L’attacco contro il giudaismo

Tutto il capitolo due del vangelo marciano è un attacco polemico contro le tradizioni ebraiche rappresentate dagli scribi e dai farisei presenti in Galilea.

Il paralitico viene guarito per far vedere che tra colpa e malattia non vi è alcuna relazione e che Gesù era in grado di guarire l’una e perdonare l’altra senza chiedere l’autorizzazione a nessuno. Si noti come qui egli si autodefinisca “Figlio dell’uomo”1 e non “Figlio di Dio” (2,10). In 1,24 viene chiamato dall’ossesso con due appellativi, “Gesù Nazareno” e “Santo di Dio”, senza alcun riferimento alla sua esclusiva natura divina. Questo è importante per capire la differenza tra la teologia petrina (più materialistica) e quella paolina (più spiritualistica).

In questo capitolo Gesù smonta altre tre consuetudini, tipicamente rabbiniche: 1) quella di non frequentare peccatori e pubblicani2 per non contaminarsi moralmente: e qui se la prende con scribi e farisei, i quali non capiscono – si potrebbe aggiungere, ma certamente non per essere in linea con Marco – che a nessuno si può togliere il diritto di schierarsi contro chi opprime una determinata nazione (come lo era Israele da parte dei Romani); 2) quella di associare la rettitudine morale alla pratica del digiuno: e qui non polemizza solo con i farisei, ma anche col movimento battista, lasciando chiaramente capire – ma anche questo Marco non può dirlo – che contro Roma e gli ebrei collaborazionisti occorre un impegno di tipo politico, non essendo sufficiente puntare su istanze di tipo morale e individuale; 3) quella di fare del sabato un idolo da adorare: anche qui se la prende con i farisei, dicendo loro una sentenza d’importanza capitale, valida per ogni religione, filosofia e ideologia e anche per qualunque etica di ogni tempo e luogo: “Il sabato è fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato” (v. 27).

I farisei sono così inviperiti contro di lui che, nel racconto dell’uomo dalla mano secca (3,1-6), decidono addirittura di allearsi coi loro nemici in Galilea, gli erodiani, “per farlo morire” (v. 6).

Tutti questi miracoli sono serviti per ridurre all’osso, in un tempo brevissimo, una controversia ideologica che invece dovette durare molti mesi, forse anni, in cui i contendenti erano su posizioni paritetiche, opposte sì, ma entrambe “umane”, e non invece come appare nel vangelo, dove Gesù è in grado d’imporsi ideologicamente proprio perché l’interlocutore non ha gli stessi suoi straordinari poteri taumaturgici.

Marco ha trasformato il Cristo in un fenomeno da baraccone, in grado di fare prodigi portentosi su ogni tipo di malattia, anche se quando gli spiriti cosiddetti “immondi” gridano “Tu sei il figlio di Dio”, lui li sgrida forte, “affinché non rivelino la sua identità” (3,11 s.). Diventa quasi patetico, anzi ridicolo far dire a Gesù che i demoni – che ovviamente, per la mentalità primitiva dell’epoca, non potevano che essere gli unici a conoscere l’origine di prodigi del genere – non devono rivelare chi egli sia veramente. Nelle figure retoriche della grammatica italiana, quando si finge di voler tacere ciò che in realtà si dice, si parla di “preterizione”, ma si potrebbe anche chiamare in causa l'”antifrasi”, che consiste nell’esprimere ironicamente l’opposto di quanto si vuole in realtà dire. In questo l’ironico Marco è maestro.

Di fatto i postulanti vengono da tutta la Palestina, e persino dalle città pagane di Tiro e Sidone, per vederlo e toccarlo (3,8). Qui si ha l’impressione – anche perché è stato usato l’appellativo “Figlio di Dio” – che un secondo redattore ne abbia approfittato per accentuare al massimo la straordinaria immagine che di Gesù ha voluto dare Marco.

Quando poi sceglie i Dodici3, li incarica proprio di predicare col “potere di scacciare i demoni” (3,15). Qui è impossibile non vedere come, parlando degli apostoli, Marco si stia in realtà riferendo alle figure sacerdotali post-pasquali, i cui poteri religiosi venivano gestiti appunto attraverso i sacramenti. Di qui l’affermazione esegetica, condivisa da tutti, secondo cui tale vangelo aveva anche una funzione di tipo “catechistico”.

Di rilievo il fatto che ora l’apostolo più importante è Simon Pietro; Andrea viene messo dopo i due fratelli Zebedeo, qui chiamati “Boanerghes” (“figli del tuono”)4, a motivo delle loro qualità personali, di cui Giacomo sembra essere maggiormente in possesso rispetto a Giovanni, probabilmente perché con questo Giacomo Pietro andava più d’accordo che non con Giovanni, o forse perché Giacomo era più anziano di Giovanni.

A dir vero Pietro, essendo un Galileo, non vedeva di buon occhio neppure i parenti di Gesù, tutti Giudei. Nella pericope di 3,31 ss., dovendo scegliere tra gli interessi dei parenti e quelli del proprio movimento, Gesù mostra di non avere dubbi. Tuttavia non è da escludere che qui sia stata ricordata negativamente la madre di Gesù solo perché questa, dopo la morte del figlio, andò a vivere con l’apostolo Giovanni nei pressi di Efeso, allontanandosi dalla predicazione petrina. Troviamo comunque dei parenti di Gesù anche tra gli stessi apostoli.

Note

1 Nel libro di Ezechiele il titolo di “Figlio dell’uomo” viene usato da Dio più di 90 volte quando si rivolge al profeta: in Ez 2,1 indica un singolo individuo del genere umano; infatti la maggioranza delle traduzioni bibliche lo rende semplicemente con “uomo”. Invece in Sal 8,5, 146,3 e Ger 49,18 49,33 indica l’umanità nel suo complesso (comprendendo indirettamente anche la persona che parla). In Sal 144,3 indica “il figlio dell’uomo mortale”. In Dn 7,13 indica un uomo comune che è portato sulle nubi del cielo davanti all’Antico dei giorni. Anche Buddha lo usava.

2 I pubblicani erano funzionari incaricati di esigere le tasse (in Galilea a favore di Erode Antipa) e i diritti di dogana.

3 Dodici è un numero magico: nella mitologia greca gli dèi principali del monte Olimpo sono dodici come dodici sono le “fatiche” di Eracle (Ercole) e il numero dei Titani e delle Titanidi. Anche Buddha aveva dodici discepoli. Generalmente veniva considerato il più sacro tra i numeri, insieme al tre e al sette: indicava infatti la ricomposizione della totalità originaria, la discesa in Terra di un modello cosmico di pienezza e di armonia, la conclusione di un ciclo compiuto, il simbolo della prova iniziatica fondamentale (fisica e mistica), che permette di passare da un piano ordinario a un piano superiore, sacro. In molte culture antiche i riti iniziatici si facevano all’età di dodici anni, dopo di che si entrava nell’età adulta (ne parla anche Lc 2,41-47). Dodici erano anche le tribù di Israele, ridotte a due al tempo di Gesù. Nella moltiplicazione dei pani e dei pesci, le ceste riempite con gli avanzi sono dodici. Nell’Apocalisse di Giovanni la donna vestita di sole ha sul capo una corona di dodici stelle (12,1); i vegliardi che attorniano il trono di Dio sono 24 (4,4); la Gerusalemme celeste ha dodici porte (21,12.21); i redenti della Terra sono un multiplo di dodici: 144.000 (7,4; 14,1.3).

4 Questi nomi da battaglia (lo stesso “Pietro” lo era) venivano generalmente dati ai militanti impegnati in politica e servivano anche per favorire la clandestinità.

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Autore: laicusblog

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