Sulla metodologia esegetica di Silvio Barbaglia

I

Barbaglia contro Cascioli

Una questione di stile

È triste vedere un docente di Scienze bibliche presso il semi­nario diocesano di Novara, titolato a formare giovani seminaristi e insegnanti di religione, che a loro volta avranno a che fare col mon­do dei giovani, sbeffeggiare uno studioso come Luigi Cascioli di es­sere un “agronomo” di Bagnoregio, di avere un diploma in “agraria”, di essere conterraneo di classi “rurali”… Come se la provenienza geografica, socioeconomica o scolastica di uno studioso dovesse es­sere un discrimen per qualificare il valore delle argomentazioni che sostiene.

È triste questo razzismo culturale da parte di un docente che dovrebbe insegnare ai propri allievi il rispetto e la tolleranza, e fa specie in un prelato che, proprio per il ruolo che ricopre, dovrebbe fa­vorire pace e concordia, anche quando gli avversari appaiono duri e intransigenti.

Atteggiamenti come quelli di don Silvio Barbaglia, nel suo libro La favola di Cascioli http://www.lanuovaregaldi.it/doc/evento/Ca­scioli.pdf tradiscono una pretesa che oggi ha sempre meno ragione di esistere: quella del monopolio interpretativo da parte della chiesa romana in relazione alle verità cristiane e al fenomeno religioso in generale.

Una questione di metodo

Considerando che le fonti neotestamentarie da tempo gli ese­geti più scrupolosi stentano a reputarle come assolutamente autenti­che o attendibili (in fondo è stato proprio dal dubbio che è nata la critica testuale), non c’è alcun bisogno di inveire contro chi propone ipotesi o anche tesi interpretative divergenti da quelle ufficiali o tra­dizionali (che in Italia, come noto, coincidono con quelle ecclesiasti­che).

Alla fin fine si tratta di un punto di vista contro un altro, per cui, se non vogliamo tornare ai tempi bui delle scomuniche, dovrem­mo lasciare ai lettori o addirittura alla storia il compito di stabilire quale versione dei fatti sia la più vera o verosimile. Rispondere a delle pretese esegetiche, che in effetti possono anche apparire dog­matiche, con altre non meno perentorie, non aiuta certo lo sviluppo della ricerca e dello spirito critico.

La mancanza di serenità interiore, quando si affrontano ar­gomenti così cruciali per le sorti di convinzioni religiose radicate nei secoli, tradisce stati ansiogeni, di risentimento o di paura, che non si addicono a chi fa dell’indagine critica una delle ragioni della propria vita.

Una questione di merito

Forse il Cascioli può aver esagerato negando l’esistenza sto­rica al Cristo (cosa che prima di lui molti altri hanno fatto), ma per­ché non ammettere che persino negli ambienti cattolici più avanzati si dà per acquisita la differenza tra “Gesù storico” e “Cristo della fede”?

Al giorno d’oggi diventa quanto meno discutibile usare argo­mentazioni a favore del “Cristo della fede” per sostenere delle tesi a favore del “Gesù storico”.

Sono piani diversi, che non dovrebbero legittimarsi a vicen­da, non foss’altro perché tale distinzione è frutto di studi condotti con rigore scientifico in ambienti protestantici stimati in tutto il mondo, che per molti aspetti hanno portato a considerare le fonti neotestamentarie quanto meno imprecise, ambigue, reticenti, se non addirittura fuorvianti: il che ha finito con l’aprire la strada a una vi­sione del tutto laica e razionale della vicenda legata al nome di Cri­sto.

Prima della Scuola di Tubinga non si sospettava neppure che potesse esistere una differenza tra “Gesù storico” e “Cristo della fede” (ancora oggi gli ortodossi la rifiutano, e a non torto, poiché sanno benissimo che se si approfondisce quella differenza si rischia di far cadere tutto il castello di carte false costruito intorno alla figu­ra di Gesù, la prima delle quali è quella relativa all’identificazione di “tomba vuota” e “resurrezione”).

Dunque il Cristo potrà anche essere esistito, ma certamente non assomiglia a quello rappresentato nel Nuovo Testamento, dove il suo messaggio di liberazione nazionale è stato sostituito, a partire soprattutto da Paolo, da uno di redenzione universale.

Una questione politica

Qui però se si entrasse nel merito di tutte le questioni affron­tate nel testo di Barbaglia, il discorso diventerebbe molto lungo.

Si può semplicemente osservare che ogniqualvolta si nega un qualunque valore alla tesi secondo cui il Cristo (o chi per lui) sa­rebbe stato un politico rivoluzionario, e che furono i suoi discepoli (o forse solo alcuni di essi, quelli che alla fine prevalsero) a trasfor­marlo in un redentore morale, di fatto si finisce con lo schierarsi apertamente dalla parte di chi non ama che vengano messi in discus­sione i poteri politici acquisiti della chiesa romana.

Una posizione del genere, per quanto documentata e forbita possa presentarsi al lettore, non ha alcun valore esegetico. Infatti se un intellettuale cattolico deve limitarsi a usare le migliori acquisizioni della critica redazionale protestante solo allo scopo di difendere uno status quo clericale, allora sarebbe quasi me­glio che affidasse unicamente alla forza della fede e della tradizione – come fanno appunto gli ortodossi – il valore della propria confes­sione.

Gli intellettuali cattolici, sotto questo aspetto, appaiono come lacerati da un conflitto di coscienza: non hanno il coraggio protestante di un affronto disincantato delle fonti neotestamentarie e non hanno neppure il coraggio ortodosso di sostenere che la forza della fede non può poggiare su principi politici.

Una questione ermeneutica

Purtroppo il Barbaglia, preso com’è a difendere privilegi ac­quisiti, non s’è accorto che quando si vuole sostenere con caparbietà la tesi secondo cui le fonti cristiane a nostra disposizione sono anti­chissime, risalenti addirittura al I secolo, quindi vicinissime ai fatti narrati; quando si vuole sostenere questo proprio allo scopo di dimo­strare che i cristiani credettero subito nella resurrezione del Cristo e nella sua figliolanza divina, e che quindi non ci fu affatto una falsifi­cazione tardiva, operata quando tutti i protagonisti della prima gene­razione erano già morti, non ci si accorge che se davvero le fonti sto­riche risalgono al I secolo, noi dobbiamo inevitabilmente concludere che la falsificazione del messaggio di Cristo iniziò subito dopo la sua morte, tra i suoi stessi seguaci, all’interno di quella inspiegabile tomba vuota.

La tesi di questi intellettuali cattolici si ritorce come un peri­coloso boomerang contro la stessa credibilità della chiesa cristiana, la quale verrebbe a poggiare le propria fondamenta su una falsifica­zione ancora più antica di quello che si credeva.

Il Nuovo Testamento è nato per rassicurare i romani che i cristiani non erano “nazionalisti” come gli ebrei, ma “cosmopoliti”; non erano interessati alla “politica” ma alla “religione”; non si rivol­gevano “alla carne e al sangue” ma alle “potenze dell’aria”.

Oltre Cascioli?

Posta tale questione ermeneutica, ci si può chiedere, rivol­gendosi a Cascioli e ai suoi epigoni: per quale motivo, se si accetta l’idea di un messia ebraico eversivo di duemila anni fa, non c’è modo di riferirla a una figura come Cristo e si può al massimo riferirla a un personaggio extracanonico come Giovanni di Giscala? Perché teme­re che, nell’utilizzare le me­desime fonti neotestamentarie, non si sa­rebbe potuto ugualmente di­mostrare la presenza di tale aspetto nella predicazione del Cristo? L’esegesi laica odierna, alla luce della mo­derna critica te­stuale, non è forse in grado di stabilire con relativa si­curezza che i vangeli, pur avendoci tramandato un Cristo del tutto spoliticiz­zato, contengono aspetti che si possono interpretare molto diversamente?

Gli intellettuali laici hanno forse timore di farsi mettere in crisi dalle osservazioni di Barbaglia, che si diverte a ridicoleggiare le tesi dell’agronomo Cascioli, ipotizzando soluzioni interpretative op­poste? Così infatti scrive nella nota 103: “Per quanto i cristiani dei primi secoli avessero la preoccupazione di mostrare un’immagine forte di un cristianesimo battagliero contro l’eresia, attribuendo azio­ni di coraggio agli apostoli e mettendo in bocca parole violente allo stesso Gesù al fine di legittimare una propria guerra di religione, non sono riusciti ad occultare la vera essenza del messaggio e della pras­si di Gesù e del suo gruppo, di natura pacifica e non violenta, in op­posizione all’uso della forza e secondo una separazione radicale tra Cesare e Dio!”.

Peccato che il Barbaglia non ci dica dove i cristiani avrebbe­ro fatto questo, quando si sarebbero comportati così. Questo gioco delle possibilità teoriche astratte poteva andare bene tra i sofisti al tempo di Socrate: di fatto tutto il Nuovo Testamento presenta il Cri­sto e i cristiani in maniera tale che i poteri dominanti (quelli romani) potevano dormire sogni tranquilli.

Oltre Barbaglia?

Contestare Cascioli per aver detto che il Cristo dei vangeli non è mai esistito, e ribadire la tesi del Cristo redentore, rispecchia una posizione superata, che non fa progredire di un millimetro la ri­cerca storica.

È assurdo pensare che non ci possono essere falsificazioni intorno alla vicenda di Cristo proprio perché il soggetto in questione è “figlio di dio”! O che una tesi non ha alcun valore argomentativo finché non è dimostrata da fonti storiche inoppugnabili.

Noi viviamo a duemila anni di distanza dai fatti che voglia­mo cercare di capire. Persino di fronte a un incidente stradale di cui siamo testimoni oculari, spesso dobbiamo costatare versioni opposte.

Dunque, se può anche essere giusto contestare a Cascioli il fatto che quando si considera irreale l’esistenza storica del Cristo evangelico, ciò di per sé non può implicare che non sia esistito un Cristo politicamente impegnato, si sarebbe comunque fatta più bella figura formu­lando nuove domande interpretative: p.es. perché la ri­voluzione del Cristo fallì? Perché dopo la sua morte non fu prosegui­ta? Perché si fece di un evento politicamente insignificante (la tomba vuota) il ful­cro di tutta la sua predicazione? Se la rivoluzione di Cri­sto fu politi­ca e non religiosa, come si configura il ruolo di Giuda?

Ma se da Nazareth non può venire nulla di buono, potrà ve­nire qualcosa di buono da un seminario di Novara?

II

La difesa di don Silvio Barbaglia1

Una questione di “stile”, appunto!

1) Parto dalla prima questione di Galavotti, quella dello “sti­le”. Egli pensa allo stile del mio scritto in termini moralistici, si scandalizza che un educatore possa dare così il cattivo esempio ai suoi educandi. L’unica cosa giusta del punto di Galavotti è il titolo: “questione di stile”! È in effetti una questione di “stile”, ma di stile letterario, di genere letterario usato! Il genere letterario usato è abba­stanza palese a chiunque si accosti a leggere il mio La favola di Ca­scioli. Inconfutabile dimostrazione dell’infondatezza delle tesi del­l’agronomo Luigi da Bagnoregio (scaricabile in http://www.lanuovaregal­di.it). Chiunque vedrebbe che la struttura retorica retrostante è fun­zionale al “rispedire al mittente” ogni accusa che il Cascioli rivolge alla chiesa cattolica. Il titolo, il sottotitolo, l’utilizzo della professio­ne di “agronomo” per inquadrare la persona che dibatte in tema di storicità del cristianesimo, l’uso dell’aggettivo “inconfutabile” più volte ribadito, il richiamo ai “falsari” e le denunce a don Enrico Ri­ghi, che si adattano meglio al Cascioli che al Righi… il tutto per configurare un “teorema”, appunto il “teorema di Cascioli”. Riman­dare al mittente tutte le accuse rivolte nei confronti della chiesa cat­tolica era l’istanza retorica retrostante all’intero testo “semiserio” e neppure di difficile decifrazione. Anche usando toni potenzialmente offensivi con chi, senza mezzi termini, li ha usati per anni, attraverso pubblicazioni, sito Internet e media nazionali e stranieri. Sia chiaro che non è stato certo un sentimento di livore o di rabbia che ha pro­dotto quello scritto. No, per il semplice fatto che: primo, neppure co­nosco personalmente Cascioli; secondo, mi sono attenuto il più pos­sibile al genere letterario volutamente polemico, ben cosciente di su­scitare provocatoriamente la questione per un giusto dibattito (sebbe­ne questo abbia superato anche le mie attese). Ogni contesto comu­nicativo prevede dei codici. Pensando di lanciare la cosa in Internet e conoscendo i dibattiti in atto, ho valutato che questa forma comuni­cativa potesse essere efficace per la finalità che mi ero preposto: mo­strare l’infondatezza delle tesi sostenute da Luigi Cascioli seguite ad occhi chiusi da tantissime persone… Certamente, se avessi pensato ad una pubblicazione scritta – in luogo di quella elettronica per frui­zione via Internet – avrei dato forma e contenuto assolutamente di­versi, soprattutto mi sarei dovuto rivestire direttamente della modali­tà tipica della pubblicazione scientifica come regolarmente faccio quando pubblico in tema di scienze bibliche.

2) Solo la distinzione chiara tra “autore reale” e “autore im­plicito” (guadagno delle scienze del linguaggio e dell’ermeneutica letteraria del sec. XX) riesce a far giustizia di un giudizio fondato sul secondo procedimento messo in atto. Senza conoscere l’autore reale e senza documentarsi (…bastava anche solo scrivere il mio nome e cognome in un motore di ricerca e sarebbe stata abbondante la mole di possibilità di giudizio su altri aspetti del sottoscritto) è facile la­sciarsi andare a giudizi complessivi sull’autore reale che procedono proprio soltanto dall’unico testo letto (dove parla l’autore implicito), con il rischio di non cogliere la logica sottesa, di carattere retorico, rispondente ad un genere letterario preciso.

Il caso di Luigi Cascioli invece è diverso, perché egli non solo ha scritto un libro e lo ha fatto stampare per diffonderlo (quindi con “pretesa” ben diversa da quella del sottoscritto), ma è a capo di un intero sito (www.luigicascioli.it), rimanda a link ad altri siti ana­loghi per acredine contro la chiesa cattolica, è ripreso dai motori di ricerca su circa 60.000 link in tutto il mondo, sempre e solo per que­st’unica battaglia contro la chiesa cattolica. In quel caso, posso dire, senza grossi timori di essere smentito, che il Cascioli ha fatto della battaglia contro il fondamento del cristianesimo (Gesù Cristo mai esistito!) e contro la Chiesa cattolica la sua ragione di esistenza in questi anni. La continuità tra le caratterizzazioni dell’autore implici­to e dell’autore reale qui è maggiormente verificabile. Possiamo quindi affermare che anche l’istanza del “lettore implicito” del mio testo – ovvero il progetto di lettore di cui il testo si fa portatore -, cor­risponde chiaramente a questo Luigi Cascioli, qui appena tratteggia­to, in compagnia di tutti coloro che ne condividono lo stile e i conte­nuti e, tra questi, evidentemente anche Enrico Galavotti. La differen­za quindi è che il sottoscritto si è rivestito di quella vis polemica al fine di usare uno stile simile ma con contenuti diversi di chi vuole condurre solo una “battaglia contro”.

In sintesi, la scelta del genere utilizzato e dello stile sono sta­ti voluti per raggiungere finalità che, come si sa, non solo non con­vincono facilmente soprattutto chi si oppone alle tesi sostenute, ma addirittura, creano fastidio e repulsione in personalità con carattere pacato che non amano la polemica “contro” o in chi si oppone risolu­tamente alle tesi esposte; fastidio e repulsione che si manifestano in vari modi, da considerazioni etiche professionali (come Enrico Gala­votti), legate al “buon esempio” dell’educatore alla svalutazione del contenuto del testo, per acredine e polemica gratuita (come tra i commenti letti nei blog e nei forum).

Una questione di metodo, appunto!

La critica a Luigi Cascioli non è certo stata elaborata dal sot­toscritto perché sosterrebbe tesi discordanti dalle mie, bensì per il metodo usato funzionale al dogmatismo storiografico tra i più radi­cali che abbia mai riscontrato. Le sue sono asserzioni prive di docu­mentazione, senza una sola citazione bibliografica ma sempre dog­matiche. Le verifiche svolte con acribia su porzioni del suo testo mo­strano imprecisioni, pressappochismi impressionanti…

Il mio scritto dovrebbe essere sufficiente a mostrare tutto questo: smentirlo è possibile, certo, ma portando prove e non solo affermazioni generiche e apodittiche “alla Cascioli”. Ci sono dei ri­ferimenti che vanno oltre l’opinione, la documentazione offre una sua base di oggettività. Anche i più radicali decostruzionisti ricono­scono anch’essi una resistenza oggettiva del testo in opposizione ad una teoria radicale di interpretazione infinita. Quindi nella ricerca storica si procede vagliando, documentando, ragionando… Quando si mettono in campo questi aspetti metodologici è possibile un’inte­sa, diversamente è dogma allo stato puro. Il libro di Cascioli è una forma di scrittura ex-cathedra. Il mio, in molte sue parti, ne imita lo stile con la finalità di relativizzare la pretesa dogmatica. E poi sareb­be la Chiesa ad essere dogmatica!

Gli stati ansiogeni o di serenità interiore evocati dal Galavot­ti, infine, sono certamente da riferirsi al Cascioli, a meno che egli non abbia capito la forma letteraria del mio scritto che, nella sua composizione, ha provocato in me tutt’altro stato d’animo: oltre ad avermi impegnato mi ha anche divertito. Ma senza minimamente du­bitare che quel titolo di “agronomo” dato al Cascioli avrebbe potuto suscitare sentimenti di discriminazione culturale poiché l’agronomia è appartenuta alla sua formazione e alla sua professione. Io dovrei offendermi se mi danno del “prete”? Penso proprio di no. Nessuno vieta ad un agronomo di essere esperto di storia antica, di origini del cristianesimo e di scritture, ma lo deve dimostrare. E viceversa: nes­suno vieta ad un esperto di filologia biblica di minare alla base i car­dini fondamentali della scienza agronomica, ma lo deve mostrare non basta “sparare”. Per chi è del mestiere è più facile collocarsi nei dibattiti alti, per chi non lo è deve conquistarsi il posto mostrando le competenze. Questa non è discriminazione ma metodo scientifico normale in tutti i campi della conoscenza. Cascioli invece ha dimo­strato il contrario! Mi si dica, con cognizione di causa, dove e in che cosa nel suo libro e nel suo sito il Cascioli si mostra uno “studioso” nell’accezione tecnica del termine!

Una questione di merito, appunto!

Sul “Gesù della storia” e il “Cristo della fede” siamo di fron­te a tre secoli di discussioni che non possono essere qui ripresi. Il mio scritto non prendeva in considerazione tale tematica ma solo la dimostrazione che le due prove avanzate dal Cascioli (che avevano la pretesa di mostrare in modo inconfutabile la non esistenza storica di Gesù) erano così deboli da mostrarsi esse stesse capi d’accusa contro lui medesimo al posto di don Enrico Righi: ovvero l’accusa di abuso di credulità popolare e di sostituzione di persona. Un autogol che pochi sarebbero stati capaci di congegnare.

In ogni caso se il sig. Galavotti desidera leggere che cosa penso sinteticamente in merito alla questione complessa del “Gesù della storia” e del “Cristo della fede” può scaricarsi il testo di recen­sione al libro di C. Augias e M. Pesce, Inchiesta su Gesù in: http://www.­lanuovaregaldi.it/doc/evento/Recensione%20Pesce%20e%20Terza%20ricerca.pdf dal titolo: In margine alla discussione del libro-in­tervista di Corrado Augias – Mauro Pesce.

Una questione politica, meglio “fantapolitica”!

Volere etichettare – nel caso: intellettuale cattolico – senza entrare nel merito della discussione, delle prove, dell’oggetto stesso è volere sfuggire dal tema trattato. Il sig. Galavotti che procede con i classici cliché ed etichette attribuisce al sottoscritto interessi di poli­tica ecclesiale garantista di poteri acquisiti a partire già dalla forma della cristologia del redentore morale contro il rivoluzionario politi­co.

Da parte mia nessuna di queste preoccupazioni, ma solo quella della ricerca attraverso studi di settore approfonditi, le fonti, andando ai testi originali, consultando i manoscritti antichi, fino a leggere i facsimili di tutti gli antichi manoscritti dei primi secoli. Gli intellettuali cattolici sono molto più vari, seri e liberi di quanto pensi Enrico Galavotti che trovo, lui sì, molto più “fatto con lo stampino” dell’homolaicus segnatamente anticlericale. Sento più varietà di gu­sto e di prospettive nel cattolicesimo e molta più libertà di pensiero…

Una questione ermeneutica, ma quale ermeneutica?

Si parla di falsificazione del cristianesimo. Non so a quali intellettuali cattolici si riferisca il Galavotti. Io so solo che se il rife­rimento è all’ambito scientifico della Terza ricerca (Third Quest), allora è possibile intenderci su un piano almeno comune di ermeneu­tica storica; se invece si vogliono fare degli scoop, allora è un altro paio di maniche, ma l’ermeneutica è un’altra cosa. I criteri storiogra­fici del Cascioli sintetizzati al termine del mio scritto ben si attaglia­no anche al Galavotti se non documenta ma asserisce soltanto.

Oltre Cascioli? Speriamo!

Quando la storia si scrive sapendo già come deve andare a finire ancor prima d’avere ricercato è una storia smaccatamente ideologica. Che Gesù fosse un rivoluzionario politico è un’ipotesi di lavoro vecchia come la storia della ricerca sulla vita di Gesù. Più nessuno resta stupito da questa posizione. Si resta stupiti quando la si afferma ritenendola “oro colato”, verità assoluta. Tale posizione è stata teorizzata, smontata, contestata e oggi, in ambiente scientifico della “Terza ricerca” quasi più nessuno ritiene possa essere un ambi­to significativo per interpretare la figura del rabbi Gesù. Ecco il sen­so dell’”ipotesi al contrario” della nota 103. Basta essere convinti di un’idea, poi i documenti e i testi che in qualche modo danno ragione all’ideologo si trovano, anche attraverso contraffazioni, citazioni in­ventate, personaggi creati ad hoc… Luigi Cascioli, abbiam visto, in questo è maestro non solo in Israele…

Oltre Barbaglia? Verso l’homolaicus Galavotti? Auguri!

L’oggetto del mio studio, che evidentemente Galavotti non ha considerato nelle sue articolazioni logiche e contenutistiche, non era la tesi del Cristo redentore, ma, lo ripeto, dimostrare l’infonda­tezza delle due tesi di Cascioli. Stop, solo questo! Se avessi dovuto considerare il problema del Gesù storico tout court o del Gesù come figlio di Dio, redentore, Signore, ecc. avrei avuto bisogno di ben al­tro spazio letterario. Capisco che sono queste le cose che interessano al Galavotti, perché in questo vorrebbe ribadire per l’ennesima volta che il Gesù della storia ha niente a che fare con il Cristo della fede. Tutte le domande che mi pone hanno già una risposta nella sua testa e nel suo cuore, perché appartengono non tanto all’euristica ma al prodotto già preconfezionato. Non voglio dunque rovinarglielo. Ga­lavotti, infine, si domanda: “Ma se da Nazareth non può venire nulla di buono, potrà venire qualcosa di buono da un seminario di Novara?”. Beh, bisogna ammettere, che è l’unica parte del discorso di Galavotti divertente e simpatica. Auguri!

Piccola controreplica

Don Silvio Barbaglia non si rende conto che chiunque può interpretare le “sacre scritture”, non solo i sacerdoti, i teologi, i bibli­sti, gli esperti in materia. Non vuole ammettere una cosa su cui si di­scute sin dai tempi dei primi vangeli apocrifi. E che, in questa inter­pretazione, uno studioso debba necessariamente partire dal presup­posto che le fonti neotestamentarie sono manipolate, mistificate, in­terpolate, sono secoli che lo si dà per scontato. Interpretare alla lette­ra tali fonti è la cosa più sciocca di questo mondo, che non fa progre­dire di un millimetro l’esegesi critica. Non a caso Barbaglia predilig­e la “Terza ricerca”, cioè quella che più s’avvicina a un’interpreta­zione “confessionale” di quelle fonti. E poi ha il coraggio di scrive­re, pensando che questo rischio lo possano correre solo gli altri, gli “an­ticlericali”: “Quando la storia si scrive sapendo già come deve anda­re a finire ancor prima d’avere ricercato è una storia smaccata­mente ideologica”.

III

Un intellettuale di stile non s’imbarbaglia

È incredibile che un insegnante dia del “moralista” a un altro insegnante (il sottoscritto) perché quest’ultimo s’è permesso di dire che non si può criticare una persona mettendo continuamente in luce le sue origini sociali, geografiche o gli studi scolastici che ha fatto in gioventù.

È come se io in classe dessi per scontato che uno studente di origine bulgara o marocchina o di provenienza rurale o montana non potesse fare altro che prendere un voto scadente. E siccome Barbaglia sostiene che sulla base di un certo stile letterario è anche possibile concedersi licenze di bassa lega, io in classe potrei tranquillamente prendere in giro gli stranieri, i contadi­ni o i montanari, facendo leva sulle differenze nei livelli di apprendi­mento, rispetto agli studenti urbanizzati, figli di genitori laureati, po­sizionati e quant’altro.

Chissà perché non m’è mai venuto in mente di poter usare una “struttura retorica retrostante” con cui dileggiare chi, provenen­do dalla montagna, si fa beffe della nostra civiltà inquinata o chi, provenendo dalla Bulgaria, mi dice che la religione ortodossa non ri­conosce l’autorità del papa.

Interessante inoltre la teoria pedagogica secondo cui è sem­pre bene mettersi allo stesso livello di chi ci sta di fronte, anche nei casi in cui forse un maggiore distacco avrebbe aiutato meglio il let­tore a capire da solo la fondatezza delle tesi dei rispettivi contenden­ti.

Personalmente non riesco neppure a capire chi abbia stabili­to che il digitale meriti meno riguardi del cartaceo, poiché, proprio sulla base di questa erronea percezione di valore, un intellettuale come Barbaglia si è sentito autorizzato ad usare uno stile volutamen­te polemico. Davvero gli avversari semplicemente “telematici” non hanno credenziali sufficienti per essere trattati con maggiore rispet­to?

Peraltro lo stesso Barbaglia è costretto ad ammettere che le tesi di Cascioli vengono “seguite ad occhi chiusi da tantissime perso­ne”. Dunque perché usare uno stile così basso nei confronti di decine di persone, che hanno deciso di proseguire autonomamente nei loro siti e blog le tesi di questo famoso “agronomo”? Solo perché appar­tengono al web? Eppure lo stesso Barbaglia si chiede perché io non abbia usato, guarda caso, proprio un motore di ricerca per verificare se lui stesso in altri testi non avesse usato uno stile più scientifico. E, di grazia, mi si vuole spiegare il motivo per cui un intellettuale che normalmente scrive in maniera scientifica, improvvisamente scade in un linguaggio da bar quando ha a che fare con un polemista ag­guerrito ben presente nel web nazionale e internazionale?

O forse la risposta a questa domanda sta nel fatto che Ca­scioli, secondo Barbaglia, non merita uno stile scientifico in quanto lo stile da lui usato è soltanto provocatorio e denigratorio nei con­fronti della chiesa? Ma allora perché uno scienziato deve darsi tanto da fare per un testo e un sito che in fondo potrebbero anche giudicar­si da soli? Quanto tempo durano le cose non sufficientemente moti­vate e fondate? Non sarebbe forse stato meglio ignorarle?

Evidentemente non si poteva e forse proprio perché qui si ha a che fare con “un sito ripreso dai motori di ricerca su circa 60.000 link in tutto il mondo”. Cascioli è così famoso che secondo Barba­glia lo stesso auto­re del sito homolaicus.com “ne condivide lo stile e i contenuti”. Ac­cidenti che svista prof. Barbaglia! Rimproverare a me di non saper distinguere tra “autore reale” e “autore implicito”, solo per il fatto di non aver digitato il suo nome in un motore di ri­cerca, e ca­dere nella stessa svista subito dopo, non mi sembra un at­teggiamento molto “scientifico”: io di Cascioli non condivido né lo stile né i con­tenuti, e se lei avesse usato un qualunque motore di ri­cerca si sareb­be accorto che da un decennio in rete ho assunto, in merito all’anali­si delle fonti neotestamentarie, una posizione più “storicistica” che “mitologistica”.

E comunque rinfacciare al Cascioli di usare “una forma di scrittura ex cathedra” quando fino alle ricerche protestanti in materia di esegesi la chiesa romana era proprietaria di una forma analoga, mi pare quanto meno ingeneroso. Sono innumerevoli i libri che detta chiesa ha vietato di leggere dal 1558 fino al 1966 (ci sono anche al­cune opere di Dante Alighieri, Rosmini e Gioberti!).2 Sarebbe stato sufficien­te sostenere che a dogma non si risponde con dogma e non che le in­terpretazioni cattoliche del dogma cristiano sono più vere di quelle laiciste.

Vorrei qui chiudere la questione dello stile riportando questo infelice interrogativo di Barbaglia: “Io dovrei offendermi se mi dan­no del ‘prete’?”. Personalmente mi chiedo se una domanda del gene­re sia sufficiente per considerare lecito il fatto che lei abbia dato del “rurale”, dell'”agronomo”, dell'”agrario” a uno studioso del cristiane­simo? Temo che questa finta ingenuità non faccia che peggiorare i fastidi di “moralisti” come me.

Per quale ragione infatti lei dovrebbe considerare la parola “prete” un epiteto? Non è forse il suo mestiere? Tra l’essere sacerdo­te e studioso del cristianesimo vede forse molta differenza? Non ha forse considerato il lavoro intellettuale come una naturale conse­guenza di una vocazione interiore?

È strano che un intellettuale come lei, che pur si è accorto che la maggior parte delle tesi di Cascioli non sono farina del suo sacco ma derivate da autori stranieri, non sia arrivato a immaginare che questi stessi autori possono aver documentato ampiamente le loro tesi. E allora che dire di costoro? Che, pur non essendo “agrono­mi”, restano degli incompetenti?

Vorrei qui aggiungere che indubbiamente è vero che Cascio­li è un novizio rispetto ai grandi esegeti critici del cristianesimo pri­mitivo e che si serve di fonti per lo più francesi, che oggi, nel loro accanito positivismo, consideriamo superate, in quanto preferiamo assumere atteggiamenti più possibilisti circa l’autenticità di una figu­ra storica come il messia Gesù, per quanto enormemente mistificata dai redattori cristiani; ma è anche vero che nel generale torpore in cui versa l’atteggiamento laico verso le fonti neotestamentarie, più predisposto verso l’indifferenza agnostica che alla critica puntuale, i lavo­ri editoriali di Cascioli, nonché di Donnini, hanno determinato un pic­colo terremoto nel web nazionale. Al punto che oggi è pratica­mente impossibile sostenere che la critica del cristianesimo primitivo non abbia assunto proporzioni preoccupanti per una chiesa abituata da sempre a gestire le verità di fede in termini prevalentemente poli­tici o comunque monopolistici.

Quanto al resto, Barbaglia sa sicuramente meglio di me che gli eventi storici influiscono sulle motivazioni dei ricercatori: quan­do spopolavano le idee del socialismo, l’interpretazione che si dava del Cristo era quella di un rivoluzionario; oggi che domina il neoli­berismo si è tornati a parlare di Cristo redentore e profeta. Ed en­trambe le versioni sono state sempre ampiamente do­cumentate. Dun­que non è affatto vero che il tempo, di per sé, rende supera­te deter­minate tesi; semmai quelle che paiono più convincenti ven­gono ri­prese e riformulate (come fece la Scolastica con l’aristoteli­smo o l’U­manesimo col platonismo).

Lo sa bene anche la chiesa, che quando ha a che fare con teologi del cali­bro di Hans Küng, Jacques Pohier, Edward Schille­beeckx, Leonardo Boff, Charles Curran, Tissa Balasuriya, Anthony de Mello, Reinhard Messner, Jacques Dupuis, Marciano Vidal, Ro­ger Haight, Jon Sobri­no, Uta Ranke-Heinemann fa presto a scomuni­carli o a sospenderli dall’insegnamento.

*

Cascioli rappresenta la vecchia esegesi positivistica france­se, che in Russia si chiamava mitologista, e che partiva dal presup­posto dell’inesistenza di Cristo. Questa esegesi si oppone non solo a quella confessionale ma anche a quella storicista di derivazione lai­ca, che parte infatti dal presupposto di questa esistenza, pur metten­do in discussione l’interpretazione datane da tutto il cristianesimo (cioè dal Nuovo Testamento a oggi, con parziale esclusione di quella dei teologi della liberazione).

Indubbiamente i mitologisti fan bene ad affermare che non si può sostenere l’esistenza del Cristo sulla base dei soli vangeli cano­nici, ma se ci si ferma a questo non si riesce a fare il passo successi­vo, che è quello di cercare di capire non tanto la falsificazione quan­to piuttosto la mistificazione. C’è differenza tra le due cose: per i mi­tologisti si tratta solo di falsificazione, per gli storicisti invece c’è di mezzo la mistificazione, che è una falsificazione compiuta su cose realmente accadute.

Portando alle estreme conseguenze le tesi dei mitologisti si arriva a dover concludere che la falsificazione altro non è stata che una pura invenzione di fatti mai accaduti. I vangeli cioè vengono pa­ragonati a una sorta di Donazione di Costantino, con cui comunque la chiesa s’assicurò per ben 700 anni il dominio temporale del papa­to.

IV

Videmus nunc per speculum in enigmate

Queste riflessioni vogliono essere un commento alle osser­vazioni critiche che don Silvio Barbaglia ha fatto al testo di C. Au­gias – M. Pesce, Inchiesta su Gesù. Chi era l’uomo che ha cambiato il mondo, ed. Mondadori, Milano 2006.

Il valore della fede

Testi come quello di Augias-Pesce, oggi sempre più nume­rosi, rendono esplicito un fatto che alla chiesa romana piace sempre meno, e cioè che un’analisi storica delle fonti neotestamentarie può salvaguardare una certa “fiducia” nei confronti dell’uomo-Gesù, ri­nunciando però del tutto alla “fede” nel Cristo figlio di dio. Di fatto la “fede personale” non solo si presenta come ingrediente del tutto inutile nell’indagine storica di quelle fonti, ma addirittura diventa fuorviante, in quanto impedirebbe una qualunque reinterpretazione critica di quelle stesse fonti.

In effetti, dando per scontato che gli aspetti religioso-confes­sionali siano all’origine della predicazione del Cristo, appunto per­ché così essi appaiono nelle fonti cristiane più antiche, gli esegeti cre­denti non riescono ad accettare che uno storico possa mettere in di­scussione tale postulato. E per loro, non rassegnati all’idea della fine di un loro monopolio interpretativo delle verità cristiane, è dun­que difficile pensare che sulla base di questo postulato si possa im­postare un confronto che porti a risultati convergenti.

Don Silvio Barbaglia p.es., per il quale la prova della verità delle fonti neotestamentarie sta proprio nel fatto che esiste ancora oggi una chiesa che crede in quelle fonti, considera i racconti relativi all’ultima cena, quelli in cui – secondo la chiesa – il Cristo dà per cer­to che verrà tradito e ucciso, come la quintessenza della nascita del cristianesimo, quando proprio in quei racconti la falsificazione reda­zionale raggiunge uno dei suoi massimi livelli. E dice questo senza rendersi conto che su molte parti di quelle stesse fonti vi sono inter­pretazioni discordanti persino all’interno delle stesse confessio­ni cri­stiane (si pensi p.es. al passo matteano sul cosiddetto “primato di Pietro”).

Ebbene, noi sappiamo che anche il mondo contadino ha cre­duto per millenni in tante verità agricole, trasmesse oralmente, ma questo non ha impedito alla borghesia di distruggerle con la forza. La differenza tra coscienza laica borghese e coscienza laica demo­cratica sta proprio in questo, che oggi non si vuole distruggere con la forza alcuna verità, ma si vuole lasciare al libero dibattito la for­mazione di una consapevolezza critica del fenomeno religioso. È di­sposta la storiografia confessionale a un confronto del genere?

Ora, se è disponibile a un dibattito franco e aperto, perché, pur non chiedendo allo storico di aderire spontaneamente alla fede, pre­tende ch’egli non metta mai in forse la religiosità dell’evento Gesù? Per quale ragione uno storico laico deve accettare la tesi con­fessionale secondo cui non esiste un Gesù diverso da quello dei van­geli?

È stata la coscienza laica, non certo quella religiosa, ad apri­re la ricerca sulle fonti neotestamentarie. Il fatto che siano state sco­perte palesi incoerenze, inspiegabili lacune, stridenti contraddizioni dovrebbe indurre i credenti a guardare quelle fonti con più spirito critico e meno ingenuità.

L’approccio laico delle fonti cristiane non si pone come obiettivo politico quello di distruggere la fede (da tempo s’è capito che l’anticlericalismo sortisce sempre effetti opposti a quelli voluti), quanto quello di sta­bilire dei percorsi culturali in cui sia possibile muoversi liberamente, alla ricerca di una verità che non può più es­sere data per acquisita né può essere considerata appannaggio della sola fede. Starà poi alla coscienza di ognuno trarre le debite conse­guenze.

Il valore delle fonti

Il fatto che esistano fonti prodotte dalla “fede” non deve por­tarci a considerarle del tutto inutili ai fini della ricerca storica della verità. Lo storico può sempre cimentarsi in una loro reinterpretazio­ne, cercando di scoprire o almeno di ipotizzare dove e come è stata operata una falsificazione o manipolazione dei fatti.

Certo, si lavora sulla base di ipotesi, in quanto non avendo fonti alternative (di carattere laico) che ci diano un’altra versione dei fatti, non si può aver la pretesa di dire l’ultima parola sulla vicenda che ha visto coinvolto l’ebreo-Gesù. Forse l’unica fonte che mette in crisi l’intero impianto filoromano presente nei vangeli, i quali attri­buiscono le maggiori responsabilità della morte del Cristo agli ebrei, è costituita dalla Sindone, che non ha subito immediatamente le cen­sure delle altri fonti proprio perché solo con la moderna tecnologia se ne è scoperto il vero contenuto politico (l’esecuzione di un rivolu­zionario). In ogni caso per uno storico laico è meglio lavorare sul materiale che c’è dando per scontate le falsificazioni, piuttosto che non lavorarci affatto dando per scontato che sia tutto vero.

Alla storiografia laica interessa assai poco scoprire i veri au­tori di tutte le fonti protocristiane. Il Nuovo Testamento è stato scrit­to da Autori Vari per lo più anonimi, che rappresentavano interessi comunitari diversificati. Non è questo che rende poco credibili que­gli scritti. In genere non si considera propriamente “falsificato” un testo quando nel momento della riscrittura viene manipolato in qual­che singolo aspetto. Questa operazione sarebbe meglio definirla col termine di “interpolazione”. La falsificazione vera e propria è una sorta di “mistificazione ideologica” e riguarda aspetti di fondo, so­stanziali, dell’intero testo.

Nei confronti di questa falsificazione, su cui poggia l’intera struttura ecclesiastica, una posizione storiografia di tipo “confessio­nale” non è in grado di operare una ricerca scrupolosa, obiettiva… La storiografia clericale, se vuole restare tale, deve per forza accetta­re una preliminare falsificazione, quella appunto che le permette di restare clericale. Per la chiesa studiare l’evento Gesù non è come stu­diare Giulio Cesare. Cristo non è solo un personaggio storico, ma anche un avvenimento che ha prodotto un movimento di credenti che, sep­pur non omogeneo, è attivo ancora oggi.

Gli storici laici non possono non rendersi conto che quando si esaminano le fonti neotestamentarie si è in presenza di testi il cui obiettivo era di creare una sorta di partecipazione popolare al potere costituito, in cui però gli aspetti politici dovevano apparire come me­diati da un’istanza di tipo culturale, in quanto lo Stato roma­no veni­va sì contestato a motivo del proprio integralismo politico-rel­igioso a favore del politeismo pagano, ma non come ente pre­posto alla tutela del sistema schiavistico.

Questa forma di partecipazione popolare la chiesa la defini­va e ancora oggi la definisce di tipo “religioso”. Tant’è che studiosi come Barbaglia, anche se sono disposti ad ammettere che nell’even­to Gesù vi fosse l’intenzione di trasformare radicalmente la realtà, non arrivano mai a chiedersi se tale intenzione abbia potuto essere, sin dall’ini­zio, di natura “non religiosa”: dunque – secondo lui – solo uno “storico di chiesa” può ade­guatamente interpretare il cristianesimo.

In tal senso Barbaglia vorrebbe semplicemente limitare la ri­cerca storica all’individuazione di quegli aspetti formali che hanno differenziato le varie interpretazioni dell’evento Gesù, salvaguardan­do quella che può essere considerata ancora oggi la versione decisiva del fatto più fondamen­tale, quella appunto che il Cristo è risorto in quanto “figlio di dio”. Cioè vorrebbe semplicemente riconfermare operazio­ni esegetiche già note, even­tualmente con l’apporto dell’er­meneutica, senza mettere in discus­sione né la fede né la teologia.

Sotto questo aspetto ci rendiamo conto che una qualunque discussione critica, con un uomo di fede, sulle fonti cristiane, rischia di diventare una fatica sprecata. Infatti, per quanto illuminata possa essere la sua posizione, sarà sempre minata da un vizio culturale di fondo, quello appunto della fede, che se è necessaria per accettare il misticismo delle fonti cristiane, diventa del tutto inutile, e anzi fuor­viante, quando si tratta di interpretarle. Meglio dunque sarebbe af­frontare coi credenti temi extradottrinali, argomenti di carattere ge­nerale, utili alla società civile.

Un punto di vista strumentale

L’uso delle fonti storiche è sempre strumentale a un proprio punto di vista. Chi nega questa necessità, la riconferma tacitamente, quando difende il punto di vista della propria comunità d’appartenen­za o di un’ideologia di riferimento cui si sente legato. Si tratta piutto­sto di far sì che tale visione diventi un sentire comune, usando i me­todi del libero confronto, senza alcuna eccezione.

È assurdo pensare che le fonti cristiane possano far valere la loro autenticità basandosi semplicemente sul fatto che la chiesa ha duemila anni di storia (l’ebraismo, p. es., ne ha quattromila), anche perché all’interno della chiesa stessa l’interpretazione delle medesi­me fonti non è mai stata univoca. A tutt’oggi le confessioni mondiali che si fronteggiano nell’esegesi delle fonti cristiane sono tre: orto­dossa, cattolica e protestante (quest’ultima suddivisa in una miriade di co­munità tra loro indipendenti).

Tutto quello che Barbaglia dice contro le intenzioni della storiografia laica (relativamente p.es. alla strumentalizzazione delle fonti) può essere tranquillamente ritorto contro la chiesa stessa: l’at­teggiamento strumentale non può essere il “peccato” di qualcuno in parti­colare. Già il semplice fatto che “esistano” delle fonti scritte do­vrebbe in­durre lo storico a porsi di fronte ad esse in maniera guar­dinga. Infatti da quando esistono le “civiltà” la storia non è mai stata scritta dai poteri “deboli” (che spesso non hanno neppure gli stru­menti per scri­verla). Se fra mille anni restassero in mano agli storici solo i film americani sugli indiani, che possibilità avrebbero di recu­perare la ve­rità originaria su quelle tribù? E se oggi esistesse una persona analo­ga a Gesù Cristo, con l’unica differenza che fosse pre­occupata di mettere tutto per iscritto, al fine di non essere male inter­pretata, avrebbe forse più speranze di poter raggiungere i propri obiettivi?

Non è forse vero che qualunque cosa può sempre essere ma­nipolata da chi sta al potere? E se questo potere trova dei seguaci convinti, degli eredi spirituali, non è forse vero che le manipolazioni possono andare avanti anche per decine di anni, addirittura per seco­li? Ci sono voluti 700 anni prima di scoprire che la Donazione di Costantino era un falso patentato.

Un ricercatore non può non sapere che nell’ambito delle ci­viltà basate su interessi antagonistici, le idee dei fondatori di movi­menti politici o religiosi facilmente vengono travisate, strumentaliz­zate o censurate dai loro epigoni. Se si accetta questo dato di fatto per un grande personaggio della cristianità come Francesco d’Assisi, tanto per fare un esempio, non si capisce perché lo si dovrebbe escludere nei confronti di Gesù Cristo.

Insomma, a uno storico laico poco importa se, non tenendo conto del carattere confessionale delle fonti neotestamentarie, egli ri­schia di ritrovare solo “se stesso” nell’analisi dell’evento Gesù. L’im­portante è dimostrare che ai fatti possono essere date interpreta­zioni diverse, la cui fondatezza sta unicamente nella coerenza argomenta­tiva. Chi può dire a priori che qualunque interpretazione del­l’evento Gesù che non voglia tener conto di aspetti religiosi precosti­tuiti, pre­liminari a qualunque ricerca, sia destinata al fallimento? Stando alla storia è fallito piuttosto il progetto clericale di voler tra­sformare qua­litativamente la realtà sociale sulla base della fede reli­giosa.

È incredibile che uno storico del cristianesimo affermi che siccome l’interpretazione ufficiale dell’evento Gesù, tramandataci dalla storia, è stata di tipo confessionale, è impossibile sperare di po­ter ottenere, sulla base di quelle stesse fonti, un’interpretazione non-confessionale di quel medesimo evento.

Barbaglia in sostanza muove le sue argomentazioni all’inter­no di due paletti epistemologici ben strani, anche se comprensibili all’interno di una storiografia cattolica:

– le fonti cristiane rappresentano non solo l’interpretazione più vera dell’evento Gesù, ma anche l’unica possibile, al punto che se fosse del tutto falsa, non vi sarebbe alcuna possibilità di dimo­strarlo;

– uno storico laico non può dir nulla di significativo sull’e­vento Gesù proprio perché è “laico” e, come tale, non è in grado di af­frontare storicamente un evento di tipo religioso.

Questa epistemologia fa inevitabilmente venire in mente le pagine illuminanti di Orwell relative al “Bispensiero”. Per accettare le fonti cristiane occorre un atteggiamento di fede che deve restare di fede anche in presenza di dimostrazioni razionali che contraddicono i suoi postulati. “Se il tuo superiore ritiene che il nero sia bianco…”.

Non lo sa Barbaglia che è possibile risalire alla verità anche passando attraverso la falsità? E che, per chi davvero cerca la verità, duemila anni di falsificazioni son come un giorno?

Fonte interna e fonte esterna

Se vogliamo affermare – sulla scia di Barbaglia – che una fonte esterna ai fatti narrati è meno attendibile di una interna, ci sono mille ragioni per sostenere anche il contrario. La verità di una fonte non è cosa che possa essere dimostrata a priori o una volta per tutte, non è data neppure dalla presunta coe­renza ch’essa ha coi fatti che intende rappresentare. Generalmente anzi una coerenza troppo stretta o stringente viene vista con sospetto dagli storici.

In astratto si può sostenere che una fonte può essere ritenuta autentica quando si può dimostrare che non è falsa, ma questa dimo­strazione, dal sapore tautologico, è puramente tecnica e quasi priva di valore. L’autenticità che ci interessa non è tanto quella di attribuire con certezza la paternità o la data di un’opera, quanto piuttosto quella che offre un’interpretazione sufficientemente verosimile della realtà. Il quarto vange­lo, p. es., viene attribuito falsamente a Giovanni, ep­pure ha alcune versioni dei fatti (la cacciata dei mercanti dal Tempio, la scoperta del­la tomba vuota ecc.) più convincenti di quelle di Mar­co, che è fonte primaria di Matteo e Luca.

Non solo, ma la verità dei fatti raramente viene scoperta sol­tanto attraverso le fonti, autentiche o meno che siano: occorre anche una loro continua reinterpretazione. Se Lenin non avesse scritto una riga e noi avessimo come fonte storica le sole opere di Stalin, noi non avremmo capito la fondamentale differenza tra leninismo e stali­nismo. Questo tuttavia non ci avrebbe impedito, in maniera assoluta, di risalire alla verità dei fatti; certo sarebbe stato un lavoro più fati­coso, ma alla fine qualcuno ce l’avrebbe fatta.

In ogni caso resta molto significativo che, pur in presenza di tante opere scritte da Lenin, non si sia potuto impedire allo stalinismo di travisarne il contenuto e di far prevalere un’ideologia antidemo­cratica: questo dovrebbe portarci a credere che una fonte scritta non offre maggiori garanzie di autenticità o minori rischi di falsificazio­ne di una fonte orale.

Una fonte è sempre un’interpretazione dei fatti, anche quan­do presume d’essere una loro oggettiva descrizione. Dunque quella interpretazione, per essere meglio compresa, va sempre reinterpreta­ta e non semplicemente, come fanno gli esegeti confessionali, chio­sata, commentata, motivata. Gli avvocati, nel corso delle loro cause, conoscono benissimo questo principio ermeneutico.

Non ha più senso sostenere che quanto ha detto e fatto Gesù Cristo può essere stabilito solo prendendo le fonti canoniche così come sono (as is): quelle fonti infatti vanno continuamente reinterpretate, a prescindere da altri possibili ritrovamenti archeolo­gici; anzi, nella misura in cui gli storici smetteranno di essere cre­denti, vi saranno sempre più nuove ipotesi esegetiche, che non avranno certo il timore, discostandosi dalle fondamentali tesi dog­matiche, di apparire “eretiche”.

D’altra parte uno storico non può essere così ingenuo da cre­dere che un’interpretazione degli eventi cristologici, rifiutata dalla chiesa sin dalle origini e quindi considerata “eretica”, sia di per sé più attendibile di quella canonica. Il trotskismo non costituiva certo una convincente alternativa allo stalinismo, ma questo non significa che non vi possano essere barlumi di verità o elementi che avvicina­no alla verosimiglianza negli scritti che la storia ha considera­to “mi­noritari” o “eterodossi”.

Oggi è importante sostenere che una qualunque indagine “critica” della vicenda del Cristo deve necessariamente partire da un affronto laico delle fonti, cioè da un affronto che non considera l’ap­proccio di fede come il più idoneo a interpretare quella vicenda. Un approccio laico, p.es., esclude a priori tutti i racconti di resurrezione o di riapparizione di Gesù come fonti attendibili dei fatti, anche se si guarda bene dal cestinarli come non-fonti in quanto tali. Anche quei racconti van­no reinterpretati: la loro importanza non sta tanto in ciò che volevano dimostrare (nella fattispecie la rivivificazione di un corpo), quanto piutto­sto nel modo in cui volevano dimostrare questa tesi.

Il fatto stesso che allora si avvertì l’esigenza di produrre rac­conti del genere sta necessariamente ad indicare che sulla questione della tomba vuota circolavano tesi diversificate, se non contrapposte, già nell’ambito dei primi discepoli del Cristo, e che al momento in cui quei racconti furono scritti, come tutti quelli inerenti alle cose fan­tastiche e sovrumane a lui attribuite, non poteva esistere più nes­suno in grado di smentirli.

La stesura delle fonti

Indubbiamente sono state più comunità a redigere le fonti neotestamentarie: non sono opera di singoli redattori autonomi. A monte di quei testi vi sono comunità la cui ideologia, ad un certo punto, è divenuta maggioritaria tra i discepoli del Cristo. Lo svilup­po di questa canonizzazione non ha solo comportato profonde frattu­re tra le versioni laiche e religiose dell’evento Gesù, ma anche tra le stesse versioni religiose (il petrinismo p.es. non è certo uguale al paolinismo).

Se non fosse stato così, sarebbe impossibile spiegare il moti­vo per cui di tutti i discepoli evangelici alla sequela di Gesù, ne re­stano pochissimi negli Atti. In particolare risulta ancora oggi del tut­to inspiegabile il motivo per cui l’apostolo Giovanni, che nel quarto vangelo viene definito con l’appellativo di “discepolo prediletto”, non abbia alcun ruolo negli Atti degli apostoli, pur essendo vicinissi­mo a Pietro su­bito dopo la scoperta della tomba vuota.

Ma di esempi come questi se ne potrebbero fare a iosa. Sicu­ramente una posizione come quella dell’apostolo Tommaso indicava una corrente realistica o materialistica all’interno della comunità po­st-pasquale. Molto misterioso è il ruolo politico e umano giocato da un personaggio come Lazzaro, citato solo nel vangelo di Giovanni.

È difficile pensare che la chiesa, già per mezzo di Pietro, non abbia voluto ridimensionare le pretese politico-rivoluzionarie dei discepoli di Gesù. Pare anzi che l’esaltazione degli aspetti reli­giosi, in tutte le fonti neotestamentarie, sia direttamente proporziona­le alla volontà di censurare gli aspetti politici della predicazione di Cri­sto. Anzi quella di servirsi di aspetti mistici o sovrannaturali (in primis i miracoli) per censurare o mistificare quelli politici, specie se eversivi, è una peculiarità di tutte le religioni. L’umanesi­mo religio­so, quello con valenza etica, è stato usato dal cristianesimo proprio in contrapposi­zione al socialismo laico. L’ideologia religiosa, in tal senso, andreb­be considerata come un’interpretazione mistificata del­la realtà. Essa lo è oggettivamente, a prescindere dalle intenzioni di chi la usa.

Questo ovviamente non significa che un’interpretazione lai­ca non possa essere mistificante (nella sua Storia delle dottrine econo­miche Marx smontò o decodificò una per una le teorie laico-bor­ghesi dell’economia), ma sicuramente non lo è per i classici motivi religio­si (che sponsorizzano fenomeni mistici, soprannaturali o irra­zionali), anche se dietro un’interpretazione laica mistificata spesso si celano condizionamenti di tipo religioso (quante volte si è detto che l’ideali­smo filosofico tedesco altro non era che una sorta di laicizza­zione del protestantesimo?).

In ogni caso la “scientificità” di una ricerca storica non può essere data dall’aderenza alla volontà interpretativa dei fatti che ave­vano i primi cristiani, proprio perché il significato di quella volontà oggi viene sempre più messo in discussione (lo stesso Barbaglia fa risalire a Reimarus le prime operazioni di smontaggio laico del cri­stianesimo primitivo). Qualunque storico sa bene che non si è più “obiettivi” interpretando il redattore di una fonte così come lui vuole essere interpretato, anche se questa sua volontà, più o meno dichiara­ta, non può certo essere trascurata.

L’ebraicità di Gesù

L’ebraicità di Gesù sta nel carattere politico-rivoluzionario del suo messaggio, non certamente nel nesso di politica e religione. L’integralismo politico-religioso, a sfondo nazionalistico, gli era del tutto estraneo. E, se per questo, gli era ancora più estraneo lo spiri­tualismo mistico-cosmopolitico elaborato da Paolo di Tarso. In un caso non vi sarebbe stato nei vangeli il duro scontro del movimento nazareno con le istituzioni ebraiche (del Tempio: sadducei, sommi sa­cerdoti, anziani; e delle sinagoghe: scribi e farisei); nell’altro caso non vi sarebbe stato il faticoso e contrastato sviluppo del paolinismo, ben individuabile nelle Lettere e nella seconda parte degli Atti.

Sostenere, come fa Barbaglia, che gli storici laici “sottraggo­no arbitrariamente la figura di Gesù dal suo contesto giudaico origi­nario”, quando un’operazione del genere è stata compiuta dalla chie­sa cristiana sin dai tempi di Paolo, fa specie in uno studioso qualifi­cato delle fonti cristiane.

Conclusione

La storia non è uno specchio in cui ci si possa riflettere ade­guatamente. Gli storici laici che danno interpretazioni non conformi all’obiettivo confessionale delle fonti neotestamentarie, non sono “selvaggi arbitrari disonesti”, ma, con le parole di Paolo, affermano: “Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia” (1 Cor 13,12). Il che, in parole evangeli­che, voleva dire: “Lasciate che il grano e la zizzania crescano insie­me fino alla mietitura” (Mt 13,30). Uno che insegna religione do­vrebbe sapere queste cose.

Note

1 Presa dal sito www.lanuovaregaldi.it – Novara, 16 maggio 2007.

Autore: laicusblog

webmaster www.homolaicus.com

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