Introduzione a Pescatori di favole

I

Il primo libro che scrissi sui vangeli riguardava le guarigioni e gli eventi miracolosi. Lo intitolai I malati dei vangeli. Saggio romanzato di psicopolitica. Feci finta che fosse tutto vero e mi chiesi, escludendo che il Cristo volesse dimostrare d’essere una divinità, se si poteva arguire la politicità del suo messaggio di liberazione, estrapolando da quei racconti alcuni valori umani o esistenziali o delle considerazioni di tipo etico.

Fu appunto un’operazione di “psico-politica”, che mi aiutò a capire la dipendenza di Luca e di Matteo da Marco, nonché l’autonomia di Giovanni rispetto a Marco. Tuttavia oggi non la ripeterei, poiché sui vangeli non si può lavorare e concessis, cioè dando per scontato, col pretesto che non si hanno altre fonti, che le cose siano andate, più o meno, come descritte, salvo il fatto, ovviamente, che non si può parlare di un Cristo teologo o divino-umano.

A dir il vero cercai di affrontare le guarigioni sostenendo che potevano essere virtualmente alla portata di chiunque, e che in ogni caso, per loro tramite, Gesù non chiedeva di avere “fede in Dio”, ma semmai in se stessi o, al massimo, nel guaritore, ovviamente non in quanto guaritore bensì in quanto leader politico, il quale, in attesa della liberazione nazionale, si limitava a concedere grossi favori personali alle persone più bisognose. Oppure le guarigioni le interpretavo simbolicamente, nel senso che il cieco è colui che non vuol vedere, che ha una visione scettica della vita, ecc.

Oggi invece penso che ai vangeli non si possa concedere nulla. Essi sono una mistificazione in piena regola, se non dal primo versetto all’ultimo, quasi. Se si concede qualcosa su qualche punto, ecco che i clericali ne approfittano subito per farci dire delle cose che non abbiamo mai detto e neppure pensato. Questo per dire che nel presente libro il lettore non può sperare di trovare analisi dettagliate di questi racconti fantastici. Se proprio lo desidera si deve andare a leggere quel delitto di gioventù.

II

Prima di accingersi a esaminare i vangeli uno dovrebbe leggersi qualcosa di Samuel Brandon o di Karlheinz Deschner: il primo perché fa capire bene la tendenziosità di questi testi, ovvero la volontà dei redattori di spoliticizzare al massimo la figura di Gesù, onde poter favorire il compromesso tra cristianesimo e paganesimo e tra chiesa e Stato1; il secondo per poter capire le dipendenze del cristianesimo dal paganesimo, soprattutto quando si narrano cose inverosimili, al di là della portata di qualunque essere umano.

Sinceramente parlando questo secondo aspetto mi ha sempre interessato poco, in quanto preferisco dare per scontato che là ove vi sono fatti che vanno oltre l’umana capacità, si è sempre in presenza di una falsificazione o mistificazione o invenzione pura e semplice. Che poi essa dipenda più dalla mitologia greca che non dalle fantasticherie del mondo ebraico, non fa molta differenza. Mi pare irrilevante sostenere che i vangeli non sono autentici o che non possono essere definiti delle “fonti storiche”, in quanto contengono aspetti irrazionali, desunti appunto dal paganesimo o dall’ebraismo veterotestamentario.

La metodologia che ho sempre cercato d’applicare è stata quella di individuare le mistificazioni all’interno degli stessi vangeli, le quali, in genere, hanno per oggetto il contenuto politico del messaggio originario del Cristo. Trovate queste, il resto viene da sé. Al massimo si può cercare di capire i motivi per cui si sia voluta stravolgere un certo tipo di realtà piuttosto che un’altra.

Non bisogna mai dimenticare che i vangeli sono frutto dell’ideologia petro-paolina, presente anche in quello attribuito a Giovanni Zebedeo, un testo molto manipolato, e che tale ideologia ha permesso la confluenza di varie culture, laiche e religiose, nell’ambito del cristianesimo, mediante le quali essa ha cercato di mostrare la propria sostanziale differenza dal giudaismo.

A volte ci si chiede, in considerazione dei tre cocenti smacchi subiti dagli ebrei nelle loro insurrezioni antiromane del 66-73, del 115-17 e del 132-352, che possibilità avesse il Cristo di farcela. Cioè ci si chiede se erano più maturi, in senso rivoluzionario, i suoi tempi o se non sia stato proprio il suo movimento a rendere più rivoluzionari i tempi della prima grande guerra giudaica.

Su questo – bisogna ammetterlo – non vi sono grandi studi. Di sicuro si può fare la seguente osservazione: ogni rivoluzione comporta un margine di rischio, che può anche essere mortale; è impossibile che il Cristo non lo prevedesse. Sarebbe stato un avventuriero e, in tal caso, non si capisce perché non abbia fatto un colpo di stato, o quanto meno perché non abbia accettato l’offerta dei 5000 Galilei di salire a Gerusalemme e fare l’insurrezione. E soprattutto non si capirebbe una cosa: per quale motivo un Cristo “teologico” va considerato altamente responsabile, disposto a eseguire a puntino la volontà del Padre, mentre un Cristo “politico” sarebbe stato un folle irresponsabile, che avrebbe fatto rischiare la pelle a migliaia o addirittura a decine di migliaia di persone?

Personalmente ritengo che se egli accettò l’idea di compiere l’insurrezione armata, doveva avere un certo margine di probabilità di successo. In tal senso potremmo dire che non il Battista ma lui stesso ha anticipato le insurrezioni ebraiche dei decenni successivi. Ai tempi del Cristo la misura era già colma, non solo perché l’oppressione romana era diventata assolutamente insopportabile, ma anche perché la casta sacerdotale, gli scribi e gli anziani, in una parola il Sinedrio (composto da 71 membri) non stavano svolgendo alcun ruolo propositivo. Era giunto il tempo di procedere a una liberazione nazionale non solo del nemico esterno, ma anche di quello interno.

Semmai si dovrebbe cercare di capire il motivo per cui fallirono tutte le altre grandi rivolte. In tal caso possiamo ipotizzare una spiegazione, che però andrebbe approfondita: Gesù cercava una mediazione politica tra Giudei, Galilei e Samaritani. Dopo la sua sconfitta i Galilei, con l’aiuto degli Idumei, cercarono di sottomettere preventivamente i Giudei, prima di muovere guerra a Roma, mentre i Samaritani agirono per conto loro. Tali divisioni furono fatali in tutte le insurrezioni.

Note

1 Di recente, rispetto a Brandon, sono state pubblicate altre opere significative che meriterebbero d’essere lette, preventivamente, in quanto si situano sulla stessa linea di Brandon, ne siano o meno consapevoli i loro autori: D. Donnini, L. Cascioli, D. T. Unterbrink, P. F. Zarcone, G. Tranfo…, che tendono a “ripoliticizzare”, in un modo o nell’altro, la figura di Gesù o, quanto meno, l’ambiente in cui egli ha vissuto. Si raccomanda anche la lettura del famoso testo di K. Kautsky e di quello, ancora più famoso, di F. Belo.

2 Ci si riferisce, con quella del 66-73, al periodo che va da Nerone a Vespasiano e Tito, suo figlio: la guerra si concluse con la distruzione del secondo Tempio di Gerusalemme; con quella del 115-117, al periodo di Traiano: essa fu chiamata anche “guerra di Kitos” e interessò le città della diaspora ebraica; infine con quella del 132-135, al periodo di Adriano: la rivolta fu sostenuta da Simone Bar Kokhba e interessò parte del territorio palestinese. Fino a Costantino i Giudei non poterono più rientrare a Gerusalemme.

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Autore: laicusblog

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