Schiavismo e cristianesimo

Illuminante il primo capitolo, ironicamente intitolato «La reli­gione dell’uguaglianza», che Walter Peruzzi ha voluto dedicare ai rapporti tra cristianesimo e schiavismo, nel suo imponente volume, Il cattolicesimo reale. Attraverso i testi della Bibbia, dei papi, dei dotto­ri della chiesa, dei concili, 2008, ed. Odradek.

Con grande dovizia di citazioni l’autore ha voluto smontare uno dei miti più diffusi nella storiografia occidentale e in particolare in quella ad uso nelle scuole italiane: il mito di un cristianesimo, se non politicamente, almeno eticamente ostile alla pratica dello schia­vismo.

Che non lo sia mai stato politicamente era infatti già noto, al­meno sin dalle lettere paoline (ove si parla di lotta non contro la car­ne e il sangue ma contro le potenze dell’aria, di imitazione del Cristo servo di dio, di redenzione morale dal peccato originale, di ugua­glianza tra libero e schiavo nell’aldilà, di giudizio universale alla fine dei tempi ecc.). Al massimo qualche dubbio lo si poteva nutrire ana­lizzando quanto l’impero romano aveva riservato al messia Gesù, che pur i vangeli presentano ostinatamente come un irriducibile pa­cifista, addebitando non ai romani ma all’invidia dei capi religiosi del giudaismo il principale movente della crocifissione.

Salvo dunque la parentesi del nazareno, il cristianesimo non ha mai voluto porsi come movimento politico rivoluzionario, e tutta­via gli storici han sempre pensato che alcune testimonianze di origi­ne cristiana fossero più che sufficienti per affermare con sicurezza che questa religione non fu mai espressamente a favore dello schia­vismo, nel senso che questo semmai veniva interpretato dalla chie­sa come frutto del peccato d’origine, come male inevitabile, riscatta­to moralmente dal sacrificio di Cristo, che s’era fatto «schiavo» per liberare gli uomini dal peso di una condanna divina.

Quando paragonava lo schiavo al «servo Gesù», fattosi «uomo» pur essendo «dio», fattosi crocifiggere pur potendo stravin­cere, la chiesa esaltava kenoticamente la figura dello schiavo, mi­nacciando di castighi eterni gli schiavisti che avessero abusato del loro potere. L’uguaglianza sociale era sì rimandata alla dimensione ultraterrena, ma il clero sapeva bene che se non avesse perorato, almeno moralmente, la causa degli oppressi, non avrebbe potuto sconfiggere le religioni rivali, non si sarebbe imposto sul radicato pa­ganesimo, né sarebbe riuscito a rivendicare una certa autonomia dall’autorità statale.

Non bastava illudere il povero e lo schiavo che, facendosi cristiano, avrebbe vissuto una migliore condizione di vita: bisognava anche dimostrarlo concretamente. E il cristianesimo, attraverso l’as­sistenzialismo, la predicazione a favore degli emarginati e la media­zione interclassista, riuscì finalmente ad avere la meglio, imponen­dosi persino agli ingenui storici orientali e occidentali, che sino alla nascita delle moderne idee ateistiche non misero mai in dubbio l’ap­parente buona disposizione dei dirigenti cristiani nei confronti delle grandi masse schiavili e servili.

Nei manuali di storia lo schiavismo, come organizzazione di sfruttamento generale del lavoro, si ripresenta alla fine del Medioe­vo, esattamente nei luoghi in cui si realizzò la conquista coloniale (maxime nel continente americano). E ci sono voluti non pochi secoli prima che gli storici arrivassero a capire che la tolleranza di questa pratica, da parte del clero cattolico, non poteva certo essere giustifi­cata in considerazione del fatto che in quei remoti territori i coloniz­zatori avevano a che fare con indigeni pagani e superstiziosi, rilut­tanti a farsi convertire. Ancora oggi in verità si continua a insistere nel dipingere le popolazioni pre-cristiane in generale come dedite a usanze barbariche, a sacrifici umani e riti cannibalici, sperando così di avvalorare, almeno in parte, l’esigenza che sin dall’inizio si aveva di esportare nel mondo la civiltà cattolico-romana.

Per poter avere un’effettiva svolta nella storiografia dei rap­porti schiavismo-cristianesimo occorrerà attendere che l’abolizione della schiavitù venga assunta come «questione etica» da forze so­ciali e politiche estranee al cristianesimo, come avverrà a partire dal­la rivoluzione francese.

Insomma, gli storici confessionali (si pensi a Bossuet, de Maistre, de Bonald, Lamennais, Burke ecc.) e quelli che, pur dicen­dosi laici, dipendono in un modo o nell’altro dalle tesi cattoliche, han sempre sostenuto che il cristianesimo è stato eticamente contrario allo schiavismo. L’unica differenza tra i due schieramenti era che gli uni tolleravano lo schiavismo nei confronti delle popolazioni pre- o anti-cristiane, in nome dello scontro di civiltà. Gli altri invece (vedi p. es. H. Jedin o la nostra Marta Sordi) si limitavano a criticare gli aspetti più deteriori del cristianesimo colonialista, connessi all’uso della violenza brutale, allo sfruttamento economico e alla specula­zione affaristica (la tratta).

Entrambe le posizioni han sempre sostenuto un distinguo fondamentale tra il clero, vocato alla propaganda religiosa, e i laici (cattolici e protestanti) conquistatori del mondo.

Ma poi venne Peruzzi…, che ha ribaltato questa lettura del fenomeno schiavile, mostrando a chiare lettere che la chiesa cristia­na, specie quella romana (poiché è su questa ch’egli focalizza la propria analisi), non fu mai a favore dell’abolizione esplicita, genera­le, universale della schiavitù; anzi, per molti versi, ne continuò il pro­lungarsi nel tempo, adottandola p. es. in maniera decisiva nei con­fronti del mondo islamico. Esisteva quindi non tanto una sottile con­cessione, obtorto collo, di una pratica che si riteneva moralmente in­giusta, quanto piuttosto una certa convinzione della sua necessità, anche come forma di regolazione di controversie sociali altrimenti ir­risolvibili.

Peruzzi tuttavia non è uno storico al 100%. Il suo testo si av­vale di un’operazione di tipo sovrastrutturale, in cui, anche se si ac­cetta uno svolgimento diacronico delle diverse disposizioni che la chiesa romana emanò, più o meno ufficialmente, nei confronti del fe­nomeno dello schiavismo, non si pone il problema di mettere a con­fronto tali disposizioni con la realtà concreta, cioè con la loro effetti­va applicazione. Non compie neppure una disamina critica delle tesi storiografiche sull’argomento in oggetto.

Tuttavia egli sa bene che lo schiavismo, nel corso del Me­dioevo, era diventato incompatibile e in un certo senso inutile, come sistema sociale di vita, in un contesto decisamente caratterizzato dalla presenza dell’autoconsumo.

Al tempo dei romani lo schiavismo aveva trovato la sua ra­gion d’essere in due fattori fondamentali: la continua espansione geomilitare dell’impero e la prevalenza del mercato sull’autoconsu­mo. Già quando l’espansione ebbe una significativa battuta d’arresto sotto il principato di Ottaviano, interessato unicamente a salvaguar­dare il Mediterraneo, gli schiavisti si erano sentiti indotti a trasforma­re gli schiavi in coloni, cioè in lavoratori che potevano beneficiare in parte dei risultati del loro lavoro, fruendo di una relativa autonomia. Questa transizione era stata molto evidente nelle zone di confine, le più difficilmente gestibili dai rapporti di sfruttamento.

La successiva trasformazione del colonato in servaggio av­venne grazie all’arrivo dei barbari, i quali, pur non conoscendo né lo schiavismo né il servaggio come sistema sociale di vita, adottarono quest’ultimo come forma di mediazione sociale, per meglio integrarsi coi territori appena conquistati.

Il cristianesimo, dal canto suo, non trovò seri motivi per op­porsi a queste trasformazioni: cercò soltanto di adeguarvisi. Tuttavia è fuor di dubbio che se avesse perorato lo schiavismo, non solo non avrebbe trovato alcun consenso da parte delle tribù barbariche, ma non avrebbe potuto neppure surclassare le rivali religioni pagane, che nei confronti di questo fenomeno avevano assunto un atteggia­mento di totale rassegnazione. Il fatto cioè che il cristianesimo non si fosse mai espresso esplicitamente contro lo schiavismo in generale (almeno sino alla prima metà dell’Ottocento), non significa che esi­stesse un tacito consenso da parte dei cristiani nei confronti di que­sta degradazione della persona umana o che essi non abbiano mai fatto nulla per attenuarne la gravità.

C’è differenza tra disposizioni emanate formalmente e prati­ca concreta, come c’è differenza, specie nella chiesa romana, tra istituzioni di potere, favorevoli all’assolutismo, e masse cattoliche, che fino alla nascita dei Comuni resteranno contadine al 100%. Questo per dire che se non ha senso (come fa la storiografia cattoli­ca, convinta che i mutamenti sociali dipendano dalla religione) attri­buire alla chiesa un potere più grande di quello dei sistemi socioeco­nomici dominanti, in cui essa ha vissuto, non si può neppure, come in genere ha fatto la storiografia marxista, negare alla chiesa una qualunque influenza significativa sulla società schiavile e servile.

Anche perché, in questa maniera, non si comprende un aspetto fondamentale e tipico della chiesa romana, e cioè che que­sta istituzione di potere ad un certo punto ha creduto di trovare la sua realizzazione più significativa (che molti storici confessionali an­cora oggi rimpiangono) nell’ambito di quel progetto integralistico di costruzione della teocrazia feudale che sul piano ideologico non pre­vedeva affatto lo schiavismo come sistema sociale di vita, il quale al massimo veniva tollerato come eccezione, come retaggio del passa­to o nell’ambito della politica estera, quella di conquista coloniale.

La chiesa romana è la chiesa del «servaggio» per eccellen­za, dove il rapporto servo-padrone è caratterizzato dalla dipendenza personale, in cui il ruolo dell’ideologia è decisivo. Il valore normativo di questa coercizione extra-economica sarebbe stato impensabile in qualsivoglia regime schiavistico. La chiesa sa di non poter chiedere al lavoratore – in nome della forza bruta – di restare schiavo, ma in nome della fede religiosa gli chiede di accettare di trasformarsi in servo della gleba.

Lo sviluppo dello schiavismo, in ambito cristiano moderno (nelle colonie del Nuovo Mondo), non fu una conseguenza del ser­vaggio in sé, ma una conseguenza del fallimento del servaggio co­me sistema sociale di vita e, nel contempo, una conseguenza del­l’incapacità da parte del cattolicesimo-romano di trovare una solu­zione inedita a tale fallimento. Fu una soluzione disperata di soprav­vivenza, destinata ad essere superata da una nuova forma di rap­porto di lavoro, quella contrattuale, che venne imponendosi nel mondo protestantico, e quindi in particolar modo negli Stati Uniti.

Se non si capiscono questi aspetti fondamentali del cattoli­cesimo-romano, non si può neppure capire il motivo per cui la chie­sa protestante, sapendo di non poter più chiedere al lavoratore cri­stiano di restare servo, gli chiese in nome di una nuova fede religio­sa, di diventare operaio salariato.

Servaggio e lavoro salariato non sono semplici forme ma­scherate di schiavismo, proprio perché, oltre a prevedere una diver­sa organizzazione del lavoro, risultano anche strettamente connesse all’uso dell’ideologia cristiana, che è servita per far credere ai lavora­tori nell’esistenza di un processo storico verso la libertà. Certo, un processo del genere vi è indubbiamente stato, indotto dalla resisten­za all’oppressione da parte dei lavoratori, ma è altrettanto indubbio che senza un definitivo superamento dell’ideologia cristiana in dire­zione dell’umanesimo laico sarà difficile che nuove teorie emancipa­tive (di tipo socialista) non si trasformino, nel momento della pratica applicazione, in nuove forme di vessazione.

Va detto però che nei manuali di storia (antica, medievale, moderna) la storia della chiesa non s’intreccia organicamente con quella dello schiavismo e della sua trasformazione in servaggio, semplicemente perché uno storico si limita a esaminare le fonti di­sponibili, le quali espongono controversie di tipo teologico, ovvero la repressione delle eresie da parte delle istituzioni ecclesiastiche, e successivamente, in ambito occidentale, la lotta della chiesa romana contro gli imperatori per l’egemonia politica.

I due fenomeni, schiavismo/servaggio e cristianesimo, sem­brano marciare su binari separati e gli invisibili fili che li legano spes­so non vengono non solo visti ma neppure ipotizzati. Il libro di Pe­ruzzi, in tal senso, attende ulteriori ricerche con cui verificare fino a che punto le dichiarazioni ufficiali della chiesa romana a favore dello schiavismo trovarono effettivi riscontri nella vita reale.

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Autore: laicusblog

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