni di timore” (10,32). Non solo perché rischiavano di perdere un leader di prestigio, ma anche perché loro stessi ne avrebbero pagate le conseguenze (e non si poteva certo sapere in anticipo in che misura o fino a che punto). Qui è evidente che l’evangelista ha trasformato il naturale timore che avevano gli apostoli di seguirlo per compiere l’insurrezione armata in un timore reverenziale di tipo religioso, avvolto in un mistero solenne.

Marco ritiene che i principali responsabili della morte di Gesù saranno “i capi dei sacerdoti e degli scribi”, cioè le autorità giudaiche, come mandanti, e successivamente i “pagani” (10,33), come esecutori, il “braccio secolare”. La differenza tra le tre profezie è che si precisa sempre di più chi saranno gli autori della sua morte violenta e che cosa gli faranno. Non si parla di Giuda, il cui tradimento – si dirà poi negli Atti degli apostoli (2,23) – rientrava nella “prescienza divina”2; né si parla del motivo per cui i pagani lo vogliono morto: Marco evita sempre di fare riferimento esplicito ai “Romani”, per ovvie ragioni opportunistiche, senza però rendersi conto che i sommi sacerdoti erano scelti dagli stessi imperatori.

Sembra che a Gerusalemme Gesù non salga con una folla di seguaci, ma solo coi Dodici: “attraversarono la Galilea, e Gesù non voleva che si sapesse” (9,30). Cosa vuol far capire Marco? Anzitutto che un ingresso nella capitale col solo gruppo degli apostoli non avrebbe potuto comportare alcuna idea politicamente eversiva; in secondo luogo che una folta presenza di seguaci avrebbe potuto indurlo a tradire il proprio mandato autoimmolatorio. Nessuno quindi deve saper niente, se non gli apostoli più stretti, i quali devono essere convinti che il loro leader va a Gerusalemme per uscirne sconfitto come uomo e vincitore come dio.

Inutile quindi affrontare il problema di chi, tra loro, sarà il maggiore, una volta entrati nella capitale. “Se qualcuno vuol essere il primo, dovrà essere l’ultimo di tutti e il servitore di tutti” (9,35). Tutte le questioni e le esigenze di tipo politico sono per questo Gesù – agnello sacrificale – assolutamente fuori luogo. Bisogna essere puri e innocenti come bambini (9,36 s.), senza usare scaltrezze di alcun genere. Non è necessario cercare alleanze strategiche o punire chi scaccia i demoni nel nome di Gesù, pur non facendo parte del suo movimento. La vita va affrontata con filosofia, sul piano meramente etico, poiché “chi non è contro di noi, è per noi” (9,40), anche se non è “con noi”.

Da notare che quanto più Gesù s’avvicina a Gerusalemme, tanto più il vangelo di Marco pone sotto accusa i fratelli Zebedeo e, in particolare, Giovanni, cioè colui che sarà il principale avversario di Pietro a motivo dell’interpretazione forzata della tomba vuota come “resurrezione”. Giovanni viene citato negativamente sia in 9,38 che in 10,35, facendolo passare per un settario e, insieme al fratello, per un ambizioso, al punto che gli altri apostoli cominciarono a indignarsi con loro (10,41).

I redattori di questo vangelo fanno dire a Gesù parole terribili contro chi, nel movimento cristiano, predica azioni rivoluzionarie in senso politico: “Chiunque avrà scandalizzato uno di questi piccoli che credono [cioè gli ingenui, quelli che non fanno politica], meglio sarebbe per lui che gli fosse messa al collo una macina da mulino e fosse gettato in mare” (9,42). Questo in pratica voleva dire che gli intellettuali con manie rivoluzionarie dovevano rassegnarsi, se volevano continuare a militare nella comunità cristiana; e che, inoltre, dovevano educare i fedeli a credere soltanto in una salvezza ultraterrena.

II

Le due pericopi del matrimonio e del giovane ricco riguardano unicamente la perfezione morale. Succede sempre così: là dove si rinuncia a una lotta di liberazione nazionale, si è poi costretti, se si vuole mantenere alto l’ideale di vita, a proporre comportamenti di tipo “assolutistico”, per i quali occorre una disciplina di ferro, una categorica decisione esistenziale. Peccato che proprio in questo modo si creino soltanto dei mostri.

Vediamo anzitutto la questione del matrimonio. La pericope è ambientata in Giudea: Gesù viene interrogato dai farisei, i quali gli chiedono se un uomo può separarsi dalla moglie per qualsiasi motivo e prenderne un’altra. La legge mosaica lo permetteva, anche se fino a un certo punto. Infatti in Dt 24,1 è detto che l’uomo poteva ripudiare la moglie solo in presenza di qualcosa di “vergognoso” (in genere la fornicazione), e in Lv 20,10 è scritto che la pena di morte per il reato di adulterio doveva prescindere dalla differenza di genere.3

Quindi in sostanza al tempo dei farisei si era proceduto a un’interpretazione forzata (estensiva) delle disposizioni mosaiche. Il che non esclude che col tempo, in ambito giudaico, si fosse data la facoltà di divorziare facilmente proprio perché il tradimento era divenuto non l’eccezione ma la regola. È abbastanza naturale che un legislatore pensi di risolvere un male maggiore con un male minore. D’altra parte salvaguardare forzosamente delle apparenze, in un matrimonio eticamente distrutto, è soltanto fonte di un’ipocrisia insostenibile. Il che però non dovrebbe portare a usare il male minore per giustificare quello maggiore. Evidentemente ai tempi del Cristo s’usava il libello del ripudio con la stessa leggerezza con cui ai tempi di Mosè, o a quelli successivi, gli uomini tradivano le mogli.

Cosa risponde Gesù? “È per la durezza del vostro cuore che Mosè scrisse per voi quella norma” (10,5).4 Qui egli sembra riferirsi ai soli Giudei, i quali – come noto – erano maschilisti, nel senso che il diritto alla separazione non era reciproco, in quanto alle donne era concesso solo per gravi motivi. Strano però che una domanda del genere gli venga rivolta dal gruppo religioso più restrittivo sulle questioni morali. Sotto questo aspetto non si capisce che tipo di risposta si aspettassero da Gesù. Se per loro era pacifico il divorzio unilaterale da parte dell’uomo, perché porgli una domanda del genere? Evidentemente nutrivano qualche dubbio sul valore della legge mosaica (o sulle interpretazioni che se ne erano date), la quale, in questo, risultava molto meno democratica di quelle presenti nel mondo greco-romano. Se invece non era pacifico, perché lo vogliono mettere alla prova (10,2)?

Detto altrimenti: se per loro la legge di Mosè andava superata, avrebbero dovuto essere contenti della sua risposta. Se invece ritenevano giusto il divorzio unilaterale e lui si fosse espresso a favore dell’uguaglianza di genere, in che maniera avrebbero potuto contestarlo? Chiunque infatti si rendeva conto che la facilità con cui si scriveva l’atto di ripudio unilaterale, senza ascoltare le ragioni della controparte, era un privilegio ingiustificato. Lo stesso Gesù può facilmente riconoscere ch’esso era stato concesso per l’egoismo dei maschi. Mosè infatti doveva aver pensato che fosse meglio un ripudio unilaterale che un matrimonio forzatamente indissolubile, in cui l’uomo, sessualmente debole, finisce col tradire la moglie, creando situazioni insostenibili anche per i figli.

Tutta la pericope, quindi, non sta in piedi. La stessa risposta di Gesù non ha un vero senso etico. Infatti egli sostiene che la coppia deve restare unita non tanto finché c’è l’amore, quanto perché lo vuole Dio. Chi si separa, uomo o donna che sia, commette adulterio. La sua è un’eguaglianza al negativo, in cui l’amore ha un ruolo subordinato. A una forzatura unilaterale a favore del maschio ne propone un’altra a sfavore di entrambi i coniugi.

Quindi, una volta sposati, il matrimonio andava considerato indissolubile. Marco non prevede neppure l’eccezione del concubinato presente in Mt 19,9. Se si deve stare insieme perché Dio ha voluto così sin dagli inizi della creazione, l’amore diventa facoltativo. Più importante dell’amore è la fedeltà reciproca.5

Ma la cosa più stupefacente è un’altra, che è poi quella che invalida, in maniera definitiva, l’attendibilità dell’intera pericope. L’autore fa parlare Gesù in maniera del tutto astratta, in quanto viene messo a confronto un periodo edenico, di tipo comunistico, con uno invece basato sullo schiavismo. Infatti egli afferma che in origine non ci si separava, si era una carne sola, ecc.; e poi afferma che quella condizione relazionale la si dovrebbe vivere anche nelle società antagonistiche, basate sui conflitti di classe, e quindi, inevitabilmente, di genere. Come se fosse la cosa più facile del mondo amarsi là dove i conflitti sono la regola o solo perché in origine Dio voleva così.

Gesù fa un discorso moralistico senza mettere in discussione le fondamenta che reggono in piedi i sistemi oppressivi. Ma questo dipende dal fatto che quando Marco fa il purista sul piano etico, lo scopo è quello di non offrire alcuna prospettiva su quello politico. Non a caso subito dopo questa pericope fa fare a Gesù l’elogio dei bambini, che sono la categoria sociale più vicina al sentire dell’uomo primitivo: “Chiunque non avrà ricevuto il regno di Dio come un bambino, non vi entrerà affatto” (10,15). Vivere “come bambini” in società dominate dai conflitti sociali, senza che di queste realtà si vogliano rovesciare i presupposti, è davvero possibile? è davvero auspicabile o conveniente? Come potevano i lettori cristiani di origine pagana accettare un’intransigenza del genere? Avrebbero fatto del rigore morale il principale motivo di distinzione rispetto a tutti gli altri credenti?

III

Vediamo ora il secondo racconto, quello del giovane ricco (10,17 ss.)6, qui collocato perché in fondo assomiglia molto al precedente: è la stessa ideologia della perfezione morale con cui supplire alle deficienze della politica.

Il giovane chiede a Gesù come essere “perfetto”7, e Gesù, invece di fargli capire che per compiere una liberazione nazionale non occorre essere eticamente perfetti, altrimenti pochissime persone si sentirebbero autorizzate a compierla, gli assicura – da “buon cristiano” – che si può essere eticamente perfetti anche in una situazione di gravi conflitti sociali. L’importante è non lasciarsi condizionare dal potere economico (di qui la necessità ch’egli venda tutte le proprie sostanze), rinunciando altresì al potere politico, che corrompe non meno di quello economico.

Tuttavia il giovane era molto facoltoso, per cui rinunciò a vendere tutti i propri beni e a distribuirne il ricavato ai poveri. Gesù gli aveva anche proposto di diventare suo discepolo, ma a una condizione pauperistica tale che quello non se la sentì di accettare.

Morale della favola? L’autore del vangelo non solo rifiuta tutto ciò che proviene dal giudaismo (in particolare il potere dei sadducei, l’ipocrisia dei farisei e il legalismo degli scribi), ma rifiuta anche la posizione di chi vorrebbe diventare cristiano senza rinunciare alle proprie ingenti ricchezze. Pietro rappresenta l’ideologia piccolo-borghese che, da un lato, si pone degli obiettivi etici esigenti, cui ovviamente non potrebbero aspirare i ceti benestanti, mentre, dall’altro, è incapace di compiere una vera rivoluzione politica, non avendo piena fiducia nella volontà popolare.

In questa pericope le stranezze sono più di una, ma non le vedremo tutte. Per esempio, gli apostoli si stupiscono che i ricchi non possano convertirsi al cristianesimo. Levi, Zaccheo, Giairo, Nicodemo, Cuza, Giuseppe d’Arimatea… non erano certo degli emarginati o degli spiantati. Dunque perché togliere ai ricchi questa possibilità? Sarebbe stato sufficiente chiedere loro di mettere i beni in comune con gli aderenti alla comunità, come viene appunto fatto negli Atti degli apostoli (2,44 ss.). Che bisogno c’era di accettarli come discepoli previa la vendita di tutti i loro averi? Nei passi paralleli di Matteo (19,18) e di Luca (18,20) non viene neppure detto che il giovane “non doveva frodare”.

Qui sembra che Gesù parli come un leader politico che vuol compiere una rivoluzione anche contro le classi più agiate, che di regola campano sfruttando i più deboli. Ma è solo un’apparenza. Infatti dice agli apostoli che se anche loro hanno lasciato tutto, nel regno dei cieli riavranno tutto e con gli interessi (10,30). In questa valle di lacrime devono purtroppo abituarsi a patire “sofferenze” d’ogni genere, anche se il fatto di passare per martiri dovrebbe renderli fieri.

D’altra parte, che abbiano o non abbiano qualcosa, agli uomini è impossibile salvarsi – Marco lo fa dire chiaramente a Gesù -; possono soltanto mettersi nelle mani di Dio (v. 27). Su questa Terra nessuno riuscirà mai ad essere completamente perfetto. Gesù stesso, rivolgendosi al giovane, arriva a dire, piuttosto paradossalmente: “Perché mi chiami maestro buono? Nessuno è buono, tranne uno solo, cioè Dio” (v. 18). “Buono” ovviamente stava per “perfetto”: un aggettivo che serviva proprio per smontare l’idealismo di cui il giovane faceva mostra.

Eppure nel vangelo di Marco tutto ciò che Gesù fa e dice serve proprio a dimostrare ch’egli era l’unico a essere “buono”. Strano, quindi, ch’egli contesti un appellativo del genere rivolto a se stesso. Sembra quasi che l’autore l’abbia messo per evitare che qualcuno potesse sostenere l’inutilità di credere in Dio, visto e considerato che Gesù non gli era da meno. Infatti se Gesù era “perfetto”, a che pro credere in Dio? Chi ha detto che non si può essere “buoni” restando su posizioni ateistiche? Chissà, forse per questo Matteo, che cerca di parare in anticipo tutte le possibili obiezioni alle frasi di Gesù, ha preferito scrivere non “Maestro buono”, bensì “Maestro, cosa devo fare di buono…?” (19,16).

IV

Il terzo annuncio della passione è una ripetizione, più dettagliata, del secondo, per cui non val la pena esaminarlo. Semmai ci si può chiedere di che cosa debba essere considerato una mistificazione. È fuor di dubbio, infatti, che la decisione di entrare a Gerusalemme per compiere un’insurrezione armata non poteva esser stata presa a cuor leggero. Non avevano a che fare con un nemico qualunque, ma col più grande impero schiavistico della storia antica, con l’esercito più agguerrito e meglio armato. Se, nonostante questo, il movimento nazareno pensava di farcela, doveva avere delle buone ragioni. E la prima buona ragione – che qui però non appare – doveva per forza essere determinata da un grande seguito popolare, in grado di andare ben oltre i confini della Galilea.

Delle due, infatti, l’una: o il Cristo era un pazzo irresponsabile, ovviamente non nel senso in cui lo presentano i vangeli (quello del martire suicida), ma nel senso del politico incapace di valutare con realismo e obiettività le forze in campo; oppure una possibilità doveva esserci, probabilmente di livello anche superiore a quelle che gli ebrei cercarono di sfruttare nei decenni successivi. Gesù infatti cercava consensi a 360 gradi, non voleva imporsi con un colpo di stato, né voleva che un territorio prevalesse sugli altri (p.es. la Galilea sulla Giudea, come volevano gli zeloti), né che l’insurrezione nazionale venisse gestita da un unico partito o movimento.

Peraltro Gesù, pur avendo vissuto vari anni della sua vita in Galilea come profugo, era un giudeo, conosceva bene la sua terra, poteva contare su due apostoli d’eccezione, come Giacomo e Giovanni, i quali provenivano dagli ambienti del Battista, e poteva contare anche su Giuda, che probabilmente veniva dagli ambienti farisaici progressisti. Nella sua cerchia più ristretta non aveva solo esponenti dello zelotismo. E noi non sappiamo se avesse anche un affiliato proveniente dalla Samaria: sappiamo solo che qui lo accolsero con molto entusiasmo dopo che aveva cercato di epurare il Tempio dalla casta sacerdotale corrotta.8

Entrando in Giudea e avvicinandosi il momento di salire a Gerusalemme, l’importanza, tra i Dodici, di Giacomo e Giovanni andava crescendo. Marco però, che riflette le posizioni di Pietro, ne approfitta per metterli in cattiva luce9, come aveva già fatto a carico di Giovanni nel secondo annuncio. I due, quando Gerusalemme sarebbe stata occupata, pretendevano di porsi come luogotenenti del messia, come principali ministri per la gestione della città e della resistenza armata contro Roma.

A questo punto Marco, che deve assolutamente censurare le questioni politiche, fa dire a Gesù una frase che nel contesto sarebbe stata priva di senso. “Voi non sapete quel che chiedete. Potete voi bere il calice che io bevo?” (10,38). Cioè – parafrasando la domanda – “volete equipararvi a me nella ricerca del martirio?”. L’insensatezza di questa frase sta proprio nel fatto che se tutti gli apostoli fossero stati convinti che, entrando a Gerusalemme, Gesù sarebbe stato sicuramente ammazzato, nessuno l’avrebbe seguito. Al massimo, infatti, potevano avere qualche timore, non la certezza assoluta. In fondo quando si fanno le rivoluzioni, è impossibile evitare un certo margine di rischio personale, anche molto grave: non si stanno compiendo delle semplici riforme, ancorché di rilievo.

Tuttavia l’insensatezza maggiore, nella pericope, deve ancora venire. In effetti, se ci pensiamo bene, anche Giacomo e Giovanni avrebbero potuto dire ch’erano disposti al martirio, pur di fare la rivoluzione. Più avanti Pietro dirà la stessa cosa, cioè ch’era disposto a morire per Gesù, pur di salvargli la vita. Il fatto è però che Marco non vuole presentare Gesù come politico, bensì come teologo. Di conseguenza egli deve far passare i due discepoli come altamente presuntuosi, non perché hanno dichiarato di voler diventare ministri di spicco del messia politico, né perché erano disposti a lasciarsi martirizzare senza battere ciglio, ma proprio perché stavano chiedendo una cosa che in nessun modo Gesù avrebbe potuto soddisfare.

Marco mistifica così tanto le cose che nel suo racconto Giacomo e Giovanni stanno chiedendo di sedere alla destra e alla sinistra di Gesù nel “regno dei cieli”. Cioè essi si stanno proponendo come suicidi in nome di Gesù, a condizione d’avere un posto privilegiato nell’aldilà. Al che Gesù è costretto a dire: “Voi certo berrete il calice che io bevo…, ma quanto a sedersi alla mia destra e alla mia sinistra, non sta a me il darlo, ma è per quelli a cui è stato preparato” (10,39 s.).10

In pratica Marco detesta così tanto i due discepoli (e in questo riflette la posizione di Pietro), che li fa passare come superbi nei confronti di Dio, cioè superiori allo stesso Gesù. Una cosa teologicamente infame, una specie di bestemmia. Di qui l’inevitabile indignazione da parte degli altri apostoli, i quali fanno mostra d’aver capito, meglio di loro due, le intenzioni suicide del Cristo, che “non è venuto per essere servito, ma per servire, e per dare la sua vita come prezzo di riscatto per molti” (10,45).

Questa mistica della morte purificatrice, riparatrice di sofferenze, redentiva nei confronti del male compiuto, che viene cercata quasi con ossessione, con una cura meticolosa dei particolari, è una caratteristica che si ritrova in molti soggetti fanatici, siano essi laici o religiosi, e che, per il forte impatto emotivo che suscita, può anche portare a delle autentiche follie di massa, o quanto meno ad atteggiamenti mimetico-imitativi, a fortissimi desideri di emulazione, soprattutto se il soggetto che fa da modello o da prototipo dimostra d’essere capace di cose non comuni, come p.es. guarire il cieco Bartimeo (il “figlio dell’onore”) senza neppure toccarlo (10,46 ss.).

Un racconto, quest’ultimo, che pare quanto mai inverosimile.11 Sembra messo apposta per far vedere che Gesù era l’unico autorizzato a parlare di autoimmolazione, in quanto era l’unico a poter compiere prodigi di natura così straordinaria. Tale postulante, poi, viene guarito in maniera stranissima: chiama Gesù con un titolo sbagliato (“Figlio di Davide”), mentre lui ne preferiva un altro (“Figlio dell’uomo”), meno caratterizzato secondo la teologia politica giudaica.12 Accetta lo stesso di guarirlo, ma non prima d’avergli chiesto – proprio mentre lo vedeva ch’era cieco – che cosa avrebbe dovuto fargli. E quello, che avrebbe potuto chiedergli di seguirlo appunto da non vedente, dimostrando così di avere per lui una grandissima considerazione, che andava ben al di là delle sue capacità taumaturgiche e delle proprie drammatiche limitazioni fisiche, ne approfitta per chiedergli di tornare a vedere. E Gesù lo esaudisce, dicendogli: “Va’, la fede ti ha salvato” (10,52).

Quale fede l’aveva salvato? e salvato da cosa? La fede semmai l’aveva guarito. Ma quale fede l’aveva guarito, se quella espressa lungo il ciglio della strada era una rappresentazione sbagliata di Gesù? Qui Marco è sottile. Egli ha voluto far differenza tra “Figlio di Davide” e il secondo appellativo che usa Bartimeo al cospetto di Gesù: “Rabbunì”, cioè “Mio maestro”. Se avesse ripetuto l’appellativo di “Figlio di Davide”, Bartimeo avrebbe chiesto la guarigione sulla base di una pretesa: “Se sei davvero il Figlio di Davide, dimostralo guarendomi, cioè fammi capire che meriti di diventare messia politico e che per te il potere non potrà impedirti di aiutare gli indigenti, le persone sfortunate, i reietti della società”.

Invece Marco cosa fa? Trasforma Bartimeo da politico a religioso: gli fa dire “Rabbunì”, mostrando così ch’egli non voleva metterlo alla prova nelle sue aspirazioni politico-rivoluzionarie. Voleva soltanto riconoscerlo come proprio “maestro spirituale”, che va a Gerusalemme col chiaro intento di riscattare gli uomini da tutti i loro peccati. Questa la fede di Bartimeo, che, dopo la guarigione, decide di seguire non il “Figlio di Davide”, bensì il “Figlio dell’uomo”, che con la resurrezione dovrà diventare “Figlio di Dio”.

Note

1 Suicidi di massa, d’altra parte, avvengono anche oggi in ambiti religiosi. Nel 1978, in Guyana, nella setta Tempio del popolo di Jim Jones. Nel 1993 a Waco (Texas) nella setta davidiana di David Koresh. A partire dal 1994 ripetuti suicidi collettivi hanno riguardato la setta dell’Ordine del Tempio Solare, in Svizzera, in Canada e in Francia. Nel 1997 nel Ranch Santa Fe, di San Diego (California), nella setta Heaven’s Gate (Higher Source). Nel 2000 in Uganda circa 800 adepti di una setta apocalittica ugandese, di matrice cattolica, chiamata “I dieci comandamenti di Dio”, si sono dati fuoco dopo aver cantato e suonato per molte ore nella loro chiesa, a sud est di Kampala.

2 Si noti come anche nell’apocrifo Vangelo di Giuda si parli della stessa cosa. Infatti il tradimento sarebbe stato un incarico espresso segretamente da Gesù, per la sua futura gloria celeste, all’apostolo Giuda, discepolo prediletto, anche se per quello che ha fatto sarebbe stato disprezzato dagli uomini. Una tesi assurda, però consequenziale all’impostazione marciana.

3 Il libello del ripudio o di divorzio, privo di motivazioni, era un atto scritto necessario per salvaguardare la donna dall’accusa di adulterio. Il marito non aveva diritto di divorziare soltanto se aveva disonorato una vergine (Dt 22,29) o se aveva ingiustamente incolpato la propria casta moglie (Dt 22,19). La moglie poteva, secondo il Talmud, richiedere il divorzio per motivi fisici o morali. Tuttavia il rilascio di un attestato di ripudio da parte della moglie era impensabile nell’ambiente genuinamente giudaico.

4 Notiamo che qui Gesù fa riferimento a un “comando” di Mosè, mentre i farisei parlavano di “permesso” (v. 4); in Mt 19,7-8 succede invece l’inverso.

5 Una rigidità del genere la si ritrova anche nella teologia della chiesa romana, la quale però non ha potuto fare a meno di concedere la prassi dell’annullamento del matrimonio, a prescindere dal sesso del richiedente. In presenza della legge civile sul divorzio, la chiesa ha infatti dovuto aumentare la casistica in cui è possibile chiedere l’annullamento, onde impedire un drastico calo di celebrazioni religiose del rito.

6 Questo personaggio fantasioso viene generalmente identificato come il giovane ricco, sulla base di Mt 19,20, ma né Marco né Luca (che lo chiama “capo”, 18,18) ne precisano l’età; la risposta del v. 20 (…dalla mia giovinezza) induce a pensare a un uomo adulto, benché il suo ingenuo idealismo faccia credere il contrario.

7 Si noti come per la prima volta nel vangelo di Marco viene posta a Gesù una domanda riguardo alla vita eterna e come, nonostante questo, Gesù faccia capire che nessuno, per meriti propri, è in grado di ottenerla, tanto meno i ricchi.

8 Pilato verrà destituito dall’imperatore Caligola proprio a causa delle violenze perpetrate a danno dei Samaritani, durante la rivolta sul monte Garizim.

9 Alcuni esegeti han fatto notare come, a differenza di Matteo e Luca, Marco metta molto in evidenza le debolezze degli apostoli proprio per giustificare meglio la loro incapacità a proseguire la strategia eversiva dopo la crocifissione di Gesù.

10 Alcuni esegeti han pensato che la richiesta dei fratelli Zebedeo di sedere alla destra e sinistra di Gesù, stia ad indicare la loro morte, avvenuta prima di quella di Pietro. Giacomo, in effetti, morì nel 44 (Atti 12,2), e forse Giovanni morì insieme all’altro Giacomo, fratello di Gesù, nel 62, ma di questo non vi è alcuna certezza e personalmente lo escludiamo, per quanto sia appurato che il vescovo Giovanni di Efeso sia stato confuso da Papia di Ierapoli con l’evangelista, e anche che le lettere di Giovanni siano state scritte non dall’apostolo bensì da Giovanni il Presbitero.

11 Si noti peraltro che Marco cita la città di Gerico (10,46) come snodo per l’ingresso messianico, senza far compiere assolutamente nulla a Gesù. Non pochi esegeti han pensato che dal vangelo sia stato rimosso qualcosa di politicamente scomodo.

12 Il profeta Isaia (11,1 ss.), p.es., attendeva il Salvatore proveniente dal “tronco di Iesse”, cioè dalla stirpe di Davide, quindi un re. Cosa che viene confermata nelle genealogie di Matteo e Luca, per quanto all’interno di una cornice mistica, di redenzione universale, e non politico-nazionalistica contro i nemici di origine pagana o influenzati dal paganesimo, come invece si auspicava nell’Antico Testamento.

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Autore: laicusblog

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