Filosofia e religione nel I sec. d.C.

Quando, nel I sec. d.C., la filosofia si trasforma in una reli­gione, si ritorna, in un certo senso, alle origini orfiche, pre-filosofiche, ma senza l’ingenuità di allora. La nuova religione vuole porsi come superamento di una filosofia astratta, aristocratica, isolata. Ma ciò che essa propone non è meno astratto, anche se, nell’immediato, appare come un credo «popolare», con tanto di riti, dogmi e sacra­menti: una vera consolazione sociale per l’aldilà.

Engels direbbe che, dati i tempi, cioè le condizioni stori­co-oggettive, questo era inevitabile. In realtà, invece di parlare d’ine­vitabilità bisognerebbe attribuire quei limiti a delle cause soggettive, cioè allo scarso livello di consapevolezza politica dell’alternativa.

Gli uomini (e questo è possibile anche oggi e lo sarà anche domani) non avevano sufficiente fiducia nelle loro capacità di trasfor­mare le cose. Forse perché pensavano che le cose potessero tra­sformarsi da sole, o con l’aiuto di qualche leader carismatico.

Questa sfiducia è certo il prodotto soggettivo di un limite og­gettivo, ma non si può sostenere che il limite oggettivo di allora fos­se molto più grande di quello odierno. Questo è un modo di vedere le cose positivistico.

Bisognerebbe invece dire che i limiti oggettivi sono in rela­zione all’ambiente in cui gli uomini vivono. Non si può infatti sostene­re che nei secoli passati la liberazione sociale non fosse possibile perché non ne esistevano ancora i presupposti materiali. Non si può condannare il passato in nome del presente, altrimenti si finisce col rimandare a un futuro imprecisato quella liberazione che nel presen­te non si è stati capaci di realizzare.

Le condizioni dunque c’erano: solo che gli uomini non le hanno sapute sfruttare. La liberazione era possibile in relazione al li­vello di consapevolezza raggiunto. La rinuncia (più o meno volonta­ria) a questa liberazione non ha affatto aumentato, storicamente, la consapevolezza della sua necessità, poiché tale consapevolezza re­sta sempre un frutto della libertà. Ai fini della liberazione gli uomini di oggi non sono più avvantaggiati di quelli di duemila anni fa, solo per­ché ci sono duemila anni di storia che li separano. La differenza fra gli uomini di oggi e quelli di allora sta unicamente in questo: la libe­razione oggi riguarda il mondo intero.

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Autore: laicusblog

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