L’opposizione di principio fra Stato romano e Chiesa cristiana

È nota agli studiosi di storia romana la classica tesi della storiografia cattolica secondo cui solo nel III secolo l’opposizione tra Stato e chiesa cristiana divenne di principio. Prima di allora le perse­cuzioni – si sostiene – furono un’eccezione, caratterizzate da una grande disparità di motivazioni e di procedure. Stando a Tertulliano, furono soprattutto gli ebrei fontes persecutionum dei cristiani.

Uno Stato di diritto come quello romano – dice sempre tale storiografia – non poteva essere un persecutore ope legis. Lo dimo­stra il fatto che già nel II secolo fu possibile a comunità di cristiani acquistare dei fondi per costruire delle chiese; a Giustino erigere a Roma una propria scuola pubblica; a tanti scrittori produrre una va­sta letteratura edificante e apologetica.

Le stesse vessazioni subite da Paolo di Tarso non furono volute direttamente dal potere romano, ma dall’odio dei giudei orto­dossi, che seppero avvalersi dell’appoggio delle autorità locali. Pao­lo, infatti, diversamente dai giudei, divideva nettamente la religione dalla politica (Dio da Cesare), e se sul piano religioso predicava, come gli ebrei, un monoteismo che allo Stato romano poteva non piacere, sul piano politico invece, diversamente dagli ebrei, mostra­va nei confronti delle istituzioni un lealismo tale da rendere incom­prensibile ogni persecuzione (cfr Rm 13,1 ss., 1 Tm 2,1 s., Tt 3,1).

Insomma le persecuzioni si possono spiegare solo pensan­do che a causa della predicazione paolina i giudei, che le erano net­tamente ostili per motivi ideologici, riuscivano, con le loro trame, a indurre gli stessi pagani a odiare i cristiani, come spesso risulta negli Atti degli apostoli e nelle Lettere di Paolo. A parte questo, le perse­cuzioni anticristiane – sostiene la storiografia confessionale – non fu­rono che il frutto di un tragico malinteso (come da un tragico errore giudiziario dipese la crocifissione del Cristo). Se l’opposizione fosse stata di principio, lo Stato, ufficialmente, avrebbe cominciato a per­seguitare i cristiani sin dal I secolo, quando ancora non li distingueva dagli ebrei. Lo Stato romano invece tollerò il cristianesimo perché non vedeva in esso un vero nemico. Esso ac­consentì ai soprusi per accontentare la società pagana.

Che lo Stato fosse tollerante nei confronti del cristianesimo è dimostrato – dice ancora tale storiografia – da due cose: 1. le perse­cuzioni non furono mai sistematiche ma alternate a periodi di grande tolleranza; 2. con la svolta costantiniana lo Stato, in cambio della le­galizzazione, non pose alcuna condizione al cristianesimo, anzi lo privilegiò su tutte le altre religioni.

Detto questo, la storiografia cattolica non può offrire altre spiegazioni del motivo per cui, posta l’inesistenza di un’opposizione di principio, le persecuzioni più gravi avvennero non all’inizio dell’im­pero romano ma alla fine, cioè proprio quando le masse popolari pa­gane vi acconsentirono senza convinzione.

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In effetti, le persecuzioni anticristiane volute con editto impe­riale vanno solo da Decio a Diocleziano. L’Institutum neronianum di cui parla Tertulliano non è mai esistito, anche se il pogrom anti-giudaico-cristiano organizzato da Nerone costituì un importante pre­cedente che permetterà non solo alla popolazione pagana, ma an­che alle autorità statali di continuare, più o meno indisturbate, sulla via dell’intolleranza.

Ma questo non significa che l’opposizione di principio maturi solo a partire dal III secolo. Lo Stato cominciò a intervenire motu proprio quando s’accorse che a livello di società civile non esisteva­no più le forze per un’opposizione spontanea alla diffusione del cri­stianesimo. Esso era convinto che la società pagana sarebbe riusci­ta da sola ad arginare il fenomeno (così come aveva saputo fare con l’ebraismo). Lo Stato cioè era talmente scollato dalla società che non si rendeva conto quanto questa fosse moralmente debole per vince­re la forza (ideale soprattutto) del cristianesimo. I pagani si oppone­vano al cristianesimo sostanzialmente solo attraverso i linciaggi, le calunnie, le delazioni e altre cose spregevoli. Non esisteva un vero confronto culturale, anche se non dobbiamo dimenticare la barbara distruzione dei testi pagani anticristiani ad opera della chiesa co­stantiniana e soprattutto teodosiana.

Ma quando lo Stato comincerà a intervenire, le sue angherie appariranno ancora più insensate di quelle della società civile. Pur avendo gli strumenti della legge, dell’apparato poliziesco-am­ministrativo, con cui organizzerà nel III secolo una repressione ge­neralizzata, ordinaria e straordinaria, contro la religione più irriducibi­le, meglio strutturata e più diffusa, esso non riuscirà ad ottenere as­solutamente nulla.

E quando smetterà d’intervenire? Quando s’accorgerà che l’opposizione cristiana era soltanto ideologica non politica, cioè quando s’accorgerà che il cristianesimo, pur mettendo teoricamente in discussione tutto l’esistente, in pratica voleva conservarlo. Fu que­sto dualismo di teoria e prassi – incomprensibile a filosofi come Cel­so o Porfirio – che determinò l’inizio delle persecuzioni e la loro fine. In nome della teoria le persecuzioni potevano apparire anche legitti­me, in nome della prassi erano del tutto sbagliate, perché sotto que­sto aspetto il cristianesimo era più o meno come le altre religioni.

In questo senso appare limitata anche l’affermazione di A. Donini, secondo cui «non è l’impero che si è convertito al cristianesi­mo, all’inizio del IV secolo; ma all’inverso, il cristianesimo ha fatto proprie le nuove strutture statali, destinate a perpetuare in modo più articolato le antiche forme di dominio di classe, attraverso un con­trollo non meno duro e sanguinoso sugli strati subalterni» (Storia del cristianesimo, ed. Teti, Milano, p. 188).

È vero, il cristianesimo sin dai tempi di Paolo era disposto ad accettare l’impero, ed è anche vero che quando potrà ufficialmen­te accettarlo esso subentrerà al paganesimo di stato con molta natu­ralezza, ma è anche vero che l’impero si convincerà ad accettare questa generosa offerta solo con Costantino. Cioè occorrerà una de­cisa e reciproca convergenza d’interessi, politici ed ideologici, prima che maturi l’intesa, e questa maturò dopo tre secoli di dura ostilità, nel corso dei quali morirono centinaia di martiri che molto probabil­mente non avrebbero affatto desiderato una svolta come quella «co­stantiniana».

Non solo, ma l’intesa, così come l’aveva voluta Costantino, poté essere continuata, proseguendo sulle tradizioni romane, solo in oriente, poiché in occidente lo Stato romano era consapevole che la chiesa cristiana non gli avrebbe permesso quella autonomia di cui esso aveva bisogno per non venir meno a quelle tradizioni.

Infine va detto che il cristianesimo, pur con tutti i suoi limiti (che sono quelli, in sostanza, di ogni religione), contribuì alla demo­cratizzazione della politica e alla umanizzazione della cultura del tempo (specie nell’area bizantina), favorendo il passaggio dallo schiavismo al colonato e da questo alle comuni agricole del feudale­simo (con o senza servaggio).

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La storiografia cattolica sostanzialmente non comprende questo, che lo Stato romano non poteva avere nei confronti del cri­stianesimo la stessa opposizione di principio che doveva avere nei confronti di un’ideologia rivoluzionaria (come ad es. quella zelota o quella del movimento nazareno di Gesù Cristo).

Lo Stato romano sapeva bene che raramente i seguaci di una religione fanno, in nome della loro stessa religione, un’opposi­zione politica al sistema. Anche in questo caso l’ebraismo – con la sua idea teocratica e nazionalistica – costituiva un’eccezione. Fra le religioni ellenistiche vi potevano certamente essere atteggiamenti ri­bellistici, ma di regola questi restavano entro una forma pre-politica (anche immorale, come nei baccanali).

Generalmente una persona legata a una religione non è mai politicamente ostile al sistema dominante, al punto da organizzarsi per cercare di rovesciarlo (cfr 1Pt 2,13 ss.). Già i primi cristiani nelle loro funzioni pregavano per l’impero e per l’imperatore (cfr la Lettera ai Corinti, 60-61, di papa Clemente Romano, che, pur essendo stata scritta nello stesso periodo dell’Apocalisse di Giovanni, contrasta no­tevolmente per i suoi contenuti).

Gli stessi ebrei usavano sì la loro religione per opporsi politi­camente all’impero, ma non per rovesciare il potere dominante. Essi volevano solo una nazione libera dai romani, quindi la loro religione era nazionalistica. Essi ottennero il privilegio della religio licita pro­prio per questa ragione, e non per questa ragione lo Stato romano rinunciò a distruggere Gerusalemme e qualsiasi opposizione politica dei giudei.

Ecco perché inizialmente lo Stato romano non attaccò subito il cristianesimo, o meglio si limitò ad attaccarlo in quanto lo confondeva con una delle sette dell’ebraismo. Lasciò che fosse la popolazione a decidere come comportarsi. E la popolazione pagana capì che del cristianesimo non ci si poteva fidare.

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Perché la religione pagana era così strettamente legata alla politica? Perché giustamente la società riteneva che il fine del civis fosse quello di lottare per modificare al meglio il presente. In tal sen­so la religione doveva essere uno strumento al servizio della politica, per realizzare degli ideali politici. Lo jus sacrum era parte integrante dello jus publicum. La libertà religiosa classica era la facoltà del cit­tadino non di scegliere in coscienza la propria religione e di aderirvi in base a una fede personale, ma era di partecipare al culto delle istituzioni religiose pubbliche. Il paganesimo, in questo senso, era molto più concreto di quel che non sembri. Il giovane Hegel lo com­prese perfettamente.

Perché allora il cristianesimo ebbe la meglio? Perché la poli­tica romana era classista e la religione, essendo subordinata alla po­litica, non faceva che avvalorare lo status quo, cioè una situazione sociale del tutto estranea agli interessi dei ceti marginali. Schiavi, meteci, liberti, stranieri… erano esclusi dalla religione ufficiale romana (o comunque dovevano crearsi delle proprie divinità pagane), mentre i plebei cittadini romani dovettero lottare moltissimo per non essere esclusi dalle cariche sacerdotali. Di qui l’importa­zione clandestina dei culti orientali, che offrivano la possibilità di credere in un’alternativa. Fino agli Antonini, non dimentichiamolo, la legge non riconoscerà agli schiavi alcun diritto civile e religioso.

La contraddizione tra teoria e prassi nella religione pagana era sicuramente superiore a quella del cristianesimo, ed essa si ma­nifestò molto di più non sotto la repubblica ma sotto l’impero, dove lo Stato, per contenere lo sviluppo delle contraddizioni del sistema schiavistico, fu costretto, sul piano culturale, da un lato ad accettare tutte le religioni (anche quelle orientali), sperando di poterle usare per fini politici; dall’altro a rifiutarle tutte puntando in primis sul milita­rismo e sul culto imperiale per tenere unito l’impero. Esso perseguitò il cristianesimo perché pensava che il monoteismo assoluto avrebbe acutizzato i conflitti di classe. Lo perseguitava nell’illusione appunto di placare tali conflitti.

Le repressioni contro il cristianesimo servirono alle autorità romane come valvola di sfogo per le contraddizioni sociali dell’impe­ro. A tale scopo si può dire che ad esse parteciparono anche i ceti sociali oppressi, almeno in un primo momento. Il cristianesimo era odiato da tali ceti per due ragioni: 1. perché vedevano i cristiani di­sinteressarsi alle sorti dell’impero; 2. perché, nonostante la crisi eco­nomica dell’impero, vedevano che i cristiani – grazie alla loro efficien­te organizzazione sociale – riuscivano a sopportarla con minore fati­ca.

Tuttavia, fra i ceti marginali, quelli che non avevano più nulla da perdere (gli schiavi) o quelli che rischiavano di perdere tutto (pic­coli proprietari) potevano anche sentirsi indotti ad abbracciare que­sta nuova religione (cfr l’episodio di Anania e Saffira in At 5,1 ss.). È un’illusione quella di credere che i ceti marginali, solo perché tali, do­vessero necessariamente simpatizzare per i cristiani. Occorreva an­che fare un salto culturale non indifferente per quell’epoca. Ecco perché all’inizio il cristianesimo poté diffondersi solo nelle città, tra quei ceti che pur non essendo particolarmente benestanti, non era­no neppure così sprovveduti sul piano culturale da non capire la por­tata innovativa della nuova religione.

Ma se questo è vero, non è però vera la tesi che la più re­cente storiografia cattolica sostiene, secondo cui è bene scagionare le autorità statali dalla responsabilità di aver preso tutte le iniziative delle rappresaglie anticristiane, addebitandola invece ai pregiudizi e all’ignoranza delle masse popolari di religione pagana. Gli imperatori o i governatori locali – sostiene tale storiografia – non erano mossi da un fanatico integralismo che li portasse a perseguire i cristiani per la loro fede: piuttosto si adattavano alle esigenze del momento.

In realtà è da escludere che, nell’affermata identità di politica e religione pagana, non vi potessero essere persecuzioni diretta­mente volute dallo Stato. Lo Stato poteva anche non essere inten­zionato a volere tali persecuzioni, ma per escludere, con relativa si­curezza, tale eventualità, esso aveva bisogno di verificare che la modalità d’esistenza di una determinata religione rientrasse nei due criteri maggiormente condivisi e largamente sperimentati: il lealismo politico e il politeismo religioso.

È assolutamente da escludere l’idea che lo Stato romano fosse favorevole alla libertà di coscienza e di culto, così come la in­tendiamo oggi. La religione non era un affare esclusivamente privato. Qui ha perfettamente ragione Donini, quando dice che «col passag­gio dalla società gentilizia allo Stato schiavista… e poi al principato, la religione romana è sempre più diventata un fatto politico… La reli­giosità degli strati subalterni era intensa e differenziata, ma nei limiti di una prassi rigorosamente controllata dall’alto» (op. cit., p. 188).

La separazione di Stato e chiesa è un principio mutuato dal cristianesimo, per quanto proprio il cristianesimo, con la svolta co­stantiniana e soprattutto teodosiana, sia stato il primo a tradirlo. Tale separazione implicava una concezione apocalittica della storia, cioè la convinzione che il cristiano dovesse considerarsi come un pelle­grino sulla Terra, in attesa della fine dei tempi (vedi La lettera a Dio­gneto). Senza la fede assoluta in un aldilà decisamente migliore del­l’aldiquà, la separazione non sarebbe mai nata. Il motto evangelico «Rendete a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio» (Mc 12,17), nonostante si presentasse come un tradimento dell’i­stanza di liberazione politica dall’imperialismo romano, costituiva pur sempre una novità assoluta rispetto all’integralismo romano del tem­po.

L’opposizione era quindi di principio sin dall’inizio dell’impe­ro. Sotto un regime schiavistico non solo era impensabile tollerare delle ideologie politiche che prevedessero ribellioni contro il sistema, ma non si potevano neppure tollerare delle religioni che separassero Dio da Cesare. Benché in virtù di tale separazione si dovesse esclu­dere il carattere rivoluzionario di una religione, lo Stato romano non poteva ammettere l’esistenza di una religione indipendente dalla sua politica. Nel III secolo vi fu solo un aggravamento quantitativo delle persecuzioni, nonché una definitiva legittimazione giuridica.

Tale opposizione, contro una religione che pretendeva d’es­sere alternativa a quelle ufficiali, non poteva essere condotta imme­diatamente con strumenti giuridici e politici. Aveva bisogno di vari pretesti costruiti ad arte, in cui una buona parte della popolazione avversa al cristianesimo fosse coinvolta. Di qui l’incendio di Roma sotto Nerone. Di qui le accuse di infanticidio, di antropofagia, di ince­sto, di adorazione di un asino ecc., senza considerare le attribuzioni di responsabilità ai cristiani ogniqualvolta accadevano calamità natu­rali o sconfitte militari. I pregiudizi e le calunnie aumentavano in pro­porzione alla crisi della società pagana e al successo della religione cristiana, anche se ad un certo punto cominciarono a nascere fidu­cia e comprensione. Agostino, con la sua De Civitate Dei, era anco­ra alle prese con questo problema.

Quella storiografia cattolica che non accetta questo modo di vedere le cose, inevitabilmente tende:

– ad attribuire alla svolta costantiniana, nonostante i suoi li­miti «cesaropapisti», un ruolo favorevole all’affermazione dell’identità cristiana;

– a escludere recisamente che il cristianesimo primitivo sia nato in antitesi alle idee di Cristo;

– a negare al cristianesimo, nonostante il suo tradimento del messaggio di Cristo, qualunque caratterizzazione eversiva (che è in­vece ben visibile p. es. nell’Apocalisse di Giovanni);

– ad attribuire all’ebraismo una parte dei motivi che oppone­vano cristiani e pagani, cioè a non riconoscere all’ebraismo neppure il diritto ad avere una nazione libera dal dominio dello straniero.

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Perché dunque vinse il cristianesimo?

1. Perché offriva agli oppressi non solo una speranza in più, seppure nell’aldilà, di liberazione definitiva dall’ingiustizia (mentre il paganesimo classico riponeva – come dice Minucio Felice nel suo Octavius – «nel fato la ragione delle colpe o dell’innocenza degli uo­mini»), ma offriva anche un anticipo, una caparra «storica» di questa giustizia, rivendicando il diritto alla libertà di coscienza, contro il con­formismo dominante, che caratterizzava anche il modo di vivere la fede da parte delle religioni orientali, incapaci di opporsi all’assoluti­smo statale.

Il cristianesimo si rivolgeva alla responsabilità personale del singolo credente, al quale chiedeva uno stile di vita il più possibile ir­reprensibile (ad es. il cristiano non poteva vendicarsi del suo perse­cutore). Sulla base di questo stile di vita si chiedeva al credente di ri­nunciare a tantissime cose, persino a molti mestieri remunerativi (cfr La tradizione apostolica di Ippolito) e anche ai legami di parentela; si chiedeva addirittura di resistere fino al martirio agli abusi del potere statale, se questi voleva obbligarlo all’abiura.

2. Perché sul piano sociale il cristianesimo garantiva agli op­pressi, agli emarginati, alle categorie più deboli un’esistenza migliore di quella offerta dalla società pagana e dallo Stato romano. Pur non predicando mai la rivoluzione, né opponendosi, in linea di principio, alla schiavitù, la chiesa metteva in atto princìpi umanitari come p. es. l’assistenza ai malati, alle vedove, agli orfani. Essa era contraria al suicidio, all’adulterio, all’abbandono dei neonati, a ogni forma di vizio o di dissolutezza.

Viceversa, lo Stato romano passò alla trasformazione dello schiavo in colono non per motivi umanitari ma perché, con la fine dell’espansione militare dell’impero, non era più possibile procurarsi degli schiavi a buon mercato. Tutta la filosofia umanistica dello stoi­cismo – che caratterizzerà proprio gli imperatori più anticristiani – non portò mai a una vera democratizzazione della vita sociale.

3. Perché, pur essendo meno sofisticato sul piano culturale (filosofico), il cristianesimo garantiva una maggiore coerenza fra teo­ria e prassi. I documenti del Nuovo Testamento (soprattutto i vange­li), essendo frutto di un’opera collettiva pluridecennale dell’ebraismo cristianizzato della diaspora, in stretto contatto con l’ellenismo, con­tenevano spunti di riflessione particolarmente stimolanti per le mas­se popolari, anche perché più realistici di tante altre fonti di carattere mitologico-religioso: la figura di Gesù Cristo superava per concretez­za e drammaticità molte divinità orientali.

In questo senso la teologia si poneva come riflessione sopra un’esperienza in atto e non come speculazione filosofica del singolo intellettuale (gnosticismo, stoicismo, neoplatonismo). L’élite filosofi­ca, sotto l’impero, ha sempre fatto distinzione tra le opinioni teologi­co-filosofiche (in cui credeva) e il comportamento cultuale (in cui non credeva, perché lo riteneva del tutto formale, adatto al popolo, an­che se lo praticava per puro opportunismo). Cicerone, che derideva senza pietà, nei suoi scritti, gli dèi e le loro favole, era augure in ma­niera scrupolosa. Il cristianesimo non ammetteva tale doppiezza. Esso dimostrò che l’astensionismo al culto pagano non comportava di per sé indifferentismo alle questioni etico-sociali.

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Dove fallì il cristianesimo?

1. Nell’aver trasformato il messaggio laico-umanistico e poli­tico-rivoluzionario del Cristo in uno di tipo religioso-ecclesiastico, po­liticamente conservatore e quindi nell’aver ridotto lo scontro tra cri­stianesimo e impero a uno scontro giuridico-culturale tra cristianesi­mo e paganesimo (come fecero gli apologisti). Minucio Felice (nel­l’Ottavio) e Tertulliano (nell’Apologetico) documentano che i cristiani si difendevano dall’accusa di essere adoratori della croce. Questo simbolo della punizione dello schiavo ribelle scandalizzava i cristiani non meno dei pagani e degli ebrei. Sino agli inizi del V secolo non si troverà nell’arte e neppure nella liturgia l’abbinamento della persona del Cristo allo strumento del suo martirio politico.

2. Nell’aver preteso di sostituirsi al paganesimo, diventando la nuova religione di stato e tradendo così il principio di separazione tra chiesa e Stato. Di qui le persecuzioni di tutte le religioni non-cristiane e delle cosiddette «eresie».

3. Nell’esser venuto meno (in occidente soprattutto) anche all’aspetto più trasgressivo ch’esso aveva in quanto «religione»: l’e­scatologia, il profetismo, l’apocalittica, il distacco dalle cose terrene ecc. Tutte le eresie sorte in ambito cristiano o le contestazioni di tipo monastico, eremitico ecc., nasceranno dalla constatazione di questa sfasatura.

Ma allora, ci si può chiedere, da dove proveniva la radicalità teorica del cristianesimo? Solo da una cosa: dalla reminiscenza del messaggio autentico del Cristo. Il cristianesimo non fu semplicemen­te uno svolgimento universalistico dell’ebraismo o una concretizza­zione socio-umanistica delle filosofie e religioni ellenistiche. Fu an­che il prodotto di un’esperienza assolutamente originale, che però venne immediatamente tradita, seppur non in maniera integrale. Qui sta la grandezza e la miseria del cristianesimo, che forse è la mise­ria e la grandezza dell’uomo che con Paolo dice: «c’è in me il desi­derio del bene, ma non la capacità di attuarlo» (Rm 7,8).

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Autore: laicusblog

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