Cristo “doveva” essere tradito?

– Ti rendi conto che noi non sapremo mai e poi mai che cosa volesse dire Gesù a Giuda nell’ultima cena?

– Ti riferisci a quell’ordine perentorio: “Quello che devi fare fallo presto!”?

– Proprio quello! Le motivazioni date nei vangeli sono semplicemente ridicole. Doveva andare a comprare qualcosa per la Pasqua, perché gestiva la cassa comune! Oppure doveva tradirlo perché questo era il disegno di dio!

– Questa seconda cosa è stata confermata dal Vangelo di Giuda, recentemente ritrovato.

– Già, Gesù doveva essere tradito, sicché Giuda è stato un eroe che ha avuto il coraggio di fare una cosa che gli altri apostoli non avrebbero mai fatto. E questo non è ridicolo, secondo te?

– E perché? Non è stato forse anche Pietro che, subito dopo aver scoperto la tomba vuota, disse che Gesù era morto per volontà divina?

– Ma non vedi che qui le contraddizioni si sprecano? Da un lato i vangeli condannano Giuda perché ha tradito, dall’altro dicono che dio si è servito di lui per realizzare il suo piano di salvezza. Quindi non si capisce se Gesù doveva morire o poteva anche non morire in maniera così cruenta.

– Mi chiedo come sarebbero finiti i vangeli se non fosse stato tradito.

– Ma questa domanda non ha alcun senso. I vangeli sono stati scritti proprio perché era stato tradito e giustiziato. Se il suo tentativo rivoluzionario avesse avuto successo, i cristiani avrebbero scritto dei testi ottimisti, non rassegnati.

– Ma scusa, se non veniva tradito, non poteva morire di vecchiaia?

– Chi? un politico eversivo? L’avrebbero ammazzato lo stesso!

– Allora secondo te il tradimento di Giuda non è servito a niente?

– Non lo so. Io penso che se non ci fosse stato, forse una probabilità di successo l’insurrezione contro Roma avrebbe anche potuto averla. Non ha senso pensare, come fanno i vangeli, che Gesù era entrato a Gerusalemme per farsi ammazzare.

– In effetti se voleva farsi ammazzare, Giuda poteva anche non tradirlo.

– È pazzesco pensare a un Cristo suicida che chiede a un apostolo di compiere una sorta di eutanasia.

– Eppure il Vangelo di Giuda parla chiaro: lui è stato l’apostolo più “cristiano” di tutti, l’unico ad aver capito veramente le intenzioni di Gesù.

– Se non fossero cose tragiche verrebbe da ridere. Gesù era entrato a Gerusalemme per vincere non per perdere, e il tradimento è stato del tutto inaspettato. Solo che l’idea insurrezionale è stata tradita anche dopo la sua morte, e questa volta da Pietro, quando cominciò a dire che il Cristo “doveva morire” e che sarebbe presto tornato in maniera trionfale.

– Ma perché hanno creduto in questa idea così strana, certamente poco giudaica?

– Perché la tomba l’han trovata vuota e tutti erano convinti che il cadavere non fosse stato rubato da nessuno. Quindi Pietro, che non l’aveva visto morire, perché s’era nascosto, ha pensato ch’era “risorto”, ch’era più di un semplice uomo, che la morte era stata solo apparente, o che comunque se si era lasciato ammazzare, pur potendolo evitare, sicuramente sarebbe tornato molto presto per far vedere di che pasta era fatto.

– Ma scusa, se davvero era più che un uomo, per quale motivo s’era lasciato ammazzare?

– Ma è semplice! I vangeli lo dicono chiaramente: per dimostrare che i giudei, da soli, non ce l’avrebbero mai fatta a liberarsi dei romani. È stato poi Paolo, non Pietro, a dire che la parusia si sarebbe verificata alla fine dei tempi. Paolo ha accettato l’idea di resurrezione, ma ha rifiutato quella della parusia imminente a favore della Giudea.

– Scusa, ma quando i romani han fatto fuori Lazzaro, uno dei leader eversivi più importanti, i giudei non avevano già capito che da soli non ce l’avrebbero mai fatta? Gesù non accettò forse di entrare a Gerusalemme subito dopo la morte di Lazzaro, per compiere la rivoluzione?

– Il popolo, istintivamente, l’accolse in maniera trionfale, ma tra i politici evidentemente le resistenze dovevano ancora essere forti. Certo è che una volta entrato in quella maniera, sarebbe stato impossibile tornare indietro. In quella tragica notte, se non fosse stato tradito, avrebbe sicuramente fatto la rivoluzione, altrimenti si sarebbe screditato per il resto dei suoi giorni.

– Forse è stato questo il motivo per cui aveva detto a Giuda che quello che doveva fare, doveva farlo presto.

– Probabilmente l’aveva mandato dai farisei, che in quel momento erano il partito progressista più importante della Giudea.

– Ma secondo te l’idea di resurrezione è stata accettata da Giovanni?

– Secondo me l’ha accettata fino al momento in cui s’è reso conto che non ci sarebbe stata alcuna parusia imminente. Tant’è che lui scompare subito dagli Atti. Doveva aver capito che una resurrezione senza parusia diventava solo un’idea rinunciataria, attendista, utile solo ai romani e ai giudei collaborazionisti.

– Ma insomma tu come te la spieghi la tomba vuota?

– Anche questa è una domanda sbagliata. I discepoli avrebbero dovuto chiedersi come proseguire il messaggio di Gesù, senza tradirlo una seconda volta.

– Insomma Pietro è stato peggio di Giuda?

– Secondo me sì e Paolo peggio di Pietro. Almeno Pietro aspettava il ritorno immediato di un messia politico-nazionale. Paolo invece parla del ritorno di un redentore universale per la fine della storia.

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Dialogo sul suicidio del Cristo

– Se ti chiedessi: “chi è stato il più grande tra i suicidi della storia”, cosa risponderesti?

– Forse Socrate. Avrebbe potuto salvarsi, invece preferì morire.

– E se io invece ti dicessi che è stato Gesù Cristo, almeno per come appare nei vangeli?

– Un Cristo suicida? In che senso? Non vorrai riferirti a quell’urlo straziante che fece sulla croce per affrettare il suo decesso?

– No, mi riferisco all’idea che nei vangeli continuamente si dice che “doveva morire”. Lui andò a Gerusalemme per farsi ammazzare.

– Veramente sino all’ultimo diede agli ebrei la possibilità di non farlo, tant’è che si nascose nel Getsemani.

– Si nascose per salvare gli apostoli, ma quando scoprirono il nascondiglio cosa disse? “Prendete me e lasciate liberi costoro”.

– Ma questo cosa vuol dire? Chiunque avrebbe potuto sacrificare la propria vita per salvare quella dei compagni.

– È vero, ma uno non fa di tutto per creare un movimento di liberazione nazionale allo scopo di morire.

– Veramente nei vangeli viene detto ch’egli visse la sua morte per riconciliare gli uomini con dio. Si lasciò uccidere da innocente per togliere dalla colpa tutto il genere umano, che soffriva sin dai tempi di Adamo. Persino i suoi carnefici vengono salvati.

– Sì, questa è l’interpretazione di Paolo, su cui tutti i vangeli si basano. Il peccato e di conseguenza la morte sono entrati attraverso l’innocente Adamo e sono usciti attraverso l’innocente Cristo, che è morto senza colpa ed è risorto. Detto così, non si può parlare di suicidio del Cristo.

– Infatti Cristo non si è suicidato, è stato crocifisso. C’è una bella differenza.

– Eppure i vangeli dicono che “doveva morire”, che la sua morte era “necessaria”. Lui va a Gerusalemme dicendo a più riprese che il suo compito non era di liberare la Palestina dai romani, ma proprio quello di sacrificarsi per l’intero genere umano.

– Uccidersi è una cosa, essere ucciso è tutt’un’altra.

– È proprio questo il punto: che forse tutt’un’altra cosa non è.

– Vuoi forse dire che il Cristo col suo comportamento ha indotto i giudei a ucciderlo?

– In un certo senso sì. Se io, col mio comportamento da suicida, faccio in modo che il mio suicidio appaia come un omicidio, che impressione se ne farà la gente?

– Chi viene ucciso generalmente appare come una vittima. Se poi uno non ha mai fatto nulla di male, diventa addirittura un eroe, un martire dell’ingiustizia dominante, uno da santificare…

– Sì, ma uno che vuol farsi uccidere per apparire martire, potrebbe anche essere pazzo.

– Devi ammettere però che questo è il modo migliore per dimostrare la propria verità. Se uno si lascia uccidere per le proprie convinzioni, sarà anche un esaltato, ma qualche ragione deve averla. Se poi nella sua vita s’è comportato in maniera irreprensibile, perché dubitare delle sue buone intenzioni? perché non credere in quello che dice?

– I cristiani, in effetti, devono aver giocato su questa ambiguità. Pur di non ammettere che l’obiettivo del vangelo di Gesù era politico, han fatto in modo di trasformare il Cristo in un dio rassegnato alla propria morte violenta. È un suicida che vuol far ricadere sul nemico la causa della propria morte.

– Un pazzo intelligente.

– Non lui, ma chi ha creato questo personaggio mitologico: Paolo di Tarso e in parte l’apostolo Pietro, che, pur di non ammettere la propria incapacità a proseguire l’insurrezione anti-romana, preferì sostenere che la croce era stata voluta dalla “prescienza divina”.

– T’immagini se nei vangeli avessero fatto un’esplicita apologia del suicidio? Avrebbero avuto pochissimi seguaci. Fare il martire non è cosa da tutti.

– Infatti, il suicidio nella storia è sempre stato visto come una sconfitta. Mi uccido perché un altro è più forte di me e non mi permette di vivere. Nei vangeli invece è diverso. Tu mi uccidi perché non sopporti che io abbia ragione.

– Già, così chi uccide non si rende conto che alla fine uccide se stesso. Passa dalla parte del torto e col tempo avrà sempre meno consenso. Vince nell’immediato, per essere poi sconfitto nel lungo periodo.

– Ecco spiegato il motivo per cui i cristiani, pur avendo sostituito la liberazione con la redenzione, cioè una cosa seria con una sciocchezza, sono riusciti a sopravvivere ancora oggi.

– Devi ammettere però che son stati bravi a far passare la sciocchezza per una cosa seria.

Il tradimento di Giuda

Nella storia delle rivoluzioni o dei tentativi insurrezionali di tutti i tempi, i motivi che hanno indotto qualcuno dei protagonisti a tradire sono sempre stati, in genere, o l’estremismo o, all’opposto, il moderatismo.

Lenin nelle sue opere descrive due esempi famosi, che rientrano in queste categorie: quello di Kamenev e Zinoviev, che nell’imminenza della rivoluzione d’Ottobre dichiararono alla stampa la loro posizione contraria.

I due bolscevichi tradirono il fatto che quando in un’assemblea si finisce in minoranza, si deve comunque rispettare la volontà della maggioranza, che in quel momento aveva deciso di occupare il Palazzo d’Inverno, rovesciando il governo in carica.

Il secondo caso si verificò quando Trotsky fu inviato dal partito, nel 1918, a definire coi tedeschi la conclusione di un trattato di pace (quello che poi passerà alla storia col nome di Brest-Litovsk). Trotsky ad un certo punto assunse un’iniziativa personale che rischiò di portare la Russia bolscevica alla catastrofe.

Il primo esempio riguarda il moderatismo, il secondo l’estremismo. La storia è piena di questi esempi. Anche da noi il cosiddetto “compromesso storico” tra Moro e Berlinguer fu tradito, per il primo, dal conservatorismo della Democrazia cristiana e, per il secondo, dal terrorismo delle Brigate rosse. E Moro in prigione fu tradito dalla paura di tutti: destra, sinistra e gerarchia ecclesiastica, incapaci di considerare una vita umana superiore alla ragion di stato.

Nei momenti chiave degli avvenimenti rivoluzionari c’è sempre qualcuno che assume delle iniziative personali che rischiano di far fallire un progetto comune. Se vogliamo, tutta la storia del genere umano presenta dei momenti in cui l’azione individuale di taluni personaggi si pone in netto contrasto con le tradizioni consolidate o con la volontà manifesta di una determinata maggioranza.

Questi tradimenti hanno fatto nascere lo schiavismo, il servaggio, il lavoro salariato, il socialismo burocratico. Sono tutti tradimenti che l’idea di individualismo autoritario ha compiuto ai danni dell’idea di collettivismo democratico.

Lo schiavista è un individualista nei confronti dei propri schiavi, così come lo è il feudatario nei confronti dei propri servi della gleba, il capitalista nei confronti dei propri operai, il burocrate nei confronti dei propri cittadini.

Da questi tradimenti sono nate intere civiltà, poiché col tempo il tradimento di pochi si è generalizzato. Sono famose le parole che Rousseau scrisse nel suo Discorso sulla disuguaglianza: “Il primo che, cintato un terreno, pensò di affermare, questo è mio, e trovò persone abbastanza ingenue da credergli, fu il vero fondatore della società civile”.

Da quando esistono questi fenomeni arbitrari, divenuti di massa, in cui il principio dell’individualismo è diventato legge dominante, chiunque vi si opponga, in nome di una nuova idea di collettivismo, rischia di apparire come un traditore.

Cristo appariva come un traditore agli occhi dei farisei e dei sadducei; Lenin appariva come un traditore agli occhi dei farisei e sadducei del suo tempo: i marxisti legali e gli economisti. Questo per dire che, nell’ambito delle civiltà antagonistiche, l’idea di tradimento è divenuta molto ambigua, difficile da decifrare.

Studiando i vangeli facilmente si scorge che il ruolo di traditore fu svolto dall’apostolo Giuda. La stessa parola “Giuda” è divenuta sinonimo di tradimento per antonomasia. Eppure l’esegesi laica moderna ha saputo individuare il tradimento anche nell’interpretazione della “tomba vuota” come “resurrezione”, e nell’interpretazione del fallimento della rivoluzione anti-romana come “ascensione” o come “figliolanza divina del Cristo” o come “parusia” o come “immolazione del figlio di dio” ecc.

Tutte le descrizioni mistiche, teologiche, sovrannaturali del Cristo sono un tradimento del suo messaggio. Noi stessi che lo diciamo rischiamo di apparire dei “traditori” agli occhi di chi ancora crede in quelle descrizioni. Ciò quindi sta a significare che tra “verità” e “tradimento della verità” vi è un rapporto così dialettico che non sempre è possibile stabilire dove stia l’una e dove il suo contrario.

È da quando sono nate le civiltà che non sappiamo più dove stia la verità, quella verità che molto faticosamente andiamo ancora a cercare e che spesso ci illudiamo di trovare nelle fonti storiche, pensando, erroneamente, che quanto più esse siano antiche tanto più debbano essere vere.

L’onestà degli uomini di buona volontà si vede proprio in questo sforzo continuo di cercare la verità delle cose. In tal senso commetteremmo una sciocchezza incredibile nel voler considerare Giuda il più grande traditore della storia, al punto da doverlo mettere in bocca a Lucifero, come fece Dante nel suo Inferno.

Trotsky, Kamenev, Zinoviev non furono uccisi da Lenin perché tradirono, non furono neppure espulsi dal partito (almeno finché Lenin rimase in vita). Essi ammisero d’aver sbagliato e tutto finì lì, anzi, col tempo, ricoprirono posti di grande responsabilità.

Errori e tradimenti venivano dati per scontati: l’importante era fare autocritica e sapervi porre rimedio. Nessuno, fino a Stalin, aveva mai pensato in Russia di avere il monopolio della verità.

*

Ora però veniamo a Giuda. Il Vangelo di Giuda, recentemente ritrovato, interpreta le parole che Gesù disse a Giuda durante l’ultima cena: “Quello che devi fare, fallo presto” (Gv 13,27), nel senso che Gesù “voleva” morire, e quelle parole stavano appunto a indicare a Giuda la richiesta di eseguire, senza discutere, un ordine autodistruttivo, che gli altri apostoli non avrebbero potuto capire.

E Giuda eseguì, per cui definirlo “traditore” non avrebbe senso, stando ovviamente a questa nuova fonte, il cui carattere tendenzioso è non meno evidente delle fonti canoniche.

D’altra parte gli stessi evangelisti e persino gli esegeti cattolici, quando affermano la tesi che Gesù “doveva” morire, in ottemperanza alla volontà divina, la quale aveva bisogno del sacrificio del “figlio” per riscattare gli uomini dalla maledizione del “peccato originale”, rendono il tradimento di Giuda meno grave di quel che sembra.

Giuda – questa la tesi ufficiale della chiesa cristiana – è un traditore sul piano soggettivo, avendo tradito per sua libera scelta, ma il suo tradimento era qualcosa di previsto nell’economia salvifica di dio, per cui oggettivamente risultava necessario (previsto addirittura dai profeti).

Da questa interpretazione così forzosa è nata poi l’idea di attribuire il tradimento soggettivo a una motivazione di ordine economico: i famosi “trenta denari”. Cioè Giuda non tradì in quanto politico di opinioni diverse, ma in quanto persona venale, abituata a rubare nella cassa dei Dodici (Gv 12,6).

A questo escamotage di dubbio gusto, che sicuramente servì per far apparire Giuda in una luce sinistra, i redattori dei vangeli si sentirono costretti proprio per giustificare il fallimento della rivoluzione anti-romana.

Il vero tradimento infatti non fu tanto quello individuale di Giuda, sempre prevedibile in una qualunque rivoluzione, quanto piuttosto quello collettivo che fecero gli apostoli nel momento del processo a carico di Gesù e che perpetuarono subito dopo la crocifissione.

Essi non ebbero il coraggio di prendere delle iniziative, di assumersi delle responsabilità, di proseguire il suo messaggio. Addebitarono il fallimento della rivoluzione a motivazioni pretestuose, quali appunto il tradimento di Giuda e interpretarono la scomparsa misteriosa del corpo del crocifisso in maniera capziosa.

Detto questo, noi non potremo mai sapere che cosa ci fosse dietro alla frase che Gesù disse a Giuda, incaricandolo di una precisa e urgente missione nell’imminenza dell’insurrezione armata: “Quello che devi fare, fallo presto”. I redattori si sono preoccupati di avvolgere quella frase in un alone di massima ambiguità.

È tuttavia ipotizzabile l’idea che il Cristo avesse bisogno di sapere su quali alleanze poter contare per paralizzare col minimo sforzo, col minimo spargimento di sangue, la guarnigione romana di circa 600 soldati stanziata nella capitale giudaica.

Giuda sapeva benissimo che l’insurrezione era imminente: l’ingresso trionfale in groppa all’asino, di qualche giorno prima, rendeva il Cristo il soggetto più pericoloso per i poteri occupanti e per quelli collaborazionisti. Purtroppo il movimento nazareno non volle accettare l’idea che la rivoluzione andasse fatta nonostante il tradimento di Giuda. Il vero tradimento infatti nasce sempre o dalla paura o dal non volerla ammettere.

Ma torniamo a Giuda. Oggi sappiamo che l’insurrezione doveva avvenire di notte e che i redattori dei vangeli ne mistificarono il racconto aggiungendo all’episodio dell’ultima cena vari aspetti di natura mistica, il più importante dei quali fu l’istituzione dell’eucaristia.

Gesù aveva affidato a Giuda una missione delicata ma decisiva ai fini della buona riuscita del piano strategico. Dal risultato di questa ambasciata, da compiersi in tempi brevi, si poteva capire se l’insurrezione andava fatta in un determinato modo o in un altro, o se addirittura era meglio rinunciarvi.

Perché Gesù affidò una missione così importante a un discepolo di cui sospettava la possibilità del tradimento? Com’è possibile sostenere che il Cristo avrebbe rischiato di far fallire una rivoluzione popolare soltanto per mettere alla prova la fiducia di un singolo apostolo?

Qui è evidente che i vangeli mentono. Non avrebbe avuto senso affidare un incarico di così grande rilevanza a una persona in cui non si riponeva piena fiducia. Dobbiamo anzi pensare che la scelta cadde su Giuda proprio perché, essendo egli di origine giudaica e non galilaica, sarebbe stato agevolato nel compiere la missione.

Noi non sappiamo se questa mediazione avesse come destinatari gli zeloti o i farisei. Sappiamo soltanto che tutti gli altri discepoli non potevano non essere a conoscenza di ciò che Giuda doveva fare. Probabilmente quando non lo videro tornare nei tempi previsti, cominciarono a temere qualcosa: p. es. che lo stesso Giuda fosse stato tradito e magari catturato dal nemico. Per questo decisero di nascondersi nel Getsemani. Non si nascosero pensando che Giuda li stava tradendo, ma, al contrario, che lui stesso era stato tradito da qualcuno.

Invece il traditore fu proprio lui. Lui indicò la strada alla coorte romana per la cattura del Cristo e dei suoi discepoli. Perché lo fece? Noi non abbiamo alcuna possibilità di saperlo, e forse non ne abbiamo neppure il diritto. Nessuno storico al mondo potrà mai sondare la profondità dell’animo umano e dire con sicurezza quali siano state le motivazioni che hanno indotto Giuda a tradire.

Un uomo che riceve l’incarico di predisporre le condizioni per la riuscita di un’insurrezione e che ad un certo punto compie qualcosa che ne determinerà il pieno fallimento, è un uomo la cui coscienza deve servirci soltanto come valore paradigmatico, come testimonianza di ciò che virtualmente ognuno di noi potrebbe fare trovandosi in situazioni analoghe. E questo non solo perché siamo esseri incredibilmente deboli e pavidi, ma anche perché siamo caratterizzati da contraddizioni inesplicabili, in quanto spesso diciamo una cosa e ne facciamo un’altra, facciamo una cosa pensando di ottenere il meglio e invece otteniamo il peggio. Prima di tradire i nostri compagni di lotta, noi tradiamo noi stessi.

Quindi solo in maniera astratta, ipotetica, si possono delineare le motivazioni di questo tradimento epocale. Le quali, per tornare a quanto detto inizialmente, possono rientrare soltanto in due categorie: l’estremismo o il moderatismo.

Se Giuda era tendenzialmente un moderato, tradì perché temeva che la rivoluzione non avrebbe avuto successo. E di ciò evidentemente si convinse nel mentre eseguiva il suo incarico da ambasciatore. Per cui non si sentì un traditore del Cristo più di quanto non si sentisse un sostenitore del proprio popolo, di cui temeva la tragica fine per l’inevitabile ritorsione da parte dell’invasore romano.

Il tradimento in questo caso stette nel fatto che Giuda non tornò a riferire agli apostoli della indisponibilità da parte degli alleati, ma assunse un’iniziativa personale, probabilmente sotto la pressione degli stessi alleati, i quali, non meno probabilmente, gli avevano assicurato che al Cristo non sarebbe successo nulla di irreparabile. Giuda in questo caso si fidò più dei suoi compatrioti che degli stessi apostoli.

S’egli invece era tendenzialmente estremista, si può pensare che la decisione presa di far catturare Gesù, dovette emergere proprio nel momento in cui si rese conto che per l’indisponibilità degli alleati la rivoluzione rischiava di fallire. Probabilmente egli temeva che il Cristo avrebbe di nuovo rinunciato a compierla, come fece quella volta in Galilea, quando ebbe a disposizione ben cinquemila persone pronte a marciare sulla capitale giudaica (è il racconto, mistificato dai redattori, della cosiddetta “moltiplicazione dei pani”).

Se questa interpretazione è giusta, allora Giuda deve aver pensato che la cattura di Gesù, tanto osannato da tutta la popolazione solo pochi giorni prima, avrebbe sicuramente indotto la stessa popolazione a intervenire e a cacciare i romani dalla città e dalla nazione, anche senza l’aiuto degli alleati cercati dal Cristo. L’istanza della rivoluzione non poteva sottostare alla volontà del suo leader più significativo. Cioè l’insurrezione avrebbe anche potuto essere fatta in maniera spontanea, senza una direzione ben organizzata. È la famosa logica del “tanto peggio, tanto meglio”.

Ora, che Giuda sia stato un estremista o un moderato non fa più molta differenza. I tradimenti in genere avvengono quando, nell’interpretare la realtà, per tutelare gli ideali delle masse, la parte personale, soggettiva, tende a prevalere su quella collettiva, oggettiva, cioè quando l’io si sente in diritto di rappresentare i molti e in molti non lo riconoscono.

Per quanti sforzi si possano fare, non c’è modo di definire il concetto di “tradimento”, come non c’è modo di definire il concetto di “libertà” o quello di “coscienza”. In campi di questo genere vale in particolar modo la massima filosofica secondo cui “ogni definizione è una negazione”. Per cui alla fine è meglio tacere.

Cristo tra massa ed energia

Se massa ed energia coincidono e Cristo – come dicono i cristiani – è “risorto”, allora in lui vi era qualcosa di particolare, ma questo quid, che è un’essenza, deve essere in qualche modo presente (per partecipazione) anche nell’essere umano, altrimenti son più le cose che non si spiegano di quelle spiegabili.

La differenza tra lui e noi sta nel fatto che massa ed energia in lui sono coincidenti in maniera assoluta; in noi invece solo in maniera relativa. Cioè la sua energia, per un motivo a noi inspiegabile, ha avuto bisogno subito di riprendersi la sua massa.

Questo però ci fa pensare che sia giusta l’idea dei cristiani di ritenere necessaria la “resurrezione dei corpi”, per quanto forse sarebbe meglio usare il termine “reintegrazione potenziata”.

La nostra essenza – che loro chiamano “anima” o “spirito” o “pneuma” – che pure continua ad esistere dopo la morte, ha bisogno di un “corpo”, come avviene tra gli aristotelici con l'”atto” e la “potenza”. Questa cosa, per certi versi, è incredibile. Infatti il nostro corpo tende naturalmente a disfarsi, a decomporsi. Di quale corpo ha bisogno l’anima (o la psiche) per esprimersi al meglio?

L’energia ha bisogno di una massa equivalente, nella sostanza e nella forma, in quanto ognuno dei due elementi deve trovare nell’altro il proprio sostentamento, la propria caratterizzazione. Un’anima, nell’universo, non saprebbe come utilizzare un corpo terreno.

Anima e corpo devono convivere, coesistere. Quindi il corpo che avremo non sarà esattamente identico a quello terreno. Avrà maggiori capacità, non potrà invecchiare, si sposterà alla velocità della luce, brillerà come le stelle, avrà infinite capacità creative: dovrà popolare l’intero universo. L’unica cosa che non potrà fare sarà quella di leggere il pensiero, poiché la legge fondamentale dell’universo, e cioè la libertà di coscienza, non può e non potrà mai essere violata.

Tuttavia questo “corpo nuovo” dovrà per forza avere qualcosa che già adesso abbiamo, in nuce, su questa terra, poiché siamo tutti “figli dell’universo”. Questo qualcosa è appunto il legame (sinolo) che unisce i due elementi: massa ed energia devono potersi influenzare reciprocamente, rispettandosi nella loro diversità e anzi avvalendosene. Come riescano a stare uniti non ci è dato di sapere: sappiamo solo che non possiamo tenerli divisi.

Resta però da spiegare perché il Cristo ha avuto bisogno subito di riottenere il proprio sinolo. E resta anche da spiegare se questa ricomposizione sia avvenuta motu proprio o in virtù di un intervento esterno. Se è vera questa seconda ipotesi, allora hanno ragione i cristiani a parlare di un dio-padre; se invece è vera la prima, allora non esiste alcun dio. In tal caso noi avremmo a che fare con un individuo umano che, apparentemente, sembra molto particolare, e non sarebbe da scartare l’idea di considerarlo come una sorta di “prototipo dell’umanità”, di cui questa non è altro che un “prodotto derivato”, avente, in potenza, medesime caratteristiche (quanto all’immagine e alla somiglianza), tra cui le principali sono l’eternità come esistenza e l’infinità della coscienza.

Gesù Cristo cioè sarebbe un soggetto di tipo “universale”, afferente, per intrinseca qualità o natura, alla dimensione dell’universo, ed egli sarebbe giunto sulla terra come una sorta di “extraterrestre” – i cristiani usano la parola “incarnazione” – per ricordare agli uomini una cosa che avevano dimenticato, e cioè che la loro provenienza e il loro destino è l’universo; sicché – questa appare la conseguenza più logica – tutto quanto essi fanno su questa terra non potrà non avere conseguenze su quello che domani dovranno fare nell’universo, e quello che dovranno fare sarà appunto di “umanizzarlo”.

La terra è un prodotto dell’universo, così come gli uomini sono stati generati dal loro “prototipo”, il quale, evidentemente, non può avere solo caratteristiche maschili: il principio dell’universo non è monadico ma dualistico.

La cosa su cui riflettere maggiormente è che il Cristo non ha semplicemente comunicato un’informazione (quella relativa alla necessità di vivere umanamente), ma si è lasciato coinvolgere così tanto nelle vicende umane da finire sul patibolo. Quindi l’informazione – che i cristiani chiamano “rivelazione” – doveva essere particolarmente importante. Nel senso che il nostro destino nell’universo dipenderà molto dal comportamento che avremo saputo tenere su questo pianeta.

Questo spiega il motivo per cui Cristo non ha detto nulla di ciò che gli uomini dovranno fare nell’universo. Non poteva rischiare ch’essi fossero indotti a posticipare a una situazione ultraterrena il compito di risolvere i loro problemi più cruciali. Sarebbe stata una scelta anti-pedagogica, controproducente. Gli uomini devono imparare ad essere umani su questa terra: il resto verrà da sé.

Del tutto ingiustificati e illusori sono quindi stati i tentativi di presentare il Cristo come un essere sovrumano, dall’essenza divina. L’unico indizio che nel Cristo ci sia qualcosa di particolare, non ancora spiegabile, perché non riproducibile, è la sindone, trovata nella tomba vuota: è l’unico elemento ambiguo del Nuovo Testamento, in quanto tutto il resto va considerato mistificante. E non meno ridicoli sono stati i tentativi, da parte di atei e persino di credenti, di considerare falso quel reperto storico: infatti si comprende che i vangeli mentono proprio perché è vera la sindone, la cui immagine impressa lascia credere che si trattasse di un leader politico sovversivo, non di un semplice pacifista.

Tuttavia essa deve rimanere un semplice indizio, su cui non si può elaborare alcuna teoria, anche perché dobbiamo presumere che il Cristo non abbia fatto assolutamente nulla per far capire agli uomini ch’egli era più che un uomo. Tutto quanto ha detto o fatto era alla portata degli esseri umani, e ogni interpretazione che vada al di là di questa constatazione, è arbitraria.

Noi sappiamo soltanto che per essere “umani”, nell’universo, dobbiamo prima dimostrarlo su questo pianeta. A noi è data soltanto la garanzia dell’immortalità, cioè del legame organico tra anima e corpo. Tutto il resto dipende dalla nostra volontà.

Conclusione su Ateo e sovversivo

Feuerbach diceva che gli uomini avevano creato un dio a loro immagine e somiglianza, e aveva ragione. Ma non s’era accorto che quando gli ebrei dicevano che l’uomo era a imma­gine e somiglianza di dio, erano più realisti e materialisti dei pagani, i quali ponevano tra gli uomini e gli dèi un abisso in­colmabile. Per loro infatti gli dèi erano immortali, gli uomini no. Per loro era impossibile opporsi a un dio senza l’aiuto di un altro dio. Inoltre al di sopra di tutti gli dèi dominava il destino, che nessun dio poteva violare, meno che mai gli uomini. I greci erano fatalisti, gli ebrei no; erano dominati dall’idea di schiavismo, gli ebrei no.

Eppure chi ha saputo trarre dalle concezioni religiose dell’ebraismo delle conclusioni inedite è stato solo il cristiane­simo, che arrivò a dire una cosa sconvolgente: un uomo, Gesù, era dio; cosa che aveva dimostrato risorgendo da morte, o co­munque scomparendo misteriosamente dalla sua tomba.

“In principio era il logos“, cioè Cristo era l’intelligenza dell’universo, posta a capo di ogni cosa; “il logos era presso dio”, cioè era di sostanza divina, in quanto imparentato con la divinità; “il logos era dio”, cioè, pur essendo umano in tutto e per tutto, lo era anche in senso divino. Quindi un uomo era dio. Tutte le religioni precedenti al cristianesimo venivano subissa­te da questa consapevolezza semi-ateistica.

Semi-ateistica perché, dicendo che solo un uomo era dio (in via esclusiva), non si arrivava, purtroppo, a un’altra lo­gica conseguenza (inerente alla sua stessa predicazione), e cioè che tutti gli uomini sono dèi: si volle mantenere in vita la religione quando in realtà essa andava rimossa.

Infatti, se gli uomini sono dèi, non esiste alcun dio qua­litativamente diverso da loro. Il logos, al massimo, non è che il prototipo della divinità umana, di cui dobbiamo prendere con­sapevolezza. Non c’è altro dio che l’uomo, e Cristo ne è l’em­blema, ucciso da quelle stesse persone che avrebbero dovuto riconoscerlo per prime.

Ma c’è di più. Se tutti gli uomini sono dèi, allora lo sono anche le donne, ma se lo sono anche le donne, allora esi­stono due prototipi. In principio non c’è l’uno ma il due. L’es­senza della divinità umana è duale per definizione.

Dobbiamo dunque arrivare a tirare queste due conclu­sioni, superando definitivamente il cristianesimo e qualunque altra religione: in principio esiste solo un’essenza umana, che è divina e duale, distinta per genere.

Se è così, la dimensione terrena è solo una delle dimen­sioni universali cui siamo destinati. È solo un banco di prova, una sorta di esperimento in vitro, un’anticipazione di ciò che ci attende nell’universo. Su questa pianeta stiamo sperimentando il meglio e il peggio di noi, per poter capire come regolarci quando ne saremmo fuori.

Noi sappiamo che il Sole si spegnerà tra 5 miliardi di anni, ma questo tempo è lunghissimo soltanto perché non deve condizionarci nelle nostre scelte di vita. Noi in realtà dobbia­mo renderci conto d’essere eterni e in grado di muoverci in uno spazio illimitato. Dobbiamo prendere consapevolezza di avere caratteristiche divine, proprio per il fatto di esistere. Ce le ab­biamo dalla nascita, proprio perché l’essenza umana (esatta­mente come quella naturale) è eterna e universale, per cui, in quanto essenza divino-umana, noi non siamo mai nati e mai moriremo.

Dobbiamo abituarci all’idea di dover vivere in eterno in uno spazio illimitato, in cui non esiste alcun dio che ci dica come dobbiamo essere. L’unica cosa che dobbiamo cercare di capire è come vivere al meglio questa essenza umana. Purtrop­po però sono circa 6000 anni che abbiamo smesso di capirlo, cioè da quando siamo voluti uscire dallo stato di natura del co­munismo primordiale. È appunto questa condizione di vita che dobbiamo cercare di recuperare. E dobbiamo farlo su questo pianeta, assolutamente, anche usando la violenza contro chi ce lo impedisce. Solo recuperando lo stato di natura possiamo tornare ad essere quel che eravamo, possiamo avere speranza di popolare l’universo nel migliore dei modi. Ne va della sopravvivenza del genere umano, il quale, se non riesce ad essere secondo natura, inevitabilmente si autodistrugge.

Dobbiamo porre fine all’antagonismo sociale attraverso una resistenza attiva al male. Neanche il più piccolo torto deve passarla liscia. Non nel senso che bisogna essere spietati con chi sbaglia, ma nel senso che, di fronte a ogni abuso, bisogna reagire prontamente, altrimenti il virus si diffonderà in maniera incontrollabile.

Questo significa che la democrazia è possibile solo in piccole comunità, dove ci si controlla reciprocamente. Queste comunità devono essere autosufficienti, cioè non possono di­pendere da entità esterne, come dio, lo stato, il mercato, la chiesa… Né è pensabile che una città possa dipendere dalla campagna o viceversa.

Dobbiamo creare comunità basate sull’autoconsumo e sulla democrazia diretta. Dobbiamo arrivare a scambiarci solo delle eccedenze, nella convinzione che la sovranità è inaliena­bile e indivisibile, come diceva Rousseau. E qualunque forma di delega deve poter essere revocata in qualunque momento.

Ci attende un lavoro enorme, ma a nostro favore gioca­no le contraddizioni irrisolvibili dei sistemi antagonistici. Dob­biamo soltanto rinunciare all’illusione di poterle risolvere. Dobbiamo approfittare del momento in cui esse scoppieranno, ma bisogna prepararsi subito ad avere le idee sufficientemente chiare, proprio perché non saranno gli eventi, di per sé, a dar­cele. Le idee conformi a natura vanno elaborate prima. Nessu­na pratica rivoluzionaria senza teoria rivoluzionaria, diceva Lenin.

Noi dobbiamo andare al di là della contrapposizione tra paganesimo, ebraismo e cristianesimo, tra comunità particola­re, vissuta p. es. nell’ambito di una polis, e comunità internazio­nale. Noi dobbiamo vivere in comunità ristrette, dove sia pos­sibile la democrazia diretta e quindi il controllo reciproco, dove il rispetto della natura sia integrale, e dove tutto ciò venga fatto con la con­sapevolezza che il genere umano appartiene a un destino comune, che può essere percorso seguendo strade diverse, su cui si può camminare liberamente, senza temere interferenze altrui.

L’idea di ateismo nel cristianesimo

Nel vangelo di Giovanni ci sono vari passi in cui i redattori, che certamente sul piano intellettuale non erano degli sprovveduti, cercano di esprimere le loro idee relative all’ateismo. Essi dovevano aver letto i testi fondamentali della Sofistica greca, che generalmente, sull’argomento, non era in alcun modo favorevole ai miti e alle leggende.

Il loro ateismo però è diverso da quello della Sofistica. Infatti è un ateismo (ovviamente in riferimento ai tempi di allora) che si presenta nei panni del teismo, o meglio del cristocentrismo o cristomonismo, in quanto l’idea di dio, per la prima volta nel pensiero ebraico, passa attraverso l’esistenza di una persona, considerata divino-umana, in via esclusiva, cioè tale per cui essa solo può esserlo. La prerogativa della divinità viene attribuita al solo Cristo, per cui viene negata, p. es., a tutti gli imperatori romani e persino a tutti gli dèi del mondo antico.

Per quale motivo in questo caso possiamo parlare di “ateismo”? Perché per un ebreo nessun uomo poteva considerarsi così perfetto da essere ritenuto un dio.

Quando i redattori fanno dire al Cristo d’essere l’unico o l’unigenito figlio di dio, praticamente gli attribuiscono una caratteristica divina assolutamente univoca, inimitabile o ineguagliabile. Certo, anche gli uomini sono, per il cristianesimo, “figli di dio”, ma non nella stessa maniera. Noi partecipiamo all’essenza divina, non abbiamo una natura divina ingenerata o eterna.

I greci, quando manifestavano il loro ateismo, si limitavano a dire che dio è una creazione della fantasia umana. L’uomo ha bisogno di creare un ente perfetto a titolo consolatorio, al fine di trovare una spiegazione all’insensatezza della vita o alla imprevedibilità o spaventosità dei fenomeni naturali.

Con i redattori del quarto vangelo la cosa è diversa. Solo di Cristo si dice che è la verità della vita, per cui solo lui può dire di essere l’immagine di dio, la sua perfetta rappresentazione divino-umana. “Chi vede me, vede il Padre” – dice a più riprese – “perché mi chiedete di mostrarvi Dio?”.

Quindi praticamente coi vangeli l’ateismo si esprime riconducendo dio a una persona fisica, che però, in via esclusiva, è anche di natura sovrumana. Questo ragionamento non poteva essere accettato né da un ebreo, per il quale l’unico vero dio era ed è Jahvè, cioè colui che è e che non è rappresentabile in alcuna maniera, poiché se lo si facesse inevitabilmente gli si ridurrebbero le caratteristiche divine, essendo l’uomo sommamente imperfetto. Ma non poteva essere accettato neppure da un greco, poiché gli unici esseri non strettamente umani erano chiaramente un prodotto mitologico della fantasia dei poeti. I greci potevano anche credere nell’esistenza degli dèi, ma non potevano credere che un uomo fosse una divinità in senso stretto. Ecco perché quando sentono parlare Paolo all’Areopago, gli ridono in faccia. Infatti non stava parlando come uno dei poeti, intenzionato a introdurre un nuovo mito letterario ad Atene. Paolo presumeva di raccontare cose che, secondo lui, erano veramente accadute.

Al dire dei greci sugli dèi si potevano raccontare molte storie fantastiche, in cui si era liberi di credere o di non credere, anche se il fatto di non credervi risultava poco confacente con le tradizioni aristocratiche o popolari di una polis; senza poi considerare che una coerente posizione ateistica finiva col ridurre di molto le potenzialità letterarie della fantasia umana. In ogni caso non si poteva indurre a credere che un uomo reale andasse considerato come una reale divinità.

Quindi il cristianesimo va considerato come il superamento, nell’ambito della religione, sia dell’ebraismo che del paganesimo. Dell’ebraismo perché circoscrive la divinità a un soggetto esclusivo, di natura divino-umana; del paganesimo perché questo soggetto non è fittizio ma reale ed è così reale che rende irreali tutti gli altri dèi.

Ora, perché questa forma di ateismo cristocentrico del cristianesimo oggi viene considerata del tutto superata, o comunque in via di definitivo superamento? Anche qui il motivo è molto semplice: l’uomo ha capito che, se riesce a risolvere le proprie contraddizioni sociali, è dio di se stesso.

Cioè l’uomo ha capito che possiede i mezzi e gli strumenti per affrontare e risolvere, senza l’aiuto di alcun dio, tutti i suoi problemi. Ma allora – ci si può chiedere – perché non lo fa? Non è per mancanza di intelligenza o di potenzialità operativa, ma proprio per difetto di volontà. L’uomo non riesce a risolvere le contraddizioni sociali, quelle antagonistiche, non perché è una creatura debole, viziata dal peccato originale, ma soltanto perché non ha il coraggio di abbattere i poteri forti che vogliono tenerlo sottomesso. È con l’idea e soprattutto la pratica della rivoluzione politica che l’uomo ha cominciato a credere d’essere un dio. Ed è da quando ha capito che bisogna ribellarsi per poter essere una divinità che, a proprie spese, ha imparato a correggere i propri errori.

I discorsi di addio nel IV vangelo

I capitoli 14-17 del vangelo di Giovanni sono il manifesto politico-religioso di una comunità monastica che, dopo la distruzione di Gerusalemme, si era definitivamente “ritirata dal mondo”, cioè si era isolata in un luogo poco frequentato in cui vivere valori come l’autoconsumo, l’uguaglianza sociale, la comunione dei beni, il senso della fratellanza e la democrazia diretta, nel rispetto integrale della natura. È una comunità di uomini politicamente sconfitti, in quanto la rivoluzione del Cristo era fallita. Essi, per poter sopravvivere dignitosamente, senza cadere nella disperazione, si erano dati degli ideali socioreligiosi in cui credere, in opposizione al “mondo”, qui considerato in un’accezione sempre negativa.

“Il vostro cuore non sia turbato” (14,1), “nella casa del Padre mio vi sono molte dimore” (v. 2). Queste parole, introduttive a tutto il lungo discorso di un Cristo completamente immaginato, sono eloquenti. La comunità cristiana si sente irrimediabilmente sconfitta sul piano politico, ma vuol dare per scontato che, nel giorno del giudizio (quello in cui il Cristo risorto tornerà) si salverà ugualmente.

Esistono infatti vari modi per essere “salvati”, secondo i criteri mistici e mistificanti di tale comunità: uno è quello di continuare ad aver fede in Dio e in Gesù Cristo, previa trasformazione di quest’ultimo da “Gesù della storia” a “Cristo della fede”. Questa infatti è una comunità che spera di poter essere accolta nella “Gerusalemme celeste”, pur essendo consapevole di non aver saputo realizzare il progetto di liberazione nazionale voluto dal proprio maestro. Ecco perché spera d’essere perdonata della propria pochezza, della propria pusillanimità.

Il Cristo che qui viene tratteggiato è quello di un leader buonista, che sa perdonare gli incapaci, gli inetti, coloro che non hanno abbastanza fede politica e coraggio rivoluzionario. Siccome però è una comunità che vuole autogiustificarsi, ha bisogno di presentare le cose in maniera mistificata, come d’altra parte si addice a quelle esperienze che vogliono mescolare le sconfitte politiche con motivazioni di tipo mistico.

La prima mistificazione è tipica di tutte le esperienze religiose, in particolare di quella cristiana: Cristo è stato tradito perché non si era capita subito la sua natura divina, la sua identità di “figlio” rispetto a un dio-padre. Cioè non si era capito che il suo vero messaggio di liberazione non era politico, bensì religioso. Egli voleva dare di dio una nuova immagine o rappresentazione. Alla divinità, d’ora in poi, ci si sarebbe arrivati solo passando attraverso la persona del Cristo, che di lui si considerava “figlio unigenito”, in maniera esclusiva, avendo medesima natura.

Tra padre e figlio non c’è più alcuna differenza se, guardando il figlio, si vede il padre, ovvero se ci si convince che per credere nel padre è sufficiente credere nel figlio. Questo il senso del rimprovero di Gesù a Tommaso, che qui viene fatto passare per una sorta di ateo. Filippo invece è più agnostico: si accontenterebbe di vedere Dio per potervi credere. Ma Gesù gli muove lo stesso rimprovero: padre e figlio coincidono; poiché il figlio è stato fisicamente visto, gli uomini dovrebbero di conseguenza credere anche nel padre. È, questa, una pretesa di non poco conto: un uomo, fatto passare per una divinità, presume d’identificarsi col dio supremo, ch’egli chiama “padre”. E dice questo come se fosse una prova inconfutabile, cioè come se gli apostoli avessero già avuto ampie testimonianze per credervi. Siamo nella mistificazione più completa.

Qualche redattore deve essersi reso conto che il ragionamento del Cristo poteva essere fatto anche da un esaltato, affetto da delirio di onnipotenza; e ha allora smorzato la pretesa facendo le seguenti precisazioni: 1) chi non crede nell’identità padre-figlio sulla base delle autodichiarazioni del figlio, vi creda almeno in rapporto a ciò che egli ha compiuto nel mondo; 2) se crede in tale identificazione, potrà arrivare a compiere delle opere anche più grandi di quelle del Cristo, poiché all’uomo di fede nulla è impossibile (sempre che la fede, ovviamente, sia autentica e sincera).

La genuinità di questa fede non potrà più essere garantita dal Cristo, che tornerà sulla Terra solo alla fine dei tempi, ma verrà garantita da un’entità metafisica, qui introdotta dal cristianesimo per la prima volta come terza figura divina: lo Spirito di verità, il Consolatore o Paraclito. Non si tratta di una persona fisica, ma di una sostanza eterea, che il padre manda su richiesta del figlio, affinché gli apostoli non si sentano orfani, abbandonati, sapendo bene che la fragilità umana impedisce di avere delle certezze.

È una sostanza che il mondo non può conoscere, poiché non è in grado di comprendere la divinità del Cristo. Il mondo non l’ha riconosciuto proprio perché resta incapace di “amore”. L’obiettivo degli apostoli, infatti, il comandamento che devono rispettare è uno solo: amarsi. Là dove esiste amore, ogni comandamento si può facilmente rispettare. Il mondo quindi è destinato a vivere nell’odio? – chiede Giuda (non l’Iscariota) al Cristo. La risposta è tassativa: non c’è vero amore là dove manca l’amore per il Cristo.

Questa comunità si ritiene autosufficiente: non ha bisogno del mondo per poter sussistere. Ciò di cui ha bisogno è soltanto amore e spirito di verità (cioè convinzione d’essere nel giusto facendo della fratellanza comune un criterio di vita). Il mondo è gestito da un “principe” che non riconosce né Dio-padre, né Dio-figlio né lo Spirito Santo. E su questa Terra il suo destino è quello di vincere, ma solo perché venga messa alla prova la fede dei cristiani. Non ci si può disperare di questo, poiché fa parte di un “disegno divino”. Le parole del Cristo, infatti, non sono sue ma provengono direttamente “dal Padre” che l’ha mandato (14,24).

La mistificazione qui è sofisticata. Il Cristo avrebbe perso la partita politica perché nel disegno di Dio vi era una prova da superare. Egli doveva dimostrare di amare Dio fino al punto da lasciarsi crocifiggere dagli uomini, cioè da coloro che avrebbero potuto essere facilmente vinti. Nella contesa contro il mondo (a quel tempo i romani e gli ebrei collaborazionisti) il figlio non poteva dimostrare le sue caratteristiche divine (se non ai discepoli più stretti), proprio perché il padre voleva far vedere agli uomini, incapaci d’essere se stessi, fin dove è possibile amare.

L’idea originaria non era quella di vincere “il principe di questo mondo”, poiché, se così fosse avvenuto, gli uomini avrebbero facilmente creduto nella divinità. L’idea era invece quella di indurli a credere nel valore soteriologico della sconfitta politica, la quale, davanti a dio, si trasforma in una vittoria religiosa. Il Cristo di Giovanni sulla croce vince proprio in quanto ha adempiuto sino in fondo il compito che gli era stato assegnato.

Da soli gli uomini non riescono a realizzare alcuna liberazione (il peccato originale li ha resi, col tempo, sempre più impotenti); ma non possono neppure sperare che un dio faccia ciò che loro non riescono più a fare. L’unica quindi è che accettino l’idea che su questa Terra nessuna liberazione politica è possibile. Su questa Terra si può soltanto resistere alla tentazione di compierla. L’unica vera liberazione è oltremondana, ultraterrena, in attesa della quale è sufficiente conservare un atteggiamento di fede, vivendo nella pratica dell’amore reciproco.

Alla fine dei tempi, quando il mondo sarà completamente devastato e gli uomini di fede saranno diventati uno sparuto gruppo in un luogo remoto del pianeta, tornerà il Cristo ad annunciare la liberazione finale e definitiva, a disposizione di chiunque abbia fede. Tale strategia salvifica è stata decisa da Dio-padre e il figlio non ha fatto altro che condividerla, pur potendo agire diversamente. In fondo il figlio voleva soltanto insegnare il valore dell’obbedienza, che nasce dall’amore, quel valore che il primo uomo e la prima donna non avevano saputo rispettare.

Il concetto di obbedienza è ben visibile nella lunga allegoria della vite e dei tralci del cap. 15. Se Cristo è la vite, il padre è il vignaiolo e i credenti sono i tralci. Senza la vite, i tralci non possono far nulla (v. 5), ma restando nella vite essi portano molto frutto, e il frutto più importante è l’amore reciproco. Chi pensa che l’amore sia lo scopo della vita, non si sente mai servo di nessuno, neppure quando deve obbedire.

Qui la mistificazione raggiunge un altro picco. Infatti al v. 13 viene detto che l’amore più grande è quello di chi dona la vita per i propri amici. Si badi: non che questo non sia meritevole e degno d’onore. Il problema è che qui il sacrificio di sé viene messo in alternativa al tentativo di liberare gli uomini dai mali sociali. Ci si autoimmola per non compiere alcuna rivoluzione politica, alcuna trasformazione sociale del sistema. Cristiani del genere non vengono più chiamati “servi” (v. 15): questo è vero, ma solo sul piano morale. Su quello fisico, sociale e materiale possono tranquillamente continuare ad esserlo.

Il cristianesimo è la religione degli sconfitti e di chi s’illude di poter praticare l’amore in una società piena di odio, semplicemente limitandosi a resistere alle tentazioni del mondo, ai condizionamenti negativi, quando addirittura non si pensa di poter dimostrare la propria diversità o superiorità accettando il martirio, cioè volendo far credere che se si viene giustiziati è perché la ragione sta dalla propria parte.

Qui il concetto di “mondo” è assunto in una valenza metafisica che di positivo non ha nulla. Il mondo è irrimediabilmente malvagio: lo ha dimostrato eliminando l’unica persona che avrebbe potuto salvarlo. Sotto questo aspetto il mondo non può più compiere un delitto superiore a quello che ha già fatto. Gli uomini si sono messi esplicitamente al servizio del demonio, uccidendo chi li ha creati e amati fin dall’inizio. Non può quindi esserci salvezza per il mondo, ma solo per una sua piccolissima parte, quella che ha creduto nella figliolanza divina del Cristo, esclusiva a lui per natura.

Perché il mondo si sia comportato così e continui a farlo non è dato sapere: fa parte della libertà umana. Questo vangelo, che non fa analisi sugli effetti della proprietà privata, si limita a dire: “Mi hanno odiato senza motivo” (v. 25). E siccome è un vangelo religioso, che vuole rinnegare il valore della politica, non gli resta che concludere dicendo: il motivo per cui odiano il Cristo è perché non vogliono riconoscerlo nella sua divinità (vv. 26-27), quando proprio tale riconoscimento è una conseguenza della poca fiducia nel suo senso della giustizia sociale e della democrazia politica. La politica degli Stati autoritari, schiavistici e imperiali non pratica l’amore proprio perché nel Cristo non vede alcun lato divino e quindi si sente autorizzata a non credere nei valori umani. Chi non ha fede in Cristo è votato al male, morale e intellettuale.

Il cap. 16 insiste su questa problematica, drammatizzandola ulteriormente. La sorte dei cristiani è segnata, esattamente come quella del Cristo. Anzi, saranno proprio le persecuzioni a dimostrare la giustezza della loro fede. “Vi espelleranno dalle sinagoghe; anzi, l’ora viene che chiunque vi ucciderà, crederà di rendere un culto a Dio” (16,2). Qui il riferimento alla perfidia dei giudei è evidente. I romani non uccidevano in nome di dio.

Tuttavia resta interessante il fatto che questa comunità cristiana abbia previsto che il martirio dei credenti può anche avvenire in nome di un dio diverso dal proprio, o addirittura in nome di una diversa interpretazione dello stesso dio1. Di nuovo qui c’è il particolare ruolo attribuito allo Spirito di verità. Nei capitoli precedenti appariva nella veste di un mero “Consolatore morale”. Ora invece sembra avere una pretesa politica, seppur gestita in chiave teologica. Sembra essere addirittura più importante dello stesso Cristo, quasi a indicare una progressione (o meglio una involuzione) spiritualistica della comunità monastica: “è utile per voi che io me ne vada; perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore” (v. 7).

Questa volta il compito che il Paraclito ha è del tutto rivolto al mondo: “Quando sarà venuto, convincerà il mondo quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio” (v. 8). È detto “convincerà”, come se fosse una cosa certa, lasciando così credere che il mondo non potrà agire impunemente contro i cristiani, e che anzi forse riuscirà persino a convertirsi, vedendo la loro risolutezza.

“Quanto al peccato, perché non credono in me; quanto alla giustizia, perché vado al Padre e non mi vedrete più; quanto al giudizio, perché il principe di questo mondo è stato giudicato” (vv. 9-11). Detto questo, per il mondo c’è poca speranza: se non si converte, la sua sorte è segnata, esattamente come quella dei cristiani, ma per motivi opposti.

Sono parole difficili da comprendere, anche perché il momento in cui il mondo si “convincerà” di questo non è chiaro. Possiamo soltanto presumere che per i cristiani avverrà alla fine dei tempi. Il Paraclito infatti si assumerà l’onere di dimostrare che chi non crede nella divinità del figlio, è destinato alla perdizione (è una critica quindi all’ateismo e alle false teologie).

La giustizia sembra essere citata in due maniere: una è riferita al Cristo, la cui morte non può voler dire la fine della speranza; ovvero giustizia vuole ch’egli ritorni presso chi l’ha inviato sulla Terra, al fine di rendere conto del proprio operato. Ma può anche voler dire che, poiché il Cristo, tradito e giustiziato, non lo si vedrà più sulla Terra (sino alla fine dei giorni), è escluso che gli uomini possano realizzare il loro senso della giustizia.

Il significato della parola “giudizio” appare invece più chiaro: anche se il Cristo è uscito sconfitto nello scontro col mondo, il fatto stesso ch’egli sia risorto (in quanto essere divino) dimostra che, in ultima istanza, sarà il mondo a perdere la partita. In altre parole, il mondo ha vinto una battaglia ma è destinato a perdere la guerra.

Quindi lo Spirito non ha il compito di “convincere” nell’immediato, ma solo di aiutare i cristiani ad avere sempre maggiore consapevolezza dei limiti del mondo, che gli sono strutturali, cioè insuperabili con gli strumenti meramente umani. Più che “convincere” il mondo, lo Spirito dovrà “convincere” i cristiani della giustezza della loro fede. Essi infatti sono destinati a soffrire, come la partoriente, che però alla vista del neonato dimenticherà presto tutto il proprio dolore. Devono quindi guardare il futuro con ottimismo, poiché nessuno potrà togliere loro ciò in cui credono, ben sapendo che Cristo “ha vinto il mondo” (v. 33).

L’ultimo capitolo, di questa serie di commiato da parte di Gesù, è forse il più struggente, il più mistico, a testimonianza che questo vangelo è stato scritto in tempi diversi e da più redattori. Qui i riferimenti alla politica riguardano soltanto il tipo di organizzazione interna che la comunità deve realizzare, sulla base di semplici princìpi etico-religiosi, facilmente condivisibili. Non a caso la chiesa ha voluto denominarlo “La preghiera sacerdotale”. In effetti sembra essere la preghiera che un sacerdote, autoidentificatosi col Cristo, fa in una funzione liturgica. In realtà è la preghiera di un morto, la cui anima, al cospetto di Dio, rende conto del proprio operato sulla Terra, come facevano i faraoni nel mondo egizio.

In essa rimane ferma la distinzione categorica tra “mondo” e “discepoli”: Gesù prega per loro, non per il mondo (v. 9). Ribadisce d’aver insegnato ai discepoli la comunione dei beni, materiali e spirituali: “tutte le cose mie sono tue [in riferimento al padre], e le cose tue sono mie” (v. 10). Afferma l’esigenza dell’amore reciproco, “affinché siano uno, come noi” (v. 11). Non chiede che i discepoli vengano “tolti dal mondo”, ma soltanto “preservati dal maligno” (v. 15).

La comunità cristiana non può isolarsi completamente, né ricercare il suicidio (come gli ebrei nella fortezza di Masada): deve solo resistere alle tentazioni, cercando possibilmente di ampliare la cerchia dei credenti, affinché “siano tutti uno” (v. 20). L’unità deve prevalere sulla divisione e l’amore sull’odio. Questo messaggio va, in qualche maniera, lanciato al mondo. La premessa di questi addii, quella di autoisolarsi, viene quindi contraddetta, almeno in parte, ma proprio perché si è rinunciato definitivamente a qualunque progetto politico di liberazione.

Nota

1 Si provi ora a sostituire la parola “dio” con la parola “democrazia”, e ci si accorgerà facilmente di quanto siano ancora moderne queste parole.