La teologia politica di Ambrogio e di Damaso

Siamo soliti attribuire all’imperatore Teodosio I (379-95) la nascita dello Stato confessionale cristiano, a partire dal Decreto di Tessalonica del 380, in opposizione allo Stato laico o comunque pluriconfessionale voluto con l’Editto di Milano del 313 da parte di Costantino e Licinio.

In realtà già Costantino, dopo aver eliminato Licinio, cominciò a fare alcune cose che di laico avevano assai poco: 1) perseguitò gli ariani a favore dei cristiani ortodossi, mettendo in pratica i decreti del Concilio di Nicea del 325; 2) discriminò gli ebrei col vietare loro di convertire i propri schiavi, di circonciderli, di diseredare i figli convertiti al cristianesimo e di praticare i matrimoni misti; 3) sostituì i funzionari statali di fede pagana con altri di fede cristiana.

A dir il vero già con l’Editto di Milano si era creata una situazione piuttosto favorevole al cristianesimo. Infatti non solo erano stati giustamente restituiti alla chiesa i beni sequestrati sotto le persecuzioni di Diocleziano; ma – come sempre succede quando le persecuzioni si rivelano controproducenti per i poteri costituiti – si era deciso di elargire non pochi privilegi e onori ai vescovi e al clero in generale, riconoscendo addirittura la Chiesa cristiana come «persona giuridica» (un fatto, allora, senza precedenti per una religione), per cui lo Stato e la Chiesa diventavano due realtà giuridicamente autonome, premessa fondamentale per la successiva indipendenza politica del papato.

Due successori di Costantino, Costanzo (337-61) e Valente (304-78), si accorsero di tali rischi e cercarono d’imporre a tutto l’impero il cristianesimo ariano, in quanto tale culto, non riconoscendo al Cristo la medesima sostanza divina del dio-padre, permetteva allo Stato, la cui autorità si diceva provenisse direttamente da dio, di controllare più facilmente la chiesa.

Un terzo successore, Giuliano (360-63), spregiativamente detto dai cristiani «l’apostata», essendo un seguace della scuola neoplatonica, prese di nuovo a difendere il paganesimo e persino l’ebraismo, in quanto aveva ordinato la ricostruzione del tempio di Gerusalemme a spese dell’impero. Ma il suo tentativo di rivitalizzare l’antica religione romana si scontrò col fatto ch’egli morì assai presto in una campagna militare in Persia.

Il suo successore, Gioviano, che restò in carica solo otto mesi, decise di abrogare i decreti di Giuliano contrari alla chiesa cristiana (era egli stesso un cristiano), pur mantenendo una politica di tolleranza verso tutte le religioni. Con ciò si attirò l’odio dello storico Ammiano Marcellino (pagano, noto per l’appoggio dato a Giuliano), che lo giudicava succube del cristianesimo.

Poi fu la volta di Valentiniano I (364-75), sostenuto dal papa Damaso (366-84). Quest’ultimo, spagnolo di famiglia patrizia, era un uomo così ambizioso che salì al soglio soltanto dopo un conflitto armato contro il rivale Ursino, che comportò 136 morti. D’altra parte la corruzione a Roma, anche nell’ambito della chiesa, era sempre stata molto forte.

Damaso fece cacciare Ursino dall’Italia e scomunicò il vescovo ariano Aussenzio di Milano, facendo in modo che venisse sostituito da Ambrogio. Il quale, quando il papa decise di espellere dall’Italia tutti i vescovi ariani, in forza dei sinodi di Roma nel 369 e di Antiochia nel 378, che stabilirono la legittimità di un vescovo solo se riconosciuto espressamente da quello di Roma, arrivò a dire che «Dov’è Pietro, là è la Chiesa».

Damaso e Ambrogio inoltre sostennero l’appello dei senatori cristiani rivolto all’imperatore Graziano per la rimozione della statua e dell’altare della dea Vittoria dalla curia senatoria (382). Questa misura non fu più revocata, nonostante le appassionate richieste del Senato romano e dei patrizi pagani capeggiati dal senatore Simmaco in nome della libertà di culto e della millenaria tradizione.

Sotto il pontificato di Damaso fu emanato il suddetto Editto di Tessalonica di Graziano, Valentiniano e Teodosio, che imponeva il Credo niceno come religione di stato; anzi, più precisamente, si chiedeva di «seguire la religione che san Pietro apostolo ha insegnato ai Romani, oggi professata dal Pontefice Damaso e da Pietro, vescovo di Alessandria», la quale, in sostanza, consisteva nel fatto che Padre, Figlio e Spirito Santo, nella loro divinità, andavano considerati uguali. Il che era un’eresia se non si specificava la loro diversità ontoteologica.

Da notare, inoltre, che l’Editto, per la prima volta, affermava che solo i cristiani seguaci del vescovo di Roma e della sua dottrina trinitaria potevano definirsi «cattolici»: tutti gli altri dovevano prima essere riconosciuti come tali, altrimenti non erano altro che eretici e, come tali, soggetti a punizioni da parte del papato, che si sarebbe servito dell’imperatore. Nell’ambito della chiesa bizantina affermazioni del genere apparivano talmente assurde che non le prendevano neanche in considerazione.

Fu proprio sotto il pontificato di Damaso che si cominciò a reinterpretare arbitrariamente il cosiddetto «testo petrino» (Mt 16,18), asserendo che Pietro veniva considerato da Cristo come capo dei Dodici: il che contraddiceva il racconto degli Atti degli apostoli relativo alla Pentecoste, in cui appariva evidente come l’unico successore di Cristo fosse soltanto lo Spirito Santo. In base a questo Damaso, che nel Concilio romano del 382 lo ribadì a chiare lettere, pretendeva sostenere che «la Santa Chiesa di Roma ha la precedenza su tutte le altre sedi e non grazie alle deliberazioni di questo o quel concilio, ma perché il primato le fu conferito direttamente da Gesù Cristo attraverso l’apostolo Pietro». Da Damaso in poi, infatti, si svilupparono sempre più le pretese di autorità e di primazia giurisdizionale da parte dei vescovi romani.

L’imperatore Graziano, inizialmente, non era stato così smaccatamente favorevole al cristianesimo, ma lo divenne proprio grazie all’influenza di Ambrogio e di Damaso. Dopo aver spostato la capitale dell’impero da Treviri a Milano nel 381, ordinò la confisca dei beni appartenenti a tutti i culti pagani, incluse le rendite delle Vergini Vestali, vietò i finanziamenti pubblici al paganesimo e soppresse i collegi sacerdotali pagani (382).

Queste misure, di enorme portata, furono poi attuate in gran parte dai suoi successori, Valentiniano II in Occidente e Teodosio in Oriente, in quanto egli fu assassinato dal magister equitum Andragazio (383). Graziano fu anche il primo imperatore a rifiutare, sotto la pressione di Ambrogio, la carica di pontefice massimo (essenziale per il culto di stato, anche solo per il cerimoniale), che iniziò ad essere usata unicamente dai papi.

Sia Graziano che Teodosio erano convinti che con un’unica religione ammessa l’impero sarebbe stato più forte e quindi in grado di fronteggiare meglio l’enorme pressione delle popolazioni cosiddette «barbariche». Da notare, peraltro, che tali popolazioni, quando entrarono in Europa, erano già tutte di religione ariana, essendo state convertite da quegli stessi vescovi ribelli ai diktat dei Concili di Nicea (325) e di Costantinopoli II (381). L’arianesimo era stato considerato «ortodosso» nel Concilio di Rimini (359) e in un sinodo locale di Costantinopoli (360), e proprio sotto gli imperatori Costanzo e Valente l’arianesimo era riuscito a convertire i Goti, i Vandali e i Burgundi (ma furono ariani anche i Franchi e i Longobardi: i Franchi furono i primi a diventare cattolici nel 511 con Clodoveo; i Visigoti tra il 586 e il 621; i Longobardi nei primi anni del VII sec.).

Gli ariani venivano considerati dal papato particolarmente pericolosi, in quanto favorevoli a una sottomissione politica della chiesa agli imperatori. Stessa accusa si rivolgeva ai priscilliani, che sminuivano la divinità del Cristo. Nel 385 l’imperatore usurpatore Massimo Magno Clemente (383-388), che aveva assassinato Graziano, fece decapitare il vescovo Priscilliano di Saragozza, che tuonava contro l’unione di chiesa e impero e contro la corruzione del clero romano: fu sufficiente accusarlo di praticare riti magici per farlo diventare il primo eretico messo a morte dalla Chiesa romana.

Quanto all’imperatore Teodosio, il vescovo Ambrogio esercitò su di lui un’influenza ancora maggiore, trattandolo come il suo braccio secolare. Fu Ambrogio infatti a convincerlo a reprimere i pagani, a chiudere i loro templi, anzi a demolirli, a vietare qualunque cerimonia non cristiana, a perseguitare, insieme agli ariani, anche i manichei, i donatisti, i giudeo-cristiani, gli ebrei… Gli chiese addirittura di revocare l’ordine, già emanato, di punire i responsabili dell’incendio di una sinagoga ebraica a Callinicum, in Siria (388). Teodosio aveva intimato al vescovo locale di risarcire il danno agli ebrei, ma l’altro vescovo, Ambrogio, lo rimproverò di non intromettersi nelle questioni ecclesiastiche, minacciandolo che non avrebbe più celebrato messa in sua presenza; anzi pretese che si rinunciasse a qualunque indagine giudiziaria volta a scoprire i colpevoli materiali dell’incendio. D’altra parte lo stesso Ambrogio aveva scritto a Teodosio che se lui non aveva ancora dato l’ordine di bruciare la sinagoga di Milano era solo per pigrizia e che bruciare le sinagoghe era un atto glorioso (infatti si dichiarò mandante di quell’incendio).

Nella parte orientale dell’impero si combatteva l’eresia soprattutto sul piano ideologico, ma nella parte occidentale la si voleva combattere in maniera politica, avvalendosi soprattutto della forza dello Stato. Cioè non solo il vescovo Ambrogio e il papa Damaso volevano che lo Stato non s’intromettesse in alcuna maniera nelle questioni ecclesiastiche (sulla cui natura e sui limiti istituzionali solo la chiesa poteva giudicare), ma volevano anche che lo Stato restasse subordinato alla chiesa riguardo a tutte le questioni morali, che per loro voleva dire anche indirettamente politiche.

Romano di sangue e di cultura, uscito da un’illustre famiglia di rango senatoriale, magistrato dalla carriera brillante, Ambrogio, che diventò vescovo imperiale nel 374, aveva una personalità molto controversa. Insieme ad Agostino, Girolamo (segretario di Damaso) e Gregorio viene considerato uno dei padri della Chiesa latina, come se avesse avuto una vera e propria formazione teologica. In verità quando egli venne mandato a Milano, come funzionario statale, a fare da paciere tra il vescovo ariano Aussenzio (già espulso da Teodosio dalla sede di Durostorum nella Moesia) e la comunità locale cattolica, non era neppure battezzato, in quanto considerava il battesimo cristiano un ostacolo alla sua personale carriera. Era così lontano dalla fede che, per cercare di dissuadere i milanesi dal farlo diventare vescovo, aveva chiesto d’infierire con varie torture sui prigionieri che dovevano essere giudicati in tribunale. Ma quei cattolici, pur di non avere un vescovo ariano, furono subito pronti a promettergli il perdono per questo «peccato».

In quattro e quattr’otto diventò vescovo, anche grazie all’appoggio degli stessi ariani, i quali avevano pensato che, provenendo egli da un ambiente statale-pagano, avrebbe potuto offrire maggiori garanzie di equidistanza. Mai previsione fu più infelice per loro. In 25 anni di episcopato non fece altro che sottomettere lo Stato alla chiesa, favorendo enormemente la formazione di un’unica religione ufficiale. A Milano infatti agli ariani non permise di avere una propria chiesa e impedì che si ricostruisse la sinagoga ebraica.

Siccome era riuscito a ottenere da Teodosio lo Stato confessionale, con l’Editto del 380, si sentiva in dovere di chiedere ai cristiani di obbedire all’impero senza discutere. Salvo il caso in cui fosse necessario comportarsi diversamente, come successe quella volta, nel 389, in cui la città di Tessalonica, irritata per l’acquartieramento e i soprusi dei soldati imperiali, aveva ucciso il comandante della città, Boterico. Teodosio aveva permesso la ritorsione, che però in mano ai soldati si trasformò in una strage insensata di 7000 cristiani. Ambrogio pretese una penitenza di otto mesi da parte dell’imperatore, il quale dovette riconoscere nel Natale del 390 la sua colpa davanti a tutti il popolo. Dopodiché morì a Milano nel 395.

In sostanza Ambrogio, con fare molto opportunistico, prima di diventare vescovo voleva la separazione della religione dalla politica per salvaguardare meglio l’unità dell’impero; dopo invece, una volta divenuto vescovo, pretendeva che lo Stato riconoscesse una sola religione al fine di salvaguardare la medesima unità. Nella famosa lettera del marzo 386 indirizzata a Valentiniano II non si limita a ribadire l’autonomia della chiesa al cospetto dello Stato in materia di fede e di gerarchia ecclesiastica, ma afferma anche che «sono i vescovi che abitualmente giudicano la fede degli imperatori e non gli imperatori quella dei vescovi».

In altre parole, il sovrano, pur essendo di fede cristiana, non era che uno statista non autorizzato a intromettersi nelle faccende ecclesiastiche e, in quanto credente, doveva restare del tutto subordinato ai vescovi. Non viene mai considerato come un cristiano che può discutere in materia di fede alla pari dei vescovi, e tanto meno viene considerato come un politico che deve tenere la chiesa sottomessa allo Stato, proprio per poter esercitare pienamente la propria sovranità.

Sia Ambrogio che Damaso non potevano non sapere che al Concilio di Nicea il principale accusatore di Ario non fu neppure un membro del clero, bensì il diacono Atanasio; non potevano non sapere che tra i principali accusatori dei vescovi corrotti o eretici vi erano spesso dei monaci, che non sempre avevano facoltà d’impartire i sacramenti o di svolgere funzioni liturgiche. A Costantino la chiesa d’oriente aveva dato il titolo di «isoapostolo», cioè «pari agli apostoli». Quando Nicola Cabasilas difenderà gli esicasti sul finire dell’impero bizantino, era un laico puro e semplice. Questo per dire che sia per Ambrogio che per Damaso il titolo di «vescovo», per non parlare di quello di «pontefice», aveva una connotazione chiaramente politico-ecclesiastica, non semplicemente religiosa.

Quando Valentiniano gli aveva chiesto di recarsi, insieme ad Aussenzio, difesi dai rispettivi avvocati, nel suo concistoro, dove egli stesso avrebbe fatto da arbitro per affrontare il problema dell’elezione al soglio vescovile della diocesi milanese, Aussenzio aveva accettato, Ambrogio no, proprio perché, secondo lui, un laico non poteva in alcun modo giudicare un chierico. In realtà Valentiniano voleva soltanto verificare se era stata rispettata la procedura formale per l’elezione, e Ambrogio sapeva bene che non lo era stata, tant’è che disse che al massimo avrebbe accettato d’essere interpellato da un sinodo (in cui naturalmente, dato l’appoggio incondizionato di papa Damaso, avrebbe vinto).

Il bello è che – a dispetto di qualunque coerenza – lo stesso Ambrogio scrisse a Valentiniano ch’era stato il padre di quest’ultimo a decidere la propria candidatura e che in ogni caso l’elezione diretta da parte della comunità locale era sempre meglio di una qualunque difesa in tribunale. L’unica condizione che quella comunità gli aveva posto era che prendesse gli ordini sacerdotali, visto che lui era soltanto un funzionario statale. Il che dimostra che già al tempo di Ambrogio in Italia le cariche vescovili erano oggetto delle più squallide contese politiche, al punto che un candidato a una carica così prestigiosa poteva essere eletto senza mai aver esercitato alcun ministero sacerdotale o pastorale, alcuna esperienza monastica, addirittura senza avere neppure una qualche cognizione di causa in materia di fede.

Con Ambrogio e Damaso vengono chiaramente poste le basi del «papocesarismo», nel senso che la chiesa non è «nello Stato» se non sul piano amministrativo, in quanto i fedeli pagano le tasse come tutti gli altri cittadini, ma non è «nello Stato» in maniera politico-istituzionale. Piuttosto è vero il contrario: lo Stato è cristiano in quanto è «nella chiesa», non «sopra la chiesa». Non c’è reciproca autonomia, politica da una parte e religiosa dall’altra; non c’è una diarchia effettiva dei poteri; non c’è riconoscimento, da parte della chiesa, del fatto che l’autorità del sovrano proviene direttamente da dio e non ha bisogno di una conferma politica o istituzionale da parte della chiesa.

Sia Ambrogio che Damaso avevano creato i presupposti teologico-politici di quella che 600 anni dopo sarebbe stata la teocrazia pontificia voluta dai papi Gregorio VII, Innocenzo III e Bonifacio VIII. La chiesa poneva le basi del proprio essere «Stato nello Stato», quindi in un contrasto aprioristico con l’autorità governativa ufficiale, la cui legittimità, che quella volta era anche ideologica e non solo politica, dipendeva in tutto e per tutto dal consenso del papato e quindi della chiesa in generale. D’altra parte Ambrogio lo dice chiaramente a Valentiniano: «Il buon imperatore cerca di aiutare la chiesa», cioè se è intelligente e non vuole andare incontro a spiacevoli conseguenze politiche, «non può rifiutarsi di farlo».

Ancora più categorica è la lettera che scrisse all’imperatore Teodosio nel maggio 390, con cui dà per scontato che Pietro venga considerato il «capo» degli apostoli e che il suo unico successore sia il pontefice di Roma, subito dopo il quale, per importanza gerarchica, non vengono affatto i vescovi di Antiochia, Gerusalemme e Costantinopoli, quella volta non meno importanti del papa (anche perché nessuno di loro era ariano), ma viene il vescovo Pietro d’Alessandria, con cui Damaso era in buoni rapporti.

Stando alla natura della pentarchia dell’ecumene cristiano era anzi la sede di Costantinopoli, imperiale per definizione, ad avere una certa supremazia morale sulle altre quattro. Lo stesso Teodosio, nel Concilio di Costantinopoli del 381, aveva attribuito al vescovo di questa città un primato d’onore (non giurisdizionale) su tutti gli altri vescovi: cosa che il papato non ammetterà mai, tant’è che lo stesso Ambrogio, agendo sotto pressione di Damaso, aveva convocato nello stesso anno un Concilio ad Aquileia per deplorare quelle che, secondo lui, erano state le «innovazioni» nel campo del diritto canonico, le quali avrebbero portato a una progressiva separazione fra la parte orientale e occidentale dell’impero cristiano. Infatti in un altro sinodo (questa volta a Roma nel 382) si afferma con forza la fede nel primato morale e giuridico della sede romana e quindi del papa, ribadendo che tale pretesa faceva leva sul fatto che nel Vangelo di Matteo Cristo aveva fatto di Pietro il «capo» degli apostoli.

Quando nell’autunno del 388 Teodosio si recò nella residenza occidentale e imperiale di Milano, dopo aver fatto fuori l’usurpatore Massimo, Ambrogio gli faceva visita ogni giorno per convincerlo a chiudere la sede imperiale di Costantinopoli, trasferendola in occidente.

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Autore: laicusblog

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