Le persecuzioni e il concetto di separazione fra Stato e chiesa

Molti ideologi cattolici sostengono ancora oggi che fra cri­stianesimo e Stato romano non esisteva una contraddizione di fon­do, quanto piuttosto un malinteso dovuto alla scarsa conoscenza de­gli ideali del cristianesimo, che non erano affatto rivoluzionari. La di­mostrazione di ciò sta nel fatto che le persecuzioni non furono siste­matiche ma episodiche. (Questa tesi potrebbe essere accettata an­che da chi professa un acceso anticlericalismo).

Qui, in verità, bisogna distinguere due aspetti. Sul piano più propriamente ideologico (o, se vogliamo, culturale) la differenza era netta, in quanto il cristianesimo predicava la separazione di chiesa e Stato: concetto, questo, assolutamente nuovo per il paganesimo, che si è sempre concepito come «religione di stato» (o della polis, in Grecia).

Naturalmente il concetto di separazione era frutto di una filo­sofia della vita più umanistica, più concreta, più socializzante, quale si poteva desumere dalle migliori tradizioni ebraiche.

Il cristianesimo non ha fatto altro che combinare due ele­menti: il desiderio «ebraico» di vivere su questa terra un’esperienza di liberazione con la convinzione «greca» di non potervi riuscire. La separazione, in tal senso, sta a indicare, da un lato, che la chiesa vuol offrire qualcosa di più dello Stato, dall’altro che questo qualco­sa, in ultima istanza, riguarda soprattutto la vita ultraterrena.

Ecco perché sul piano politico la differenza tra cristianesimo e paganesimo era minima: il cristianesimo non ha mai predicato la fine dello schiavismo. Si è semplicemente limitato a considerare tutti gli esseri umani uguali davanti a dio: il concetto di uguaglianza l’ave­va preso dall’ebraismo; il concetto di aldilà l’ha preso dal paganesi­mo.

Ora, finché lo Stato romano non si convinse del carattere politicamente inoffensivo del cristianesimo, le persecuzioni restarono inevitabili, anche perché da parte delle autorità statali esisteva sem­pre il sospetto che le differenze ideologiche potessero essere usate anche in maniera politica.

Infatti, se si vuole la separazione di chiesa e Stato, quando le istituzioni vogliono il contrario (e questo non significa che lo voles­se anche la maggioranza della popolazione, poiché, se così fosse stato, le persecuzioni anticristiane sarebbero state molto più dure), è impossibile che da parte delle istituzioni non si nutra il sospetto che qualcuno voglia minare la loro stabilità. Non a caso i pagani, sobillati dalle autorità, incolpavano sempre i cristiani quando lo Stato romano incontrava difficoltà o insuccessi militari, o quando vi erano crisi economiche, carestie ecc.

I pagani si sono lentamente avvicinati al cristianesimo quan­do hanno cominciato a vedere che la crisi dello Stato romano (e del­le istituzioni in genere) era irreversibile, cioè quando l’autoritarismo dello Stato (che si esprimeva nella pressione fiscale, nel militarismo ecc.) era diventato assolutamente insopportabile. Il cristianesimo co­minciò ad essere accettato quando sembrava costituire un’alternati­va praticabile allo sfascio delle istituzioni.

Fino a quel momento di consapevolezza le persecuzioni erano state inevitabili, tanto è vero che quelle più tragiche si verifica­rono non all’inizio ma alla fine, sotto Diocleziano, quando l’impero era maggiormente in crisi.

La differenza fra le prime persecuzioni e le ultime stava pro­prio nel diverso atteggiamento dei seguaci del paganesimo. Ai tempi di Nerone tutti erano convinti che i cristiani andassero perseguitati (lo Stato contava sull’appoggio della popolazione e non aveva biso­gno di legiferare contro i cristiani); ai tempi di Diocleziano invece le persecuzioni erano volute solo dai vertici governativi e non tanto dal­la gente comune, la quale, se vi partecipava, non lo faceva più con convinzione.

Se le persecuzioni non sono state sistematiche ma hanno subìto un andamento altalenante, ciò è dipeso anche da un altro fat­tore. È vero che il cristianesimo, sul piano dei princìpi, era alternati­vo al paganesimo di stato, ma è anche vero che sul piano pratico-politico il cristianesimo (specie quello della parte occidentale dell’im­pero) spesso era indotto ad assumere atteggiamenti conformistici, sperando così di attenuare il furore persecutorio delle autorità.

Il cristianesimo si trasformò in «religione di stato» più sotto Ambrogio che sotto Crisostomo. In occidente il contrasto tra pagane­simo e cristianesimo si riduceva in sostanza a una questione mera­mente politica, in quanto il cristianesimo voleva sostituirsi al pagane­simo nella gestione del potere politico insieme alle autorità statali. Il concetto di separazione in occidente ebbe senso solo fino a quando il cristianesimo non andò al potere.

Nella parte orientale invece (soprattutto in Grecia, ma anche nell’odierna Turchia) si diede più peso alle differenze ideologiche tra chiesa e Stato, e il cristianesimo, che pur, quando andò al potere, non tolse affatto all’imperatore la sua autorità politica (anzi, lo indus­se a esercitarla autonomamente in nome dei princìpi cristiani, chie­dendogli soltanto di non interferire negli aspetti dogmatici della chie­sa), si trovò ad essere perseguitato per molto più tempo di quello della parte occidentale dell’impero (almeno, se vogliamo, sino alla questione iconoclasta). E questo nonostante che la chiesa greco-or­todossa non abbia mai avuto la pretesa di sostituirsi allo Stato, come invece accadrà in occidente sin dal momento in cui Costantino tra­sferirà la capitale dell’impero sul Bosforo.

In ogni caso, quando gli imperatori d’oriente cercavano d’in­tromettersi nelle questioni dogmatiche (p. es. il filioque, la venerazio­ne delle immagini ecc.), incontravano sempre forti resistenze, sia da parte del clero che da parte della popolazione. Lo stesso non si può dire nella parte occidentale, poiché qui, essendo molto forte lo scon­tro istituzionale, tra sovrani e papato, su questioni di natura sia politi­ca che economica, si giungeva più facilmente a compromessi di na­tura ideologica.

Quando il cristianesimo ortodosso crollò, nella Turchia isla­mica, piuttosto che accettare l’egemonia del cattolicesimo latino, che con la quarta crociata aveva profondamente minato la resistenza bi­zantina contro i selgiuchidi, preferì accettare l’islam e, in nome di questa nuova religione, passare al contrattacco invadendo i territori che appartenevano ai cattolici (Africa settentrionale, Spagna, Dal­mazia, Ungheria…).

Come mai oggi la Turchia è, di tutti i paesi islamici, quello più laico? La ragione è semplice: le sue radici sono cristiano-ortodosse, cioè legate al concetto di separazione fra chiesa e Stato. Lo stesso si potrebbe dire della Siria, dell’Egitto e di altri paesi anco­ra.

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Autore: laicusblog

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