Le persecuzioni anticristiane nelle fonti storiche più antiche

L’epistola di Plinio il Giovane

Uno dei documenti più antichi, giuntoci probabilmente senza le solite interpolazioni di copisti cristiani, che ci aiuta a capire in qua­le clima, ideologico e politico, avvenivano le persecuzioni a carico dei cristiani, sotto l’impero romano, è la celebre Epistola (X,96) di Plinio il Giovane (61/62-114 d.C.), scritta verso il 112 d.C. all’impera­tore Traiano, che aveva inviato Plinio come legatus pro praetore nel­la provincia di Bitinia e Ponto (Asia Minore) tra il 111 e il 113, allo scopo di reprimere le «eterie», cioè le associazioni segrete, che tur­bavano l’ordine pubblico.

Nella lettera Plinio dimostra come le autorità romane cono­scessero sia il nome di Christus che quello di christianus. Egli di­chiara di aver dovuto prendere delle misure a carico dei cristiani per­ché non rispettavano l’ordinanza imperiale contro la libertà di asso­ciazione. E descrive il modo in cui aveva proceduto.

Sulla base di liste anonime egli aveva fatto arrestare diversi cristiani. Le accuse non vengono riportate, ma si possono facilmente immaginare. Generalmente esse venivano fatte o da giudei ortodos­si o da pagani i cui redditi erano legati alla religione politeistica (pro­babilmente allevatori di bestiame e venditori di offerte per i templi. Vedi anche il tumulto di Efeso contro Paolo in At 19,23 ss.).

Minucio Felice, avvocato di famiglia pagana convertitosi al cristianesimo, elenca molti flagitia nel suo Octavius: venerano la te­sta d’asino (allusione al simbolo messianico dell’asino del Cristo nel­l’ingresso a Gerusalemme), praticano l’infanticidio e l’antropofagia (allusione alla trasformazione del pane e del vino nell’eucarestia), sono incestuosi (allusione allo scambio del bacio di pace tra fedeli che si consideravano fratelli e sorelle, sempre nell’eucarestia e nelle agàpi), rifiutano l’uso della cremazione, sono sostanzialmente atei: sia perché credono in un «Dio unico, solitario, avvilito… che non rie­scono né a mostrare né a vedere», sia perché «non hanno altari, né templi, né simulacri conosciuti».

Dal complesso delle fonti pagane le due principali accuse che si rivolgevano ai cristiani erano le seguenti: 1. ateismo nei con­fronti della religione dominante e slealtà nei confronti dell’imperatore, al quale non riconoscevano il culto divino. Lo storico Dione Cassio afferma che sotto Domiziano molti romani che avevano adottato i costumi giudaici (leggi: cristiani) furono condannati «per ateismo» (Storia romana 67,14); 2. disinteresse per la vita politica e quindi inaffidabilità del cristiano in quanto «cittadino», suo scarso «patriottismo». Ippolito (cfr La tradizione apostolica) e Tertulliano (cfr La corona dei militari) sostenevano che il cristiano non doveva uccidere nessuno in guerra, né doveva prestare giuramento, né portare gli stendardi imperiali, e neppure doveva arruolarsi volontariamente nell’esercito. Persino il magistrato supremo di una città (che aveva potere di vita e di morte) doveva dimettersi se cristiano.

Per cercare di verificare la fondatezza delle accuse, Plinio interpellò gli imputati e sottopose a tortura due diaconesse per aver la conferma delle dichiarazioni rilasciategli, ed anche per sincerarsi che i cristiani avessero effettivamente smesso di riunirsi nelle agàpi, dopo che egli aveva emanato l’editto che vietava le fazioni, seguen­do appunto gli ordini di Traiano.

Sulla base delle confessioni spontanee e di quelle estorte con la forza egli aveva ottenuto di sapere: 1. che i cristiani celebra­vano l’agàpe il sabato sera e l’eucarestia la domenica mattina, ove consumavano «cibo ordinario e innocente» (e non carne di bambini uccisi); 2. essi cantavano inni a Cristo quasi deo, cioè considerando­lo come una divinità (non erano quindi «atei» in senso assoluto); 3. s’impegnavano col giuramento del battesimo a non rubare, non usa­re violenza, non commettere adulterio, non tradire la parola data, non rifiutare un prestito quando richiesto (cadevano le accuse di im­moralità e di qualunquismo).

Plinio si era limitato a chiedere l’abiura sulla base di tre con­dizioni, soddisfatte le quali lasciava in libertà gli inquisiti: 1. invoca­zione degli dèi pagani, secondo una formula da lui stesso suggerita; 2. sacrificio con incenso e vino al genius di Traiano (la cui statua era stata posta da Plinio insieme ai simulacri degli altri dèi), 3. maledire il Cristo. Plinio sapeva che queste cose un «vero cristiano» non le avrebbe mai fatte. Se non otteneva l’abiura procedeva con l’esecu­zione, a meno che i colpevoli non fossero cittadini romani, nel qual caso li inviava a Roma. (Le fonti dell’epoca, tuttavia, non riportano nomi di cristiani che in Bitinia siano stati martirizzati, né si conosce la sorte di quelli inviati a Roma per il processo).

Plinio fa capire a Traiano che per i reati confessati non ci sa­rebbero stati gli estremi di una condanna a morte. Alcuni imputati avevano affermato di non essere mai stati cristiani o di non esserlo da vari anni (anche venti! cioè dai tempi della persecuzione di Domi­ziano) ed erano disposti a venerare gli dèi. Conclusione? I cristiani – fa capire Plinio – meritano più disprezzo che incriminazione, semplicemente perché credono in una «perversa e smodata superstizione» (qui Plinio ripete un cliché interpretativo dell’epoca, che si ritrova anche in Tacito, Svetonio ecc.).

Egli aveva deciso di sospendere le inchieste e di scrivere a Traiano per avere un consiglio su come comportarsi. Naturalmente, sapendo di essere stato inviato per reprimere le società segrete, non poteva sostenere che i cristiani meritassero di vivere anche quando negavano la divinità dell’imperatore e la religione tradizionale. Però egli si rendeva conto che se avesse dovuto uccidere, in quella pro­vincia, tutti i cristiani solo per un reato del genere, i processi non sa­rebbero finiti mai, essendo il «contagio» della «malefica superstizio­ne» molto diffuso. In tal senso egli si rendeva conto che il cristianesi­mo rischiava di diventare più pericoloso dell’ebraismo.

Il fatto che nella lettera egli si dolga di non aver mai assistito di persona a un processo contro i cristiani, non deve assolutamente far pensare che Traiano avesse inviato in Bitinia un governatore che non sapesse come regolarsi sul piano giudiziario. Plinio in realtà sa­peva bene di avere «carta bianca» riguardo alla repressione delle «eterie» (era la prassi della coercitio che nei casi di disturbo della quiete pubblica glielo permetteva). Certo i processi in Italia (a Roma) contro i cristiani non erano stati numerosi nel corso del I sec., ma Plinio, proprio con la sua lettera, dimostra che agli inizi del II sec. ba­stava dirsi «cristiano» per essere ucciso senza un vero processo, trattandosi di un «reato di opinione» che portava molto facilmente alla morte.

Egli quindi scrisse a Traiano dopo aver costatato come una legge, che doveva rispondere alle esigenze di una società ufficial­mente pagana, fosse assai poco utile in una società che stava di­ventando sempre più cristiana. Ciò che più lo meravigliava infatti era che i cristiani vivessero ovunque: nelle città, nei villaggi, nelle cam­pagne, appartenessero ad ogni ceto sociale, fossero di diverse età, di entrambi i sessi e che sostanzialmente non avessero nulla a che fare con le comunità ebraiche. Questa estrema varietà di casi (plu­res species) lo aveva, per così dire, messo in difficoltà.

L’ordinanza di Traiano avrebbe potuto funzionare se la su­perstitio non fosse stata molto diffusa. Plinio addirittura sembra far capire che il culto ufficiale del paganesimo era entrato in crisi ben prima che si diffondesse il cristianesimo e che quindi quest’ultimo andava considerato come uno degli effetti e non come la causa di quella crisi. (Resta tuttavia singolare che già agli inizi del II secolo i templi pagani della Bitinia fossero spopolati. Ciò peraltro stride col fatto che Plinio si fosse accorto della presenza dei cristiani solo attraverso una denuncia anonima).

In sostanza Plinio da un lato conferma l’opinione delle auto­rità statali secondo cui i cristiani dovrebbero essere condannati per motivi morali e politici, in quanto atei (nel senso del monoteismo as­soluto e dell’estraneità al culto imperiale) e apolitici (perché seguaci del regime di separazione tra Stato e chiesa e appartenenti a colle­gia illegali), dall’altro però ritiene che sul piano giudiziario sia difficile trovare dei capi d’accusa convincenti, per cui se non vi sono motiva­zioni particolarmente gravi – fa capire, con molta circospezione, a Traiano – è meglio non perseguitare il cristiano in quanto «cristiano».

La proposta ch’egli fa è la seguente: si dia ai cristiani la pos­sibilità di ravvedersi, senza usare subito dei metodi drastici quando non si pentono, altrimenti le sentenze sortiranno l’effetto contrario.

Plinio anzi vuole dimostrare che con la persuasione ragiona­ta ha già ottenuto la riapertura dei templi e la ripresa delle cerimonie rituali di un tempo, a testimonianza che i cristiani, tutto sommato, sono più malleabili degli ebrei. Naturalmente egli si vanta di questo successo perché spera di ottenere più facilmente da Traiano una ri­sposta positiva.

Il rescritto di Traiano

La risposta dell’imperatore, sebbene indirizzata al governa­tore di una provincia, aveva validità per tutto l’impero, ed essa pro­babilmente fece testo per molti anni. Quindi il suo valore è conside­revole. Fu una delle fonti, peraltro, che ispirarono l’Apologetico di Tertulliano, scritto nel 197.

Traiano afferma subito che, non essendoci ancora una legi­slazione anticristiana dello Stato, non si può stabilire una «norma universale» dal punto di vista giuridico. Il che, in altre parole, stava a significare che si doveva seguire la prassi della coercitio, quella che permetteva all’autorità locale (prefetto, procuratore ecc.) di poter am­ministrare la giustizia arbitrio suo, solo quando era in causa l’ordine pubblico, genericamente inteso, salvo riferire direttamente all’impe­ratore le ragioni del proprio operato.

Traiano afferma che i cristiani non devono essere ricercati in quanto «cristiani» (cioè lo Stato non deve dare l’impressione di es­sere un «persecutore», di voler creare per forza dei martiri). I cristia­ni vanno puniti solo se denunciati e quando, al cospetto di forti malu­mori sociali, sono ostinati a credere nella loro religione, senza tener conto del dovere di garantire la pace sociale e l’ordine pubblico. L’essere cristiano di per sé è un reato, ma il reato diventa tale se c’è un accusatore. Il cristianesimo – come si può notare – viene tollerato solo fino al punto in cui la società pagana non interviene chiedendo di reprimerlo.

Per scagionare il cristiano è sufficiente che veneri degli dèi pagani. Non occorrono torture, né ch’egli sacrifichi all’imperatore (Traiano non lo dice esplicitamente, ma è probabile che lo dia per scontato. È vero ch’egli si considerava anzitutto un generale, ma non disdegnava chi lo paragonava a Giove. Lo stesso Plinio si rivol­ge a lui col titolo di dominus). In pratica il cristiano può restare cri­stiano se pubblicamente dimostra d’essere «pagano» come gli altri. Traiano qui sembra non rendersi conto che i cristiani irriducibili era­no la «regola» e non l’eccezione, soprattutto in oriente.

All’inizio del II secolo lo Stato romano, che aveva già sferra­to nel 70 un durissimo colpo alla superstitio più ostinata – quella ebraica -, nutriva sentimenti di forte ottimismo anche nei confronti di quella cristiana. Era cioè convinto che il giorno in cui avesse vera­mente cominciato a scatenare delle persecuzioni su vasta scala, avrebbe avuto ragione di ogni resistenza.

Le denunce anonime vanno assolutamente rifiutate – dice Traiano -, perché si può rischiare di condannare qualcuno ingiusta­mente. Questa è l’unica critica che l’imperatore rivolge a Plinio, il quale evidentemente sapeva che nei processi a carico dei cristiani il giudice poteva procedere anche in presenza di denunce anonime.

Per Traiano la religione è al servizio dello Stato: chi la rifiuta viene considerato sleale, inaffidabile dal punto di vista anche politi­co. Non è neanche il caso di parlare di libertà di culto o di obiezione di coscienza.

Traiano era avverso ai processi di lesa maestà causati dal ri­fiuto del culto imperiale, ma era anche profondamente conservatore: i cristiani andavano appunto perseguitati in quanto minacciavano la stabilità dello status quo. Aveva un bel dire Tertulliano a considerare la sentenza di Traiano necessitate confusam: dal punto di vista poli­tico-imperiale essa era perfettamente logica e coerente.

I cristiani non potevano rientrare in un normale codice pena­le, in quanto andavano perseguitati per motivi politico-religiosi. Non potevano essere puniti per delitti comuni, poiché le autorità ormai sapevano bene che le denunce erano false (di qui il divieto di accet­tare quelle anonime), né sulla base di una legge speciale, che ai tempi di Adriano – essendo molto forte la pressione popolare contro giudei e cristiani – non era ancora ritenuta necessaria. Per il resto egli non poteva avere difficoltà ad accettare la proposta di Plinio: fat­ti salvi determinati princìpi ideologici, l’umanitarismo, nella gestione del potere politico, non costituiva certo un problema.

Due notizie di Svetonio

Svetonio (70/75-140 d.C.), in Vite dei dodici Cesari (circa 120 d.C.), afferma che l’imperatore Claudio (41-54) «cacciò i giudei da Roma perché si sollevavano continuamente su istigazione di un certo Cresto (impulsore Chresto)» (Vita di Claudio, 25,4). Si era nel periodo tra il 49 e il 51 d.C. Gli Atti degli apostoli (18,2) confermano l’editto di Claudio: un ebreo, Aquila, costruttore di tende, e sua mo­glie Priscilla furono cacciati da Roma e andarono a Corinto. Partigia­ni del messia-Gesù, diedero ospitalità a Paolo.

Misure anti-giudaiche analoghe erano già state prese da Ti­berio nel 19 e nel 30-31, ma ovviamente non sotto l’impulso di «Chresto». Lo stesso Claudio, nel 41, pur difendendo gli ebrei dai pogrom dei cittadini pagani, si era opposto a una loro eccessiva dif­fusione ad Alessandria d’Egitto.

A Roma le discordie dovevano essere sulla natura messiani­ca di Gesù, tra i giudei ortodossi che la negavano e i giudeo-cristiani che invece l’affermavano. Nell’espulsione furono coinvolti entrambi i partiti, poiché, sotto questo aspetto, né le popolazioni pagane né le autorità romane facevano particolari distinzioni nel I secolo.

Il nome di Cristo (Christos) poteva essere confuso da Sveto­nio con quello di Chresto (Chrestos), perché la pronuncia di entram­bi i nomi era uguale e la grafia interscambiabile nella koiné, cioè il greco universale parlato in tutto l’impero. Questo benché nella lette­ra di Plinio il Giovane a Traiano la dicitura sia esatta. (At 11,26 so­stiene che il nome «cristiano» ebbe origine in Antiochia).

La critica ateistica ha creduto di ravvisare in questo «Chre­sto» un personaggio reale, diverso dal Cristo, per cui il passo di Svetonio non servirebbe affatto a dimostrare l’esistenza di Gesù. In effetti, tale nome era comunissimo tra gli schiavi e i liberti, o comun­que tra gli immigrati asiatici. Si trova citato almeno 80 volte nelle iscrizioni latine di Roma.

Assolutamente da escludere è che il termine «cristiani» sia stato coniato dalle stesse autorità romane – come vuole Tertulliano – nella discussione del Senato seguita alla proposta dell’imperatore Ti­berio di legalizzare il cristianesimo (cfr Apologetico, V,2). Quel dibat­tito – nel 35! – non c’è mai stato.

Né ha senso pensare che il nome di Cristo sia stato modifi­cato da un copista cristiano per togliere il sospetto che i cristiani fos­sero coinvolti in quei tumulti. Oppure che i cristiani usassero il nome di «Chresto» per non essere riconosciuti come tali e sfuggire quindi alle persecuzioni.

Come che sia, resta senza dubbio curioso un errore del ge­nere da parte di uno storico amico di Plinio il Giovane, filologo e av­vocato, uno dei collaboratori più stretti di Traiano, capo dell’ufficio-studi sotto Adriano, prefetto delle biblioteche e perfetto conoscitore del greco.

Lo storico Dione Cassio afferma che gli ebrei a Roma erano così numerosi che non si poteva cacciarli senza provocare tumulti, sicché Claudio si limitò a proibire le loro riunioni (Storia romana 59,6). Ma difficilmente le popolazioni pagane prendevano le difese degli ebrei quando questi venivano perseguitati o esiliati o espulsi definitivamente. È però vero che l’editto di Claudio ebbe scarsi risul­tati, anche perché, nel complesso, la sua politica nei confronti dei giudei fu tollerante. I Druidi celtici o gli astrologi orientali subirono, in questo periodo, ben altra sorte.

*

In Vita di Nerone Svetonio afferma che (nel 64 d.C.) «furono inviati al supplizio i cristiani, razza di uomini dediti a una nuova e malefica superstizione» (16,3). Questo brano può essere stato de­sunto da Tacito, che aveva parlato della persecuzione neroniana, anche se Svetonio non la collega all’incendio della città di Roma. Superstitio qui viene intesa in senso spregiativo di fanatismo, fidei­smo ecc. Il termine tecnico per indicare i provvedimenti repressivi è coercitia.

Benché Svetonio usi il termine christiani, si deve supporre che al supplizio fossero inviati gli ebrei in senso lato, cristiani (cioè «ebrei eretici») e ortodossi. I cristiani venivano generalmente coin­volti nelle accuse che il mondo romano rivolgeva agli ebrei. La stes­sa tradizione cristiana non è in grado di ricordare alcun nome di martire «cristiano», in occasione del pogrom suddetto, a parte quelli di Pietro e Paolo, la cui fine però è completamente avvolta nella leg­genda. Non è però da escludere che Svetonio, nel momento in cui scriveva, avesse capito che i cristiani erano più pericolosi degli ebrei, perché in grado di diffondersi più facilmente.

L’antisemitismo dei pagani, sotto Nerone, era senza dubbio aumentato. Nel 71 Roma festeggerà in modo solenne il trionfo di Tito e Vespasiano sulla Giudea ribelle. Nerone poté facilmente per­seguitare la comunità ebraica (che la sua seconda moglie, Poppea, proteggeva) appunto perché i conflitti di classe erano diventati molto acuti: nel 61 d.C. 400 schiavi furono condannati a morte perché uno di loro aveva ucciso il suo padrone, il prefetto dell’Urbe Pedanio Secondo. Nel momento dell’esecuzione una gran folla cercò di libe­rarli, ma le truppe romane lo impedirono.

Probabilmente l’incendio di buona parte della città fu voluto dalle autorità (dall’imperatore) per causare il pogrom anti-ebraico, col quale i ceti marginali potevano trovare una risposta fittizia alle loro frustrazioni sociali. Sempre nel 61 Nerone aveva già decretato che i giudei non godessero degli stessi diritti degli altri gruppi etnici, e permise che a Cesarea ne venissero massacrati ventimila. D’altra parte sarà lui stesso che chiederà al generale Vespasiano di porre fine ai disordini in Giudea.

Il resoconto di Tacito

Anche Tacito (54/55-120 d.C.) negli Annali (XV,44), pubbli­cati nel 115-117 d.C., parla della persecuzione dei cristiani sotto Ne­rone. Nella sua versione dei fatti è stata sicuramente aggiunta da un copista cristiano la frase che spiega l’origine della parola chrestia­nos. Evidentemente il copista temeva che il lettore potesse confon­dere tra «cristiani» e «crestiani». Peraltro Pilato viene indicato col ti­tolo di «procuratore», mentre in realtà era «prefetto» (era stato invia­to in Giudea proprio per le sue qualità militari).

Tacito esclude che gli arrestati avessero effettivamente ap­piccato il fuoco alla città («Nerone inventò dei colpevoli»). Lo stesso Subrio Flavo, uno degli aderenti alla congiura pisoniana contro Ne­rone, accusò quest’ultimo, poco prima di morire, d’essere un incen­diarius.

Tacito però non sostiene esplicitamente che fossero state le autorità romane ad appiccarlo (erano infamia, cioè dicerie), lascian­do le responsabilità nel vago o, al massimo, lasciando credere che le cause fossero solo soggettive, psicologiche, da ricercarsi nella personalità insensata di Nerone.

Egli in sostanza si limitò a constatare che in seguito al colos­sale incendio (di almeno dieci quartieri, durato ben sei giorni!) furono giustiziate delle persone che per quel singolo episodio erano inno­centi, anche se nel complesso della loro attività (flagitia, cioè crimini) andavano considerate colpevoli. Pregiudizi e calunnie antisemiti era­no confluiti nell’accusa di «odio per il genere umano», che per Tacito era vera (exitiabilis superstitio).

Tacito non spiega i motivi per cui cristianesimo ed ebraismo fossero così fortemente detestati. Forse dà per scontato che la gran massa dei cittadini li conoscesse bene: infatti dice «i cosiddetti cri­stiani» e «il popolo già odiava». Anche da qui si capisce come i cri­stiani subissero delle accuse che in origine erano rivolte solo ai giu­dei.

A dir il vero Tacito riporta anche un processo a carico dello stoico Trasea Peto, che fu condannato da Nerone perché rifiutava il culto imperiale e la religione di stato e per il suo atteggiamento sov­versivo. Poiché si trattava di un caso isolato o comunque di un pic­colo gruppo di dissidenti, bastò appellarsi alla lex Iulia de maiestate che vietava associazioni ritenute eversive. Egli infatti non fu condan­nato in quanto «stoico».

Tacito spiega nel suo racconto sull’incendio che, siccome nel corso del linciaggio, le autorità, i carnefici e lo stesso Nerone si comportarono in maniera indegna, disumana, cominciò a sorgere verso i cristiani «un moto di compassione, sembrando che venissero immolati non già per il pubblico bene, ma perché avesse sfogo la crudeltà di uno solo». Tacito insomma aveva involontariamente intui­to – sempre che non si tratti di un’interpolazione – che le persecuzioni facevano l’interesse dei cristiani.

Il fatto che Dione Cassio (che visse un secolo dopo Tacito) non sappia nulla della persecuzione di Nerone forse sta ad indicare che non si trattò di una persecuzione molto vasta, anche se Tacito parla di «ingente moltitudine» (il che di per sé esclude che oggetto della persecuzione fossero solo i cristiani). In ogni caso, se si accet­ta che in quella strage furono coinvolti giudei ortodossi e giudeo-cristiani, si può anche pensare che si sia trattata di una vasta perse­cuzione, seppur circoscritta alla capitale. All’epoca di Tiberio su una popolazione totale di 800.000 abitanti, a Roma, probabilmente gli ebrei non superavano le 60.000 unità. I cristiani, alla fine del I seco­lo, non raggiungevano le 10.000 unità.

Lattanzio sostiene che la persecuzione neroniana si estese ai cristiani di tutto l’impero, ma ciò rientra nella preoccupazione apo­logetica che i cristiani avevano di ingrandire quelle cose che torna­vano a loro vantaggio. Anche Tertulliano mente quando sostiene la presenza di un «decreto neroniano». Tutte le fonti, anche quelle orientali, lo ignorano. Inoltre mai un successivo intervento delle auto­rità romane sul problema dei cristiani si è richiamato a una tale di­sposizione. È però vero che a partire da Nerone le popolazioni pa­gane si sentirono definitivamente legittimate a perseguitare i giudei e i cristiani per motivi di opinione.

È altresì da escludere che, dopo le delazioni dei falsi rei confessi, si siano tenuti dei processi individuali a carico dei singoli cristiani, davanti al prefetto del pretorio (anche se l’allora Ofonio Tigellino era una persona fidata di Nerone). Si trattò piuttosto di un pogrom (di un’operazione di polizia con l’avallo di buona parte della popolazione romana). Lo dimostra il fatto che – secondo Tacito – tutti gli arrestati furono giustiziati.

Peraltro l’accusa – osserva Tacito – non era quella di aver causato l’incendio, ma quella, insostenibile in un processo giudizia­rio, di odium generis humani, cioè di odio nei confronti delle altre po­polazioni dell’impero (anche qui si capisce come l’obiettivo della strage fossero gli ebrei qua talis, tra cui anche i cristiani). Un’accusa del genere Tacito l’aveva già rivolta in precedenza agli ebrei: adver­sus omnes alios hostile odium (cfr Storia romana 5,5).

Tacito comunque non era tenero neppure verso le autorità romane. Egli infatti afferma che «a Roma confluisce e prospera tutto ciò che di più atroce e vergognoso esiste al mondo». Se non fossi­mo sicuri che Tacito avvertiva fortemente il bisogno di por fine, an­che con la forza delle armi, alle religioni ostili all’impero, potremmo pensare che quella frase sia stata scritta, ironicamente, da un autore cristiano, che ha voluto far vedere come la civiltà romana non era certo migliore del neonato cristianesimo, visto che si faceva ricetta­colo del «peggio» esistente nel mondo. In realtà Tacito, già con la monografia sulla Germania, s’era accorto che a confronto dei romani il modo di vivere dei barbari era, a volte, eticamente superiore (ri­spetto degli schiavi, condanna dell’usura, santità del matrimonio ecc.).

Dunque perché Nerone ricorse a un espediente così drasti­co? La risposta sta nell’atteggiamento che tutta la casa Giulio-Claudia tenne per cercare di creare, con l’appoggio dei pretoriani, un principato fortemente centralizzato e militarizzato, spingendo in se­conda linea il Senato. Caligola e Nerone fecero reiterati sforzi per porre le basi del culto dell’imperatore in occidente e farne un’istitu­zione statale. La guerra giudaica nel 66 scoppierà non solo a causa dell’enorme pressione fiscale nelle province orientali e per la cre­scente militarizzazione dell’impero, ma anche per la accentuata ideologizzazione del ruolo dello Stato.

Già considerato in oriente «incarnazione del dio Mitra», Ne­rone voleva creare una monarchia di stile ellenistico, senza però che vi fossero a Roma i presupposti necessari. Per poter superare l’infa­mia dopo la sua morte (damnatio memoriae) e ripristinare la fede nell’auctoritas del principe, occorrerà che salga al trono un militare come Vespasiano.

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Autore: laicusblog

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