Coscienza e persona nel cristianesimo

Il cristianesimo ha notevolmente sviluppato il concetto di «persona», introducendo, per così dire, il valore della responsabilità personale, l’idea di libera scelta, il primato della coscienza…

Prima del cristianesimo era considerato «persona» solo l’in­dividuo che disponeva di un certo potere o che ricopriva un qualche ruolo ufficialmente riconosciuto. Non si era «persona in sé», a pre­scindere da tutto, ma soltanto in rapporto a qualcosa di estrinseco. Il valore di una persona era dato da qualcosa di «esterno», che l’indi­viduo doveva «possedere» per essere considerato qualcuno.

Nel mondo romano occorreva almeno lo status di cittadino libero: cosa che distingueva il romano dallo straniero, il libero dallo schiavo. Poi naturalmente vi erano i ruoli politici, sociali, culturali, re­ligiosi. Fra i cittadini liberi, l’uomo era più «persona» della donna, e il vecchio più del giovane.

Il cristianesimo invece, dando importanza al concetto di «persona in sé», ha avuto il coraggio di affermare che l’essere uma­no, in coscienza, può essere «libero» anche se fisicamente o giuridi­camente è «schiavo». Questo concetto fu rivoluzionario, poiché po­teva impedire al potere costituito di servirsi del concetto di «ruolo» in maniera arbitraria.

È vero che il cristianesimo sosteneva che alle autorità biso­gnava obbedire non solo per «dovere» (come sempre era stato), ma anche per «motivi di coscienza» (col che si può pensare che il cri­stianesimo abbia legittimato eticamente il servilismo dei cittadini nei confronti delle autorità costituite); ma è anche vero che, una volta in­trodotto il concetto di «coscienza», il cristianesimo veniva inevitabil­mente a porsi in maniera concorrenziale col potere costituito, in quanto, se da un lato, il cristiano poteva predicare la subordinazio­ne, dall’altro poteva anche predicare il contrario, a seconda delle cir­costanze contingenti, ovvero degli interessi in gioco.

In tal senso si può tranquillamente affermare che il cristiane­simo, circoscrivendo il concetto di «coscienza» nell’angusto ambito della religione, ha fatto di questa uno strumento politico da poter usare anche in maniera eversiva (cosa che nell’ambito del paganesi­mo assai raramente avveniva: le religioni pagane che si oppone­vano al sistema, normalmente predicavano l’evasione dalla realtà).

La storia del cristianesimo ha dimostrato che ogniqualvolta le autorità cristiane chiedevano al credente di servirsi della propria coscienza per opporsi all’autoritarismo (vero o presunto) delle autori­tà laico-statali, lo scopo era anzitutto quello di aumentare i poteri po­litici della chiesa, cioè quello di servirsi dell’obiezione di coscienza per trasferire il totalitarismo da un potere istituzionale a un altro. Questo almeno è quanto è accaduto nell’ambito del cattolicesimo-romano. Eccezioni se ne possono trovare nei primissimi secoli della nostra èra o in molti fenomeni ereticali, allorché i credenti si serviva­no della loro coscienza per opporsi anche al totalitarismo della chie­sa.

Fintanto che il primato della coscienza sul ruolo è rimasto organico all’esperienza ecclesiale comunitaria, i vantaggi sul piano socio-culturale sono stati notevoli per la chiesa; e proprio in forza di questi vantaggi il cristianesimo ha potuto vincere la propria battaglia sul paganesimo.

I guai sono venuti quando il cristianesimo, nella forma stori­ca del cattolicesimo-romano, ha rinunciato politicamente alla prassi comunitaria, trasformando il ruolo del pontefice in una monarchia teocratica assoluta. La conseguenza è stata la trasformazione del valore della persona in un concetto meramente astratto, oggetto di speculazione filosofica, cui appellarsi soprattutto quando la prassi in­dividualistica (si pensi a quella borghese-protestantica) comportava degli eccessi pericolosi.

Nel momento stesso in cui la contraddizione fra politica au­toritaria del clero cattolico e collettivismo più o meno democratico delle masse contadine è giunta al limite della intollerabilità, è nato il protestantesimo, che ha legittimato l’individualismo borghese anche sul piano sociale. Ed è stato così che è poi nato il capitalismo.

Il capitalismo poteva nascere solo in un ambito che «cattoli­co» era più sul piano teorico che pratico, più sul piano politico che sociale. A questo punto le alternative erano due: o il cattolicesimo si trasformava in protestantesimo, permettendo al capitalismo d’impor­si con relativa facilità; oppure il capitalismo in fieri veniva politica­mente costretto a ridimensionarsi, onde permettere al feudalesimo di sopravvivere. In Italia la chiesa cattolica scelse, attraverso la Contro­riforma, questa seconda strada.

A questo punto ci si può chiedere: perché il protestantesimo non ha promosso lo schiavismo invece del capitalismo? Perché lo schiavismo avrebbe potuto promuoverlo solo in termini non-cristiani, cioè solo là dove non fosse esistita alcuna coscienza cristiana (sul valore della persona).

Il capitalismo non è che la maschera cristiana dello schiavi­smo, cioè è il modo cristiano individualistico (e quindi protestante) di vivere lo schiavismo in un ambito dominato ideologicamente dal cri­stianesimo. Infatti, il capitalismo, a differenza dello schiavismo, ga­rantisce formalmente la libertà a tutti i cittadini e lavoratori.

Questa maschera non è stata necessaria nei paesi extra-eu­ropei, dove, anche se sul piano pratico l’esigenza comunitaria si ma­nifestava con un certo vigore, non si era ancora arrivati, in mancan­za della profondità del cristianesimo, a elaborare un’ideologia del va­lore assoluto della persona. L’individuo veniva semplicemente consi­derato come una parte del tutto e mai, in nessun caso, come un ele­mento che, in virtù della propria consapevolezza di sé, poteva porsi al di sopra dei limiti comunitari e naturali.

Il cristianesimo ha vinto sulle culture non cristiane perché ha imposto il dominio politico e ideologico della persona astratta sul col­lettivo concreto, che ancora non aveva sufficiente consapevolezza della propria forza morale. Ed era il dominio di una istituzione che di umano non aveva e ancora oggi non ha più nulla, se non le parole astratte sulla dignità umana, sui diritti umani, che nella sostanza si traduce nella consapevolezza di poter usare la libertà per compiere le azioni più negative.

Naturalmente c’è un rovescio della medaglia, che il cattolice­simo-romano non poteva prevedere: l’uso arbitrario del concetto di «persona» è possibile appunto perché questo concetto esiste. La sua esistenza può indurre gli esseri umani a considerare negativa­mente ogni forma di abuso e di arbitrio.

Le culture non cristiane, schiavizzate dal cattolicesimo-romano e dal protestantesimo, possono trovare nel cristianesimo origi­nario la forza per emanciparsi, anche se la storia ha dimostrato, nel frattempo, che tale emancipazione può avvenire solo se i valori del cristianesimo vengono definitivamente laicizzati.

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Autore: laicusblog

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