La svolta costantiniana

Costantino (306-337) salì al potere con un colpo di stato mi­litare, poiché, essendo figlio della concubina Elena, non poteva suc­cedere legalmente al trono del padre Costanzo, imperatore d’Occi­dente.

Pur di diventare unico Augusto dell’impero romano, egli fu disposto a eliminare ogni possibile rivale: Massimiano (già Augusto), Massenzio (proclamato Augusto dal senato e dal popolo romano), Massimino Daia (Cesare dell’Augusto Galerio) e Licinio (nominato Augusto su proposta di Diocleziano). Probabilmente portò al suicidio lo stesso Diocleziano.

Costantino si servì vergognosamente anche della politica matrimoniale per raggiungere i suoi fini di potere, sposando la figlia di Massimiano e dando in moglie la sorella a Licinio. Con l’aiuto di quest’ultimo sterminò tutte le famiglie di Galerio, di Flavio Severo (ri­conosciuto Augusto da Galerio), di Massimino Daia e di Diocleziano, affinché nessuno potesse rivendicare una successione al trono. Lat­tanzio poi scriverà che non fu un «peccato» massacrare le famiglie dei persecutori anticristiani.

Non solo, ma egli eliminò anche la moglie Fausta e un figlio, Crispo (326), avuto dal primo matrimonio con Minervina. Nonostante questa catena di delitti, ai quali naturalmente bisogna aggiungere quelli, molto più numerosi, ch’egli commise in quanto «imperatore», la chiesa greca lo venera ancora oggi come «santo», insieme alla madre Elena, e persino col titolo di «Uguale agli Apostoli», mentre la chiesa romana gli decreterà solo l’appellativo di «Grande», non quel­lo di «santo»: sia perché egli aveva trasferito impunemente la capi­tale a Bisanzio, sia perché aveva inaugurato la politica cesaro-papi­sta (opposta a quella che sorgerà in Occidente: il «papo-cesa­rismo»).

Inizialmente Costantino era favorevole al culto di Apollo-Sole, una specie di monoteismo sincretistico: il Sol invictus (in cui il pa­dre Costanzo credeva) nella figura dell’Apollo gallico. La prima mani­festazione autonoma di Costantino nel campo religioso è la visita al tempio di Apollo in Autun (308), prima di attaccare i Franchi.

Da notare che secondo la tradizione raccolta dallo storico Eusebio di Cesarea, consigliere e biografo di Costantino, questi, alla vigilia della battaglia decisiva presso Ponte Milvio contro Massenzio, fece mettere i simboli X e P (sovrapposti) sugli scudi dei suoi soldati. Naturalmente Eusebio presentò il gesto come una testimonianza della fede cristiana di Costantino, in quanto X e P sarebbero l’inizio della parola Cristo scritta in greco.

In realtà un monogramma simile lo si ritrova su insegne mili­tari orientali precristiane come simbolo del Sole: è probabile che Co­stantino l’avesse adottato per accattivarsi le simpatie dei cristiani. E se anche non è da escludere una certa superstizione di Costantino a favore di Cristo, è però evidente che nel 312 egli non poteva consi­derarlo ancora più grande del Sole: il Cristo non era, per lui, che un dio accanto ad altri dèi.

Peraltro l’arco di Trionfo decretatogli dal senato romano dopo la sua vittoria su Massenzio (terminato nel 315), ricevette una decorazione figurata corrispondente alla concezione pagana del se­nato, che vide nel Sole invitto il dio protettore dell’imperatore. Que­sto anche se l’iscrizione dell’arco, ascrivendo la vittoria ad una «ispi­razione della divinità», poteva non risultare sgradita al mondo cristia­no.

Costantino cominciò ad accettare il culto cristiano solo dopo la vittoria su Massenzio, facendo applicare il suddetto monogramma a una grande insegna di guerra, uno stendardo dell’esercito, al quale si doveva tributare uno speciale culto. Una guardia particolare dove­va proteggerlo durante i combattimenti. Da notare che la storiografia cristiana (a partire naturalmente da Eusebio e Lattanzio) ha sempre voluto far vedere che nella battaglia di Ponte Milvio si scontravano due religioni opposte: paganesimo e cristianesimo. In realtà Mas­senzio non era anticristiano: egli semplicemente era contrario a che il potere governativo fosse concentrato nelle sole mani di Costanti­no, che voleva abolire ogni divisione territoriale dell’impero.

Insieme a Licinio, Costantino emanò il cosiddetto Editto di Milano nel 313, che in realtà era un mandato circolare per i procon­soli. Ci è stato conservato, in versioni non molto diverse, da Lattan­zio (in latino) e da Eusebio (in greco), ma soltanto nella redazione che ricevette nel decreto di Licinio per il governatore della Bitinia e pubblicato a Nicomedia. Esso comunque non fece che estendere a tutto l’impero le disposizioni già prese dall’imperatore Massimino Daia in Asia Minore, poi sconfitto da Licinio. O, se si preferisce, non fece che ampliare le disposizioni già contenute nell’editto di Galerio del 311.

L’Editto di Milano concedeva a tutti, entro i confini dell’impe­ro, e in particolare ai cristiani piena libertà di religione e di culto, sen­za preferenze statali per alcuna particolare religione. Esso prevede­va anche la restituzione oppure l’indennizzo degli edifici ecclesiasti­ci, dei fondi passati al fisco o in possesso privato e dei cimiteri alle comunità cristiane, ora considerate come enti corporativi dotati di personalità giuridica.

Nel 314 Costantino convocò il sinodo di Arles, a causa dello scisma donatista che durava in Africa da circa un decennio, in segui­to al rifiuto di un folto gruppo d’intransigenti vescovi africani di rico­noscere Ceciliano, vescovo di Cartagine, consacrato da Felice, un vescovo presunto «traditore» che nella persecuzione dioclezianea aveva ceduto le Scritture al rogo. Il sinodo condannò i donatisti e mi­nacciò anche di scomunica tutti i soldati che volevano disertare dalle armate imperiali: il che tornava comodo a Costantino nella sua lotta contro Licinio.

Successive indagini provarono non solo che Felice non era un traditore, ma che lo erano stati alcuni vescovi del movimento do­natista. Sicché Costantino, vista la loro ostinazione a rifiutare le de­cisioni del sinodo, prese a reprimerli con forza, facendo esiliare molti vescovi «eretici» e confiscando le loro chiese. Ma non riuscì che a creare dei martiri, finché, rassegnato, abbandonò la lotta. Parados­salmente il primo a tradire lo spirito e la lettera dell’Editto di Milano era stato proprio lui.

Sul piano legislativo Costantino emanò, dal 315 al 325, una serie di decreti favorevoli ai cristiani per ottenere il loro appoggio contro Licinio e diventare unico princeps dell’impero. Molte di queste leggi però vanno al di là dell’uso politico meramente strumentale e si possono considerare un segno del mutare dei tempi.

Facciamo alcuni esempi. Abolì la croce come strumento di morte ed equiparò l’uccisione di uno schiavo ad un assassinio e l’uc­cisione di un bambino, eseguita in nome dell’autorità paterna, al par­ricidio. Venne incontro alle necessità dei genitori poveri per dissua­derli dal vendere o abbandonare i propri figli. Vietò di bollare in fac­cia i condannati ai lavori forzati o ai giochi circensi. Stabilì che i pri­gionieri potessero vedere ogni giorno la luce del sole. Proibì la tortu­ra. Soppresse la facoltà, data al magistrato, di destinare i colpevoli di gravi delitti alle lotte dei gladiatori. Proibì che si disperdessero i membri di una famiglia di schiavi quando si ponevano in vendita dei beni immobili dello Stato, su cui quelli lavoravano. Abolì le tasse in­trodotte da Augusto a carico dei celibi e delle coppie senza figli. Fa­vorì la legittimazione dei figli naturali. Punì l’adulterio rendendo più difficile il divorzio. Obbligò lo Stato ad assumere la tutela degli orfani e delle vedove.

Nelle leggi degli anni 319 e 321 riconosce ancora il culto pa­gano come esistente di diritto, opponendosi solo alla pratica segreta e politicamente pericolosa della magia, delle celebrazioni sacrificali domestiche e dell’aruspicina privata (esame delle vittime), tollerando solo quella pubblica, tenuta sotto controllo. Ammetteva però lo scongiuro della pioggia e della grandine. Proibì inoltre al clero cristiano di partecipare al sacrificio lustrale pagano.

Costantino cercò di privilegiare i cristiani, all’inizio, sul piano giuridico-amministrativo: ad es. perché un piccolo sobborgo o una comunità rurale potesse ottenere lo status di città era sufficiente che i suoi abitanti si dichiarassero tutti cristiani. In un’ordinanza al vesco­vo Osio di Cordova (suo consigliere) si riconosceva ai cristiani la fa­coltà di dare, dinanzi al vescovo, la libertà ai propri schiavi (privilegio che fino ad allora avevano avuto solo i governatori provinciali).

Ai vescovi concesse, in un decreto del 318, il diritto di giudi­care quelle cause civili in cui anche solo una delle parti in lite, nono­stante l’opposizione dell’altra, avesse fatto istanza di deferire il caso al tribunale ecclesiastico. Quanto la lex cristiana decideva, aveva validità legale, senza possibilità di appello. Altri imperatori, in segui­to, pretenderanno la volontà di ambedue le parti, altri ancora invece permetteranno che si formi una giurisdizione esclusiva per le cause sugli ecclesiastici, ovvero che il clero si costituisca in casta speciale (il potere arbitrale del vescovo nei paesi germanici non riuscirà mai ad affermarsi).

Che il clero fosse trasformato in una casta privilegiata è do­cumentato anche dal fatto ch’esso si separò sempre più dal laicato, tant’è che molti decreti imperiali erano rivolti non tanto alla comunità cristiana in senso lato, quanto alla corporazione del clero, che ten­deva sempre più a irrigidirsi nella sua struttura gerarchica. Il prete si distinguerà maggiormente dal diacono e il vescovo dal prete.

Persino tra vescovi si formeranno, a seconda dell’importan­za della loro città, diverse gradazioni d’influenza: ad es. nelle cariche più alte, i cinque vescovi più importanti diverranno, col tempo, i me­tropoliti della pentarchia (Roma, Costantinopoli, Alessandria, Antio­chia e Gerusalemme); fra le cariche più basse si abolì quella di «co­repiscopo», cioè il vescovo di quei luoghi di campagna che non ave­vano titolo di città. Naturalmente la carica di vescovo cominciò a di­ventare così prestigiosa, per gli onori e le ricchezze che l’accompa­gnavano, ch’era impossibile impedire, in occasione di nuove elezio­ni, violente lotte (p. es. a Roma, nel 366, in occasione della contesa fra Damaso e Orsino moriranno ben 137 persone!).

Costantino, già nel 313 e poi ancora nel 319, aveva addirit­tura dispensato gli ecclesiastici dagli oneri municipali (tasse o servizi che lo Stato ordinariamente richiedeva), affinché – questa era la mo­tivazione – non fossero ostacolati nell’esercizio del loro ministero. Ma nel 320 deve opporsi energicamente all’immediato accorrere tra le file del clero di tutti i decurioni o i ricchi, desiderosi di esimersi da tali pesi; e impose che il clero fosse ordinato solo in ragione dei posti vacanti per la morte dei titolari, vietando che una persona, che per nascita o per censo avesse obblighi curiali, potesse prendere gli or­dini.

Sempre sul piano economico, Costantino permise che si ar­rivasse a distribuire annualmente, in ogni città, dei sussidi di grano e di altri generi alimentari alle chiese, a beneficio del clero (il quale avrebbe poi dovuto ridistribuirli a poveri, vedove e orfani). Nel 324 egli autorizzò tutti i metropoliti orientali a prelevare, temporaneamen­te, dai governatori provinciali o dall’ufficio dei prefetti al pretorio, qualsiasi somma che paresse loro necessaria a restaurare o amplia­re le chiese delle loro province, o per costruirne di nuove. Ciò al fine di risarcire – questa era la volontà di Costantino – i danni causati dal­la persecuzione di Licinio. Lui stesso, a sue spese, fece edificare tantissime chiese, dotandole di vaste proprietà.

Offrì insomma ai vescovi (considerati come senatori) onori e ricchezze, immunità fiscali di ogni tipo (che poi porteranno alla na­scita della «manomorta» ecclesiastica) e tutti i privilegi che apparte­nevano agli ex-sacerdoti pagani. Favorì persino l’esercizio del com­mercio al clero: misura, questa, che verrà revocata da Valentiniano III (425-55), perché diventata fonte di abusi. Assegnò alla chiesa an­che la gestione di tutti gli ospizi dei poveri, gli alberghi, i brefotrofi, gli orfanotrofi, gli ospedali e altre istituzioni assistenziali.

Con una legge del 321 aveva reso la domenica giorno festi­vo obbligatorio per i lavoratori manuali e per i tribunali, anche se nel­la legge si precisa che la domenica andava dedicata alla «venera­zione del Sole». Egli d’altro canto continuava ad emettere monete in onore del Sol Invictus. Quanto alla preghiera (una specie di Padre nostro) che i soldati dovevano recitare la domenica, essa non era che una formula neutrale, a sfondo deistico, alla quale avrebbero potuto adattarsi sia i cristiani che i pagani. In ogni caso i soldati cri­stiani avevano il permesso di partecipare alle funzioni domenicali.1

Con un altro decreto dello stesso anno riconobbe a chiun­que il diritto di lasciare per testamento quello che voleva alla chiesa cristiana (non alla chiesa ebraica o ad altre chiese eretiche). Arrivò persino, con altre disposizioni, a considerare il cristianesimo come cultus Dei, in quanto gli ebrei che diventavano cristiani venivano pro­tetti dalla legge in maniera speciale se rischiavano d’essere lapidati. Agli inizi furono vietati il proselitismo e la circoncisione agli schiavi pagani o cristiani che lavoravano presso padroni ebrei. Però furono confermate le immunità dai doveri curiali a coloro che svolgevano funzioni nelle sinagoghe.

Costantino fece queste e altre concessioni non solo – come già si è detto – per avere l’appoggio contro Licinio, ma anche perché, una volta vinto Licinio, sperava di tenere la stessa chiesa sottomes­sa alla sua volontà. Licinio, dal canto suo, era interessato non meno di lui a controllare il potere della chiesa, ma sbagliò a reprimere im­mediatamente con la forza la resistenza che questa gli oppose e a non cercare il consenso popolare (quello che Costantino appunto ot­terrà con le sue concessioni). Ancor più sbagliò quando cercò di scaricare sulla chiesa tutto il suo odio per Costantino, che voleva chiaramente detronizzarlo. Quando poi Licinio cercò di tornare a pri­vilegiare il paganesimo, il suo destino era praticamente segnato.

Costantino ne approfittò immediatamente e, per sconfigger­lo, fu persino disposto a far entrare i Goti nell’impero, sottraendogli l’impero d’Oriente ed eliminandolo dopo avergli promessa salva la vita (gli ucciderà anche il figlio adolescente). A partire dal 324 (la guerra contro Licinio era durata dal 314 al 323) Costantino s’illuderà di poter realizzare una teocrazia monarchica, cercando di subordina­re a sé la chiesa in modo politico e ideologico.

Sempre nel 325 egli (pur non essendo ancora né battezzato né catecumeno, anche se si faceva chiamare «isapostolo», cioè «pari agli apostoli», e «vescovo di quanti sono fuori della chiesa») volle convocare e presiedere a Nicea, nei pressi di Nicomedia, un concilio per prendere le difese dei cristiani ortodossi contro gli ariani, che, subordinando nettamente il Cristo a dio, erano favorevoli a una sottomissione, anche ideologica, della chiesa allo Stato. Natural­mente la chiesa cristiana si preoccupò di distruggere tutti i testi aria­ni in cui risultasse esplicita tale teologia politica.

Costantino era contrario a qualunque forma di dissenso reli­gioso nell’ambito del cristianesimo e, per questa ragione, non si fa­ceva scrupolo di servirsi di sinodi e concili (convocati in luoghi e date che solo lui poteva decidere) per eliminare rivalità di potere intra-ec­clesiale o risolvere controversie teologiche. Era sempre lui che, in ul­tima istanza, decideva di dare o no l’approvazione alle deliberazioni dei sinodi, che, in caso favorevole, potevano diventare leggi imperia­li.

Costantino interferiva continuamente nella vita della chiesa, anche nei casi di elezione episcopale. Le stesse comunità cattoliche ed eretiche si rivolgevano a lui perché dirimesse le loro controversie dottrinali o di altro genere, e solo quando una delle due parti si senti­va totalmente insoddisfatta delle decisioni ch’egli aveva preso, veni­va accusato d’ingerenza negli affari ecclesiastici.

In occasione del concilio ecumenico di Nicea (il primo nella storia del cristianesimo), Costantino, pur preferendo, ovviamente, la dottrina di Ario (come anche Eusebio di Cesarea e il vescovo di Ni­comedia gli avevano consigliato di fare), si mise dalla parte di quella di Alessandro e Atanasio (rispettivamente vescovo e diacono di Alessandria), poiché le tesi di quest’ultimi avevano ottenuto in conci­lio la stragrande maggioranza dei voti (solo due vescovi furono con­trari).

Ora, siccome la prassi conciliare impediva di poter decretare alcunché se non fosse stata raggiunta l’unanimità, Costantino decise di allontanare dal Concilio i due dissidenti, oltre naturalmente ad Ario (dalla scomunica si passerà poi all’esilio). Gli altri vescovi (quelli del­l’Occidente latino, convocati da Costantino, erano stati solo sei) ac­cettarono questo atto di costrizione e intimidazione, ma cominciaro­no ad opporsi, tranne alcuni, all’idea di introdurre nel Credo, formula­to dal concilio, la parola greca homoousios (consustanziale) per con­trastare il subordinazionismo di Ario. Essi temevano che con questo termine (non convalidato, peraltro, da alcuna autorità biblica: proba­bilmente era stato suggerito a Costantino dal vescovo Osio di Cor­dova) si sarebbe fatto un favore alle teorie dell’eretico Paolo di Sa­mosata, che escludevano ogni distinzione tra il Padre e il Figlio.

Così fu Costantino che tagliò la testa al toro, obbligando i convenuti a formulare un Credo dogmatico e di carattere universale con l’inserimento di quella nuova parola. I vescovi accettarono que­sta seconda imposizione, ma appena tornati alle loro sedi, molti co­minciarono a pentirsi d’averlo fatto e ripresero le proprie professioni di fede locali e tradizionali. Alcuni ripudiarono apertamente la formu­la di Nicea, ma furono sostituiti da Costantino con uomini più condi­scendenti. Questo gesto autoritario scatenò l’inferno. Per evitare lo scisma si cercò un compromesso suggerendo la parola homoiousios (di sostanza simile), ma molti vescovi preferirono l’esilio all’aggiunta di quell’unica vocale.

Per farla in breve, il concilio, voluto per raggiungere l’unani­mità dogmatica, provocherà uno scoppio di ostilità teologiche che si trascineranno in Oriente per mezzo secolo e in Occidente per altri due secoli. Lo stesso Costantino ritornò sulla sua decisione e fece ri­chiamare dall’esilio Ario e tutti gli altri ch’erano stati deposti. Lo riabi­litò in un nuovo concilio niceano, nel 327. In un altro sinodo, a Tiro, nel 335, la cui presidenza era stata affidata a un dignitario di corte, gli ariani trionfarono. Atanasio fu esiliato a Treviri e Costantino invitò a corte Ario. Ma questi, dopo essere stato nel palazzo imperiale, fu colto da un improvviso malore e morì subito dopo, probabilmente avvelenato.

*

Nel 330 Costantino trasferì la capitale a Bisanzio, sulle rive del Bosforo, imitando, in questo, Diocleziano, che l’aveva trasferita a Nicomedia (non molto lontana da Bisanzio). Lo fece per diverse ra­gioni: militari (andavano difesi meglio i confini orientali, maggiormen­te minacciati), economiche (l’oriente stava manifestando una grande vivacità commerciale), culturali (egli voleva creare una nuova civiltà, frutto di una sintesi tra cristianesimo e paganesimo), ma soprattutto politiche, affinché egli potesse governare in modo teocratico, in una città quasi completamente cristiana e ben disposta, sotto questo aspetto, a veder realizzata una teocrazia imperiale. Egli sapeva bene che a Roma avrebbe incontrato maggiori resistenze sia da par­te del mondo pagano (nel 326, ad es., celebrando a Roma il venten­nale della presa del potere, egli si espose allo scherno del Senato e della popolazione pagana, per aver rimproverato i suoi soldati che sacrificavano a Giove Capitolino); sia da parte della stessa chiesa cattolica, che ormai pretendeva d’essere «uno Stato nello Stato» e non avrebbe permesso a nessun imperatore di poter governare sen­za il suo consenso.

Anche dal punto di vista civile la città fu voluta a immagine e somiglianza del basileus: non avendo un prefetto ma un proconsole, né questori, pretori e tribuni della plebe, e avendo un senato più che altro simbolico, essa in realtà non era che una residenza imperiale, al pari di Nicomedia. Quando la si inaugurò, Costantino permise che si celebrassero anche dei riti pagani. D’altra parte egli non vietò mai che si costruissero templi pagani, neppure nella nuova capitale, la cui dea personificratice era la pagana Tyche (Fortuna), per quanto egli stesso fece porre una croce sulla fronte della statua, al fine di toglierle il suo significato prettamente pagano. Sino alla fine della sua vita Costantino impedì di molestare i cittadini pagani a motivo della loro fede.

Non a caso poco tempo prima di morire egli si era riavvicina­to al paganesimo predicato dal neoplatonico Sopatro, discepolo di Giamblico. Qui la tradizione cristiana attribuisce l’uccisione del filo­sofo alla stessa volontà di Costantino, che non voleva più saperne di paganesimo. Il che però contrasta col fatto ch’egli non rinunciò mai al titolo di «pontefice massimo», anche se esso, sotto il suo regno, non implicava più alcuna partecipazione al culto pagano. Il fatto ch’egli ricevette il battesimo (ariano!) in punto di morte (se la storia non è leggendaria), non contraddice certo l’atteggiamento strumentale che Costantino ha sempre tenuto nei confronti della religione.

Quanto alla rinuncia ad essere considerato un dio, Costanti­no vi accondiscese solo in teoria, non in pratica. Tanto i pagani quanto i cristiani non misero mai in dubbio la sua particolare «intesa» con la divinità. Ogni opposizione alla sua persona continuò ad essere considerata come un sacrilegio. Perfino alcuni templi ven­nero dedicati al suo nome.

La corte imperiale, in mano praticamente ai cristiani, si stava indirizzando verso la realizzazione di un cristianesimo di stato. Stan­do ad Eusebio, l’ultimo Costantino avrebbe proibito del tutto i sacrifi­ci pagani (interrogare oracoli, erigere simulacri a divinità, celebrare misteri). E – dice sempre tale tradizione – i suoi figli fecero quello che avrebbe dovuto fare lui con maggiore risolutezza (il riferimento è so­prattutto alla distruzione materiale dei templi).

Infatti, suo figlio e successore al trono d’Oriente, Costanzo, di religione ariana, arriverà a proibire nel 341 i sacrifici pagani, con la minaccia di morte e il sequestro dei beni, ordinando la chiusura di tutti i templi. Egli anticiperà, di poco, il proclama letterario dell’apolo­gista Firmico Materno che aveva chiesto l’eliminazione di tutti i se­guaci del paganesimo. Ma con Costanzo tornarono ad essere perse­guitati anche i cristiani ortodossi. «Ciò che io voglio – disse una volta ad alcuni vescovi ortodossi – deve essere tenuto come un canone nella chiesa».

Infine, con l’Editto di Tessalonica (380) l’imperatore Teodo­sio (379-95) vieta tassativamente il culto ariano2 e qualunque altra eresia non conforme alla dottrina del pontefice Damaso e del vesco­vo Pietro di Alessandria, dando così inizio alla campagna di perse­cuzioni contro i filosofi e gli scienziati pagani (vedi ad es. l’assassinio di Ipazia nel 415 ad Alessandria d’Egitto) e contro gli eretici (la prima condanna a morte ebbe luogo a Treviri nel 384, contro Priscilliano e i suoi seguaci).

Nel 381, al concilio di Costantinopoli, si ribadisce definitiva­mente, aggiungendo altri dogmi, il Credo di Nicea. L’anno dopo l’im­peratore Graziano farà rimuovere dal Senato l’ara della Vittoria (sim­bolo delle antiche tradizioni della Roma pagana) e rinuncerà al titolo di «pontefice massimo». Il paganesimo perdeva ogni connessione ufficiale con lo Stato. Nel 391 l’esercizio pubblico del culto pagano, assimilato al delitto di lesa maestà, fu proibito nelle città di Roma ed Alessandria; l’anno dopo si estese la proibizione a tutto l’impero. Nel 415-16 ai pagani verranno interdette tutte le funzioni pubbliche e la confisca di tutte le chiese e case private utilizzate per l’esercizio del culto. Con l’editto di Marciano (451) s’introdurrà la pena di morte e la confisca dei beni contro chi offriva sacrifici agli dèi pagani o vi cooperava. Nel VI secolo l’imperatore Giustiniano priverà il paganesimo anche di ogni mezzo di espressione culturale.

Note

1 Da notare che ora la domenica subentra alle vecchie feste pagane per segnare il ritmo calendariale.

2 Si servì dell’Editto anche per sostituire il vescovo ariano Demofilo, a Costantinopoli, con Gregorio Nazianzeno. Da notare che Teodosio contro gli eretici emanò ben 18 Costituzioni (ai manichei impedì anche di fare testamento e di ricevere delle eredità, e così ai cristiani che tornavano al paganesimo).

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Autore: laicusblog

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