Le persecuzioni anticristiane nella storia di Roma

I

Generalmente, nel periodo imperiale, lo Stato romano era tollerante nei confronti di tutte le religioni, ma solo a due condizioni: 1. che si accettasse il culto dell’imperatore (no quindi al ribellismo); 2. che non si fosse esclusivi di altre religioni (no quindi al monotei­smo). Lo Stato infatti voleva poter influenzare anche attraverso le proprie divinità gli usi e i costumi dei popoli sottomessi, fino ad arri­vare a una certa omologazione culturale, giuridica, politica e persino religiosa (lo Zeus greco, p. es. s’identificò con Giove, il Baal cartagi­nese con Saturno, il Teutate dei Galli con Marte e così via). La stes­sa città di Roma doveva essere considerata nelle province come una divinità. Questo condizionamento, nelle province occidentali, ca­ratterizzate da religioni più primitive di quelle orientali, allo Stato ro­mano riusciva con relativa facilità.

Gli ebrei, così rigidamente monoteisti, erano l’eccezione che confermava la regola, ma solo perché la loro religione era poco sen­tita dal mondo pagano (era etnico-nazionalistica), inoltre perché non faceva proselitismo o, se lo faceva, non incontrava molti seguaci, specie fra il sesso maschile (si pensi all’ostacolo della circoncisione). Gli ebrei (come gruppo religioso) praticamente vivevano appartati dal mondo romano (erano gli unici a rifiutare i matrimoni misti). Loro stessi, d’altro canto, si sentivano «diversi» dagli altri (si pensi p. es. alle minuziose regole alimentari). Quando fu organizzato il culto im­periale, gli ebrei furono esentati da tale obbligo, ma poiché tale con­cessione comportava un aumento del peso finanziario per gli altri sudditi, essi vennero obbligati a contribuire all’erario con un sacrificio quotidiano, offerto al loro dio in nome del sovrano. Caligola cercherà di mettere in discussione questo modus vivendi, obbligando gli ebrei ad apostatare, ma Claudio lo ristabilirà.

E comunque gli ebrei erano spesso soggetti a ondate di an­tisemitismo, proprio perché i pagani guardavano con sospetto al loro spirito di gruppo, alla pretesa di avere speciali privilegi (si pensi p.es. al riposo festivo del sabato) e soprattutto al loro potere economico. Provvedimenti di espulsione contro i giudei (e i caldei) erano già stati presi nel 139 a.C. e proseguiranno per tutto il I secolo sino alla di­struzione di Gerusalemme nel 70 (conseguente al rifiuto di pagare il tributo a Cesare) e alla loro definitiva sconfitta in Palestina nella se­conda guerra del 132-135.

Il culto dell’imperatore cominciò ad essere tributato ad Augu­sto nelle province orientali. Egli in realtà l’aveva vietato almeno per tutto il periodo del mandato, cioè finché l’imperatore restava in cari­ca, benché proprio il titolo di augustus implicasse, in un certo senso, la sacralità del principe e quindi l’inevitabilità del culto della persona­lità. In occidente tale culto, almeno fino a Caligola, avverrà solo po­st-mortem, anche se Tiberio pretese la pena capitale per chiunque offendesse l’imperatore e ciò che lui rappresentava (crimen lesae maiestatis).

Caligola fu il primo che cercò d’imporre con la forza la pro­pria divinizzazione mentre era ancora in vita. Dopo la parentesi che va da Claudio a Tito, tale culto venne ripreso da Domiziano (81-96), che si fece chiamare dominus ac deus («signore e dio»). Il titolo di dominus implicava anche la proprietà imperiale delle terre pubbliche, del fisco e dei beni patrimoniali del principe. Con Domiziano la divi­nizzazione divenne una pietra di paragone della lealtà civile e del patriottismo. Lo storico Dione Cassio racconta nella sua Storia ro­mana, a proposito del processo a carico del console Flavio Clemen­te e di sua moglie Domitilla e di «molti altri» che sotto Domiziano avevano adottato costumi giudaici (ovvero cristiani), che il crimine in questione era quello di «ateismo», equivalente a quello di «lesa maestà».

Tra le vittime, Dione ricorda anche il console Acilio Glabrio­ne, il che fa pensare a una prima diffusione del cristianesimo, alla fine del I secolo, anche tra i ceti più elevati. La stessa Pomponia Graecina, matrona processata sotto Nerone per superstitio externa – di cui parla Tacito – non apparteneva certo a famiglia di modeste condizioni.

Probabilmente l’improvvisa persecuzione inaugurata alla fine del principato domizianeo (nella quale furono coinvolti anche i seguaci dello stoico Trasea Peto), nasceva dalla preoccupazione di veder affermarsi il cristianesimo nell’ambito della stessa famiglia im­periale. Persino il vescovo di Roma, Clemente I, era un parente del­l’imperatore: fu questa, probabilmente, la ragione che lo salvò.

Oltre a ciò non va dimenticata la decisione presa da Domi­ziano di estendere la tassa che i giudei circoncisi e praticanti paga­vano al tempio di Giove Capitolino (dopo il 70), per conservare il pri­vilegio della religio licita, anche a tutti i circoncisi non praticanti e persino agli incirconcisi che vivessero alla maniera giudaica, in una parola anche ai giudei apostati, ai pagani proseliti e ai cristiani. Diffi­cile dev’essere stata la situazione dei cristiani di origine ebraica, in­decisi se pagare (e quindi rischiare d’essere confusi coi giudei) o se dichiararsi non-ebrei mentendo (e quindi rischiare d’essere accusati di ateismo appunto in quanto «cristiani»). Probabilmente essi scel­sero la seconda strada e forse questo si può ricollegare alla perse­cuzione domizianea.

D’altra parte quanto più le contraddizioni del sistema schia­vistico si acuivano e si diffondevano per tutto l’impero, tanto più lo Stato aveva bisogno di coesione sociale. Non potendola ottenere in modo democratico, esso era costretto a usare l’autoritarismo. La reli­gione, inevitabilmente, veniva ad essere sempre più considerata un instrumentum regni.

Con Nerva (96-98) il Senato cercò di riprendersi i poteri che gli aveva sottratto Domiziano, ma le coorti pretorie, che uccisero – contro la volontà dell’imperatore – i mandanti dell’assassinio di Domi­ziano, glielo impedirono.

La storiografia cattolica ha sempre dato un buon giudizio del principato di Neva, soprattutto perché egli revocò le condanne per ateismo, richiamò in patria gli esuli cristiani, mise a morte i delatori domizianei. Tuttavia Nerva fu debolissimo nell’opporsi alla partecipa­zione militare nella direzione politica. Egli dovette persino subire l’u­miliazione di recarsi a ringraziare pubblicamente i pretoriani ammuti­nati, che avevano compiuto l’opera di vendetta. È vero, peraltro, ch’egli concesse l’esenzione della tassa a coloro che negavano d’es­sere giudei, ma riconfermò contro quest’ultimi il fiscalismo odioso di Domiziano. Nerva inoltre esiliò il vescovo di Roma, Clemente I, nel Chersoneso.

*

Come noto, la storiografia cattolica sostiene che lo Stato ro­mano, in fatto di religione, fosse più tollerante sotto l’impero che non sotto la repubblica, poiché qui si guardò sempre con sospetto all’ac­cettazione dei culti esotici orientali (vedi p. es. la questione dei riti or­fico-dionisiaci, vietati nel 186 a.C. dal Senatusconsultum de Baccha­nalibus, di cui parla Livio nelle sue Storie). Anche contro il culto di Iside vennero emanate delle ordinanze senatorie dal 59 al 48 a.C.: solo con Caligola la statua di Iside entrò in Campidoglio.

In realtà la tolleranza, tanto sotto la repubblica quanto sotto l’impero, fu sempre circoscritta entro le due suddette condizioni del lealismo politico e del pluralismo teistico. Il decreto del 186 a.C., che sciolse le associazioni segrete bacchiche – i cui affiliati provenivano soprattutto dai ceti marginali – partiva dalla costatazione che si stava turbando l’ordine pubblico. L’accusa d’immoralità era più che altro un pretesto.

La differenza nell’atteggiamento fideistico dei cittadini roma­ni stava semplicemente in questo, che sotto la repubblica si ripone­vano nella religione, generalmente, molte meno speranze di riscatto individuale e spirituale dalle alienazioni della vita sociale, rispetto a quanto invece si cominciò a fare in età imperiale, allorché l’accetta­zione dei culti misterico-orientali a sfondo messianico-soteriologico divenne prassi consueta.

La religione romana è sempre stata molto primitiva (antropo­morfica e animistica), formalista (perfezione del rito) e contrattualista (si venerava non la divinità ma – secondo il principio del do ut des – la sua funzione, in riferimento soprattutto all’attività agricola). Non c’era un vero rapporto personale tra credente e dio, ma una creden­za assai diffusa in tante superstizioni. Il più antico codice romano di leggi – le Dodici Tavole – era strettamente civile, a dimostrazione che il culto religioso non era qualcosa che incidesse granché sulla per­sonalità del credente.

Solo quando Roma venne a contatto con l’oriente (Egitto, Grecia, Mesopotamia…) ci si accorse della superiorità delle religioni mistiche, ascetiche, estatiche e perfino sensuali di quelle aree geo­grafiche e, siccome le contraddizioni sociali erano molto acute, ci si convinse ad accettarle. Paradossalmente il mondo romano si trovò ad essere tanto più religioso quanto più aumentava il suo potere po­litico-militare (religione come «oppio», non solo come strumento di potere).

Sotto la repubblica il Senato temeva che una religione diver­sa da quelle tradizionali potesse minacciare la stabilità dello Stato; sotto l’impero invece il princeps aveva la consapevolezza che tutte le religioni potessero essere un ottimo strumento proprio per garanti­re quella stabilità.

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Disposizioni penali extra-giudiziarie vennero prese sicura­mente a partire da Traiano (98-117), con il suo rescritto spedito a Plinio. La stessa lettera di Plinio, che parla di processi a carico dei cristiani, allude a una prassi giudiziaria allora consueta, seppur non formalizzata da speciali leggi persecutorie. La prassi era appunto quella della coercitio, usata non solo dall’imperatore, ma anche, a li­vello decentrato, dagli alti magistrati (prefetto, procuratore, procon­sole…), soprattutto in relazione ad accuse specifiche: ateismo (nei confronti delle divinità tradizionali e del genius dell’imperatore) e atti­vità sociale non autorizzata. Questo potere dava loro facoltà di pro­cedere per via sommaria, senza applicare le norme processuali con­suete contro i sudditi accusati di turbare l’ordine pubblico. Non era cosa rara che l’accusa si concludesse con la pena di morte, anche se il cittadino era romano e di un certo livello, come accadde ad Ignazio d’Antiochia (107-108) o all’ex-vescovo di Roma, Clemente I, che venne gettato nel mar Nero con un’àncora al collo, o al papa Alessandro I, martirizzato insieme a due sacerdoti e al prefetto di Roma, Ermete.

È vero che con l’imperatore e divi filius Adriano (117-138), che amava identificarsi, ancor più di Traiano, con Giove capitolino, vi fu maggiore tolleranza nei riguardi dei cristiani, ma solo incidental­mente, come riflesso di una tolleranza più generale a livello sociale. Sotto il suo principato infatti vi fu la necessità di non dissipare le ri­sorse di manodopera schiavistica, essendosi conclusa l’espansione militare dell’impero. Sicché s’impedì ai padroni di uccidere gli schiavi o di venderli per gli spettacoli gladiatorï. Adriano, che era il maggior latifondista dell’impero, emanò delle leggi riformiste a vantaggio de­gli schiavi e dei contadini, che porteranno praticamente all’istituzione del colonato.

Ma fu proprio lui che, con un decreto, vietò la circoncisione, la pubblica lettura della legge mosaica e l’osservanza del sabato. Fu lui che represse nel sangue la seconda guerra giudaica (132-135), ordinando che Gerusalemme fosse ribattezzata col nome di Elia Ca­pitolina e ricostruita come colonia romana. A quell’epoca i cristiani furono risparmiati dalle persecuzioni semplicemente perché l’atten­zione dell’impero era prevalentemente concentrata verso il Medio Oriente. Inoltre tutto il principato di Adriano fu caratterizzato dalla preoccupazione di difendere i confini in Inghilterra, dove egli fece co­struire la grande barriera del vallo, e quelli in oriente, dove, dopo aver rinunciato alle province conquistate da Traiano, adottò definiti­vamente una linea difensiva.

Quindi si può anche ritenere autentico il rescritto (124-6) ch’egli inviò al proconsole della provincia d’Asia, Minucio Fundano, nel quale per la prima volta si afferma che il cristiano, pur non esclu­dendosi che possa essere incriminato per la sua fede, doveva esse­re processato solo se l’accusatore dimostrava con prove concrete la trasgressione delle leggi (e la condanna doveva essere in rapporto al reato effettivamente commesso), altrimenti sarebbe stato il quere­lante a subire i rigori della legge. In pratica si vietavano i linciaggi e le denunce anonime, che si prestavano facilmente a calunnie e ven­dette private. Ma non si può assolutamente pensare che ai tempi di Adriano il problema cristiano avesse per l’amministrazione romana un’importanza così minore (rispetto a quella che aveva ai tempi di Traiano), da indurre i giuristi a distinguere fra la semplice adesione al cristianesimo (nomen christianum) – fino a quel momento sempre perseguita – e gli eventuali crimini (flagitia) ad essa connessi.

O il rescritto – riportato peraltro solo da Giustino nella sua Apologia e da Eusebio – va considerato come un omaggio che la chiesa fece a se stessa per dimostrare la giustezza della posizione legalistica assunta nei testi degli apologisti, oppure si deve pensare che esso sia stato voluto da Adriano solo per un motivo «tattico», contingente alla situazione critica del momento, soprattutto nella parte orientale dell’impero. È difficile credere che Adriano s’illudesse di poter risolvere l’espansione del cristianesimo con strumenti mera­mente giuridici, restando entro i limiti della legalità.

Il rescritto comunque non servì a risparmiare la vita, nel 135-6, del vescovo di Roma Telesforo, che lo stesso Eusebio, strana­mente, fa morire sotto Antonino Pio (138-161), e che la chiesa roma­na, ancor più stranamente, ha cancellato dal proprio Calendario uni­versale. Eusebio, come noto, è inattendibile per molte cose, tra cui sicuramente il rescritto dello stesso Antonino Pio, che proibiva ogni accusa di ateismo contro i cristiani. Proprio sotto Antonino muore il vescovo Policarpo di Smirne con altri undici cristiani. Nel Martyrium Polycarpi, che è la narrazione più antica di martirio che possediamo dai tempi delle persecuzioni, il vescovo viene ucciso semplicemente perché si rifiutava di dire «Signore imperatore» (Kyrios). Lo stesso Antonino vietò, sotto pena di castrazione, la circoncisione ai pagani che volessero abbracciare l’ebraismo.

Il problema delle fonti – qui si può aprire una parentesi – non è di secondaria importanza. In effetti, ci mancano quasi completa­mente i testi degli editti anticristiani imperiali: la raccolta compilata verso il 215 dal giureconsulto Domizio Ulpiano è andata perduta (lo dice Lattanzio). Gli accenni tramandatici da Eusebio nella sua Storia ecclesiastica spesso non hanno riscontri. La maggior parte delle no­tizie pervenuteci non sono che espressioni cristiane di autodifesa e di accusa contro lo Stato, e pertanto fortemente indiziate. La chiesa – come spesso succede quando, dopo secoli di opposizione, si giun­ge al potere – non solo ha distrutto molte opere contrarie alla propria ideologia e ai propri interessi politici, ma ha pure proceduto a profon­de manomissioni in altri testi che per la loro notorietà non poteva di­struggere (altro che conservazione dell’antichità ad opera degli ama­nuensi!).

II

Sotto i successori di Adriano, Antonino Pio (138-161) e Mar­co Aurelio (161-180), la situazione degli schiavi migliorò (ad es. il padrone era costretto a venderlo se lo sottoponeva a eccessivi mal­trattamenti, e il libero che uccideva uno schiavo di proprietà altrui ve­niva punito). Ma l’opposizione di principio al cristianesimo non dimi­nuì, anzi aumentò, traendo pretesto dalla diffusione delle idee estre­miste del montanismo. Marco Aurelio non fece mai nulla per impedi­re i pogrom pagani contro ebrei e cristiani, come quello di Lione nel 177, ove morì il vescovo, o quello di Pergamo o di Vienna in Gallia. A nulla valsero le quattro apologie che i cristiani inviarono all’impera­tore per sottolineare la loro netta distinzione dai montanisti.

Il suo rescritto del 176 non era espressamente diretto contro i cristiani, ma, minacciando di esilio i nobili e di morte i plebei che turbassero la pace introducendo nuovi culti, poteva facilmente esse­re adoperato contro di loro. Infatti sotto il suo regno (e quindi sotto la filosofia stoica) morirono molti vescovi e il filosofo apologista Giusti­no.

Paradossalmente quanto più l’ideologia pagana si umaniz­zava, sul piano teorico, tanto più perseguitava sul piano pratico quel­la cristiana, vista sempre più come una temibile concorrente. Gli stoici infatti, in campo religioso, tentarono di costruire una specie di monoteismo sincretistico: il loro dio-logos subordinava a sé, trasfor­mandole in simboli, tutte le divinità tradizionali, imperniate su forme esteriori di culto, che comunque venivano considerate valide per il popolo, non certo per il filosofo.

Con suo figlio Commodo (180-192), fervente cultore di Mitra, ufficialmente designato come «figlio di Giove», i cristiani poterono beneficiare dell’appoggio della concubina Marcia, la quale intercesse per liberare quelli che languivano nelle miniere di piombo della Sar­degna. Tuttavia, fra le persone che congiurarono per uccidere Com­modo vi fu la stessa Marcia.

In quel periodo, inoltre, si poterono tenere in parecchie pro­vince dei sinodi per discutere sulla data in cui festeggiare la Pasqua. La chiesa greca, che già da tempo la celebrava, s’era conformata al computo ebraico del 14 Nisan; la chiesa romana invece, per diffe­renziarsi dalla tradizione ebraica, aveva prescritto che la si celebras­se nella domenica seguente al plenilunio di marzo. Proprio in occa­sione di quella controversia, il vescovo di Roma, Vittore (forse il vero primo «papa», eletto nel 193), minacciò per la prima volta di scomu­nica coloro che fossero stati in disaccordo con lui. Gli si oppose però il vescovo di Lione, Ireneo, che rivendicò l’autonomia delle chiese locali. Tuttavia, al concilio di Nicea (325) i cristiani d’oriente, per non creare inutili spaccature, decideranno di accettare la proposta dei «romani» e degli «alessandrini».

A parte questo, le esecuzioni continuarono: di rilievo quelle del senatore Apollonio e di sei cristiani della cittadina africana di Scilli, nel 180, i quali inutilmente dichiararono al proconsole di paga­re l’imposta, di riconoscere l’autorità statale e di obbedire alle leggi.

La «personificazione del sole», l’iniziatore della dinastia «si­riaca», in quanto aveva sposato la discendente di una famiglia di re-sacerdoti del dio El Gabal in Emesa, Settimio Severo (193-211), che si fece chiamare espressamente dominus, pretendendo un potere assoluto su tutte le attività di produzione e di scambio, proibì, con un decreto che aveva sicuramente valore universale, il proselitismo e quindi le conversioni, colpendo i catecumeni e i neo-battezzati. Ciò che più lo spaventava era la renitenza alla leva di molti cristiani. Con i suoi decreti l’attività della chiesa cominciò ad essere controllata da vicino, quotidianamente. Qualunque lavoro missionario veniva impe­dito dalla polizia. Anch’egli vietò il passaggio formale al giudaismo, previa circoncisione. Forti persecuzioni avvennero in Egitto e nella provincia d’Africa. Nulla invece accadde a Roma.

Con i suoi successori, a partire da Caracalla (211-217), che concederà, per motivi di introiti fiscali, il diritto di cittadinanza a tutti i sudditi liberi dell’impero (constitutio antoniniana), i culti misterico-o­rientali ottengono piena legalizzazione in occidente. Si forma così la concezione statale-sincretista delle religioni: tutte, essendo sostan­zialmente uguali, hanno diritto alla cittadinanza, benché Caracalla aspiri a farle convergere verso il culto del sole (Sol invictus Mithras), il quale, unito sempre a quello dell’imperatore, verrà ripreso da Aure­liano (270-275), divenendo per un certo tempo una sorta di religione di stato.

La suddetta Constitutio (212) sarà considerata, più tardi, da Agostino d’Ippona favorevolmente, poiché, col passare del tempo, insieme alla cittadinanza, era stato esteso anche il diritto di parteci­pare alle distribuzioni di generi alimentari e di altri beni economici, ri­servati un tempo alla sola popolazione cittadina dell’Urbe. Tuttavia, ai tempi di Caracalla, tale editto implicava anche il dovere, da parte dei cittadini dell’impero, di onorare gli dèi di Roma.

Ad Alessandria, in questo periodo, sorge il neoplatonismo, filosofia che cercherà di affermare una sorta di monoteismo cristiano dal punto di vista del platonismo, in chiave puramente metafisica. A Roma invece la comunità cristiana comincerà a servirsi di catacom­be per seppellire i propri morti, non tanto per ragioni di sicurezza – come spesso si è creduto – (le agàpi e tutte le altre riunioni catacom­bali non potevano essere un mistero per nessuno), quanto perché, essendo le comunità prive di riconoscimento legale come enti di cul­to, nessuno poteva contestare la legittimità di tali riunioni se fatte in un’area cimiteriale, dai membri di un collegium funeraticium. Sarà appunto attorno al nucleo cimiteriale che la chiesa organizzerà la propria struttura assistenziale.

Con Elagabalo (218-222) lo Stato fa un tentativo alquanto originale di sostituire il cristianesimo, ma fallirà miseramente. Poiché si era diffusa notevolmente tra le masse la religione mitriaca, che col suo culto nell’aldilà, nella resurrezione generale alla fine dei tempi, nel dualismo di spirito e materia ecc., sembrava non solo rispondere all’ansia di salvezza dei ceti popolari, ma anche costituire una valida alternativa al cristianesimo, in quanto affermava un assoluto leali­smo verso il principato e ossequio a tutte le leggi in cui vi era rappor­to fra principato e condizione religiosa, l’imperatore Elagabalo volle imporre come fondamento della società imperiale a Roma questo culto solare.

Senonché – forse per presunzione o per ingenuità – egli scel­se come forma attuativa del nuovo culto ufficiale e universale, quel­la, locale, del culto della meteorite nera considerata il Baal El Gabal di Emesa in Siria, rendendosi altresì disponibile ad accogliere nel tempio del Sole, da lui eretto sul Palatino, il culto di Cristo. Questa fu appunto una delle ragioni, certo non l’unica, che indusse senatori e pretoriani a volere la sua tragica fine. Sotto il suo regno fu comun­que martirizzato papa Callisto I e, sotto Alessandro Severo, succes­sore di Elagabalo, papa Urbano I.

Massimino Trace (235-238), il primo «barbaro» sul trono dei Cesari, pretese atti ufficiali di giuramento alla sua fortuna (altra divi­nità, al pari del genius, preposta a guidare il destino del principe) e sacrifici obbligatori alla divinità del Sole Invitto, che, attraverso il cul­to mitriaco, era molto cara soprattutto agli ambienti militari. Il gover­no si stava lentamente trasformando in una monarchia teocratica.

Massimino si limitò a perseguitare l’alto clero e non per mol­to tempo. In effetti, dalla morte di Marco Aurelio lo Stato romano sembrava voler offrire ai cristiani la speranza di una relativa coesi­stenza pacifica, per quanto sotto il suo principato fossero stati marti­rizzati i papi Ponziano e Antero. La chiesa peraltro si stava progres­sivamente mondanizzando: non solo perché era sempre più presen­te tra gli ambienti nobiliari e i funzionari statali, ma anche perché ac­quisiva sempre maggiori proprietà immobiliari, al punto che in una causa a proposito di una proprietà appartenente a una comunità cristiana di Roma, contestata dal collegium professionale degli osti, il magistrato diede ragione alla comunità, provando, in tal modo, che il diritto di tali comunità a possedere beni immobili era riconosciuto di fatto, pur se non ancora di diritto.

Addirittura con Filippo l’Arabo (245-49), considerato da Giro­lamo il primo imperatore cristiano, in Africa qualche vescovo poté cumulare le sue funzioni pastorali con quelle di procuratore imperia­le. Questo benché nel 249, ad Alessandria, l’imperatore permise alla folla pagana di linciare alcuni cristiani, saccheggiandone le proprie­tà.

L’inizio delle repressioni di massa, estese a tutto l’impero, avvenne col principato di Decio (249-251), il quale fu costretto a tale decisione perché lo sviluppo delle proprietà ecclesiastiche poneva la chiesa in contrasto con la tendenza governativa all’accentramento economico e patrimoniale nelle mani del principe. La sua persecu­zione infatti avrà come obiettivo fondamentale non tanto quello di af­fermare gli elementi teocratici della legittimità del suo principato, quanto quello di procedere al sequestro di tutti i beni ecclesiastici, il cui possesso peraltro poteva facilmente essere considerato illegale, in quanto la chiesa non aveva ancora personalità giuridica. In effetti, verso il 250 il vescovo di Roma appariva già come un praefectus ur­bis e Decio affermava di temerlo più di un rivale nell’impero. Lo stes­so vescovo di Cartagine, Cipriano, spesso sosteneva che ogni ve­scovo, non solo quello di Roma, siede sulla cathedra Petri.

A tale scopo Decio ordinò di partecipare ai sacrifici indetti in tutto l’impero per implorare la protezione degli dèi. Per poterlo dimo­strare il cittadino doveva presentarsi davanti a una commissione di cinque membri e offrire un sacrificio agli dèi: in cambio avrebbe rice­vuto un certificato o libellus. In caso contrario vi sarebbero stati il carcere, la confisca dei beni, l’esilio, i lavori forzati, la tortura ed eventualmente la pena di morte. I martiri furono moltissimi in Africa (a Roma papa Fabiano), ma si verificarono anche abusi da parte di chi si procurava il certificato con la corruzione o l’aiuto d’intermediari, nonché defezioni di massa ad Alessandria, Cartagine, Smirne, Roma, ecc. Furono presi di mira soprattutto i vescovi (Antiochia, Ge­rusalemme…) e molti cristiani apostatarono (lapsi). La chiesa fu col­ta alla sprovvista.

Le misure ostili di Decio furono mantenute da Valeriano (253-260), ma indirizzate soprattutto contro i capi delle comunità: il clero, le assemblee delle comunità, i giudici e i senatori cristiani. (Sotto Decio morì martire Fulvio P. Emiliano, già due volte console). Valeriano, approfittando delle pesanti sconfitte militari subìte contro i Persiani, i Franchi e gli Alemanni, obbligò il clero, con l’editto del 257, a riconoscere le divinità pagane, permettendogli di praticare la fede cristiana solo in privato, mentre con l’editto del 258 ordinò a tutti i cristiani, chierici e laici, di abiurare, pena la confisca dei beni e la decapitazione. Inoltre radiò dagli albi del senato e dell’ordine eque­stre tutti gli elementi dichiaratamente cristiani. Da ricordare la morte di papa Sisto II a Roma e dei vescovi Cipriano a Cartagine e Frut­tuoso in Spagna. Quella volta i lapsi furono pochissimi.

Gallieno (260-268) invece abrogò gli editti di persecuzione del padre, che si era consegnato ai Persiani, dopo numerose scon­fitte, per timore che i propri soldati lo uccidessero, e restituì ai cristia­ni – stando ad Eusebio – gli edifici sequestrati e i cimiteri. Addirittura con Aureliano (270-275) si verificò un importante precedente per i futuri rapporti di Stato e chiesa. La comunità d’Antiochia s’era appel­lata all’imperatore affinché il vescovo, Paolo di Samosata, che, accu­sato d’eresia, si rifiutava di cedere il posto al nuovo eletto, fosse ri­mosso d’autorità. La richiesta fu accolta.

Tuttavia, proprio Aureliano, mettendo in atto la riforma teo­cratica iniziata da Elagabalo, affermò che il suo potere derivava di­rettamente dal Sol Invictus, non dal senato né dall’esercito. E per questa ragione riprese le persecuzioni anticristiane, benché da tem­po la popolazione pagana non fosse più disposta, come in prece­denza, a parteciparvi.

L’ultima, la più grande persecuzione, venne sferrata da Dio­cleziano (284-305) e Galerio (293-311), col proposito – come si leg­ge nell’editto di tolleranza di Galerio – di «riformare tutto secondo le antiche leggi e l’ordinamento dei romani e provvedere che anche i cristiani, che avevano abbandonato la religione dei loro padri, tor­nassero a nutrire buone intenzioni…». I cristiani vengono qui accu­sati di «grande ostinazione» e di «grande follia», di darsi «proprie leggi» e di attirare moltissimi seguaci.

Sia Diocleziano, che ritenuto vero «uomo-dio» si paragona­va a Giove, sia Galerio che s’identificava con Ercole, figlio di Giove, erano oggetto di adoratio: ogni persona ammessa a vedere l’impera­tore era tenuta a prostrarsi. Il cerimoniale di corte si tramutava in un rituale di derivazione persiana. L’imperatore non era più un semplice «principe», ma diventava un «signore» (dominus). Probabilmente sia Diocleziano che Galerio erano giunti alla convinzione che per te­nere unito l’impero occorresse dare un’assoluta sacralizzazione al­l’accentramento totale dei poteri, tanto più che il cristianesimo, lenta­mente ma inesorabilmente, si stava impadronendo dello Stato. Non a caso Diocleziano, pochi anni prima dell’ascesa al potere di Costantino, dichiarerà che il dio Mitra andava considerato come protettore dell’Impero.

Ideologia portante dell’impero era il neoplatonismo, che rac­coglieva le suggestioni di un diffuso misticismo per ricondurle a un rigoroso itinerario filosofico, ove le più diverse divinità, interpretate simbolicamente, apparivano come semplici e progressive manifesta­zioni di un principio uno e trino (Uno, Intelletto e Anima) da cui tutto emana.

Ideologo ufficiale era Porfirio, discepolo di Plotino, che diri­geva a Nicomedia una specie di ufficio di propaganda anticristiana. Egli scrisse 15 libri contro i cristiani intorno al 270-75, successiva­mente andati perduti, in esecuzione di un ordine tassativo dell’impe­ratore cristiano Teodosio II del 488 di darli alle fiamme.

Le «prove generali», con tanto di «roghi», vennero fatte, nel 297, a carico degli estremisti manichei, che, pur provenendo dalla lontana Persia, si stavano velocemente diffondendo negli ambienti romani. L’anno dopo veniva epurato l’esercito. Significativo il fatto che da almeno un quindicennio il servizio militare dei cristiani veniva considerato «naturale» dalla chiesa, in quanto nessun rito pagano veniva imposto a questa categoria di militari.

Contro i cristiani si promulgarono ben quattro editti (303-304), coi quali s’imposero la distruzione o l’abbandono degli edifici ecclesiastici, la consegna dei libri sacri, il divieto di tutte le riunioni di culto, l’obbligo dell’abiura per il clero, la destituzione dalle cariche pubbliche per i laici. S’interdiceva ai cristiani di portare cause in tri­bunale o comunque si permetteva l’uso della tortura nelle inchieste giudiziarie contro di loro. Si minacciavano i liberti imperiali di ridurli in schiavitù se fossero rimasti cristiani. Nell’ultimo decreto s’impose a tutti i cristiani di sacrificare, altrimenti sarebbero stati privati dei diritti civili, incarcerati, torturati e finanche giustiziati.

In oriente in effetti fu una strage (fino al 311), soprattutto in Siria, Palestina ed Egitto. A Nicomedia (ove Diocleziano aveva tra­sferito la sede imperiale) vi furono molti martiri: anche qui – come nella Roma neroniana – la causa degli incendi scoppiati nella resi­denza imperiale fu attribuita ai cristiani. Lattanzio racconta che l’au­tore fu lo stesso Galerio, per indurre Diocleziano a una più energica persecuzione (i suoi primi 18 anni di regno, infatti, era stati caratte­rizzati da una certa tolleranza).

Subirono il martirio il vescovo di Nicomedia, numerosi mem­bri del clero, i papi Caio e Marcellino e funzionari di corte. I papi Marcello I ed Eusebio morirono in esilio. In occidente vennero so­prattutto distrutte le chiese, mentre la repressione (fino al 305) – gra­zie (si fa per dire) alla tolleranza di Costanzo Cloro, che aveva la prefettura della Gallia – si limitò a colpire i ceti medio-bassi della po­polazione.

Tuttavia la persecuzione venne condotta con poca convin­zione: la popolazione pagana non vi partecipò attivamente e le auto­rità locali, al massimo, si limitarono a fare il loro dovere. Diocleziano, già nel 305, si era ritirato a vita privata e, per suo ordine, anche il collega Massimiano. È vero che dopo queste due abdicazioni le per­secuzioni, soprattutto in oriente, si fecero più intense, ma alla fine lo stesso Galerio, sul letto di morte, fu indotto a emanare un editto di tolleranza (Sardica, 311) – riportato da Lattanzio nel suo De mortibus persecutorum – col quale si riconosceva il cristianesimo, sia pure con una clausola restrittiva: «purché nulla facciano contro l’ordine pubblico» e invochino nelle preghiere al loro dio il bene dell’impera­tore e dello Stato. Per la prima volta la fede cristiana veniva equipa­rata agli altri culti, e si dava così una base giuridica reale all’idea di tolleranza. L’editto fu sottoscritto da Costantino, Licinio e Massimino Daia.

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Autore: laicusblog

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