La sepoltura

I

La pericope marciana sulla sepoltura di Gesù (15,42 ss.) appare, stranamente, più realistica di quella di Giovanni. In entrambi i vangeli l’artefice ne fu Giuseppe di Arimatea, “illustre membro del Consiglio [cioè del Tribunale ebraico o Sinedrio], anche lui in attesa del regno di Dio” (v. 43). Giovanni però aggiunge ch’era un discepolo occulto di Gesù, in quanto temeva i Giudei (19,38). È comunque la prima volta che Marco ammette che tra i membri del Sinedrio vi era almeno una voce discorde.

Perché Giuseppe chiede il corpo di Gesù a Pilato? Perché in occasione della Pasqua non si potevano tenere dei crocifissi intorno a Gerusalemme. Che Giuseppe abbia preso l’iniziativa spontaneamente o che sia stato mandato dal Sinedrio, è irrilevante. Marco lo definisce un uomo “coraggioso”, in quanto Pilato avrebbe potuto sospettare anche di lui. Il che fa pensare che avesse agito autonomamente. Giovanni però evita di qualificarlo così, sia perché l’aveva già definito “discepolo occulto” (come Nicodemo), sia perché Pilato non avrebbe avuto motivo di non concedergli la salma (non era certo il tipo da temere un culto post-mortem). Infatti si limitò a sincerarsi, attraverso il centurione, che Gesù fosse morto davvero e si meravigliò che ci avesse messo così poco tempo (generalmente infatti occorrevano un paio di giorni). Giovanni spiega che uno dei soldati, per verificare l’effettivo decesso, gli penetrò nel costato la punta di una lancia (19,34). Racconta questo come se l’avesse visto di persona, e la Sindone ha confermato le sue parole.

Nel racconto di Giovanni è stato aggiunto il v. 20,39, ove si parla di Nicodemo, altro membro del Sinedrio, che avrebbe contribuito a seppellire Gesù con “una mistura di mirra e di aloe di circa cento libbre”. Il versetto è stato interpolato per far vedere che tra le autorità giudaiche che stimavano Gesù e che probabilmente diventarono cristiane o filo-cristiane, dopo la sua morte, non vi era solo Giuseppe d’Arimatea.

Qui il racconto giovanneo ha subìto varie manipolazioni. Già è assurda una mistura di profumi così spropositata: circa 32,7 chili! Ma è del tutto inventata anche l’inumazione con gli oli previsti per le sepolture di rito e i “panni di lino con gli aromi, secondo il modo di seppellire in uso presso i Giudei” (19,40). Non perché queste cose non si usassero, ma perché la sepoltura fu molto affrettata, in quanto non si voleva trasgredire il precetto che impediva il contatto coi cadaveri nell’imminenza della Pasqua: una sepoltura regolare avrebbe richiesto varie ore, e in quel momento, secondo il computo ebraico di contarle, stava arrivando il sabato. Questa cosa è ampiamente confermata da Giovanni in altri passi. Piuttosto appare abbastanza singolare vedere questi personaggi ebraici, amici o discepoli del Cristo, che si preoccupano di rispettare le formalità della legge giudaica davanti alla salma di un condannato a morte che avrebbe potuto liberarli dall’oppressione romana.

Ma proseguiamo. Marco scrive che Giuseppe “comprò un lenzuolo” in cui avvolse il corpo di Gesù, che depose “in una tomba scavata nella roccia; poi rotolò una pietra contro l’apertura del sepolcro” (15,46). Il sepolcro doveva essere suo, perché costoso e mai utilizzato; il lenzuolo invece dovette comprarlo e, stando alla Sindone, era proprio uno di quelli che si usava per avvolgere i cadaveri. Tutta l’operazione, dallo schiodamento alla sepoltura, avrà richiesto un paio d’ore. Il corpo non era stato minimamente lavato e il lenzuolo, che lo avvolgeva completamente, era stato fissato con dei legacci o fasce.

Marco conclude la pericope dicendo che “Maria Maddalena e Maria madre di Joses stavano a guardare il luogo dov’era stato messo” (v. 47). Il motivo viene spiegato più avanti: avevano intenzione di completare la sepoltura il giorno dopo. Nel vangelo di Giovanni i versetti riguardanti Nicodemo e la regolarità della sepoltura, secondo la prassi giudaica, sono stati messi da qualcuno che si dovette scandalizzare per la fretta con cui lo si era inumato. E doveva anche aver capito che non aveva alcun senso, come viene scritto nei Sinottici, mandare le donne da sole a completare la sepoltura con oli profumati quando quella pietra pesante che ostruiva l’ingresso non sarebbero mai riuscite a spostarla.

II

Il finale del vangelo di Marco ha un che di comico. Anzitutto non si spiega perché le donne abbiano comprato gli aromi “passato il sabato” (16,1) e poi abbiano deciso di usarli il giorno dopo. Il sabato finiva di pomeriggio, alle 18, cioè al calar del sole: non avevano bisogno di aspettare un’altra mezza giornata. Invece così è passata alla tradizione cristiana l’assurda idea, perché indimostrata, secondo cui Gesù è risorto dopo tre giorni, quando in realtà – se ciò fosse vero – avrebbe potuto farlo lo stesso venerdì notte (che per gli ebrei era già sabato). Peraltro nella Sindone non vi è alcuna traccia di decomposizione del cadavere, e dopo tre giorni qualcosa avrebbe anche potuto esserci, soprattutto in un corpo grondante di sangue. E comunque le profezie fatte dire a Gesù, che parlano di tre giorni si smentiscono da sole, visto che lo stesso Marco (15,42) indica ch’egli morì di venerdì pomeriggio e che le donne trovarono il sepolcro vuoto il giorno dopo del sabato, senza poter ovviamente sapere il momento preciso in cui era stato aperto.1

Alle donne viene proibito di far qualcosa di sabato (incluso l’acquisto dei profumi), nonostante che il Cristo – stando al vangelo di Marco – non l’avesse mai rispettato quando faceva le proprie guarigioni. E vengono mandate a fare una cosa che non avrebbero mai potuto fare senza l’aiuto degli uomini. Lo stesso Marco se ne rende conto ed è costretto a farle dire: “Chi ci rotolerà la pietra dall’apertura del sepolcro?” (16,3). Questa è una situazione che presenta aspetti tragicomici. Peraltro le donne non inumavano cadaveri di sesso maschile e meno che mai sarebbero potute entrare in quella tomba senza la presenza del legittimo proprietario. È dunque evidente che la comunità cristiana si è vergognata di non aver potuto procedere a una sepoltura regolare per timore delle regole giudaiche.

Il quarto vangelo evita queste amenità, e non perché la sepoltura fosse stata regolare, quanto perché la tomba vuota fu scoperta casualmente dalla Maddalena e da un’altra donna di cui non viene riportato il nome, ma probabilmente era Maria di Cleopa. Giovanni non spiega perché fossero andate là (curiosità femminile? la Maddalena aveva un debole per Gesù?), ma di sicuro in questo vangelo non si comportano come se in città non fosse presente alcun discepolo di Gesù; anzi, dopo aver visto che il corpo di Gesù era scomparso, si recano subito da Pietro e Giovanni per avvisarli.

Vediamo ora il racconto di Marco, che, al solito, deve presentare le cose con dei particolari mistici. Le donne constatano che la pietra era già rotolata. “Entrate nel sepolcro, videro un giovane seduto a destra, vestito di una veste bianca, e furono spaventate” (16,5). E quello, in tutta tranquillità, le rassicura dicendo: “Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto2, non è qui. Ecco il luogo dove l’avevano deposto. Ora andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro ch’egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto. Ed esse, uscite, fuggirono via dal sepolcro perché erano piene di timore e di spavento. E non dissero niente a nessuno, perché avevano paura” (vv. 5-8). E qui finisce il protovangelo, restando in linea con la precedente comicità!

Il giovanotto etereo parla come se la resurrezione di un cadavere fosse la cosa più naturale di questo mondo. Si permette persino di prendere in giro le donne con delle domande che, secondo lui, dovrebbero apparire retoriche: “Perché tremate?”. Cioè “Non lo sapevate che doveva risorgere? Non ve l’aveva forse detto più volte?”.

Quando poi dice: “Egli vi precede in Galilea; lì lo vedrete, come vi ha detto”, occorre andare al v. 14,28 per capire il significato di questa frase, dove appunto è scritto: “Dopo che sarò resuscitato, vi precederò in Galilea”. Dalla quale Galilea però non avrebbero ricominciato con l’idea di liberazione politico-nazionale, ma con quella di redenzione teologico-universale, anteponendo nettamente la Galilea alla Giudea e poi, dopo il 70, il mondo romano all’intera Palestina.

La resurrezione, in Marco, viene fatta passare per una cosa naturalissima, che solo per la loro poca fede le donne non avevano capito. Cioè Gesù non è risorto perché le donne hanno trovato la tomba vuota (nella pericope Pietro non va neppure a verificare di persona), ma è risorto perché era “Figlio di Dio”, era di natura divino-umana. Le donne possono anche non aver raccontato nulla a nessuno, ma per un discepolo credente non c’è bisogno di constatare che la tomba è vuota.

Siamo nella più pura fantascienza. A questo punto vien quasi voglia di porsi alcune domande che qualche credente potrà giudicare impertinenti, o qualche esegeta laico assai poco razionali: 1) sicuro che il corpo non sia stato trafugato da Pietro per far credere al movimento nazareno ch’era risorto? 2) Sicuro che non sia stato trafugato dai Giudei per impedire che quella tomba venisse trasformata in un luogo di culto in una città ove era ammessa una sola religione?3

Soprattutto però ci si dovrebbe porre un’altra domanda: se il corpo fosse rimasto nella tomba, si sarebbe fatta l’insurrezione? Se proprio Gesù doveva “risorgere”, perché dotato di qualche aspetto a noi sconosciuto, non poteva aspettare che i discepoli facessero prima l’insurrezione armata? O forse non ha potuto aspettare perché il corpo si sarebbe putrefatto e a lui premeva conservarlo il più possibile integro? E poi perché risorgere facendo vedere di aver bisogno di aprire la porta dell’ingresso? Un corpo risorto non è in grado di attraversare i muri? Ma perché non portarsi via anche la Sindone? Perché era un oggetto materiale? Su quest’ultima domanda possiamo ipotizzare una risposta che farà sussultare sia gli atei che i credenti: quello è l’unico vero memoriale del Cristo, l’unico vero documento di tutto il Nuovo Testamento, l’unico in grado di smentire, con sicurezza, le falsità dei vangeli.

Nel vangelo di Giovanni la Maddalena e l’altra donna sono convinte che il corpo di Gesù sia stato trafugato da qualcuno. Pietro e Giovanni corrono a vedere coi loro occhi se quanto dicono è vero. Appena entrati dentro, trovano per terra i legacci che tenevano unito il lenzuolo funebre, mentre questo era ripiegato da una parte. Entrambi non possono non essersi chiesti che senso avesse trafugare un cadavere nudo senza lasciarlo avvolto nel suo lenzuolo. Poi, aprendo quest’ultimo, si saranno accorti che conteneva un’immagine poco chiara, in senso fisico-materiale, e anche poco comprensibile sul piano logico.

Si saranno guardati in faccia e cosa si saranno detti? Basta un po’ di fantasia per immaginarlo: Giovanni avrà detto che lì dentro era successo qualcosa di strano; Pietro invece azzardò una propria lettura dei fatti: se il cadavere non è stato trafugato da nessuno, allora è risorto, e se è risorto, è meglio aspettare che Gesù ritorni, perché sicuramente lo farà in maniera trionfale. Siccome poi, tra gli Undici, passò la linea di Pietro, si rinunciò a compiere l’insurrezione armata e si aspettò invano il ritorno di Gesù, almeno finché non arrivò Paolo di Tarso, il quale cominciò a dire che la parusia sarebbe avvenuta il giorno del giudizio universale, cioè alla fine dei tempi e della storia. Ecco che poi Pietro dirà, nella sua seconda lettera, in maniera piuttosto sconsolata: “Davanti al Signore un giorno è come mille anni e mille anni come un giorno solo. Il Signore non ritarda nell’adempiere la sua promessa, come certuni credono; ma usa pazienza verso di voi, non volendo che alcuno perisca, ma che tutti abbiano modo di pentirsi. Il giorno del Signore verrà come un ladro…” (3,8 ss.).

Post scriptum

È curioso notare come le due donne (Maria di Màgdala e Salome) che si trovano al sepolcro vuoto del Cristo siano le stesse che nel cosiddetto “Vangelo segreto di Marco”, ritrovato nel 1958 dallo studioso Morton Smith, vengono incontrate da Gesù a Betania (in Perea, non quella nei pressi di Gerusalemme)4, dove lui compie, controvoglia, la resurrezione di Lazzaro. Con questa differenza, che al sepolcro era presente anche Maria madre di Giacomo il Minore, mentre nel vangelo “segreto” a Betania la terza donna presente è la madre di Gesù (che però in Mc 6,3 viene definita madre di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone, fratelli di Gesù).

Marco le presenta, in questo vangelo segreto, in maniera, come al solito, mistificata, in quanto le fa apparire come avversarie di Gesù. Esse attendevano un messia davidico, cioè vincente, e in questo si sentivano tradite dall’immagine di messia sofferente che Gesù voleva dare di sé. Poi però si pentono di non averlo capito e decidono di seguirlo nell’ingresso trionfale a Gerusalemme. È quindi probabile che nella realtà esse furono incontrate da Gesù proprio per ricevere disposizioni su come organizzare il suddetto ingresso.

Nel vangelo definitivo di Marco, se quello “segreto” è autentico, non appaiono a Gerico (o a Betania) perché probabilmente la mistificazione non era stata sufficientemente credibile. Il fatto stesso che alla fine del vangelo vengano presentate come tre sciocche intenzionate a fare una cosa che non avrebbero potuto fare in alcun modo senza l’aiuto degli uomini, cioè aprire il sepolcro; e il fatto che quando lo trovano aperto dimostrino di non aver fede nell’idea di resurrezione, fa sospettare che tra loro e Pietro vi fossero opposte concezioni politiche.

D’altra parte anche nel vangelo di Giovanni Maria Maddalena, che delle tre donne doveva essere la più importante, viene fatta passare per una che non credeva nell’idea di resurrezione, bensì in quella di “trafugamento del cadavere”. L’incontro con Gesù, scambiato per l'”ortolano”, va probabilmente interpretato come una forma di rassegnazione da parte della donna nei confronti dell’idea dominante della resurrezione, che escludeva quella di insurrezione nazionale.

Peraltro, sempre nella suddetta versione “segreta” di Marco, la Maddalena e Maria di Betania, sorella di Lazzaro, coincidono chiaramente, mentre Lazzaro viene definito “il discepolo che Gesù amava” per impedire che tale definizione potesse essere applicata all’apostolo Giovanni.

Inutile qui ricordare che Maria di Betania e la prostituta di Lc 7,37 ss. compiono la stessa azione (ungere Gesù con olio profumato); e che, sempre secondo Lc 8,2, la Maddalena, che pur finanziava i Dodici, insieme a Susanna e Giovanna, fu esorcizzata da Gesù perché posseduta da sette demoni. Un qualche problema di incompatibilità tra la teologia petro-paolina e le idee politiche di queste donne doveva senz’altro esserci.

Note

1 Per capire i tre giorni bisogna in realtà rifarsi ai miti pagani di Mitra, Dioniso, Attis, Osiride, Tammuz, ecc.

2 Si noti – ma ciò può apparire una sciocchezza a un’esegesi laica – come il significato delle parole cambi se si scrive “è risorto” invece che “è stato risorto”; in questo secondo caso si tende ad attribuire l’azione a Dio, mentre nel primo caso Dio potrebbe anche non esistere. Lutero, in tedesco, non tradusse neppure la parola “risorto” (ἐγείρω); si limitò a scrivere: “Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso; non è qui. Questo è il luogo dove l’avevano deposto!”.

3 La prima tesi è stata sostenuta, per la prima volta, da H. S. Reimarus; la seconda da Charles Freeman.

4 C’è chi pensa fosse Gerico, in quanto Mc 10,46 fa entrare Gesù in questa città senza fargli compiere o dire niente. Ed è a partire da Gerico che inizia il viaggio verso la capitale, mentre nel quarto vangelo è a partire da Betania di Giudea.

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Autore: laicusblog

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