Greci ed ebrei nel mondo classico

Il politeismo del mondo greco classico non era racchiuso in nessun libro ed era essenzialmente di tipo mitologico, con due tipo­logie di personaggi cui le città avevano riservato forme di culto: gli eroi e le divinità.

A eccezione di poche sette marginali (p. es. l’orfismo) non esisteva in quel mondo un equivalente alla «sacra scrittura» ebraica, che esponesse in forma definita e assoluta le verità della fede (per quanto lo stesso Antico Testamento sia stato oggetto di molteplici manipolazioni, a seconda delle esigenze dei potenti di turno: basti pensare a quella di Esdra).

Non c’era comunque spazio per il dogmatismo nel mondo greco. Le credenze veicolate dai miti non avevano un carattere di obbligatorietà, non costituendo un corpo dottrinario che doveva offri­re certezze indiscutibili sul piano intellettuale.

D’altra parte, se si escludono alcuni precetti fondamentali e i famosi Dieci comandamenti (ch’erano peraltro delle regole di com­portamento pratico, ancora oggi in vigore peraltro, quelli laici, in tutte le legislazioni del mondo), anche l’ebraismo su molti aspetti religiosi ha conservato opzioni interpretative molto diverse (in riferimento p. es. alla vita ultraterrena, all’immortalità dell’anima, alla resurrezione dei corpi ecc.).

A ben guardare son pochissime le cose che distinguono a tutt’oggi un ebreo da un non ebreo: la circoncisione, il sabato, il mo­noteismo assoluto, l’irrappresentabilità di dio, le regole dietetiche… Poi ci sono le feste e i culti che indicano se uno è solo «credente» o anche «praticante».

È dunque vero, il mondo greco classico non ha mai avuto neppure un dogma, ma nessuno, se non gli induisti, oggi crede nel politeismo, mentre gli ebrei credono nelle stesse cose di quattromila anni fa e non possiamo certo dire che gli ebrei abbiano dato alla sto­ria dell’umanità meno cultura dei greci.

Ancora oggi gli ebrei possono sentirsi tali in qualunque parte del mondo sulla base di pochissime regole da rispettare. Una cosa del genere sarebbe stata impensabile per un greco, proprio perché il greco aveva molto sviluppato il senso dell’individuo, della sua libertà personale, della sua solida identificazione a una stirpe e a una città.

L’ebreo invece aveva il senso del collettivo, ed è noto che un qualunque collettivo, per sopravvivere, deve darsi delle regole suffi­cientemente rigorose, specie se attorno a sé è circondato da popola­zioni che la pensano diversamente.

L’eroe greco aveva più che altro il compito di infrangere del­le regole che altri (i popoli nemici, gli dèi e lo stesso fato) gli voleva­no imporre. L’eroe greco viene sempre presentato come uno che non vuol sottostare a delle regole che nella narrazione del mito ven­gono considerate negative. Il che non significa che lo fossero davve­ro.

A noi son giunti dei miti che avevano lo scopo di mostrare la necessità del passaggio dal comunismo primordiale (clanico-tribale) allo schiavismo. È evidente quindi che quando si descrive Ulisse in­tento a raggirare e a ferire il pastore e agricoltore Polifemo, il lettore doveva essere messo in grado di credere che ne avesse tutte le ra­gioni, proprio perché era lui, Ulisse, che doveva rappresentare la ne­cessità della transizione. Polifemo invece doveva essere raffigurato come un essere mostruoso, che indicasse il passato da abbandona­re senza rimpianti.

Non a caso Polifemo rappresenta l’ateismo, che, proprio perché tale, è qualcosa di disumano, mentre Ulisse può dimostrare il proprio culto degli dèi, fatto passare per «tradizionale» e «civile». E così il lettore dell’Odissea non riesce a comprendere che l’assenza di qualunque dio, nella vita di Polifemo, era un segno di spirito collet­tivistico, mentre il bisogno di avere tanti dèi era segno di affermazio­ne individualistica e antagonistica dei rapporti sociali.

Se si guarda invece l’epopea abramitica e mosaica il proces­so è del tutto rovesciato: questi due eroi devono far uscire il loro po­polo da una condizione di schiavitù per cercare di recuperare qual­cosa del paradiso primordiale. E quando si danno delle regole e del­le leggi devono per forza essere tassativi, proprio perché lo schiavi­smo, nell’area mesopotamica, mediterranea e nord-africana, era di­ventato imperante.

L’eroe greco doveva dimostrare che lo schiavismo (basato sui commerci, l’astuzia, la forza militare, l’inganno, la religione, le istituzioni di potere, la soggezione del debole, della donna, della na­tura, la cultura scritta ecc.) era assolutamente superiore alla civiltà agricolo-pastorale in cui il concetto di proprietà privata neppure esi­steva.

E lo dimostrava non attraverso dei legislatori come Mosè, ch’erano anche leader politici, o dei capi-tribù come Abramo, ma at­traverso degli intellettuali che, col passar del tempo, elaborarono un’infinità di canti epici, poesie liriche e corali, inni, opere tragiche e comiche… Sono questi poeti, al servizio dei potenti, che costrui­scono la mitologia, che è sempre una giustificazione romanzata, edulcorata, mistificata di scelte arbitrarie, compiute da quegli stessi potenti che li hanno nel libro-paga.

Certo, esiste anche una mitologia che si oppone ai potenti (p.es. Prometeo), ma essa non è mai in grado di porre le basi per uscire dallo schiavismo; anzi con Dioniso ci si oppone alla dittatura degli schiavisti rinunciando a qualunque forma di regola, facendo del sesso e delle bevande inebrianti la fonte di tutte le trasgressioni.

Nel mondo ebraico invece si ha bisogno di un legislatore che dia al popolo il senso dell’unità e della diversità (rispetto alle civiltà schiavistiche limitrofe). Qualunque scimmiottamento di queste civil­tà, qualunque tentativo di imitazione è destinato a finire male. Quan­do si afferma la monarchia di Saul, Davide e Salomone, quando si accettano i condizionamenti di tipo «ellenistico», i risultati sono sem­pre catastrofici: la nazione si divide, s’indebolisce di fronte al nemi­co, viene invasa e deve soffrire la schiavitù, l’esilio e umiliazioni d’o­gni sorta.

Gli ebrei non riuscirono mai a tornare al comunismo primiti­vo, ma il fatto che non siano mai diventati una grande potenza, di­mostra la presenza di uno straordinario scrupolo all’interno di questa civiltà.

Il messaggio di Gesù Cristo, poi storpiato dalla predicazione petro-paolina, voleva proprio innestarsi in quella esigenza pluriseco­lare che gli ebrei avevano avuto di voler recuperare lo stato edenico perduto, a causa del peccato dell’arbitrio individuale contro le regole non scritte del collettivo primordiale.

Ammazzando il messia, gli ebrei han perso una grande oc­casione e forse avrebbero potuto risparmiarsi, a loro e a noi, la misti­ficazione cristiana. Tuttavia l’esigenza di un ritorno all’innocenza pri­mordiale resta, nonostante tutte le loro debolezze.

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Autore: laicusblog

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