La fine del messia politico

I

I capitoli 14 e 15 sono dedicati alla cosiddetta “passione” del Cristo, mentre i primi otto versetti di quello successivo riguardano la scoperta della tomba vuota da parte di alcune discepole. Il resto del capitolo 16 è stato aggiunto successivamente. Di fatto il vangelo di Marco si conclude con l’interpretazione petrina della tomba vuota come “resurrezione”, cioè come “ridestamento miracoloso di un corpo morto”. Non vi è alcuna apparizione del Cristo. I due capitoli suddetti, alla luce del vangelo marciano, vanno letti a partire da questi ultimi otto versetti.

Marco esordisce dicendo che la preoccupazione dei capi dei sacerdoti e degli scribi di non arrestare e uccidere Gesù durante la Pasqua, era determinata dal timore che scoppiasse un tumulto popolare (14,1-2). È una premessa che appare un po’ ingenua, in quanto lascia sottintendere alcune cose spiacevoli per la sua linea tendenziosa di spoliticizzare al massimo la figura di Gesù. Anzitutto lascia capire che Gesù era avvertito dalle autorità giudaiche come un individuo eversivo, anti-istituzionale, e quindi come un soggetto politico; secondariamente lascia capire ch’egli aveva un seguito popolare davvero considerevole, politicamente temibile; in terzo luogo che la Pasqua era il momento ideale per compiere una rivolta popolare contro la casta sacerdotale e per fare una insurrezione armata contro la guarnigione romana acquartierata nella fortezza Antonia, e quindi contro la sede prefettizia di Cesarea e contro tutta la presenza romana nella Palestina.

Che Gesù potesse essere temuto solo come profeta pacifista o come messia non violento è semplicemente ridicolo. Marco si rende conto di non poter sostenere la tesi di un Cristo sedizioso, altrimenti il compromesso con Roma, da parte della teologia petro-paolina, sarebbe impossibile; ma non può neppure sostenere la tesi di un Cristo semplice seguace del Battista. Egli vuole dimostrare quanto sia stato assurdo eliminare, nell’arco di pochi giorni, un soggetto popolarissimo e, nel contempo, odiatissimo come Gesù, cioè vuol dimostrare l’insostenibilità della cultura giudaica, l’improponibilità di far sussistere, nella loro integrità, delle tradizioni e dei valori così fortemente contraddittori. Ma per poterlo fare si dovrà arrampicare sugli specchi.

L’ultima notizia che ci offre è che di Gesù avevano paura unicamente le autorità giudaiche e non anche quelle romane. Il che è inverosimile, proprio perché Pilato si trasferiva con la sua truppa nella capitale proprio in occasione delle principali feste, temendo i tumulti popolari. È impensabile che i Romani non avessero tremato vedendo Gesù entrare trionfalmente in città con un grande seguito popolare. In quell’occasione non avrebbero avuto alcuna possibilità di scampo, se non quella di arrendersi senza combattere. Una volta catturato Pilato ed espugnata Cesarea, si sarebbe anche potuta stabilire una trattativa con Roma. L’importante era far capire all’imperatore che in Palestina le legioni non potevano fare ciò che volevano. Vinto il primo round, Giudei, Galilei, Idumei, Samaritani…, se fossero rimasti uniti contro Roma, avrebbero ottenuto l’appoggio anche della Decapoli, della Transgiordania o Perea, della Nabatea, della Fenicia e forse si sarebbero ribellati anche in Siria.

L’importante era che qualcuno cominciasse a fare sul serio, in maniera corale e organizzata, esponendosi in prima persona. Il resto sarebbe venuto da sé. Le speranze concrete di una vittoria c’erano e chi, tra gli odierni esegeti, non vi crede è perché non crede nella possibilità di cambiare il suo stesso presente. Egli non dovrebbe guardare il fallimento politico del Cristo come un evento inevitabile al cospetto del colosso romano, bensì come la conclusione di una serie di tradimenti, interni al movimento nazareno, ma anche tra gli alleati, che avrebbero potuto benissimo essere evitati.

Chi non guarda questi eventi con gli occhi imparziali dello storiografo, è portato a considerare il Cristo come un folle avventuriero, un pazzo irresponsabile; e non è che ci si possa esimere da una considerazione del genere, dicendo ch’egli, essendo “Figlio di Dio”, non aveva intenzione di compiere alcuna insurrezione. Non ci si può trincerare dietro il pretesto mistico che il suo regno non era di questo mondo, e che quindi il suo vero obiettivo era la redenzione universale dell’umanità, ovvero la liberazione dalla condanna del peccato originale e dalla maledizione della morte. Amenità del genere, oggi, non reggono più: siamo troppo laicizzati per crederci. Le alternative sono diventate altre due: o in Palestina vi era una possibilità concreta di vincere Roma, o non vi era affatto. Ed è sulla base di queste alternative che Caifa e Giuda si giocano la loro credibilità: questo perché se avevano ragione loro, dobbiamo necessariamente rivalutarli.

II

Marco offre una cronologia sbagliata dell’unzione di Betania (14,3 ss.), in quanto la colloca dopo l’ingresso trionfale nella capitale; essa in realtà avvenne prima, in occasione della morte di Lazzaro, quando Gesù prese la decisione di compiere l’insurrezione nazionale. Almeno così dice il quarto vangelo (12,1 ss.). Quando Gesù arrivò per la seconda volta a Betania, la sorella di Lazzaro lo unse con un olio profumato proprio perché aveva capito ch’egli voleva entrare a Gerusalemme come messia liberatore.

In Marco le cose sono capovolte, come spesso succede quando danno fastidio politicamente. I manipolatori dell’evangelista Giovanni dicono che quando Gesù entrò a Betania per la seconda volta, Lazzaro era vivo, in quanto da lui risorto la volta precedente. Il che però è assurdo. O Lazzaro non era morto la prima volta, ma era soltanto malato, seppur gravemente; oppure ciò che di lui Cristo ha fatto risorgere era stata semplicemente l’idea d’insorgere contro Roma. E di questo la sorella Maria l’aveva ringraziato col profumo. Se la seconda volta, a Betania, Gesù decide di entrare a Gerusalemme, è stato perché aveva ottenuto l’appoggio del movimento politico-giudaico legato al nome di Lazzaro, che doveva per forza essere quello farisaico, almeno nella sua ala più progressista.

A questo punto che Lazzaro fosse davvero morto o ancora vivo, non fa più molta differenza: ciò che di sicuro “viveva” era l’idea di farla finita con l’oppressione straniera e i collaborazionisti interni. L’unico problema esegetico da risolvere è in realtà un altro: come mai Marco sostituisce il nome di Lazzaro con quello, molto improbabile, di un certo Simone il lebbroso, un personaggio mai nominato altrove? Come gli è venuto in mente di mettere un lebbroso in una casa privata, disposto a ospitare Gesù e i suoi apostoli? E come mai questi accettano l’ospitalità senza tanti problemi?

Marco non dice che Maria era imparentata con Simone: non la ricorda neppure per nome. Essa entrò mentre tutti erano a tavola e, di punto in bianco, versò un olio profumato1 sulla testa di Gesù. Se Lazzaro fosse stato davvero resuscitato da Gesù, Marco non si sarebbe certo lasciata sfuggire l’occasione di parlarne. Avremmo avuto a che fare con un miracolo di molto superiore a quello compiuto alla figlia di Giairo. Ma se non è mai stato resuscitato, perché evitare di parlare chiaramente di Lazzaro? Perché riportare l’episodio dell’unzione – di cui Pietro fu testimone – in una maniera così distorta? Evidentemente Lazzaro doveva essere una persona scomoda per un vangelo forzatamente spoliticizzato come quello marciano.

Ma allora perché non eliminare del tutto l’episodio, evitando di raccontarlo? Si ha l’impressione che qui Pietro non abbia resistito alla tentazione di manipolare l’unzione in chiave mistica. Di fronte alla disapprovazione di vari apostoli, al vedere quello spreco (Giovanni però dice che fu solo Giuda a protestare), Gesù risponde dicendo cose del tutto insensate: 1) dare il ricavato di quel profumo ai poveri, una volta venduto sul mercato, sarebbe stata certamente un’azione giusta, ma siccome i “poveri” li avrebbero sempre avuti con loro, il fatto di versarlo sulla sua persona – destinata a morire di lì a pochi giorni – non sarebbe stato meno meritevole; 2) con quel profumo la donna aveva anticipato l’unzione del suo corpo per la sepoltura, in quanto la sua morte era imminente.

Da un lato quindi il Gesù marciano sostiene che non vi sarà alcuna insurrezione antiromana, per cui il problema della povertà resterà irrisolto; dall’altro fa passare quella donna, del tutto anonima, per una straordinaria profetessa delle intenzioni redentive del Cristo. Due falsità in piena regola, che Giovanni, nel suo vangelo, si è sentito in dovere di rettificare, visto ch’egli stesso fu testimone oculare di quell’evento.

Maria, sorella di Lazzaro, versò il purissimo nardo sui piedi di Gesù (non sulla “testa”, come dice Marco) per ringraziarlo d’aver accettato l’idea di compiere l’insurrezione armata, quella stessa insurrezione che avrebbe voluto compiere suo fratello. Forse il profumo apparteneva già al Cristo, in quanto i due già si conoscevano, e forse lei gliel’aveva riservato per il giorno della sua sepoltura. Ma il punto non è questo. Nel quarto vangelo l’autore lascia capire che la protesta di Giuda non era solo di tipo economico, ma anche politico, in quanto, a differenza di Maria, egli non credeva affatto imminente l’insurrezione, almeno non fino a quando non si fosse trovato nella capitale il consenso sufficiente per poterla fare. Dare per scontata una cosa del genere, per lui era una forma di imprudenza, una forzatura esagerata.

Giuda era un moderato, che probabilmente proveniva dagli ambienti progressisti del fariseismo; ambienti dai quali verranno fuori esponenti prestigiosi del fariseismo convertito al cristianesimo o di questo simpatizzante, come Paolo di Tarso, Nicodemo, Giuseppe di Arimatea, Gamaliele… Marco invece toglie a Giuda qualunque caratteristica politica e lo trasforma in una persona altamente venale, disposto a tradire Gesù solo per denaro. Non si rende conto, così facendo, di quel che scrive. Infatti come avrebbe potuto Gesù, dotato di poteri sovrumani, scegliere tra i suoi più stretti collaboratori una persona del genere, al quale affidare addirittura la gestione della cassa comune! In questo vangelo sembra addirittura che l’abbia scelto apposta, proprio per essere tradito!

III

Per come Marco racconta l’ultima pasqua di Gesù, dobbiamo dire che siamo in piena fiction, anzi, in una specie di rappresentazione teatrale in cui ognuno deve svolgere la propria parte, ben definita, senza sfumature di grigio.

Gesù si preoccupa di svolgere a puntino un rito religioso2, quando, per tutto il vangelo, non l’ha mai fatto. Predispone magicamente dove trovare l’uomo3 che metterà a loro disposizione “una grande sala ammobiliata e pronta” (14,15); fa questo esattamente come in precedenza, prima di entrare a Gerusalemme, quando aveva predisposto dove e come trovare un puledro su cui sarebbe salito. Poi a cena afferma, con sicurezza e improvvisamente, che uno di loro l’avrebbe tradito, mettendoli – potremmo aggiungere noi – in un imbarazzo insensato alla vigilia dell’insurrezione; e addirittura precisa, senza però fare nomi, che l’avrebbe tradito uno che intinge4 con lui nel piatto (14,20), quindi a lui fisicamente molto vicino, tant’è che nel quarto vangelo (13,26) i redattori scrivono che gli diede un boccone di pane intinto. Non è quindi da escludere che l’organizzatore di quella serata sia stato lo stesso Giuda, che certamente conosceva bene Gerusalemme, tanto quanto i fratelli Zebedeo.

Marco fa passare Gesù per una divinità che accetta d’essere tradita. Infatti il versetto preposto a spiegare questa scena fantastica è il 21: “Il Figlio dell’uomo se ne va, come sta scritto di lui5, ma guai a quell’uomo dal quale il Figlio dell’uomo è tradito! Meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!”.

Cerchiamo ora di capire l’evidente incongruenza. Secondo Marco Gesù “doveva morire”, poiché così era stato stabilito da Dio-padre. Tuttavia, anche se il tradimento ha ovviamente favorito questo destino, non necessariamente egli doveva morire in tale maniera. Ancora però non è chiaro. Se “doveva morire”, perché ha aspettato d’essere tradito? Una volta entrato a Gerusalemme, non poteva farsi catturare? Non poteva rinunciare alla protezione della folla? o ai discepoli armati? Li aveva fatti armare perché altrimenti non l’avrebbero seguito? Ma allora perché non entrare da solo nella capitale? In questo modo avrebbe fatto risparmiare a Giuda l’azione vergognosa del tradimento.

Tutte le volte che in politica o in campo militare si parla di tradimento, è perché la persona tradita non voleva esserlo, non voleva essere catturata, non voleva essere costretta a dire o fare cose contro la propria volontà o non voleva essere messa in condizione di far rischiare la vita ai propri compagni o colleghi o amici o parenti o sottoposti. La risposta di Marco sembra essere la seguente: secondo la volontà del Padre Gesù doveva morire, ma, per non far sembrare questa morte un suicidio (agli occhi degli uomini), si doveva incolpare qualcuno a tutti i costi (in tal caso l’apostolo Giuda e, per estensione, le autorità giudaiche).

Marco, alias Pietro, vuol far capire varie cose con questo suo ragionamento: l’insurrezione antiromana è fallita per colpa dei Giudei, non dei Galilei, e non perché i Romani fossero troppo forti; se essa non è stata fatta dopo la morte del Cristo, il motivo va cercato nell’attesa del suo ritorno glorioso, legittimata dalla tomba vuota; l’assenza dell’imminente parusia trionfale ha fatto pensare che sulla Terra non fosse possibile realizzare un regno di liberazione; se un uomo straordinario come Gesù, capace addirittura di risorgere, non è riuscito a compiere la rivoluzione, allora vuol dire che la sua morte era “necessaria”, voluta da Dio; ma allora anche il tradimento di Giuda rientra nella prescienza divina (essendo di natura divina, Gesù non poteva essere colto alla sprovvista: lo indica anche il fatto d’aver anticipato per tre volte le modalità della sua fine); siccome però le autorità giudaiche non hanno accettato di pentirsi per ciò che hanno fatto, i cristiani rompono definitivamente i rapporti col giudaismo e cercano un compromesso col mondo romano, che non viene più visto come un nemico politico, ma solo come un rivale sul piano religioso. Quindi, in sostanza, mentre prima era il movimento nazareno che vedeva le autorità giudaiche colluse politicamente con Roma, ora è l’intera chiesa cristiana che cerca col medesimo potere un rapporto reciprocamente vantaggioso.

Non dimentichiamo che Marco scrive dopo che Paolo aveva sviluppato il concetto petrino di “morte necessaria”, trasferendolo sul piano ontoteologico. Per Pietro la morte è stata, in qualche modo, inevitabile, in quanto, se è vera l’idea di “resurrezione”, allora non si può pensare che una persona divino-umana non avrebbe potuto evitare la propria morte violenta e trionfare sui propri nemici. Se aveva accettato di morire, era stato soltanto per far capire che gli uomini, da soli, in forza della propria autonoma volontà, non sono in grado di liberarsi da alcunché di negativo (in primis la schiavitù, l’oppressione sociale e nazionale, ecc.): essi hanno sempre bisogno di un aiuto superiore.6 Ovviamente per Pietro questo aiuto avrebbe dovuto essere imminente.

Paolo invece mette in rapporto tale impotenza umana al peccato originale: gli uomini non possono autoliberarsi proprio perché in origine hanno compiuto una colpa che li ha definitivamente debilitati, i cui effetti principali sono la morte e l’incapacità d’essere coerenti, in quanto si fa non ciò che si vuole ma ciò che non si vuole. Gesù sarebbe morto e risorto per riscattarli da questa maledizione agli occhi di Dio. Paolo ha ancora in mente un Dio veterotestamentario, che ha bisogno di un sacrificio umano per placare la sua collera e giungere al perdono. In tal caso, per poter salvare l’intero genere umano, ha avuto bisogno del sacrificio “fisico” del figlio, in quanto, essendo egli di natura divina, quello “spirituale” sarebbe stato impossibile, anche se il figlio ha dovuto accettare, sul piano etico, umiliazioni indegne per una divinità. Il suo grandissimo amore per gli uomini li ha definitivamente redenti, riscattati agli occhi di Dio, che non potrà più pentirsi d’aver creato la specie umana. Il riscatto però, finché esisterà questo mondo, sarà unicamente “spirituale”, non materiale: gli uomini ne beneficeranno pienamente solo dopo la morte. Questa la teologia politica regressiva, rinunciataria, di Paolo, in linea con quella di Pietro. Ecco perché si deve parlare di teologia petro-paolina quale vera fondatrice del cristianesimo.

IV

La parte finale della pericope sull’ultima cena continua a conservare l’aspetto surreale deciso sin dall’inizio. Sembra di assistere a uno psicodramma. È come se gli attori (i Dodici) fossero convinti di stare a mangiare non con una persona reale, ma col suo fantasma. Il quale, da un lato, afferma – come se fosse una persona dotata di preveggenza – che di sicuro qualcuno di loro lo tradirà; dall’altro però inscena una cerimonia religiosa (che poi verrà chiamata “eucaristia”) come se fosse già morto e risorto, in quanto quel “sacramento” doveva servire per ricordare una tragedia già avvenuta (infatti viene anche detto “memoriale”).

Il misticismo sembra purificarsi al massimo. Si celebra la Pasqua ebraica e la si trasforma in Pasqua cristiana, in cui l’agnello sacrificale è lo stesso Gesù Cristo, il quale appunto dice, parlando del pane: “Questo è il mio corpo”, e del sangue: “Questo è il mio sangue, il sangue del patto, il quale è sparso per molti” (14,22 ss.).7 Praticamente i Dodici avrebbero assistito a una sorta di rito cannibalico simbolizzato dal pane-corpo e dal vino-sangue. Non sarebbero stati loro a uccidere l’agnello-animale, bensì l’agnello-Gesù si sarebbe offerto spontaneamente, si sarebbe autoimmolato.

In un primo momento, quindi, Gesù avrebbe detto, con sicurezza matematica, che qualcuno l’avrebbe tradito (e lui sapeva chi), cioè non si sarebbe limitato a dire che in quel momento così delicato dovevano restare assolutamente uniti, evitando iniziative personali, eseguendo gli ordini alla lettera, ma avrebbe proprio detto che tutto sarebbe finito male, anche se non per loro, ma soltanto per lui.

Poi fa capire loro che, a ricordo della sconfitta politica (inevitabile, poiché su questa Terra nessuna liberazione è possibile, almeno non per i meriti degli uomini), avrebbero dovuto, d’ora in poi, celebrare un sacramento (che è un simbolo religioso), le cui modalità di esecuzione le ha stabilite lui stesso: un sacramento dell’impotenza, in memoria dell’unico dio-umano in grado di rendere definitivamente felici gli uomini soltanto nell’aldilà, mentre qui sulla Terra può offrire loro soltanto un anticipo, una caparra, attraverso appunto la resurrezione.

L’autoimmolazione è una sorta di patto politico: Cristo resterà fedele agli uomini anche se il regno di Dio potrà essere realizzato soltanto nell’aldilà. Si noti quindi la sequenza cronologica dei fatti: 1) Gesù annuncia un tradimento sicuro, che viene peraltro a confermare la necessità di “dover morire”, al fine di riscattare il genere umano al cospetto di un Dio che vorrebbe sterminarlo a causa delle sue colpe sempre più gravi, che compie senza mai pentirsene, come lo stesso Dio fece al tempo di Noè o con le città di Sodoma e Gomorra; 2) Gesù dà da mangiare il pane-corpo e da bere il vino-sangue a tutti gli apostoli (quindi incluso il traditore), facendo capire che, nonostante il tradimento e l’inevitabile crocifissione (conseguente appunto al tradimento, ma soprattutto alla volontà divina), essi devono ricordarsi ch’era stato previsto tutto, e che quindi la tragedia della morte violenta va relativizzata, anche perché lui, essendo un dio, di fatto non può morire, se non apparentemente, agli occhi degli uomini; 3) detto questo, Marco scrive che “dopo aver cantato l’inno, uscirono per andare al Monte degli Ulivi” (14,26).

Una tale ricostruzione dei fatti è semplicemente pazzesca. Cantano come se avessero capito tutto e soprattutto come se avessero condiviso ciò che avevano capito. Nessuno chiede a Gesù che cosa stia facendo, che significato abbia quel rito cannibalico, che per qualunque ebreo sarebbe stata una cosa assolutamente mostruosa, anche se è compiuta in maniera simbolica. Quale leader avrebbe mai potuto pensare di dare in pasto ai suoi discepoli il suo corpo e il suo sangue, seppur mediati dal pane e dal vino, convinto che quelli non gli avrebbero posto neppure una domanda? Quando gli Esseni praticavano un rito analogo a questo, non avevano certo in mente alcuna antropofagia.8

Dunque gli apostoli si trasferiscono nella vallata del Cedron, al Getsemani9, dopo aver tranquillamente cantato l’Hallel, un inno ripreso dai Salmi 112-117. E qui ci si chiede: indubbiamente loro si fidavano di Gesù, ma avevano capito tutto quello che lui, in quel momento, aveva detto e fatto, oppure non avevano capito nulla? Stando a quanto scrive Marco, pare non avessero capito nulla. Infatti, mentre erano nel Getsemani Gesù disse loro: “Tutti rimarrete scandalizzati, poiché sta scritto: Percuoterò il pastore e le pecore saranno disperse. Ma, dopo la mia risurrezione, vi precederò in Galilea” (14,26 ss.).

La frase del pastore e delle pecore è presa da Zc 13,7. Quando si leggono frasi del genere è sempre bene analizzarle nel loro contesto originario, poiché siamo abituati, dagli stessi evangelisti, a vedere interpretazioni del tutto inappropriate. Secondo il profeta Zaccaria il pastore che deve essere “percosso” è una persona spregevole, e le pecore che lo seguono sono come lui. È una persona che opprime il popolo e ha introdotto idoli pagani. Due terzi del popolo, di conseguenza, vanno sterminati, inclusi i profeti, a vantaggio dei “deboli”.

Ora, paragonare Gesù Cristo a un pastore del genere non ha alcun senso; usare quella frase di Zaccaria, estrapolandola dal contesto originario e attribuendole un significato opposto, è vergognoso. Possibile che gli evangelisti avessero avuto bisogno di ricorrere a bassezze del genere, pur di sostenere l’idea strampalata della resurrezione di Gesù? Non sarebbe stato meglio se avessero semplicemente detto che i discepoli trovarono vuota la tomba, senza potersi spiegare che fine avesse fatto quel corpo appena inumato? In questa maniera si sarebbero risparmiati di sostituire la parola “insurrezione” con la parola “resurrezione”, che non ha solo un significato mistico propositivo, ma anche uno politico regressivo,

Il bello è che nel racconto marciano chi cerca di opporsi di più al Gesù della fede, al Cristo eucaristico, al dio-uomo che preannuncia la propria fine, giudicata ingloriosa dagli uomini, ma del tutto conforme alla volontà divina, è proprio Pietro! Qui, in un certo senso, si raggiunge il comico, se non fossimo in presenza di un’altra delle solite, triviali falsificazioni. Pietro infatti viene fatto passare come il più coraggioso, come colui che avrebbe dato la propria vita per difendere quella di Gesù. Il più coraggioso perché s’era fatto avanti per primo a esibire una dichiarazione di assoluta fiducia e di totale abnegazione, anche se poi, di riflesso, tutti gli altri hanno ripetuto le medesime cose, come viene detto al v. 14,31. Quindi Marco fa capire chiaramente che nessuno era disposto ad accettare l’idea di un Cristo martirizzato per il bene dell’umanità. Chissà quindi cosa avevano capito durante l’ultima cena…

Tuttavia, se ci limitassimo a individuare l’abisso che separava il Cristo teologico dagli apostoli politici, daremmo di questi fatti leggendari una lettura superficiale. Qui non si deve mai dimenticare che dietro Marco c’è Pietro. Dunque, che senso ha che Pietro presenti se stesso in una luce così sconveniente per la sua fede cristiana? La risposta non è difficile. Se un politico come Pietro, disposto a compiere l’insurrezione armata, si è trovato, ad un certo punto, a elaborare il concetto di “resurrezione” per interpretare la tomba vuota, una ragione – penserà il lettore – doveva pur esserci stata. Non lo si può accusare di “tradimento”; non lo si può mettere sullo stesso piano di Giuda, proprio perché avrebbe dato la sua vita per difendere quella di Gesù.

Dunque Pietro è come se avesse detto: “Ho rinnegato Cristo perché non l’avevo capito, ma quando finalmente l’ho capito, ho detto ch’era risorto. Consideratemi pure un traditore sul piano politico, ma non su quello teologico”. Ecco perché il Pietro politico si fa mettere alla berlina dal Cristo teologico: aveva bisogno di far vedere, contro chi sosteneva l’idea di un Cristo politico, ch’era migliore la sua idea di Cristo teologico. Quindi alla necessità di una insurrezione terrena si doveva opporre la necessità di una resurrezione ultraterrena.

V

La pericope relativa all’agonia di Gesù nel giardino o podere o frantoio per l’olio del Getsemani sembra che parli di un luogo diverso dal Monte degli Olivi, citato prima. Sembra che Gesù e gli apostoli vi siano andati due volte. Anche da queste piccole cose si comprende come i vangeli siano in realtà delle opere collettive, scritte – diremmo oggi – da Autori Vari, i cui nominativi sono rimasti del tutto ignoti. In questo, peraltro, sta anche la loro forza. Sono frutto di ampi compromessi tra varie comunità cristiane. Possono rimetterci lo stile e l’organicità interna, ma sicuramente ci guadagna la complessità del messaggio, la sua pretesa esaustività attorno ad alcuni temi di fondo, assolutamente imprescindibili.

Noi occidentali, così individualisti, così legati al diritto d’autore, queste cose stentiamo molto a capirle. Per noi la produzione intellettuale è quasi sempre finalizzata a un riscontro economico o a un riconoscimento pubblico. Viceversa, per gli autori dei vangeli un’opera letteraria voleva soltanto essere espressione dei convincimenti più profondi di varie comunità. Spesso – almeno agli inizi – la diffusione di questi testi era addirittura clandestina, in quanto si temevano travisamenti, incomprensioni da parte dei poteri dominanti o addirittura persecuzioni per il semplice fatto di possederli.

Ora, se tale pericope venisse tolta dal vangelo, la coerenza interna, quella oggettiva, rimarrebbe immutata. Cioè se fossimo passati da 14,31 a 14,43 nessun esegeta si sarebbe accorto che in mezzo mancava qualcosa. Questo fa subito pensare che il brano sia stato aggiunto per esaltare alcuni aspetti soggettivi del Cristo o degli apostoli, qualcosa riguardante la loro personalità. In effetti la pericope è tutta incentrata sul tema dell’angoscia esistenziale, quel sentimento che si prova prima che stia per accadere qualcosa di terribile, di assolutamente inevitabile e irreparabile. Chi ha scritto questo testo doveva per forza aver riflettuto sul tema petrino della “morte necessaria” e non poteva non essersi chiesto in che modo un dio fattosi uomo, sapendo in anticipo ch’era giunta la sua ora, avrebbe potuto affrontarla sul piano psicologico.

In effetti un dio che tutto prevede, può anche avere un atteggiamento di indifferenza nei confronti di ciò che sta per accadergli, poiché sa bene che comunque ne uscirà indenne, qualunque cosa gli succeda. Ma un uomo come può affrontare un momento del genere? Come può restare impassibile? La sua stessa vita rischia d’essere compromessa. Può anteporre la necessità di vivere all’ideale che vorrebbe assolutamente realizzare?

L’autore del testo deve per forza essersi chiesto se, per poter rappresentare Gesù poche ore prima dell’arresto, sarebbe stato meglio puntare di più sulla sua umanità o sulla sua divinità. La soluzione scelta è stata una via di mezzo, facendo fare la parte degli indifferenti, ignari del pericolo incombente, agli apostoli, che se la dormono beatamente. Il testo, quindi, nel proprio misticismo, diventa complesso, poiché l’autore vuol tener conto della natura ambivalente del Cristo divino-umano; il che, ovviamente, rende il racconto del tutto fantastico, pur avendo motivi struggenti e anche strazianti, che arrivano a toccare certi livelli di poeticità.

L’esordio sembra essere realistico, ma, come spesso succede nei vangeli, la finalità è completamente mistica: Gesù prende con sé la triade apostolica prediletta (Pietro, Giacomo e Giovanni) e dichiara essere “spaventato e angosciato” (14,33), per cui mostra d’aver bisogno di “pregare” (v. 32). Viene ripetuto che la sua anima era “oppressa da tristezza mortale” (v. 34). È terrorizzato come uomo e prega come un credente che si rivolge a Dio-padre. Ciò che chiede è di non morire: “pregava che, se fosse possibile, quell’ora passasse oltre da lui” (v. 35); “Padre, ogni cosa ti è possibile; allontana da me questo calice!” (v. 36). È il calice di una bevanda molto amara. In Is 51,17 è il calice dell’ira divina, la coppa della vertigine, che qui Gesù deve bere per non farne pagare le conseguenze agli uomini. È una bevanda mortale per lui, ma terapeutica per l’umanità.

Il redattore entra nella personalità umana del Cristo e, per la prima volta in questo vangelo, fa capire che tra il dio-figlio e il dio-padre poteva non esserci una unanimità di intenti. Qui si rischia di non comprendere più se l’idea di “morte necessaria” Gesù l’aveva condivisa come un’idea giusta in sé e per sé o se semplicemente l’aveva accettata per spirito di obbedienza. L’autore deve fare molta attenzione a ciò che scrive, poiché sta per smentire una delle tesi fondamentali di Pietro.

Senonché dalla potenziale eresia egli si salva dicendo che il Cristo, anche se per un momento può aver pensato che un sacrificio del genere fosse eccessivo, di fatto non ha mai pensato, neanche per un momento, ad opporsi alla volontà del Padre. Ecco perché mentre pregava, Gesù si è sentito di aggiungere (ha cioè sentito il dovere di farlo): “Però non ciò che io voglio, ma ciò che vuoi tu” (v. 36). Una frase, questa, che potrebbe dare adito a mille equivoci. Infatti, se Gesù, come uomo, non vorrebbe morire, in che rapporto sta la sua umanità con la sua divinità?10 S’egli era davvero convinto che fosse stato compiuto un tradimento e che la cattura fosse molto probabile, avrebbe anche potuto agire diversamente: p.es. fuggire anche da quel luogo o difendersi sino alla morte; un mistico potrebbe arrivare persino a dire: utilizzare contro i suoi nemici i poteri sovrumani di cui disponeva. Non a caso nel vangelo di Matteo Gesù dice a Pietro: “Se volessi potrei chiamare dodici legioni di angeli” (26,53).

Interessante è l’idea, da parte del redattore, di far dire a Gesù, davanti agli apostoli che se la dormivano molto tranquillamente (e che quindi – si potrebbe arguire- di tutta questa agonia e delle parole dette da Gesù nulla potevano sapere): “Vegliate e pregate per non entrare in tentazione; lo spirito è pronto, ma la carne è debole” (v. 38). La tentazione era appunto quella di reagire in maniera scomposta di fronte alla turba armata che li stava venendo a prendere.

L’uso della preghiera qui ha lo scopo di ridimensionare le pretese, le esigenze personali. Gesù chiede a loro di “vegliare”, quando proprio la “preghiera” aveva il compito opposto, quello di rassegnarsi al male, cioè di non opporre violenza alla violenza. Ancora una volta il Gesù umano viene surclassato dal Cristo teologico, quello conforme all’ideologia petrina. Il quale Cristo giustifica la propria decisione mostrando che gli apostoli si erano addormentati per ben tre volte, quando, nella realtà, dovevano aver provato la sua medesima angoscia.

VI

Se davvero Giuda avesse tradito con un bacio sul volto di Gesù, Giovanni non avrebbe mancato di dirlo nel suo vangelo, visto che con Giuda non è mai tenero. Generalmente il bacio veniva considerato un simbolo di pace e di carità: era d’uso corrente tra maestro e discepolo. Qui invece Marco lo presenta come un gesto di somma ipocrisia, sulla funzione del quale Giuda si era messo preventivamente d’accordo con la turba armata. Non dimentichiamo che in questo vangelo egli tradisce per denaro, o comunque le autorità, per ringraziarlo, gliene offrono (senza che se ne precisi la quantità), e l’evangelista non dice che lui lo rifiutò. Niente di tutto ciò, invece, nel quarto vangelo, ove non si parla né di denaro né di bacio.

La circostanza della notte fonda è confermata da tutti i vangeli. Le differenze si fanno consistenti quando si tratta di catturare Gesù. In Giovanni le guardie sono romane e giudaiche e vogliono prendere proprio lui, anche se, per poterlo catturare, sono disposte a tutto. Non possono mancare il bersaglio, altrimenti il giorno dopo per loro potrebbe anche essere la fine. Viceversa in Marco le guardie sono solo giudaiche, inviate dal Sinedrio (14,43). I Romani non devono apparire subito come dei protagonisti attivi: essi sono soltanto vittime inconsapevoli della perfidia giudaica, che al momento opportuno saprà raggirarli con grande maestria.

Il buio e la presenza dei molti alberi rendevano difficile la cattura di Gesù: le torce e le lanterne non erano sufficienti. La differenza tra la versione di Marco è quella di Giovanni sta proprio in questo, che in Giovanni è Gesù stesso, accortosi della netta sproporzione tra le forze in campo, che si fa avanti proponendo un patto: lasciare andare gli apostoli in cambio della sua spontanea consegna; non vi sarebbe stato alcuno spargimento di sangue. La turba armata accettò. Anche Giovanni, ovviamente, deve constatare la presenza di Giuda, in quanto l’apostolo conosceva bene il luogo del rifugio, ma evita di dire ch’egli fu così ipocrita da escogitare un bacio per far riconoscere Gesù alle guardie.

Marco invece lo dipinge così volgarmente perché lo vuole abbassare il più possibile, togliendo qualunque motivazione politica al suo gesto; sicché l’apostolo tradisce per interessi o ragioni del tutto personali, da considerarsi di livello molto basso. Il che rende del tutto inspiegabile come mai un soggetto del genere fosse presente nel gruppo molto ristretto dei Dodici, e come mai gli fosse stata affidata la gestione della cassa comune e soprattutto come mai fosse stato incaricato da Gesù di compiere un’azione molto importante proprio nella notte decisiva per l’insurrezione.

Del vantaggio del buio doveva essersi accorto anche Pietro, che infatti estrasse subito la spada cercando di far fuori una delle guardie; senza però riuscirvi, poiché quello si scansò in tempo, rimettendoci solo un orecchio. Il gesto scriteriato dell’apostolo, con cui avrebbe potuto far ammazzare tutti i suoi compagni, fu – secondo il quarto vangelo, che indica persino il nome della guardia colpita – compiuto da Pietro, ma Marco, seguito a ruota da Matteo e Luca, evita di dirlo.

Perché questa autocensura da parte di Marco? Aveva già scritto che Pietro avrebbe rinnegato Gesù: di peggio c’era solo il tradimento di Giuda. Eppure la reticenza, a ben guardare, è necessaria, poiché Pietro aveva dichiarato che avrebbe difeso Gesù anche a costo di rimetterci la vita. Invece con quella reticenza il lettore può pensare che Pietro, dicendo, in precedenza, che avrebbe fatto di tutto per salvare il suo maestro, avesse voluto fare soltanto lo smargiasso, ma che, di fatto, non avesse i mezzi concreti per farlo. Qui, se venisse presentato con una spada in mano, il rinnegamento della strategia del Cristo, dopo la crocifissione, sarebbe apparso ancora più contraddittorio.

Negare di conoscerlo, poiché si teme d’essere catturati insieme a lui, ci poteva stare: era un’azione umana, seppur vile. Ma rinnegarlo ancora dopo morto, rifiutando la strategia eversiva, da parte di uno che fino a pochi giorni prima andava in giro armato, sarebbe stata una contraddizione eccessiva, un tradimento analogo a quello di Giuda, se non peggiore. Lo stesso Gesù dichiara alle guardie d’essere disarmato e che avrebbe potuto essere catturato facilmente i giorni precedenti, mentre insegnava pubblicamente al Tempio. Il Gesù di Marco vuol essere buonista ad oltranza, assolutamente non violento, fatalista nei riguardi del progetto tragico che su di lui ha riservato Dio-padre. Si consegna senza reagire proprio per adempiere le Scritture (14,49). Pietro, che vuole apparire suo diretto successore, non poteva essere completamente diverso da lui.

Tutti gli apostoli fuggirono (poi, vedremo, meno uno, e qui è facile indovinare chi). L’unico che, stranamente, si cercò di catturare fu un giovane che seguiva Gesù, coperto soltanto con un lenzuolo.11 Lo afferrarono, ma egli, lasciato andare il lenzuolo, se ne fuggì nudo (14,51 s.). In questa immagine alcuni esegeti hanno pensato di intravedere lo stesso Marco, il quale avrebbe lasciato una sorta di “firma” di autenticità della sua opera.

Note

1 Il nardo era fatto – secondo Plinio il Vecchio – con le radici e le foglie di una pianta della famiglia delle valerianacee che cresce sui fianchi dell’Himalaya. Era molto costoso. Trecento denari corrispondevano alla paga di circa 300 giorni di un contadino.

2 Secondo le prescrizioni di Dt 16,6 la pasqua doveva essere consumata la sera in ricordo della notte di liberazione dall’Egitto.

3 Qualche esegeta ha sottolineato che parlare di un uomo che portava una sola brocca per l’acqua è una cosa molto strana, in quanto se ne portavano sempre due per non dover fare due viaggi.

4 Da notare però che nella cena pasquale tutti intingono dal piatto comune che contiene una salsa di frutta.

5 Non esiste nessun testo dell’A.T. che parli esplicitamente del tradimento del Figlio dell’uomo. Marco in realtà forza l’interpretazione di Is 53,8 e Sal 40,10.

6 Ci si chiede, a questo punto, come avrebbe potuto Pietro fare considerazioni del genere se non avesse avuto a disposizione una tomba vuota. Non è stato certamente un caso che nel vangelo di Matteo i redattori abbiano deciso di far controllare ad alcune guardie l’accesso alla tomba di Gesù: dovevano in qualche modo rispondere all’accusa che il trafugamento del corpo era stato operato dagli stessi discepoli.

7 Difficile non vedere qui un’influenza della teologia paolina, di molto superiore a quella petrina.

8 Qualche esegeta è arrivato addirittura a proporre di tradurre la parola “corpo” con la parola “cadavere”, poiché in greco ci starebbe, tant’è che una antichissima versione siriaca del vangelo l’ha fatto. D’altra parte, stando a Gv 6,51-58, che pur non prevede alcuna “eucaristia” nel corso dell’ultima cena, si dovrebbe usare la parola “carne” in riferimento al corpo di Cristo. In ogni caso sembra che gli evangelisti non avessero la minima cognizione della Kasherut, cioè di tutte quelle minuziose prescrizioni su quali tipi di carne si possono mangiare e su come vanno macellate.

9 Non viene detto che Giuda era assente, quando invece doveva esserlo per forza, altrimenti tale spostamento sarebbe incomprensibile. In Gv 13,27 è infatti chiarissimo che Gesù gli aveva ordinato di compiere una missione molto importante in un tempo molto ridotto.

10 Si badi che in questi versetti Dio potrebbe anche non esistere, in quanto potrebbe corrispondere semplicemente all’ideale che un uomo qualunque si prefigura o s’immagina, di fronte al quale si chiede fino a che punto sia giusto sacrificarsi.

11 Curiosamente qui Marco usa in greco la stessa parola che più avanti userà per indicare la Sindone, forse per mostrare le due differenti modalità di fronte alla morte.

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Autore: laicusblog

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