Epilogo su I malati dei vangeli

Ora che siamo giunti alla conclusione, facciamo il punto della situazione.

È anzitutto probabile che nel quarto vangelo i racconti di mira­coli siano stati aggiunti proprio perché nel testo originario la loro assen­za strideva troppo con l’impianto dei sinottici.

Pur essendo sapientemente manipolato, appare chiaro che in questo vangelo Gesù non doveva affatto apparire come «grande tauma­turgo» quanto piuttosto come «politico eversivo». In tal senso la diffe­renza tra Giovanni e i sinottici sta appunto nel fatto che mentre in questi ultimi ci si è serviti dei racconti di guarigione e in genere di miracolo per mistificare l’attività politica del Cristo, nel quarto vangelo invece la misti­ficazione è avvenuta presentandolo come «grande teologo», i cui vari «segni miracolosi» dovevano semplicemente servire allo scopo di legitti­mare la sua «natura divina».

Detto questo, vediamo ora di rispondere alle due seguenti do­mande.

  1. Era davvero necessario, nei vangeli, fare guarigioni spettaco­lari nel giorno festivo per gli ebrei, al fine di dimostrare che il precetto del riposo assoluto, di fronte alla possibilità di compiere il bene in una si­tuazione di bisogno, non aveva alcuna ragione di esistere?
  2. I racconti evangelici di guarigione, i cui malati risultano sem­pre molto gravi e praticamente inguaribili per la medicina dell’epoca, sono stati redatti – vista la resistenza assoluta dei capi giudei ad accet­tare quelle terapie di sabato – con intento antisemitico?

Alla prima domanda bisogna rispondere con fermezza che Gesù Cristo non può in alcun caso essere ricorso a pratiche terapiche che andassero oltre quello che può essere considerato l’umanamente accettabile. Se anche si volessero dare per scontate talune guarigioni, queste al massimo possono aver riguardato malattie di tipo psicosoma­tico. In ogni caso è categoricamente da escludere che il Cristo, con le proprie guarigioni, volesse dimostrare che in lui era presente una natura sovrumana.

Un atteggiamento del genere, peraltro, sarebbe stato del tutto contraddittorio con la tesi del «segreto messianico» formulata e ampia­mente sostenuta nel vangelo di Marco, che fa da modello a tutti gli altri (anche nelle parti manipolate del quarto vangelo). Se il Cristo voleva servirsi delle guarigioni per dimostrare ch’era il «figlio di dio», non si ca­pisce perché non le abbia usate per convincere il suo popolo a compie­re l’insurrezione nazionale. Infatti, una qualunque guarigione definibile come «miracolistica» avrebbe avvalorato ancor più la convinzione ch’e­gli potesse essere il messia tanto atteso, visto che non avrebbe lasciato molto spazio alla decisione se credere o meno nella sua divinità.

Tuttavia, sostenere da un lato la divinità del Cristo, prendendo i miracoli come esempio paradigmatico, e pretendere, dall’altro, che le masse credessero nella necessità divina della sua morte in croce, è una tesi che, sul piano logico, non sta in piedi, neppure da un punto di vista teo-logico (tant’è che Paolo trascurò del tutto i racconti dei miracoli, con­centrandosi unicamente sulla tesi, non meno fantasiosa, della resurre­zione).

La risposta alla seconda domanda è conseguente all’imposta­zione che abbiamo voluto dare alla prima risposta. Nel senso che se si volesse dare per scontata la capacità di operare guarigioni miracolose da parte del Cristo, la pervicace ostinazione giudaica a rifiutarle soltanto perché compiute in giorno di sabato, risulterebbe del tutto inspiegabile, in quanto ci porterebbe a dare una valutazione di questo popolo (o co­munque dei suoi leader più significativi) irrimediabilmente viziata da pre­giudizi di tipo ideologico.

Nessuna persona al mondo rifiuterebbe una guarigione umana­mente impossibile solo perché esiste un giorno della settimana che ob­bliga al riposo assoluto. È vero che gli ebrei accettavano che si violasse il sabato di fronte ai casi di pericolo di vita, ma sarebbe assurdo soste­nere che di fronte a un caso di malattia inguaribile opponessero un rifiu­to alla guarigione solo perché il malato non era in pericolo di vita. Se si voleva trasformare un intero popolo in un mostro privo di scrupoli, qui ci si è riusciti perfettamente, tant’è che per rimuovere l’accusa di «popolo deicida» la chiesa romana ci ha impiegato quasi duemila anni.

Insomma è evidente che nei vangeli le guarigioni miracolose sono state elaborate, come genere letterario, da dei redattori cristiani che non solo avevano l’intenzione di dimostrare che Gesù era più che un uomo, ma che nutrivano anche un profondo disprezzo nei confronti della popolazione giudaica, considerata pregiudizialmente chiusa nelle proprie convinzioni religiose.

Nel quarto vangelo i redattori non hanno fatto altro che prende­re spunto dai racconti marciani di guarigione, ampliandoli notevolmente con una serie di elucubrazioni spiritualistiche di alto livello. Infatti, men­tre in Marco non è così evidente che Gesù facesse le sue terapie per di­mostrare ch’era «figlio di dio», qui invece la cosa appare molto chiara (benché, beninteso, in nessun vangelo Gesù si comporti mai come un terapeuta che affida alla divinità, tramite riti specifici, preghiere, invoca­zioni, la decisione di guarire l’ammalato).

Tuttavia, poiché di fronte al bisogno non c’è precetto che tenga, che cosa il Cristo possa aver umanamente detto, a proposito del saba­to, è facile intuirlo, anche a prescindere dalle guarigioni compiute. L’as­sistenza ai malati, ai poveri, persino la «fame» che prese i suoi discepoli in un campo di grano (Mc 2,23 ss.) erano motivi sufficienti per impedire che il sabato diventasse più importante dell’uomo, ovvero che una restrittiva interpretazione farisaica s’imponesse sul buon senso.

Il precetto, quanto mai laico, che Cristo formulò a proposito di tale questione è illuminante per capire che il rigorismo giudaico era del tutto fuori luogo: «il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato» (Mc 2,27), con l’aggiunta finale, ancora più esplicativa: «il figlio dell’uomo (e quindi l’uomo in generale) è padrone del sabato», cioè si trova nella condizione in cui può eliminarlo come una qualunque altra legge divenuta obsoleta.

In Matteo viene detto, a chiare lettere, che il sabato veniva vio­lato quando un animale domestico finiva in un fosso: «Chi tra voi, aven­do una pecora, se questa gli cade di sabato in un fosso, non l’afferra e la tira fuori? Ora, quanto è più prezioso un uomo di una pecora!» (12,11 s.). Nell’ultimo vangelo canonico (7,22) Gesù fa notare agli intellettuali giudei che i loro sacerdoti violavano consapevolmente e ufficialmente il precetto del sabato quando erano costretti ad applicare quello della cir­concisione.

Insomma ritenersi indenni da colpe solo perché si applicano ri­gidamente delle regole o solo perché ci si astiene scrupolosamente dal compiere qualunque azione, è una pretesa che di umano, alla resa dei conti, non ha proprio nulla. Anche perché «fare il bene» non può sempli­cemente voler dire «non fare il male».

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La guarigione del cieco-nato

Giovanni (9,1-41)

[1] Passando vide un uomo cieco dalla nascita

[2] e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché egli nascesse cieco?».

[3] Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio.

[4] Dobbiamo compiere le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può più operare.

[5] Finché sono nel mondo, sono la luce del mondo».

[6] Detto questo sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco

[7] e gli disse: «Vai a lavarti nella piscina di Siloe (che significa Inviato)». Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva.

[8] Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, poiché era un mendicante, dicevano: «Non è egli quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?».

[9] Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!».

[10] Allora gli chiesero: «Come dunque ti furono aperti gli occhi?».

[11] Egli rispose: «Quell’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, mi ha spalmato gli occhi e mi ha detto: Vai a Siloe e lavati! Io sono andato e, dopo essermi lavato, ho acquistato la vista».

[12] Gli dissero: «Dov’è questo tale?». Rispose: «Non lo so».

[13] Intanto condussero dai farisei quello che era stato cieco:

[14] era infatti sabato il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi.

[15] Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come avesse acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha posto del fango sopra gli occhi, mi sono lavato e ci vedo».

[16] Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri dicevano: «Come può un peccatore compiere tali prodigi?». E c’era dissenso tra di loro.

[17] Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu che dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!».

[18] Ma i Giudei non vollero credere di lui che era stato cieco e aveva acquistato la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la vista.

[19] E li interrogarono: «È questo il vostro figlio, che voi dite esser nato cieco? Come mai ora ci vede?».

[20] I genitori risposero: «Sappiamo che questo è il nostro figlio e che è nato cieco;

[21] come poi ora ci veda, non lo sappiamo, né sappiamo chi gli ha aperto gli occhi; chiedetelo a lui, ha l’età, parlerà lui di se stesso».

[22] Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga.

[23] Per questo i suoi genitori dissero: «Ha l’età, chiedetelo a lui!».

[24] Allora chiamarono di nuovo l’uomo che era stato cieco e gli dissero: «Dai gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore».

[25] Quegli rispose: «Se sia un peccatore, non lo so; una cosa so: prima ero cieco e ora ci vedo».

[26] Allora gli dissero di nuovo: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?».

[27] Rispose loro: «Ve l’ho già detto e non mi avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?».

[28] Allora lo insultarono e gli dissero: «Tu sei suo discepolo, noi siamo discepoli di Mosè!

[29] Noi sappiamo infatti che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia».

[30] Rispose loro quell’uomo: «Proprio questo è strano, che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi.

[31] Ora, noi sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma se uno è timorato di Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta.

[32] Da che mondo è mondo, non s’è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato.

[33] Se costui non fosse da Dio, non avrebbe potuto far nulla».

[34] Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e vuoi insegnare a noi?». E lo cacciarono fuori.

[35] Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori, e incontratolo gli disse: «Tu credi nel Figlio dell’uomo?».

[36] Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?».

[37] Gli disse Gesù: «Tu l’hai visto: colui che parla con te è proprio lui».

[38] Ed egli disse: «Io credo, Signore!». E gli si prostrò innanzi.

[39] Gesù allora disse: «Io sono venuto in questo mondo per giudicare, perché coloro che non vedono vedano e quelli che vedono diventino ciechi».

[40] Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: «Siamo forse ciechi anche noi?».

[41] Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: ‘Noi vediamo’, il vostro peccato rimane».

*

La storia dell’esegesi di questo racconto mostra ch’esso è stato riferito, allegoricamente, alla pratica del battesimo cristiano sin dai pri­missimi Padri della Chiesa, poiché esiste l’azione del «lavarsi» da parte di un malato, che poi guarisce. In realtà la guarigione che vi è descritta vuole rappresentare, in origine e più laicamente, la risposta del movi­mento nazareno al problema etico-politico della sofferenza umana, an­che se questa risposta lascia alquanto a desiderare.

Purtroppo infatti il racconto vuole ribadire, sin dalle prime battu­te, che Cristo era un taumaturgo miracoloso proprio in quanto «figlio di dio», ovvero la straordinarietà delle sue performances medicali (nella fattispecie si trattava di un non vedente dalla nascita) attestava in ma­niera lapalissiana la sua origine divina. Le «opere» di cui egli parla e che vuole, anzi deve, compiere, per adempiere a un mandato «celeste», sarebbero proprio quelle che meglio possono aiutare a comprendere la sua natura sovrumana.

Su questo, prima di iniziare a fare il commento, bisogna spen­dere alcune parole. Anzitutto proviamo a metterci nei panni dei manipo­latori del vangelo di Giovanni e chiediamoci: «per quale motivo hanno adottato un’ermeneutica della vicenda di Gesù che risulta del tutto as­sente nelle lettere di Paolo e che non è così marcatamente esplicitata nei sinottici?».

Questo sembra un vangelo della disperazione, ove i redattori vogliono giocarsi, con le guarigioni miracolose (che, a dispetto della loro esiguità, come numero, paiono tra le più inverosimili di tutto il Nuovo Testamento) l’ultima carta per dimostrare che le loro interpretazioni del­l’evento-Gesù e delle conseguenze ch’esso ha generato dopo la sua morte, è l’unica giusta, l’unica possibile.

In effetti è impressionante il tentativo operato in questo vangelo di far vedere al popolo giudaico e ai suoi leader politici, culturali e reli­giosi che i cristiani avevano tutte le ragioni di predicare il Cristo risorto attraverso l’eccezionalità dei suoi miracoli compiuti quand’era in vita. Usano una falsità minore per sostenerne un’altra maggiore.

Tuttavia il target di questi racconti fantastici non può essere sta­to il giudeo, poiché su di lui una favola del genere non avrebbe potuto far presa. Quando, prima con Pietro e poi con Paolo, i cristiani iniziaro­no a mentire alle popolazioni giudaiche, usarono anzitutto e soprattutto la tesi della resurrezione, non il fatto che Gesù avesse compiuto segni prodigiosi, anche perché questi «segni» non li aveva visti nessuno, tan­t’è che l’uso di questa parola, nei primi discorsi di Pietro riportati in At 2,22, poteva benissimo riferirsi alle azioni compiute da Gesù per orga­nizzare il movimento nazareno, non certo per guarire i malati.

I giudei erano diventati troppo smaliziati, troppo materialisti, troppo «atei» per poter credere nelle sciocchezze dei miracoli, meno an­cora nell’assurdità di potersene servire per dimostrare la divinità o la messianicità del Cristo. Dunque il target di riferimento di questi racconti di fantasy, al pari degli altri neotestamentari ove si parla di «segni e pro­digi miracolosi», doveva per forza essere il pagano neo-convertito, per il quale le differenze tra scriba, fariseo, sadduceo ecc. risultavano assai poco significative. Per lui i responsabili principali della morte di Gesù, quelli che non avevano capito una parola del suo messaggio e che si opponevano a qualunque cosa lui avesse fatto, erano semplicemente i «giudei»: di qui il lato fortemente antisemitico dei vangeli in genere.

Non solo, ma mentre con queste guarigioni si voleva guadagna­re il consenso dei credenti pagani intellettualmente meno dotati, per l’al­tra categoria di credenti, quella più sofisticata, il vangelo è in grado di proporre un’altra mistificazione, che apparirà soltanto al momento del racconto sull’ultima cena, allorché il Cristo proporrà il concetto di «sacri­ficio della vita da parte di chi ama i propri amici».

Si noti però questa differenza: il vangelo di Marco è «anti-giudaico» come quello giovanneo, che nelle sue parti manomesse è del tutto ellenistico (la versione gnostica del paolinismo), ma lo è in quanto «filo-galilaico»: si resta cioè nell’ambito dell’ebraismo, facendo del cristianesimo una sua corrente eretica, che pretende d’inverare, pro­ponendo la tesi mistica della resurrezione, quanto di meglio aveva prodotto l’ebraismo, avendo però l’accortezza di non fare del vangelo un testo per i soli cristiani di origine ebraica, quanto piuttosto per quelli di origine pagana, evitando quindi di fare troppi paralleli con le tradizioni ebraiche (come invece p. es. fa il vangelo matteano). In questa tesi si può in un certo senso riassumere l’evoluzione dal protovangelo marcia­no, il cosiddetto «Ur-Markus», all’attuale canonico.

In Marco viene operata una soluzione di compromesso, quella formulata da Pietro e fatta propria da Paolo al momento della sua con­versione. Tutto il primo vangelo ruota attorno alla tesi della resurrezione, e i riferimenti all’ebraismo vengono usati soltanto per dimostrare una di­versa interpretazione dei fatti (e anche delle Scritture) che la comunità post-pasquale offre alla luce della tesi della resurrezione. Non c’è un esplicito anti-semitismo come nel quarto vangelo (che non è – si badi – opera di Giovanni più di quanto non lo sia dei suoi manipolatori).

*

Tutto il capitolo 9 di Giovanni, esattamente come il precedente, è privo di un preciso contesto spazio-temporale: non c’è neppure un riferimento formale al Tempio, luogo privilegiato per le discussioni, che i redattori spesso paragonano all’agorà greca. L’unico riferimento è quello relativo alla piscina o fontana di Siloe, tradizionalmente collocata dagli esegeti fuori delle mura di Gerusalemme, adiacente al fiume Cedron.

Il capitolo è abbastanza lungo, come spesso succede nel quar­to vangelo: 41 versetti, segno di un’intensa elaborazione, che, per esse­re messa all’interno di un vangelo destinato a diventare ufficiale, deve per forza essere stata sapientemente concordata, anche se non è escluso l’intervento di più mani redazionali.

Dell’evangelista Giovanni probabilmente non vi è neppure una parola. Il racconto infatti è impostato, sin dalle prime righe, in maniera falsificante. Tuttavia, per non rischiare di dire le stesse cose di racconti precedenti di guarigione miracolosa, il testo doveva per forza contenere qualcosa di inedito, che ora dovremo andare a scoprire.

Ciò che immediatamente distingue questo racconto dagli altri analoghi è che qui si è in presenza di un individuo che non si è ammala­to per colpa sua, ma di uno che è nato malato. In casi del genere gli ebrei tendevano ad associare malattia e colpa in riferimento ai parenti stretti del malato: se lui era nato cieco, qualcuno doveva aver sbagliato nel metterlo al mondo.

Alla domanda dei discepoli, se quell’uomo fosse cieco dalla na­scita per un suo peccato personale o per colpa dei genitori, cioè per un peccato ereditato, Gesù dà una risposta che aveva lo scopo di mettere in crisi l’identità rabbinica di malattia (o sofferenza) e colpa, esattamente come aveva già fatto nel racconto marciano del paralitico (2,1 ss.).

Se i redattori ci avessero presentato un Cristo laico, il significa­to della sua risposta ai discepoli sarebbe stato facilmente comprensibile: la sofferenza, specie per chi milita in un movimento rivoluzionario, non va mai giustificata ma tolta, e la malattia è una prova non da sopportare con rassegnato stoicismo (come nel caso di Giobbe) ma da superare, cioè un’occasione di crescita umana, in cui occorre far leva su proprie ri­sorse per tentare di risolvere casi apparentemente insolubili.

Detto questo, che poi la guarigione sia o non sia avvenuta (o non sia avvenuta nel modo come è stata descritta), non farebbe molta differenza. Il problema sta sempre nell’interpretazione. Infatti, se con questo racconto l’autore del quarto vangelo voleva indicare che solo il Cristo, in virtù dei suoi straordinari poteri taumaturgici desunti dalla sua origine divina, era in grado di poter risolvere un caso del genere, non si farebbe che avvalorare l’equazione rabbinica di malattia e colpa, il cui background culturale era dominato da un pessimismo latente.

Viceversa, se con questa guarigione si è voluto semplicemente far capire ch’essa poteva rappresentare una sorta di testimonianza sim­bolica di un progetto molto più complesso, riguardante l’intera collettivi­tà, allora risulta del tutto secondaria la specifica tipologia terapica.

Nella pericope, mostrando un supereroe in grado di compiere una guarigione all’istante, si offre una conclusione sbagliata a una giu­sta premessa. Invece di fare un discorso relativo all’assistenza (il cieco era anche mendicante) se ne propone uno relativo al miracolo; invece di fare un discorso etico, con cui evidenziare che anche un cieco può es­sere saggio (come p.es. Appio il Vecchio, Diodoto, Democrito, senza di­menticare il grande Omero), se ne fa uno teologico, mostrando che l’unico in grado di guarirlo era il «figlio di dio».

Certo è che se la comunità primitiva ha voluto costruire un rac­conto in cui in luogo di una liberazione sociale degli oppressi (e quindi dei malati e degli indigenti) ci si doveva limitare a credere in una libera­zione miracolosa di singoli malati gravi, il discorso finirebbe col ricadere nell’equazione rabbinica di cui sopra. Se l’esegeta accettasse un tale ri­duzionismo, arriverebbe prima o poi a condividere l’idea confessionale secondo cui questo racconto non è che una rappresentazione simbolica dell’efficacia del battesimo cristiano: un’efficacia ovviamente solo «reli­giosa». In tal senso si dovrebbe considerare del tutto naturale l’espe­diente redazionale di aggravare il più possibile i sintomi del male.

Paradossalmente proprio le «opere di dio» invocate per com­piere un’azione meritevole, finirebbero col condannare tutti i disabili, che come questo diventeranno cristiani, non solo all’emarginazione di sem­pre (in quanto nessuno, oltre al figlio di dio, potrà mai guarirli), ma li si esporrà anche alla beffa (in quanto, dopo aver spiegato loro l’assurdità rabbinica di equiparare malattia e colpa, li si illuderà di poter guarire in nome della nuova fede religiosa).

Ma – possiamo chiederci – se nessuno potrà mai sostituirsi al Cristo nel compiere prodigi del genere, il senso di questo racconto stava semplicemente nel voler far credere che Gesù era un dio? La mistifica­zione della lunga pericope, in effetti, sta proprio in questo, che si è usata la malattia grave non per allargare il discorso alle questioni sociali e po­litiche, ma per restringerlo a quelle meramente religiose. I malati gravi vengono strumentalizzati per far credere che Gesù era più che un uomo e che i giudei erano degli anticristi. Il testo quindi è particolarmente anti­semita.

Quanto alla tipologia della guarigione, è evidente che se è ba­stato un po’ di fango e un po’ di saliva, il caso non doveva essere parti­colarmente grave, o comunque la serietà di questo caso era data da motivazioni più sociali (p.es. l’emarginazione) che fisiche o genetiche, sicché la malattia probabilmente rientrava nel campo della psicopatolo­gia, come spesso succede nei racconti evangelici di guarigione, quando questi non hanno valore esclusivamente simbolico.

E comunque la procedura della guarigione è analoga a quella già riportata nel vangelo di Marco (8,23), per cui i redattori non hanno neanche avuto bisogno d’inventarla: hanno solo aggiunto che invece di spalmare direttamente la saliva sugli occhi, Gesù sputò per terra, dopo­diché fece un impiastro che mise sugli occhi di quel disgraziato, che andò a lavarsi in una fontana, guarendo perfettamente.

Oltre a questo si può azzardare che un racconto così ricco di particolari può anche essere stato ispirato da un episodio effettivamente accaduto. Ridurlo solo a una prefigurazione simbolica del battesimo ci pare molto semplicistico.

Resta comunque ben scritto il dialogo tra il risanato e i passanti che lo incontrano, alcuni dei quali lo riconoscono, altri no. Vi è addirittu­ra un aspetto ironico, là dove c’è chi fa fatica ad ammettere che il guari­to sia proprio l’ex-cieco quando è lui stesso a confermare la propria identità. In realtà è un po’ paradossale che non si riconosca una perso­na solo perché da cieca è diventata vedente. Qui però i redattori han vo­luto esagerare per dare l’impressione che i giudei fossero sospettosi di natura, malfidati.

I testimoni oculari della guarigione inaspettata sembrano essere state poche persone: il cieco, Gesù e alcuni suoi discepoli. Il cieco mo­stra di conoscere Gesù di nome e forse anche di fama; non sapendo tuttavia della sua presenza in quei paraggi, non gli aveva chiesto di gua­rirlo, e Gesù agisce dando per scontato che volesse esserlo.

Nel racconto Gesù evita di addossare a qualcuno in particolare (del passato o del presente) la responsabilità di determinati mali sociali o individuali, però lascia intendere che chi non fa nulla per risolverli si rende responsabile della loro persistenza e ovviamente delle loro con­seguenze. Un insegnamento del genere può essere universalmente ac­cettato. È singolare che proprio attorno a un messaggio di carattere così generale l’opinione pubblica degli astanti si fosse immediatamente divi­sa.

L’autore del testo lo dice esplicitamente: alcuni dei farisei dice­vano che Gesù non era credibile proprio perché faceva queste guarigio­ni violando il sabato. Altri invece sostenevano che per fare guarigioni del genere si doveva beneficiare di una sorta di «protezione divina». Sem­bra che la popolarità dei farisei tra la folla diminuisca al crescere di quel­la di Gesù.

I redattori comunque devono aver goduto nel far vedere che i giudei (in questo caso i farisei) più che stupirsi o rallegrarsi di questa guarigione, s’indignano per il fatto ch’era stata compiuta di sabato. Non solo, ma, temendo d’esser tratti in inganno dal miracolato, i farisei nega­no addirittura l’evidenza, pretendendo d’interpellare i genitori di lui, co­me se il malato fosse stato non solo un cieco ma anche un minorato mentale.

I dialoghi son così realistici che si fa fatica a non crederci, an­che perché i redattori sottolineano come tra la folla vi fossero pareri di­scordanti. «Come può un peccatore [che non rispetta il sabato] fare tali miracoli?» (v. 16). E anche il risanato ha il coraggio di dire che Gesù è un «profeta» (v. 17), cioè un «grande», benché non necessariamente «messia». Nessuno di fronte ai farisei aveva il coraggio di riconoscergli il diritto alla messianicità, poiché avevano paura di essere espulsi dalla sinagoga (v. 22). Anche i genitori dell’anonimo non-vedente si compor­tano così.

Solo che i farisei avrebbero voluto ascoltare una versione diver­sa dei fatti: p. es. che il nome del guaritore non fosse proprio quello di Gesù. Se insistono così tanto a pretendere chiarimenti è perché aveva­no capito due cose: che quell’uomo, nel momento in cui era cieco, non poteva aver visto chi effettivamente lo stesse guarendo, e che, una volta guarito, egli non l’aveva più rivisto. Vi era dunque un margine di dubbio che poteva indurli a credere che quell’uomo stesse mentendo per fare un favore a un candidato al trono d’Israele. Per questo lo invitano a dire la verità, poiché danno per scontato che Gesù sia un «peccatore» (in quanto, p. es., non rispetta il sabato).

E lo fanno con dei sottintesi che a dir minacciosi è poco. È come se gli avessero detto: «se insisti nell’attribuire a lui la tua guarigio­ne, lo fai a tuo rischio e pericolo». Insomma, questo era un invito a men­tire davanti a tutti, a ritrattare la precedente dichiarazione, ammettendo di non possedere più l’assoluta certezza di prima.

Da notare che qui vengono usati, in maniera intercambiabile, i termini «farisei» e «giudei» nell’unico senso di «nemici del Cristo». In realtà il termine «giudei» nel quarto vangelo, il più delle volte, in senso lato, sta a significare soltanto le autorità giudaiche, inclusi i farisei, e tra queste Giovanni distingue l’atteggiamento di Nicodemo e di Giuseppe di Arimatea; in senso proprio sta invece a indicare che una parte di popo­lazione ebraica (autorità e cittadini) era sì ostile al Cristo, ma un’altra parte gli era favorevole (8,31; 11,45.56; 12,9). In entrambi i modi il ter­mine «giudei» viene usato nell’accezione politica, solo che nel primo modo, a differenza del secondo, il lettore ha l’impressione di una con­trapposizione più ideologica che politica, quella tra «cristiani» e «giudei» (e forse anche tra «giudei» e «galilei» o tra «giudei» e tutte le altre etnie della Palestina). Qui il termine viene usato prevalentemente nella prima accezione, poiché la guarigione era stata fatta di sabato, giorno di ripo­so assoluto, in cui la stragrande maggioranza dei giudei credeva. Tutta­via, dice Giovanni, intorno all’operato di Gesù non tutti la pensavano alla stessa maniera e vi era «dissenso».

In effetti il racconto non narra soltanto di una guarigione porten­tosa, ma anche della volontà intenzionale del Cristo di trasgredire pub­blicamente il precetto del sabato, o comunque l’interpretazione ufficiale che se ne dava, e di farlo all’interno della stessa capitale. In particolare alcuni esegeti hanno notato che questa guarigione potrebbe collocarsi durante la festa autunnale dei Tabernacoli o delle Capanne (Gv 7,2), che durava otto giorni e durante la quale il sommo sacerdote scendeva in processione nella piscina di Siloe per attingere con una bottiglia l’ac­qua lustrale da effondere sull’altare. Siloe era l’unica sorgente di un cer­to rilievo nell’antica Gerusalemme.

Le grandi festività ebraiche erano l’occasione più favorevole per attirare l’attenzione delle masse e poter discutere di questioni inerenti al­l’emancipazione umana (come nel caso di questo episodio) o alla libera­zione nazionale. Qui non vi è alcun dibattito tra il Cristo e le autorità co­stituite probabilmente perché quest’ultime conoscevano già il suo pro­gramma politico, tant’è che avevano già emanato una sentenza di col­pevolezza a suo carico (Gv 8,22).

Il dialogo del Cristo, in queste feste, era soprattutto con la folla. In tal senso la violazione del sabato, che si può dire concluda la sezione iniziata col cap. 7, quella in cui Gesù afferma il proprio umanesimo inte­grale, è servita per dimostrare la coerenza di teoria e prassi e soprattut­to il coraggio politico di tale coerenza. Il superamento dell’ideologia del sabato era consequenziale all’affermata autonomia di giudizio dell’uo­mo, ovvero alla rivendicazione di una indipendenza dalle interpretazioni del potere dominante.

In occasione di tale festa lo scontro tra il Cristo e i giudei più conservatori è già molto forte e, nella fattispecie di questo racconto, ap­pare chiaramente che molti stentano a riconoscerlo come messia sol­tanto perché hanno timore di essere espulsi dalle sinagoghe da parte di scribi e farisei, il che equivaleva a essere scomunicati.

Gli stessi genitori del mendicante cieco, interpellati perché non si voleva credere alla testimonianza di quest’ultimo, sono terrorizzati e non hanno intenzione di rischiare qualcosa prendendo le difese del figlio risanato.

Le autorità, dal canto loro, non vogliono convincersi che quello sia stato davvero cieco dalla nascita e cominciano a chiedergli di giurare e di confermare la versione ufficiale sulla colpevolezza etica e giuridica del Cristo. Sembra qui di assistere alle persecuzioni anticristiane con­dotte dai tribunali romani. I dettagli sono talmente tanti che l’episodio meriterebbe d’essere rappresentato in una versione teatrale.

È singolare come il mendicante faccia professione di onestà e sincerità con l’espressione: «Se lui sia un peccatore non lo so; una cosa so: prima ero cieco e ora ci vedo» (v. 25), ma anche di avvedutezza: da un lato infatti non vuol cedere su un fatto così evidente, che lo riguarda in maniera personale, dall’altro però preferisce non interferire con l’opi­nione che le autorità si sono fatte di Gesù e si limita a riconoscerlo come «profeta» (v. 17). Ora che è guarito non vuole rischiare una nuova emarginazione.

Tuttavia i giudei insistono (e qui occorre vedere soprattutto le autorità rappresentate dai farisei), sperando di cogliere il risanato in aperta contraddizione, per indurlo a confessare diversamente la dinami­ca dei fatti. A questo punto il mendicante replica con una battuta di spiri­to: «Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?» (v. 27). Cioè egli interpreta ironicamente l’eccessivo interesse per il suo caso non come una manifestazione dell’odio che i farisei covavano nei confronti del Cri­sto, ma, al contrario, come malcelata speranza (mista a invidia e gelo­sia) di poter diventare suoi discepoli.

La reazione delle autorità è dura: per loro esiste una netta con­trapposizione tra il Cristo e Mosè: «Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia» (vv. 28-29). Gesù insomma veniva rifiutato proprio perché non era un uomo appartenente agli am­bienti del potere giudaico istituzionale, cioè non era un sacerdote, un sadduceo, un anziano, uno scriba, un fariseo, un levita… né era mai sceso a compromessi con almeno una delle componenti di tale potere. Il quarto vangelo sostiene che al movimento nazareno aderirono, nella fase iniziale, rappresentanti del movimento battista, ed è altresì certo che vi siano confluiti rappresentanti del movimento zelota, ma i vangeli, nel complesso, sono molto parchi nel descrivere alleanze di tipo politico. Qui infatti ci si limita ad affermare che l’impossibilità di incasellarlo in una categoria politica ortodossa era sufficiente per bollare negativamen­te l’operato del Cristo, di qualunque natura esso fosse.

In tal senso la filosofia del neo-vedente, essendo slegata da in­teressi conservatori di potere, risulta molto più obiettiva. Egli sa rispon­dere in modo argomentato ai suoi inquirenti, tradendo una cultura inso­spettata per un povero mendicante. Non vuole colpevolizzare i farisei ma semplicemente ridimensionare le loro pretese di giudizio, ricondu­cendole entro i binari del buon senso: di fronte a un favore così grande elargito in maniera gratuita sarebbe stato meglio porsi in un atteggia­mento di dialogo e non di preconcetto rifiuto.

Agli occhi dei farisei quest’uomo deve essere apparso quanto meno un ingenuo: egli infatti non ha minimamente pensato che uno sciamano dotato di ampi poteri taumaturgici potrebbe anche rivendicare un potere personale di tipo politico. E comunque non vogliono prendere lezioni di comportamento da chi, a loro giudizio, «è nato tutto nei pecca­ti» (v. 34). Sicché decidono di scomunicarlo. Non potevano essere messi in discussione né l’identità di malattia e colpa, né il primato del sabato sull’uomo, né il sospetto di eresia e di minaccia eversiva a carico del Cristo.

Qui si può rilevare che il risanato non ha mai avallato l’idea del­la messianicità di Gesù al cospetto dei farisei: infatti l’aveva soltanto de­finito «profeta» e, nella seconda interrogazione, aveva usato il termine «pio», cioè «devoto a dio». Questo perché temeva spiacevoli conse­guenze, anche se egli non può nascondere né che l’equazione rabbini­ca di malattia e colpa non fosse di suo gradimento, né che Gesù aspi­rasse a diventare messia d’Israele. In tal senso ci sembra, ad un certo punto, quando la tensione tra lui e i farisei sale notevolmente, che gli im­porti poco il rischio d’essere espulso dalla sinagoga.

Se escludessimo il miracolo e ci limitassimo a questa interes­sante e per certi versi divertente discussione, non violeremmo alcun principio di sana laicità. Il finale della pericope tuttavia andrebbe riscrit­to.

Gesù e il risanato s’incontrano di nuovo. Quand’era ancora cie­co, qualcuno (forse un discepolo di Gesù) gli aveva svelato l’identità del suo guaritore, ma egli non l’aveva potuto vedere di faccia, neppure dopo essersi tolto il fango nella piscina. Ora può finalmente rincontrarlo ma non può ovviamente riconoscerlo. Davanti a lui potrebbe anche esserci uno che, avendo ascoltato i suoi discorsi coi farisei, sarebbe potuto an­darlo a trovare per complimentarsi della sua franchezza.

Gesù gli chiede se crede nel «figlio dell’uomo» (v. 35): un ap­pellativo che in sostanza voleva dire «uomo comune» o al massimo «messia umano», non necessariamente religioso; un titolo che i redatto­ri cristiani han sempre avuto ritegno a usarlo come prevalente nella pre­dicazione del Cristo, in quanto troppo allusivo al suo contenuto politico. Il neo-vedente si doveva convincere che il Cristo era grande non perché «timorato di dio» (come prima aveva detto), ma perché «vero figlio d’uo­mo» (v. 35).

Significativo che Gesù stesso gli faccia capire che i suoi poteri gli provenivano non dal fatto di compiere «la volontà di dio», ma piutto­sto dal fatto d’essere «integralmente uomo», e quindi capace, proprio per questo, di giudicare in maniera autonoma, «affinché coloro che non vedono vedano e quelli che vedono diventino ciechi» (v. 39).

Il finale è però poco convincente per almeno tre ragioni:

  • il Cristo si fa riconoscere come messia ma non lo invita alla sequela;

  • il risanato lo riconosce come messia ma si prostra ai suoi piedi come se fosse una divinità;

  • la presenza dei farisei, in quel momento, è del tutto inverosi­mile.

Resta però interessante il parallelo semantico tra vedere fisica­mente e non vedere spiritualmente, e viceversa, che in un racconto come questo è molto indovinato. Si potrebbe anzi dire che se l’insegna­mento di questo capitolo si riducesse a questo parallelo, non vi sarebbe difficoltà ad accettare l’ipotesi di una guarigione usata come segno per indicare simbolicamente il significato di un valore umano. Ma questo solo a condizione di non poter inferire, in maniera «logica», una qualsi­voglia caratteristica sovrumana del Cristo. Se egli ha davvero fatto una guarigione del genere, l’ha compiuta entro i limiti della ragione.

Il paralitico di Betesda

(Gv 5,1-16)

[1] Dopo queste cose ci fu la festa dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme

[2] Ora c’è a Gerusalemme la piscina, chiamata in ebraico Betesda, munita di cinque portici,

[3] sotto i quali giaceva gran quantità di ammalati, ciechi, zoppi o paralitici, in attesa del movimento dell’acqua;

[4] poiché l’angelo del Signore discendeva di tempo in tempo, nella piscina e l’acqua si agitava: allora il primo che s’immergeva, dopo il movimento dell’acqua, veniva guarito da qualsiasi infermità avesse.

[5] Lì c’era un uomo infermo da trentotto anni.

[6] Gesù, vedutolo che giaceva e sapendo che già da molto tempo vi si trovava, gli disse: «Vuoi essere guarito?».

[7] L’ammalato rispose: «Signore, io non ho un uomo che m’immerga nella piscina al primo moto dell’acqua, e mentre io vado, un altro vi discende prima di me».

[8] Gesù gli disse: «Alzati, prendi il tuo giaciglio e cammina».

[9] E in quel medesimo istante l’uomo si trovò guarito, e, preso il giaciglio, se ne andò. Era quello un giorno di sabato,

[10] e perciò i Giudei all’uomo guarito dissero: «È sabato e non ti è permesso portar via il tuo giaciglio».

[11] Ma egli rispose loro: «Chi mi ha guarito m’ha detto: – Prendi il tuo giaciglio e cammina».

[12] Gli domandarono: «Chi è l’uomo che ti ha detto: – Prendi il tuo giaciglio e cammina?».

[13] Ma il risanato non sapeva chi fosse, perché Gesù s’era allontanato dalla folla, lì accorsa.

[14] Più tardi Gesù lo trovò nel tempio e gli disse: «Eccoti guarito; non peccare più affinché non t’avvenga di peggio».

[15] L’uomo se ne andò e riferì ai Giudei che chi l’aveva guarito era Gesù.

[16] Per questo i Giudei perseguitavano Gesù, perché faceva tali cose di sabato.

*

Che i cosiddetti «miracoli» di Gesù (cosiddetti perché in realtà furono solo delle «guarigioni» alla portata dell’uomo o addirittura delle mistificazioni di eventi di tipo politico) fossero o avessero la pretesa di porsi come «segno» di o per qualcos’altro, e non come un evento fine a se stesso, cioè finalizzato a una mera guarigione psico-somatica, è do­cumentato in questo episodio da almeno due circostanze: la prima è che solo uno dei tanti malati attorno alla piscina di Betesda (a Gerusa­lemme) viene da lui guarito (questo non significa che al momento della guarigione vi fossero nei pressi altri malati, anzi è da escludere); la se­conda è che la guarigione viene compiuta non per la fede del malato, ma, al contrario, affinché l’acquisti (per «fede» ovviamente non s’intende quella religiosa ma la fiducia in se stesso o quella che si deve avere nel rapporto con gli altri).

In questo specifico caso la guarigione è segno o indizio peda­gogico di due cose: 1) della libertà che l’uomo deve avere nei confronti della legge (la terapia infatti verrà compiuta di sabato); 2) del fatto che gli oppressi non sono di per sé migliori degli oppressori se non sanno reagire al loro disagio. Questo secondo aspetto lo si coglie nella rispo­sta (v. 11) che il neorisanato ha dato all’avvertimento dei capi giudei di non portare con sé la barella in un giorno proibito. Egli in pratica si di­fende dall’accusa dicendo che vi è stato indotto proprio da chi l’aveva guarito.

Quell’uomo aveva preso la barella pur sapendo che non avreb­be dovuto farlo in giorno di sabato, e tuttavia, di fronte a una minaccia di sanzione, non ha la forza di mettere in questione l’attendibilità dell’accu­sa. Non è riuscito ancora a comprendere la superiorità morale di chi vuole realizzare il bene sempre e comunque, anche nel giorno proibito, rispetto a chi dice di volerlo realizzare limitandosi a non fare il male, a non fare nulla, neanche davanti al bisogno.

Ma procediamo con ordine. È sconcertante che Gesù, «sapen­do» che da ben 38 anni un uomo giaceva paralizzato presso la piscina terapica di Betesda, cioè in un evidentissimo stato di frustrazione, si sia soffermato per chiedergli se voleva «guarire» (v. 6). Se avesse voluto guarire quel malato spontaneamente, a prescindere dalla sua «fede», non sarebbe forse stato sufficiente il fatto di vederlo in quello stato? Per­ché umiliarlo, schernirlo, fare dell’ironia fuori luogo quando la risposta in definitiva era scontata? Evidentemente in quella domanda era già rac­chiuso un monito a non reiterare la colpa che l’aveva portato a quella malattia. Ma quale colpa? e quale malattia essa aveva prodotto?

Dietro quella domanda c’era dunque l’esigenza di mettere alla prova la fiducia del malato nella possibilità di ritrovare se stesso. La do­manda sembra presupporre una noluntas, una «volontà negativa» di uno che non vuole «veramente» guarire e che quindi, quando lo sarà, dovrà imparare a essere diverso da com’era prima di ammalarsi.

L’atteggiamento di quest’uomo sembra essere tipico di quei ma­lati che fanno della propria infermità un pretesto per non assumersi delle responsabilità personali. Non a caso egli addebita ad altri, invece che a se stesso, la causa della propria malattia (o comunque la causa del suo protrarsi nel tempo).

Quando esiste la possibilità della guarigione, il malato – si evin­ce dal testo – se la lascia sfuggire, poiché «nessuno» – a suo giudizio – lo aiuta a superare i «rivali». Da ben 38 anni (e ciò ha dell’incredibile) quest’uomo è in attesa di qualcuno che lo aiuti a vincere la «concorren­za sleale» degli altri. (Il periodo di malattia può essere stato gonfiato da qualche copista per rendere ancora più miracolosa, seppure in maniera molto ingenua e inverosimile, la guarigione. È comunque assai difficile credere che un uomo paralizzato da tutto quel tempo non si fosse ancora rassegnato alla propria condizione. Il periodo della malattia può anche essere stato ingigantito per celare una realtà incresciosa, che avrebbe potuto imbarazzare un lettore di vedute un po’ ristrette).

Per il malato il fatto di non riuscire a guarire è ormai diventato il leit-motiv della sua personale identità. La malattia lo fa «essere» più che non la guarigione. Lui si sente «qualcuno» appunto perché si considera come uno di quei «malati» che «gli altri» non vogliono aiutare a guarire. Volendo, egli potrebbe anche guarire da solo, ma la pretesa di essere aiutato è più forte della volontà di guarire.

Questa situazione, tuttavia, lo tormenta, altrimenti non si spiega perché da quel posto non se ne sia andato. Il fatto di esserci rimasto per così tanto tempo sta a indicare che la volontà di guarire veramente non era del tutto scomparsa, ma non è da escludere che la scelta di quel luogo frequentato fosse motivata dalle maggiori possibilità di ottenere delle elemosine.

Il paralitico aveva soltanto bisogno d’incontrare una persona che lo scuotesse dalla sua apatia e che, in un certo senso, lo costrin­gesse ad assumersi la responsabilità della propria guarigione, cioè la li­bertà di poter decidere qualcosa di positivo, la volontà di uscire dal pro­prio vittimismo.

La malattia di quest’uomo era ovviamente più «psichica» che «fisica» (come quasi sempre succede in quei racconti evangelici di gua­rigione un minimo realistici), o comunque, anche supponendo ch’essa avesse avuto un’origine fisica, era più che altro un «processo mentale» a conservarla inalterata e anzi ad alimentarla. Al v. 14, infatti, il Cristo farà capire che la malattia era stata il frutto di un «peccato», cioè di una «colpa morale» (ci si può chiedere se fosse connessa alla sfera sessua­le, visto che qui non se ne parla). È strano infatti che qui Gesù usi l’iden­tità rabbinica di malattia e colpa, altrove sempre rifiutata.

Probabilmente nel contesto l’eventualità di un riferimento alla sessualità (che nessun redattore ebraico avrebbe mai ammesso) non sembra doversi escludere del tutto; anzi forse essa spiega la specificità di un caso in un certo senso costretto all’emarginazione: nessuno infatti lo aiutava a entrare in piscina. Anche perché se davvero l’infermo era tale da ben 38 anni, il dire che se avesse peccato di nuovo gli sarebbe capitato di peggio, avrebbe potuto apparire quanto meno beffardo al malato, il quale evidentemente era stato messo nelle condizioni di capi­re che doveva prendere seriamente la propria vita.

In effetti la malattia potrebbe anche essere stata causata da particolari abitudini dell’uomo, una sorta di effetto somatico collaterale a un comportamento immorale, che avrebbe potuto reiterarsi anche dopo la guarigione. In tal senso la domanda apparentemente incomprensibile di Gesù: «Vuoi guarire?» in realtà andrebbe intesa come un invito ad abbandonare il precedente stile di vita; cioè essa starebbe per: «Pensi che ti serva veramente guarire?». Qui insomma si ha l’impressione che la possibilità della guarigione stia unicamente nella decisione che l’uomo deve maturare di compiere un atto di volontà in controtendenza rispetto a un precedente trend comportamentale.

Il motivo per cui decide di guarirlo traspare nella risposta stessa dell’infermo: è l’impotenza della solitudine, la disperazione di un uomo tenuto ai margini dagli stessi emarginati. Questo paralitico si era proba­bilmente reso conto che se non avesse cambiato stile di vita non avreb­be ottenuto una reintegrazione sociale neppure a guarigione avvenuta.

La guarigione di questo malato, stando agli esiti del racconto, è servita a poco, almeno per due ragioni: 1) perché quando i Giudei lo rimproverano di portare il lettino di sabato, cioè in un giorno proibito, egli attribuisce al guaritore (per lui ancora anonimo) la causa della violazio­ne della legge; 2) perché quando egli si rende conto che chi l’aveva guarito era stato Gesù, decide di rivelarne il nome ai capi Giudei, pur sapendo del pericolo cui il suo guaritore-messia andava incontro, aven­dolo appunto sanato in un giorno proibito. (Peraltro egli rivela l’identità di Gesù senza che nessuno, in quel momento, gliela avesse chiesta. For­se è stato questo atteggiamento ingrato ad aver indotto i redattori a far dire a Gesù che la malattia dipendeva da una qualche colpa.)

Quest’uomo non aveva capito l’importanza di assumersi delle responsabilità personali. Il suo desiderio era soltanto quello di trovarsi (o ritrovarsi) al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica, riottenendo la fiducia di cui aveva bisogno. Per un momento avrà pensato fosse un proprio merito quello di aver denunciato il nome di Gesù; in realtà l’unico merito che avrebbe potuto avere sarebbe stato quello di tacerlo, sfrut­tando l’incontro casuale e insolito che gli era capitato.

Significativo è il fatto che la notorietà del Cristo, in quel momen­to, dipendeva proprio dalla volontà di compiere delle guarigioni in un giorno vietato per legge, cioè nell’assumersi una responsabilità diversa da quella prevalente. Il contenuto politico del racconto è, in tal senso, evidente. Gli apostoli testimoni di questo evento devono aver capito che violare la legge del sabato significava porsi contro le istituzioni dominan­ti, contro le loro leggi antidemocratiche e avere il coraggio di decidere cosa è bene e cosa è male.

In tal senso appare naturale che si dica nel quarto vangelo che in occasione di tale guarigione «i giudei cominciarono a perseguitare Gesù»(v. 16), anche se si sarebbe fatto meglio a precisare che erano soprattutto i capi politico-religiosi a volerlo fare.

*

Il v. 17 («Il Padre mio opera sempre e anch’io opero»), che non abbiamo voluto riportare in questa pericope, fa da collante tra la guari­gione del paralitico e l’auto-proclamazione divino-umana del Cristo, che caratterizza tutto il capitolo 5 di Giovanni, il cui contenuto esula dall’og­getto del nostro discorso e che comunque meriterebbe un’esegesi criti­ca a parte.

Qui si vogliono soltanto mettere in risalto alcune differenze tra i due racconti di guarigione, di Marco (esaminato in precedenza) e di Gio­vanni, ove il protagonista è sempre un paralitico.

  • In Marco la guarigione avviene a Cafarnao, agli inizi della pre­dicazione galilaica, in Giovanni a Gerusalemme, agli inizi della predica­zione giudaica.

  • Quella di Giovanni avviene di sabato; in quella di Marco è irri­levante il giorno.

  • In Marco è il malato che vuole essere guarito a tutti i costi; in Giovanni è Gesù che glielo propone.

  • Le parole con cui Gesù guarisce, in entrambi i racconti (senza neppure toccare il malato), sono praticamente identiche: «Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina».

  • In entrambi i racconti il malato viene considerato un «peccato­re», nel senso che la malattia sembra essere una conseguenza di qual­che sua colpa morale, la cui natura resta ignota.

  • In nessuno dei due racconti si ha l’impressione che Gesù co­nosca il paralitico.

  • In entrambi i racconti Gesù viene osteggiato perché si fa uguale a dio: in Marco perché dice esplicitamente di poter perdonare i peccati; in Giovanni perché, guarendo di sabato, violava esplicitamente il precetto del riposo assoluto (inoltre, nei versetti successivi alla perico­pe, egli si paragona a dio proprio mentre viola il sabato).

  • Più volte s’è detto che se il Cristo ha compiuto delle guarigio­ni, i testimoni dovettero essere molto pochi. La malattia fisica doveva avere cause psicologiche, per cui la guarigione non aveva alcunché di miracoloso, altrimenti dovremmo sostenere che Gesù fece di tutto per dimostrare d’essere più di un uomo, il che non è mai stato.

  • La realtà è che la chiesa cristiana ha usato la forma redazio­nale delle guarigioni miracolose per giustificare il fatto che Gesù era nel suo diritto quando non rispettava il sabato. Cioè a fronte di una semplice intenzione di non rispettare il precetto festivo in quanto l’uomo è supe­riore a qualunque istanza di tipo religioso, specie al cospetto di situazio­ni di bisogno, i redattori hanno preferito stravolgere il contenuto laico di questa posizione, sostenendo che il Cristo si sentiva autorizzato a viola­re il sabato in quanto era «figlio di dio»: cosa che dimostrava compiendo appunto guarigioni miracolose, umanamente impossibili.

  • In tal modo però la violazione del sabato viene autorizzata nei vangeli solo al Cristo, mentre, inevitabilmente, per quanto riguarda gli uomini, si riconferma il principio della subordinazione della loro volontà a istanze di tipo religioso, non più ebraiche, ovviamente, bensì cristiane. I vangeli, in altre parole, non hanno potuto dire che Gesù violava il sa­bato in quanto «uomo», privo di fede religiosa.

  • Nel vangelo originario di Giovanni probabilmente Gesù appari­va ateo in quanto violava il sabato sulla base dei bisogni che incontrava e quindi evitava di fare del sabato un dio da rispettare in maniera asso­luta (successivamente i manipolatori di questo vangelo diranno ch’egli violava il sabato in quanto «figlio di dio»). L’ateismo del Cristo era del tutto umano, proprio perché chiunque, di fronte al bisogno, avrebbe po­tuto sentirsi in diritto di violare l’obbligo del riposo assoluto, cioè l’obbligo all’indifferenza.

  • In Marco invece egli appare ateo agli ebrei in quanto «perdo­na i peccati» come se fosse dio, ma non risulta così evidente, attenen­dosi esclusivamente al testo, ch’egli volesse dimostrare la propria «divi­nità» operando guarigioni umanamente impossibili. Un lettore cristiano arriva a questa certezza solo quando alla fine del vangelo scopre che Gesù è «risorto».

  • Gli ebrei associavano malattia e colpa, cioè ritenevano che una qualunque malattia avesse una qualche origine immorale. Gesù ri­balta questa concezione sostenendo che un malato può non avere alcu­na colpa di tipo morale. Il malato viene perdonato prima ancora d’essere guarito. Se escludiamo l’idea che nei vangeli vi siano state delle guari­gioni miracolose, non si può comunque negare che Gesù abbia fatto va­lere il principio dell’uguaglianza morale di sani e malati. Col che però, se si fosse affrontato l’argomento in termini umani e non religiosi, si sareb­be dovuti arrivare alla conclusione che l’esigenza della guarigione era, nella fattispecie, del tutto inutile: in una società democratica non si è cit­tadini di seconda categoria solo perché malati. Per quale motivo dunque nel vangelo di Marco, di fronte all’accusa di aver bestemmiato Gesù ha risposto guarendo il paralitico? Per dimostrare che lui poteva sia guarirlo che perdonarlo in quanto figlio di dio? Qui il testo di Marco è stato molto apologetico e, in fondo, moralistico.

La guarigione del figlio del funzionario reale

 

GIOVANNI (4,43-54)

[43] Trascorsi due giorni, partì di là per andare in Galilea.

[44] Ma Gesù stesso aveva dichiarato che un profeta non riceve onore nella sua patria.

[45] Quando però giunse in Galilea, i Galilei lo accolsero con gioia, poiché avevano visto tutto quello che aveva fatto a Gerusalemme durante la festa; anch’essi infatti erano andati alla festa.

[46] Andò dunque di nuovo a Cana di Galilea, dove aveva cambiato l’acqua in vino. Vi era un funzionario del re, che aveva un figlio malato a Cafarnao.

[47] Costui, udito che Gesù era venuto dalla Giudea in Galilea, si recò da lui e lo pregò di scendere a guarire suo figlio poiché stava per morire.

[48] Gesù gli disse: «Se non vedete segni e prodigi, voi non credete».

[49] Ma il funzionario del re insistette: «Signore, scendi prima che il mio bambino muoia».

[50] Gesù gli risponde: «Va’, tuo figlio vive». Quell’uomo credette alla parola che gli aveva detto Gesù e si mise in cammino.

[51] Proprio mentre scendeva, gli vennero incontro i servi a dirgli: «Tuo figlio vive!».

[52] S’informò poi a che ora avesse cominciato a star meglio. Gli dissero: «Ieri, un’ora dopo mezzogiorno la febbre lo ha lasciato».

[53] Il padre riconobbe che proprio in quell’ora Gesù gli aveva detto: «Tuo figlio vive» e credette lui con tutta la sua famiglia.

[54] Questo fu il secondo miracolo che Gesù fece tornando dalla Giudea in Galilea.

MATTEO (8,5-13)

[5] Entrato in Cafarnao, gli venne incontro un centurione che lo scongiurava:

[6] «Signore, il mio servo giace in casa paralizzato e soffre terribilmente».

[7] Gesù gli rispose: «Io verrò e lo curerò».

[8] Ma il centurione riprese: «Signore, io non son degno che tu entri sotto il mio tetto, dì soltanto una parola e il mio servo sarà guarito.

[9] Perché anch’io, che sono un subalterno, ho soldati sotto di me e dico a uno: Fa’ questo, ed egli lo fa».

[10] All’udire ciò, Gesù ne fu ammirato e disse a quelli che lo seguivano: «In verità vi dico, presso nessuno in Israele ho trovato una fede così grande.

[11] Ora vi dico che molti verranno dall’oriente e dall’occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli,

[12] mentre i figli del regno saranno cacciati fuori nelle tenebre, ove sarà pianto e stridore di denti».

[13] E Gesù disse al centurione: «Va’, e sia fatto secondo la tua fede». In quell’istante il servo guarì.

LUCA (7,1-10)

[1] Quando ebbe terminato di rivolgere tutte queste parole al popolo che stava in ascolto, entrò in Cafarnao.

[2] Il servo di un centurione era ammalato e stava per morire. Il centurione l’aveva molto caro.

[3] Perciò, avendo udito parlare di Gesù, gli mandò alcuni anziani dei Giudei a pregarlo di venire e di salvare il suo servo.

[4] Costoro giunti da Gesù lo pregavano con insistenza: «Egli merita che tu gli faccia questa grazia, dicevano,

[5] perché ama il nostro popolo, ed è stato lui a costruirci la sinagoga».

[6] Gesù si incamminò con loro. Non era ormai molto distante dalla casa quando il centurione mandò alcuni amici a dirgli: «Signore, non stare a disturbarti, io non son degno che tu entri sotto il mio tetto;

[7] per questo non mi sono neanche ritenuto degno di venire da te, ma comanda con una parola e il mio servo sarà guarito.

[8] Anch’io infatti sono uomo sottoposto a un’autorità, e ho sotto di me dei soldati; e dico all’uno: Va’ ed egli va, e a un altro: Vieni, ed egli viene, e al mio servo: Fa’ questo, ed egli lo fa».

[9] All’udire questo Gesù restò ammirato e rivolgendosi alla folla che lo seguiva disse: «Io vi dico che neanche in Israele ho trovato una fede così grande!».

[10] E gli inviati, quando tornarono a casa, trovarono il servo guarito.

Giovanni (4,43-54)

43) Trascorsi due giorni, partì di là per andare in Galilea.

Con questo racconto l’apostolo Giovanni inaugura la sezione dedicata alla Galilea (si veda però l’episodio spurio delle nozze di Cana), dopo aver concluso, col racconto della samaritana al pozzo di Giacobbe, la sezione dedicata alla prima attività propagandistica di Gesù in Giudea (i cui principali eventi erano stati la cacciata dei mercan­ti dal Tempio, che non portò a nulla di concreto sul piano politico, e la rottura col movimento battista, che determinò la conversione al nuovo vangelo di Cristo da parte di alcuni importanti discepoli del Precursore). I «due giorni» si riferiscono alla permanenza in Samaria. Alcuni discepo­li lo accompagnano.

Stando a Giovanni, fino a questo momento né in Giudea né in Samaria Gesù ha compiuto guarigioni di sorta, per cui tutte quelle de­scritte nei sinottici, prima di questa del figlio del funzionario reale, dob­biamo pensare che siano accadute successivamente e tutte in Galilea, ammesso e non concesso che Gesù abbia mai compiuto delle guarigio­ni. Gv 2,23, che dice: «Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, du­rante la festa molti, vedendo i segni che faceva, credettero nel suo nome», andrebbe considerato apologetico, non storico.

44) Ma Gesù stesso aveva dichiarato che un profeta non riceve ono­re nella sua patria.

Poiché a Gerusalemme, in occasione della pasqua, la cacciata dei mercanti dal Tempio non fu sostenuta in maniera decisiva dalle for­ze politiche più progressiste, il redattore afferma che la dipartita di Gesù dalla Giudea fu dettata da cause di forza maggiore, probabilmente i mo­tivi di sicurezza connessi appunto all’epurazione del Tempio. La frase, messa così, potrebbe anche far pensare alla decisione, presa ancor pri­ma di entrare in Samaria, di non ritornare o di non restare in Giudea, ma di dirigersi (o addirittura di espatriare) verso la Galilea.

È noto che il v. 44 del testo di Giovanni mette in crisi la tesi di quegli esegeti che considerano il Cristo un «galileo». Se ci si limitasse al vangelo di Giovanni dovremmo dire che l’origine del Cristo fu giudaica e persino la sua formazione politica, a contatto, senza dubbio, con gli ambienti progressisti del movimento battista e, probabilmente, anche con quelli del partito farisaico (si veda l’incontro con Nicodemo), nonché con quelli del partito zelota, come attesta la presenza di alcuni discepoli tra i Dodici.

In tal senso potrebbe anche non apparire strana l’idea che una parte dei battisti, dei farisei e degli zeloti abbia condiviso sul piano teori­co il tentativo semi-insurrezionale del Cristo, senza però appoggiarlo po­liticamente: il che obbligò Cristo, che si era troppo esposto agli occhi dei gestori del Tempio, i sommi sacerdoti e i sadducei, a lasciare la Giudea e ad emigrare in Galilea (Gv 4,1 ss.).

45) Quando però giunse in Galilea, i Galilei lo accolsero con gioia, poiché avevano visto tutto quello che aveva fatto a Gerusalemme du­rante la festa; anch’essi infatti erano andati alla festa.

Questo versetto è sicuramente storico, anche se, messo in rap­porto col precedente, rischia di ingenerare alcuni equivoci. Si potrebbe infatti pensare che il redattore abbia voluto dire che il Cristo, in occasio­ne della sua prima pasqua insurrezionale, non trovò appoggio concreto neppure da parte dei galilei, che pur ora lo esaltano, in quanto anche loro si erano limitati a condividere solo teoricamente la giustezza del suo operato. Poiché tuttavia è difficile pensare che un uomo isolato po­tesse mettere scompiglio nel piazzale del Tempio, senza essere imme­diatamente arrestato dalle guardie giudaiche, si deve ipotizzare ch’egli poté cacciare i mercanti grazie all’appoggio, almeno indiretto, dei galilei e degli ex seguaci del Battista, per cui la «patria» in questione è proprio la Giudea e non la Galilea, dove invece il grande rifiuto della sua identità messianica avverrà più tardi, in occasione dei cosiddetti «pani moltipli­cati».

Il Cristo, molto tempo prima di Paolo, aveva capito che il prima­to dei giudei su tutte le altre etnie di origine ebraica era irrimediabilmen­te finito. Ai samaritani lo aveva detto a chiare lettere (Gv 4,21) ed essi credettero alle sue parole pur non avendo visto, a differenza dei galilei, la cosiddetta «purificazione del Tempio» (ma sarebbe meglio usare la parola «epurazione», se non addirittura «sollevazione»).

46) Andò dunque di nuovo a Cana di Galilea, dove aveva cambiato l’acqua in vino. Vi era un funzionario del re, che aveva un figlio malato a Cafarnao.

Il funzionario in questione, che Luca e Matteo chiamano «cen­turione», attribuendogli una funzione di polizia che probabilmente non aveva (i centurioni erano a capo di una guarnigione di 100 uomini), era un ufficiale-amministratore che risiedeva a Cafarnao, al servizio del te­trarca Erode Antipa: la critica ritiene fosse Cuza o Cusa, marito di Gio­vanna, seguace, quest’ultima, di Gesù (Lc 8,3). Cuza assomiglia, per la decisione di collaborare col potere dominante, alla figura dell’esattore fi­scale Levi, poi divenuto l’apostolo Matteo. Qui si ha a che fare con un personaggio di cultura ebraica ma politicamente collaborazionista. (Da notare che in Matteo e Luca si parla di «centurione» anche a motivo del fatto che si vuole dare per scontata l’origine pagana o ellenistica di que­st’uomo, tant’è che il Cristo, alla fine del racconto, lo esalterà proprio in quanto cristiano di origine pagana, ponendo la fede di lui in contrasto con quell’ebraismo che, pur progressista, non abbraccerà mai il cristia­nesimo. Quindi è evidente che questo racconto è maturato in un am­biente ellenistico già cristianizzato).

Il fatto che Gesù avesse scelto Cana come tappa del suo viag­gio probabilmente è dipeso, redazionalmente, dal precedente racconto dell’acqua mutata in vino, descritto in maniera simbolica dai falsificatori di Giovanni per mostrare la fine del primato di Israele.

In Matteo e in Luca tutto l’episodio avviene invece a Cafarnao, dove di regola vivevano i funzionari di Erode. Nei loro vangeli non è mai citata la città di Cana, tant’è che molti esegeti dubitano che sia mai esi­stita. Entrambi collocano questo episodio all’inizio dell’attività taumatur­gica del Cristo, senza però avere la precisione diacronica e sincronica di Giovanni.

In entrambi è ammalato non il figlio del funzionario ma un ser­vo, che in Matteo è «paralizzato», mentre in Luca è preda di febbri che portano alla morte. Il motivo di questa sostituzione è di difficile compren­sione: probabilmente Matteo e Luca attingono alla fonte Q.

Diverse possono essere le ipotesi: 1) i due redattori sinottici non hanno voluto ricordare il figlio del centurione perché poi divenne ostile al cristianesimo, 2) hanno voluto modificare questo particolare per non attenuare la fede e la grandezza morale del padre, 3) il ricordo che si trattasse proprio del figlio col tempo era scomparso, 4) l’anonimato è servito per proteggere il padre e il figlio dalle persecuzioni anticristiane da parte dei romani.

Sia come sia in Matteo, indirettamente, si comprende bene che il servo in questione non poteva essere uno qualunque; tant’è che Luca, che probabilmente attinge anche da Matteo, lo dice esplicitamente con l’inciso «gli era molto caro».

47) Costui, udito che Gesù era venuto dalla Giudea in Galilea, si recò da lui e lo pregò di scendere a guarire suo figlio poiché stava per mori­re.

L’inevitabile domanda che questo versetto suscita è la seguen­te: come faceva il funzionario a sapere che il Cristo operava guarigioni se ancora non le aveva fatte (stando almeno a quanto dice Giovanni, che considera l’evento del vino di Cana il primo della lista e che però gli esegeti, in genere, ritengono spurio)? Qui delle due l’una: o Cuza sape­va che Gesù era un guaritore (e allora dobbiamo pensare che l’evento di Cana sia stato preceduto da alcune guarigioni in Galilea, cioè dobbia­mo dar ragione alla cronologia dei sinottici), oppure egli ha tratto una lungimirante conseguenza dal prodigio di Cana. Si può anche pensare che tra i due eventi di Cana Gesù abbia compiuto svariate guarigioni, ma allora sarebbero del tutto fuori luogo la cronologia di Giovanni e so­prattutto il v. 54 di questo racconto.

A motivo di queste contraddizioni molti esegeti sono arrivati alla conclusione che sia l’evento di Cana che questa guarigione siano state in realtà del tutto inventate da ambienti cristiani di origine pagana, al fine di mostrare la loro uguaglianza nei confronti degli ambienti cristiani di origine ebraica. Ma sono state rilevate altre incongruenze che rendono tutto il racconto poco credibile: la guarigione a distanza, che sicuramen­te resta di difficile comprensione (non a caso essa si ritrova in un altro racconto di origine ellenistica: quello della donna cananea o sirofenicia, cfr Mc 7,24-30); la collocazione temporale di una guarigione così por­tentosa, più comprensibile verso la fine di un’attività propagandistica e comunque più verosimile al cospetto di una fede sostanziale, che certa­mente non poteva avere un uomo potente e colluso con Roma come Cuza.

Ora, se il funzionario sapeva con certezza che il Cristo aveva trasformato l’acqua in vino, avrebbe anche potuto pensare come possi­bile la guarigione di un infermo, che all’epoca veniva considerata alla portata di molti sciamani. Se invece il funzionario non sapeva nulla di Cana, allora resta da spiegare il motivo per cui Giovanni o un secondo redattore abbia voluto specificare al v. 54 che questo fu «il secondo miracolo fatto da Gesù tornando dalla Giudea in Galilea». Questo senza considerare che lo stesso Gv 2,23 lascia intendere esattamente il con­trario: «Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa molti, vedendo i segni che faceva, credettero nel suo nome», a meno che con la parola semèia («segni») s’intendano degli eventi in senso lato e non si includano le guarigioni. Vien quasi da pensare che Gio­vanni abbia inteso dire, numerando i primi due miracoli, ch’essi furono i primi due non in assoluto ma solo in relazione alla Galilea, dopo un cer­to periodo di permanenza passato in Giudea. Ma resta più credibile l’ipotesi che se davvero Gesù si è incontrato con Cuza, al massimo vi è stato un dialogo politico mistificato dal miracolo.

Di fatto noi dal racconto di Giovanni possiamo dedurre con si­curezza (ammesso e non concesso che il racconto abbia almeno una parvenza di verità) solo due cose: 1) il funzionario conosceva Gesù, 2) sapeva che avrebbe potuto guarire il figlio gravemente malato. Il «co­me» di entrambe le cose non ci è dato sapere. Da notare ch’egli non mostra alcun interesse per quanto Gesù aveva fatto a Gerusalemme e, pur sapendo che il Cristo ha anzitutto un «vangelo di liberazione» da dif­fondere, non si fa scrupolo di chiedergli un favore personale; o, se vo­gliamo guardare le cose in positivo, nonostante egli sappia che col suo gesto eversivo Gesù si poneva in una posizione scomoda agli occhi di qualunque uomo di potere, non ha alcun timore d’incontrarlo personal­mente.

Le stranezze in Matteo e Luca sono ancora maggiori. Sebbene il servo stia per morire, il funzionario sembra non avere alcuna fretta di supplicare personalmente Gesù. In Matteo addirittura il funzionario sa già che il Cristo esaudirà la sua richiesta: infatti questi risponde subito affermativamente, come se l’oggetto della richiesta fosse di per sé moti­vo sufficiente per suscitare un interesse immediato. Questo atteggia­mento deve aver insospettito Luca, il quale ha pensato di motivare sia l’eccessiva sicurezza del funzionario, sia l’interesse immediato di Gesù. La motivazione di questa scelta è duplice nel suo vangelo: 1) sul piano soggettivo il servo – viene detto – era «molto caro» al centurione; 2) sul piano oggettivo – e questo è decisivo per Luca, che si sforza di dare una patina di credibilità a un racconto che gli dovette apparire inverosi­mile – il centurione «ama» Israele e «ha fatto costruire la sinagoga di Cafarnao».

A Luca deve essere parsa sospetta anche quella singolare con­fidenza (o intesa) che in Matteo emerge tra Gesù e il funzionario: di qui l’esigenza, nel suo racconto, di far precedere il centurione da un’amba­sciata di «anziani giudei», il che però contraddice la particolare gravità della malattia.

A ben guardare Giovanni è il solo che ci permette di compren­dere che se il funzionario andò personalmente da Gesù, non lo fece sol­tanto a motivo della particolare gravità della malattia o dello stretto lega­me familiare che l’univa all’ammalato, ma anche perché sapeva che agli occhi dei galilei egli non rappresentava il potere collaborazionista in ma­niera incontrovertibile.

48) Gesù gli disse: «Se non vedete segni e prodigi, voi non credete».

Con una frase del genere: «Se non vedete segni e prodigi, voi non credete» (Gv 4,48), sembra impossibile non dare per scontate delle guarigioni operate in precedenza. Il fatto che Gesù non risponda subito affermativamente alla richiesta del postulante, sembra dipendere, in tal senso, da una sorta di preoccupazione a non lasciarsi strumentalizzare. Non solo, ma qui il Cristo deve anche pensare a non dare adito a possi­bili critiche: infatti, rispetto al ruolo oggettivo che il funzionario ricopriva, cioè a prescindere dalle sue qualità personali, il rischio era quello di mettere dei poteri taumaturgici a disposizione di chi opprimeva i galilei. Usando l’appellativo «voi» Gesù fa chiaramente intendere al funzionario di considerarlo (o di doverlo considerare) prima come «oppressore» poi come «postulante», ovvero prima come «amministratore di Erode» poi come «uomo e padre di famiglia». Era proprio la scelta di servire un po­tere che collaborava con Roma che rendeva questi individui invisi alla collettività.

La critica che il Cristo rivolge al funzionario è in realtà riferita a quanti scelgono un tipo di vita conseguente a un atteggiamento scettico nei confronti della possibilità di cambiare le cose. Si può forse qui ipotiz­zare che il funzionario, avendo già ascoltato il vangelo di Gesù, perso­nalmente o per sentito dire, lo ritenesse teoricamente giusto anche se praticamente irrealizzabile o comunque realizzabile solo a condizione di veder dei segni che ne legittimassero le aspettative.

Resta in ogni caso significativo che un uomo di potere al servi­zio di un sovrano collaborazionista, mostrasse interesse per il vangelo di Cristo: questo forse può spiegare il motivo per cui nei vangeli di Luca e Matteo la figura del funzionario sia stata particolarmente esaltata. Ci si può chiedere, in tal senso, se Marco non ne parli per timore di costituire un doppione del racconto sulla confessione del centurione ai piedi della croce (15,39). E naturalmente non è da escludere che il racconto sia stato messo per fare un piacere a questo intendente di Erode, che forse divenne «cristiano» dopo la sconfitta politica del movimento nazareno.

Ovviamente se si evita di dare a questo racconto un’interpreta­zione di tipo politico, la critica del Cristo occorre circoscriverla entro un orizzonte meramente culturale: in tal modo il limite oggettivo del funzio­nario non starebbe tanto nel suo ruolo di collaborazionista/oppressore quanto nell’atteggiamento filosofico dello scetticismo, in cui il Cristo avrebbe anche potuto vedere, in maniera paradigmatica, l’atteggia­mento di quella parte della popolazione galilaica che aveva accettato di collaborare con Roma.

Inutile dire che le versioni di Matteo e Luca non aiutano minima­mente a comprendere la complessità di queste sfumature. In Matteo ad­dirittura il centurione mostra subito grande umiltà e grande fiducia nel Cristo. Umiltà perché lo considera infinitamente più grande di lui; fiducia perché è convinto ch’egli guarirà il servo a distanza (è addirittura lui che gli propone questo tipo di guarigione!).

Tali assurdità appaiono anche in Luca, con la differenza che questi si sente in dovere di spiegarne la ragione, poiché il suo centurio­ne non vuole essere un ebreo ellenizzato che parla come se fosse già convertito al cristianesimo, ma vuole essere solo una persona umanita­ria, la cui bontà è indipendente dal rapporto col Cristo.

49) Ma il funzionario del re insistette: «Signore, scendi prima che il mio bambino muoia».

Il tono è molto drammatico. Tutto il racconto di Giovanni può essere letto come il tentativo di mostrare quanta difficoltà avesse il pote­re collaborazionista di risolvere le proprie contraddizioni interne e quan­to grande fosse l’esigenza, avvertita da parte di alcuni rappresentanti di questo potere, di trovare un’intesa con le forze ebraiche più aperte al confronto.

Il titolo di dominus, attribuito da un uomo di potere a un indivi­duo che poco tempo prima aveva cacciato i mercanti dal Tempio, in un contesto storico dominato da un forte contrasto politico, è un riconosci­mento molto impegnativo. Il funzionario rischiava d’essere denunciato dai suoi subordinati per cospirazione o tradimento. Pur di salvare la vita del figlio, egli ha rischiato di perdere la propria.

Naturalmente il fatto ch’egli chieda insistentemente che Gesù vada a Cafarnao per sanare con l’imposizione delle mani il figlio mori­bondo, esclude a priori che il funzionario potesse aspettarsi o addirittura immaginarsi una guarigione a distanza. Nei sinottici invece è scontato il contrario.

50) Gesù gli risponde: «Va’, tuo figlio vive». Quell’uomo credette alla parola che gli aveva detto Gesù e si mise in cammino.

Dal «voi» distaccato al «tu» confidenziale e, nonostante questo, l’irremovibilità del Cristo, che non ha alcuna intenzione di scendere con lui a Cafarnao, anche perché avrebbe dovuto farlo pubblicamente. Quando Cuza capisce che non è sufficiente la propria benevolenza nei confronti del vangelo di Cristo o dell’esigenza ebraica di liberazione na­zionale, per poter sperare di veder esaudite le proprie suppliche secon­do le modalità da lui stesso proposte, desiste dalla supplica e si convin­ce che l’unica alternativa possibile è quella di credere nella parola che ha appena udito. Quest’uomo sa di non poter pretendere nulla di più, soprattutto sa di non poter pretendere un rapporto ufficiale col Cristo soltanto in nome della propria magnanimità nei confronti della cittadi­nanza locale. D’altra parte il Cristo non gli ha concesso la guarigione sub condicione, cioè a condizione ch’egli si converta al vangelo.

Singolare comunque resta il fatto che nel vangelo di Giovanni quest’uomo non appare quel perfetto credente che è in Matteo o quel politico virtuoso, potenzialmente cristiano, che è in Luca. Di fatto né Luca né Matteo hanno capito che la guarigione non venne concessa né per i meriti del funzionario né per la gravità del caso, ma anzitutto per costruire una sorta di «ponte» tra il movimento di Gesù, in quel momen­to ancora in fase di formazione, e l’ebraismo progressista, ai fini della resistenza antiromana. E questo benché nel vangelo di Giovanni proprio la guarigione sia servita per celare un possibile rapporto di collaborazio­ne politica in funzione antiromana.

La guarigione, quindi, stando almeno alla versione di Giovanni, non premiò una fede in atto né uno spiccato senso umanitario, ma cercò anzi di stimolare un approfondimento delle tematiche politiche suscitate dal nuovo vangelo di liberazione, ovvero l’uscita dal tunnel dello scettici­smo, in cui il funzionario si dibatteva. Tant’è che il Cristo, vedendo una fede ancora immatura, rifiuta di seguire il funzionario a Cafarnao. Vice­versa, in Matteo e in Luca Gesù non va a casa del centurione semplice­mente perché la fede di quest’ultimo rendeva inutile il percorso. La si­tuazione – come si può facilmente notare – è rovesciata, per cui le con­clusioni politiche che si possono trarre sono alquanto discordanti.

Nei sinottici il fatto che il funzionario fosse oggettivamente un collaborazionista viene del tutto ricompreso all’interno di considerazioni di tipo soggettivistico circa le sue qualità umane. La guarigione si pre­senta come un aspetto logico, consequenziale a una fede in atto ed essa quindi ha finalità meramente apologetiche.

Giovanni invece, che è assai più rigoroso, ritiene che le qualità personali non siano sufficienti per un’adesione politica al vangelo, meno che mai se si ricoprono incarichi di potere. Facilmente un politico come Giovanni avrebbe potuto interpretare le parole di Luca circa l’atteggia­mento magnanime del centurione (che amava Israele al punto da volere la costruzione della sinagoga di Cafarnao) come un modo per rendere meno difficili o più tollerabili dei rapporti che, essendo oggettivamente ingiusti, tra popolazione ebraica e truppe romane, necessitavano di ben altre soluzioni.

Tuttavia, proprio come nel caso della conversione del pubblica­no Matteo, Gesù doveva essersi reso conto che l’occasione era favore­vole per lanciare un messaggio alle forze collaborazioniste, cioè per ar­rivare all’amministratore passando per il postulante. È vero, il titolo di dominus poteva essere stato proferito solo per ottenere la guarigione, ma si poteva anche pensare che in virtù di quella guarigione l’ammini­stratore avrebbe potuto trasformarsi in seguace del movimento.

Costatando il coraggio di un funzionario disposto a incontrare un avversario politico, il cui vangelo ormai era ai limiti della legalità, Gesù lo vuole premiare ponendogli, in cambio del favore chiestogli, una condizione tassativa: credere esclusivamente nelle sue parole circa la possibilità di una guarigione a distanza. Il che laicamente voleva dire che potevano esserci «parole nuove» in grado di produrre «fatti nuovi». Con l’espressione «a distanza» andava in realtà inteso il rapporto fidu­ciario tra due leader politici su sponde opposte (seguace effettiva del Cristo sarà soltanto la moglie di Cuza, Giovanna, stando a Lc 8,3 e 24,10).

Si badi: il Cristo non pone il funzionario nella condizione di do­ver scegliere fra la vita del proprio figlio e l’adesione all’ideologia politica filo-romana. Se per credere nel vangelo, cioè nelle parole relative alla li­berazione nazionale, il funzionario ha prima bisogno di credere in que­sta guarigione, rischiando una denuncia per tradimento, il Cristo non può avere motivi inderogabili per opporvisi. Cioè anche dando per scon­tato che il tema sia stato quella della richiesta di una guarigione, restano salvi i problemi relativi a un difficile confronto di natura politica.

51) Proprio mentre scendeva, gli vennero incontro i servi a dirgli: «Tuo figlio vive!».

I servi, che ovviamente non sapevano nulla di quanto era acca­duto tra i due protagonisti del racconto, s’incamminarono (i chilometri che separano Cana da Cafarnao sono circa 30) per dire al loro padrone che, essendosi il figlio ripreso, non occorreva supplicare ulteriormente il guaritore (Gv 4,51). Non sospettano di nulla, anzi è probabile che i testi­moni di questa guarigione, se davvero avvenuta, siano stati pochissimi, esattamente come descritto in occasione di un altro prodigio inverosimi­le e per questo risalente sicuramente ad ambienti ellenistici, relativo alla trasformazione dell’acqua in vino.

52) S’informò poi a che ora avesse cominciato a star meglio. Gli dis­sero: «Ieri, un’ora dopo mezzogiorno la febbre lo ha lasciato».

Cuza, mentre torna a casa nella speranza di non aver perso il proprio tempo, vuole sincerarsi – lui che è discepolo dello scetticismo – se effettivamente la guarigione sia dipesa dalla parola-volontà di Gesù e non sia piuttosto da collegarsi a una fortuita coincidenza. Ha bisogno di escludere con sicurezza che il caso possa costituire una spiegazione sufficiente. Pertanto «s’informò a che ora avesse cominciato a star me­glio. Gli dissero: – Ieri, un’ora dopo mezzogiorno la febbre lo ha lascia­to» (Gv 4,52).

Questa ricerca scrupolosa della verità delle cose ci aiuta a capi­re la personalità contraddittoria di quest’uomo, che umanamente si mo­stra irreprensibile e che politicamente è opportunista. Sul piano filosofi­co si potrebbe dire ch’egli oscilla tra lo scetticismo esistenziale e il prag­matismo logico. Cuza appare pragmatico perché non ritiene sia tempo sprecato rischiare di chiedere un favore a un uomo di cui conosce i po­teri e dal quale sa che potrebbe anche non ottenere nulla, in quanto suo avversario politico: la malattia del figlio è troppo grave perché egli possa pensare di formalizzarsi in questioni che non lo porterebbero da nessu­na parte. Ed è anche logico, poiché vuole sincerarsi di persona della ve­rità delle cose, cioè del nesso che lega la causa all’effetto, anche se di questo nesso non può ovviamente comprendere la concreta modalità. Cuza insomma, anche prescindendo dalla natura apologetica di questo racconto, appare intelligente come uomo e arrivista come politico.

53) Il padre riconobbe che proprio in quell’ora Gesù gli aveva detto: «Tuo figlio vive» e credette lui con tutta la sua famiglia.

Il modo come avvenne questa guarigione resta ovviamente in­spiegabile. Si ha qui l’impressione che Giovanni abbia voluto mettere in relazione lo scetticismo del padre con la malattia del figlio. Cuza non cercò Gesù per un interessamento di tipo ideale ma per ottenere un fa­vore personale. Quando cominciò a capire che il Cristo non poteva es­sere strumentalizzato come taumaturgo, il figlio prese a guarire.

Come nel caso di Giairo, ma in forma molto più soft, sin dall’ini­zio del racconto si ha avuto l’impressione che Cuza confidasse nel pro­prio ruolo per ottenere ciò che desiderava, cioè che volesse arbitraria­mente soprassedere al fatto, in sé oggettivo, che tra lui e il Cristo vi era un abisso politico che li teneva separati, o che comunque non volesse rendersi conto che Gesù non avrebbe potuto avere alcun valido motivo per fare un’eccezione solo per lui.

Cuza – dice Giovanni – fu consequenziale, nel senso che, una volta appurata l’intrinseca, per quanto paradossale, obiettività degli av­venimenti, non ritenne che vi fosse più alcuna ragione per dubitare della effettiva praticità del vangelo di Cristo, per quanto nel racconto in que­stione non viene detto fino a che punto egli abbia deciso di convertirsi, cioè non viene detto ch’egli, come il pubblicano Matteo, smise di fare il suo lavoro. La formula del commiato risente della terminologia missio­naria della chiesa primitiva.

54) Questo fu il secondo miracolo che Gesù fece tornando dalla Giu­dea in Galilea.

Questo versetto, su cui già s’è discusso, appare come una dop­pia conclusione del racconto. Il motivo per cui si sia voluto specificare che era il secondo prodigio resta poco comprensibile e anche, se voglia­mo, poco convincente, poiché – come si è visto – il funzionario doveva chiaramente avere una conoscenza di Gesù come taumaturgo.

Si ha come l’impressione che il versetto abbia avuto la funzione di sostituire un’altra conclusione. Risulta infatti incredibile che la conver­sione al vangelo di un funzionario di Erode non abbia avuto alcuna con­seguenza né sul piano politico né su quello redazionale. Vien quasi da pensare che in realtà non vi fu alcuna vera conversione, ma semplice­mente una riconferma della personalità umanitaria di Cuza. Le versioni di Matteo e Luca non avrebbero forza sufficiente per contraddire questa tesi, in quanto l’esaltazione della fede cristiana del centurione può an­che risultare compatibile con un’adesione solo intenzionale o solo mora­le al vangelo di liberazione di Cristo.

In Matteo addirittura Gesù prevede che in virtù della fede di Cuza (il quale sembra qui anticipare i futuri imperatori cristiani) si realiz­zerà nel regno dei cieli un consesso di popoli pagani convertiti al cristia­nesimo che, seduti al tavolo di Abramo, Isacco e Giacobbe, toglieranno il posto agli ebrei ortodossi d’Israele.

Nel vangelo di Giovanni la conclusione è assai diversa. Il signi­ficato politico del racconto non sta affatto nella conversione (peraltro im­probabile) del funzionario al vangelo di Cristo, e non sta neppure in un’artificiosa contrapposizione tra cristiani di origine pagana ed ebrei an­ticristiani, quanto piuttosto nel tentativo di dimostrare che nel concetto di «uguaglianza universale» non si poteva escludere la possibilità di coin­volgere quegli oppressori dal cosiddetto «volto umano» o, nella fattispe­cie del racconto, i collaborazionisti pentiti.

È facile oggi rendersi conto che un concetto del genere avrebbe potuto avere conseguenze di incalcolabile portata se il movimento naza­reno lo avesse fatto proprio come una regola generale: p.es. nei concet­ti di «oppresso» o addirittura di «oppressore pentito» si potevano inclu­dere determinate personalità o classi sociali di origine non ebraica. Se si guardano le cose in quest’ottica diventa del tutto condivisibile la decisio­ne del Cristo di operare una guarigione a una persona che per la menta­lità dominante poteva apparire come un nemico.

Nel racconto di Giovanni questi aspetti sono ricondotti alla diffe­renza tra «segno» e «miracolo»: il primo è un evento che può rappre­sentare un significato politico per i protagonisti e i testimoni. Viceversa, se si vuole ridurre il «segno» a un «miracolo» (come generalmente fan­no i sinottici e quelle esegesi di tipo «confessionale»), il superamento dell’incredulità del funzionario comporta inevitabilmente, sul piano politi­co, una sua riconferma, in quanto è proprio la presenza del «miracolo» che esclude a priori la possibilità di risolvere le crisi di tipo politico.

Il politico Bartimeo

MARCO (10,46-52)

[46] E giunsero a Gèrico. E mentre partiva da Gèrico insieme ai discepoli e a molta folla, il figlio di Timèo, Bartimèo, cieco, sedeva lungo la strada a mendicare.

[47] Costui, al sentire che c’era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!».

[48] Molti lo sgridavano per farlo tacere, ma egli gridava più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!».

[49] Allora Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». E chiamarono il cieco dicendogli: «Coraggio! Alzati, ti chiama!».

[50] Egli, gettato via il mantello, balzò in piedi e venne da Gesù.

[51] Allora Gesù gli disse: «Che vuoi che io ti faccia?». E il cieco a lui: «Rabbunì, che io riabbia la vista!».

[52] E Gesù gli disse: «Va’, la tua fede ti ha salvato». E subito riacquistò la vista e prese a seguirlo per la strada.

MATTEO (20,29-34)

[29] Mentre uscivano da Gèrico, una gran folla seguiva Gesù.

[30] Ed ecco che due ciechi, seduti lungo la strada, sentendo che passava, si misero a gridare: «Signore, abbi pietà di noi, figlio di Davide!».

[31] La folla li sgridava perché tacessero; ma essi gridavano ancora più forte: «Signore, figlio di Davide, abbi pietà di noi!».

[32] Gesù, fermatosi, li chiamò e disse: «Che volete che io vi faccia?».

[33] Gli risposero: «Signore, che i nostri occhi si aprano!».

[34] Gesù si commosse, toccò loro gli occhi e subito ricuperarono la vista e lo seguirono.

LUCA (18,35-43)

[35] Mentre si avvicinava a Gèrico, un cieco era seduto a mendicare lungo la strada.

[36] Sentendo passare la gente, domandò che cosa accadesse.

[37] Gli risposero: «Passa Gesù il Nazareno!».

[38] Allora incominciò a gridare: «Gesù, figlio di Davide, abbi pietà di me!».

[39] Quelli che camminavano avanti lo sgridavano, perché tacesse; ma lui continuava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!».

[40] Gesù allora si fermò e ordinò che glielo conducessero. Quando gli fu vicino, gli domandò:

[41] «Che vuoi che io faccia per te?». Egli rispose: «Signore, che io riabbia la vista».

[42] E Gesù gli disse: «Abbi di nuovo la vista! La tua fede ti ha salvato».

[43] Subito ci vide di nuovo e cominciò a seguirlo lodando Dio. E tutto il popolo, alla vista di ciò, diede lode a Dio.

Marco (10,46-52)

46) E giunsero a Gerico.

L’ultima guarigione che Gesù fece in Galilea fu quella dell’epi­lettico di Dabereth; «poi – dice Marco – Gesù partì di là e se ne andò nei territori della Giudea ed anche oltre il Giordano» (10,1). Pur tacendo i motivi politici di tale viaggio verso la capitale ebraica (in quanto la libe­razione degli «oppressi», già nel suo vangelo, viene ad essere una diretta conseguenza della redenzione morale connessa alla «morte ne­cessaria», sebbene non in maniera così esplicita come in Matteo e Lu­ca), Marco ne vuole ugualmente ricordare la grande importanza soterio­logica che per il Cristo aveva (di cui lui solo, peraltro, era consapevole). Infatti – dice Marco – «mentre erano in cammino salendo a Gerusalem­me, Gesù andava davanti a loro; essi erano turbati…» (10,32), poiché temevano per la loro sorte. Avendo egli perduto in Galilea la popolarità di un tempo, gli apostoli erano convinti che il suo progetto di liberazione messianica fosse irrealizzabile.

È in questo contesto che va collocato l’episodio di Bartimeo. Completamente d’accordo sono Luca e Matteo, benché per il primo il postulante sia del tutto anonimo, mentre per il secondo non si tratti di «uno» bensì di «due» ciechi.

Per arrivare a Gerusalemme, venendo dalla Galilea, si poteva scegliere fra due strade: una, più breve, passava per la Samaria (terra odiata dai giudei); l’altra invece costeggiando il Giordano, attraversava appunto la città di Gerico (importante centro commerciale e doganale in cui i romani avevano posto molti gabellieri), per poi immettersi nel de­serto giudaico. Conformemente al principio (puramente teorico) che «la salvezza viene dai giudei» (cfr Gv 4,22), Gesù, senza offrire inutili prete­sti alle polemiche, sceglie il secondo percorso.

Passando quindi per Gerico (anche sul nome di questa città i si­nottici sono unanimi), Gesù voleva entrare a Gerusalemme (nel vangelo di Giovanni non vi sono motivi per mettere in dubbio le coordinate spa­zio-temporali indicate da Marco). Dopo anni (superiori a tre, secondo Giovanni) di intensa attività terapica e propagandistica, Gesù voleva suggellare per così dire sul piano istituzionale lo scopo più significativo del suo impegno politico, ideale e sociale: la liberazione nazionale d’I­sraele. Egli dunque voleva entrare nella capitale per essere ufficialmen­te riconosciuto come messia, cioè per essere confermato in ciò che da tempo il popolo credeva. In un modo o nell’altro le folle avevano intuito le possibilità di questo sbocco rivoluzionario. Gesù poteva anche non essere il messia tanto atteso – a motivo della sua estraneità ai metodi tradizionali di gestione del potere e del consenso popolare –, ma certa­mente la sua grande autorevolezza politica e morale non pregiudicava la realizzazione del rinnovamento sociale e nazionale.

Sulle modalità operative con cui avrebbe dovuto conseguire tale obiettivo, i pareri erano molto discordi, anche se tutti fondamental­mente ancorati a una visione revivalista del regno davidico. Mediante la tattica del «segreto messianico», che i suoi discepoli più fidati ben cono­scevano, Gesù cercò sempre di evitare che le folle lo costringessero ad assumersi dei compiti superiori alle sue forze o a intervenire in situazio­ni e momenti sbagliati, oppure a sostenere principi e valori che ormai avevano fatto il loro tempo.

Indubbiamente, poiché il dominio romano stava non solo com­promettendo qualsiasi resistenza armata e non armata dei gruppi politici d’Israele (militarizzati e non), ma minacciava anche di far scomparire i valori, gli usi e i costumi della migliore tradizione ebraica, l’obiettivo esplicito del movimento nazareno era quello di compiere una rivoluzione nazionale (con il concorso delle forze progressiste) che fosse nel con­tempo culturale e sociale, tale da permettere la partecipazione anche a quelle forze che il nazionalismo giudaico considerava «inferiori» (come ad es. i samaritani, i galilei, certi ambienti di origine greca…). Le apertu­re «universalistiche» del movimento di Gesù verso i non-giudei o addirit­tura verso i non-ebrei facevano da pendant, in politica interna, alle aper­ture «democratiche» verso i ceti subalterni.

Non era però facile varcare la soglia di Gerusalemme. Durante la festa della Dedicazione di alcuni mesi prima, Gesù, per essersi affer­mato «messia» e «dio» al cospetto dei farisei (Gv 10,34: il che allora equivaleva a un’esplicita professione di «ateismo», benché il vero «atei­smo» del Cristo stesse nel considerare «dio» ogni essere umano), ave­va rischiato la lapidazione ed era stato costretto – dice Giovanni – ad andarsene fuori della Giudea, «al di là del Giordano, dove Giovanni da principio battezzava»(10,40).

Con l’approssimarsi della Pasqua, e soprattutto dopo la miste­riosa resurrezione di Lazzaro (altro politico rivoluzionario ma di origine giudaica), i sommi sacerdoti e i farisei avevano dato ordine «che chiun­que sapesse dove egli si trovava lo denunciasse» (Gv 11,57). Non si dava dunque per scontato il suo ingresso nella «Città Santa» (Gv 11,56). Gesù vi si decise quando si accorse che i parenti di Lazzaro, te­stimoni della cosiddetta «resurrezione», erano riusciti, diffondendone la notizia in città, a riaccendere le simpatie dei gruppi politici più progressi­sti, grazie ai quali egli avrebbe potuto sentirsi protetto dalle insidie delle autorità e dei gruppi più retrivi (sadducei, anziani, ecc.). Naturalmente la scelta di questa festa non era casuale, in quanto nessun’altra avrebbe potuto concentrare così tante forze in un unico tempo e luogo.

Il momento era sicuramente favorevole. Già quando Gesù si trovava a pochi chilometri da Gerusalemme, e precisamente a Betania di Giudea, una gran folla era accorsa: «anche per vedere Lazzaro» – precisa Giovanni (in questo caso mentendo, poiché o Lazzaro non era veramente morto, oppure la sua resurrezione va intesa in senso simboli­co, relativamente alle sue idee politiche, che non sarebbero morte con la sua persona). Di qui la decisione, irrevocabile, che i sommi sacerdoti presero di «uccidere pure Lazzaro [ovvero i suoi seguaci], perché molti giudei se ne andavano [cioè rinunciavano a credere al potere giudaico istituzionale] a causa di lui e credevano in Gesù» (Gv 12,9 ss.).

Le autorità temevano la popolarità di Gesù (cfr Gv 12,19): forse più che arrestarlo, processarlo e giustiziarlo, per loro sarebbe stato me­glio eliminarlo in gran segreto, ma anche questo non era facile. D’altra parte Gesù si rendeva conto che la protezione di cui poteva usufruire aveva sì come scopo quello di vederlo trionfare come messia contro i romani, ma anche – secondo molti – quello di riaffermare integralmente le tradizioni giudaiche dominanti (cfr Gv 12,34). Ecco perché gli era diffi­cile fidarsi ciecamente di questo appoggio popolare. Gesù voleva una ri­voluzione di popolo che avesse un contenuto, una dimensione e un ca­rattere globale, che investisse ogni aspetto della vita sociale, culturale e politica: solo così essa avrebbe potuto risultare vincente contro lo stra­potere dell’imperialismo romano e contro il collaborazionismo interno. Soltanto a questa condizione egli sarebbe stato disposto a diventare messia. Il popolo quindi avrebbe anzitutto dovuto convincersi che il pri­mo potere ad essere rovesciato era quello delle autorità sinedrite e di quelle del Tempio, che cercavano di cooperare con Roma per salvaguar­dare i loro privilegi. In nessun caso egli sarebbe stato disposto a com­promettersi con queste autorità per dar vita a un governo che solo in ap­parenza sarebbe venuto incontro alle esigenze di liberazione delle mas­se.

La situazione quindi era complessa, aperta a diverse soluzioni: in ogni caso sufficientemente matura per realizzare una transizione. Con la guarigione del cieco Bartimeo siamo agli inizi di questo epilogo.

46) E mentre partiva da Gerico insieme ai discepoli e a molta folla, il figlio di Timeo, Bartimeo, cieco, sedeva lungo la strada a mendicare.

La «molta folla» di cui parla Marco proviene probabilmente dal­la stessa città di Gerico. Infatti il soggetto sottinteso al «giunsero», detto in apertura a questo racconto, include soltanto Gesù e gli apostoli, in quanto – stando a Giovanni (11,54 s.) – essi provenivano da Efraim, una «contrada vicino al deserto», ove si erano rifugiati per sfuggire al mandato di cattura. (Qui si deve ricordare che per i sinottici, diversa­mente da Giovanni, questo è l’unico momento in cui Gesù entra a Geru­salemme).

Molti di Gerico si erano probabilmente aggregati alla loro comiti­va perché sapevano che Gesù voleva entrare pubblicamente a Gerusa­lemme. Usciti poi da Gerico, Gesù e i suoi discepoli si fermeranno per la notte di nuovo a Betania (ove Lazzaro era «risorto»), mentre la folla li precederà nella capitale, a preparare il suo ingresso trionfale.

A Gerico Gesù compie la sua ultima guarigione. In città – stan­do alla versione di Marco – egli non incontra nessuna persona meritevo­le d’essere ricordata: secondo Luca invece egli incontrò il pubblicano Zaccheo (19,1 ss.).

È «uscendo» dalla città (e non «entrandovi», come dice Luca) che Gesù viene fermato dal cieco Bartimeo, cioè dal figlio di Timeo (già noto – come si evince dal testo greco – a chi frequentava Gerico). Lo in­contra probabilmente in una via obbligata per il transito verso Gerusa­lemme: prima della Pasqua i giudei osservanti erano tenuti particolar­mente all’elemosina. Era qui che Bartimeo aveva le migliori possibilità e non a Gerico, ove i pellegrini si disperdevano. Nessuno lo aveva infor­mato della presenza di Gesù in città. Il motivo forse è duplice: da diversi mesi egli non svolgeva più attività terapica; inoltre negli ambienti giudai­ci progressisti si era immediatamente capito che la liberazione naziona­le, di cui egli poteva farsi carico, era un obiettivo molto più importante.

47) Costui, al sentire che c’era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me».

Riconosce Gesù perché ne aveva già sentito parlare. Il bacca­no della folla lo incuriosisce e ne chiede il motivo. Per attirare l’attenzio­ne di Gesù, intuendo che se ne sta andando, si mette a «gridare»: si fa forte della sua stessa debolezza. Grida perché sa, per esperienza, di non essere ascoltato. Non inveisce ovviamente contro Gesù né contro i suoi concittadini, ma contro un ordine di cose che a lui pare ingiusto: la salvezza è arrivata e lui è ancora cieco.

Che la «salvezza» per lui sia veramente arrivata lo dimostra l’appellativo con cui la invoca: «Figlio di Davide». Marco non gli mette in bocca il nome col quale la folla aveva risposto alla sua domanda, e cioè «Gesù Nazareno». Lo stesso nome di «Gesù» potrebbe essere un’ag­giunta: a Bartimeo infatti non interessava l’identità anagrafica né la pro­venienza geografica del messia (se dalla Giudea o dalla Galilea, sulla quale invece amavano disquisire i gruppi conservatori della capitale – cfr Gv 7,41-43.52); a lui interessava l’autorità politica del messia, ovvero la possibilità di trovare nel suo stile o nella sua missione una qualche af­finità con il più grande re (e cioè Davide) che Israele avesse mai avuto. È la prima volta che nel vangelo di Marco ci si rivolge a Gesù con un si­mile appellativo (non dimentichiamo però che la testimonianza di Pietro in Mc 8,29 aveva un significato analogo); e l’ultima sarà di lì a poco, al momento dell’ingresso trionfale nella capitale (Mc 11,10).

«Figlio di Davide» era un titolo messianico: a partire da 2 Sam 7,12 il messia degli ultimi tempi era atteso come un discendente di Davi­de (non necessariamente in senso letterale). Non lo si immaginava come un guaritore di mali fisici, ma piuttosto come un liberatore nazio­nale. Bartimeo quindi, facendo coincidere tali ruoli, dimostra che, oltre a conoscerlo, per sentito dire, come taumaturgo, lo apprezzava anche come predicatore, attivista e potenziale leader del paese. Impaziente di attendere la venuta del messia, egli, «al sentire che c’era», lo riconosce subito e lo chiama con un titolo tipicamente giudaico. È singolare la dif­ferenza tra questo cieco e quello di Betsaida.

Tuttavia, la sua fede politica viene qui espressa in maniera equivoca, poco convincente. E non tanto per il fatto che anche quest’uo­mo – come tutti, del resto – si attendeva dal messia la ricostituzione im­mediata del grandioso regno di Davide e Salomone, quanto per il fatto ch’egli intende servirsi della messianicità di Gesù per soddisfare anzitut­to un’esigenza personale. Proferendo le parole «abbi pietà di me», nel momento in cui Gesù stava per entrare a Gerusalemme ed essere pro­clamato messia, il cieco in sostanza vuol far capire che la messianicità di Gesù è per lui autentica e significativa solo nella misura in cui egli riu­scirà ad ottenere la guarigione. Nella sua implorazione è dunque implici­to il tentativo di mettere alla prova l’umanità di Gesù, il suo senso perso­nale di giustizia. Si tratta di una specie di verifica preliminare al limite del ricatto morale: «Se sei il messia guariscimi!». Solo dopo sarebbe venuto il consenso politico.

Tali aspetti sono sfuggiti o sono stati volutamente tralasciati da Matteo e Luca: quest’ultimo perché preferisce far risaltare il nome di Gesù più che non il titolo onorifico; Matteo invece perché attenua la poli­ticità del titolo messianico mediante la spiritualità di un titolo usato reli­giosamente dalla chiesa primitiva: «Signore».

Ci si può chiedere, infine, come mai la folla al seguito di Gesù abbia preferito usare l’appellativo generico del «Nazareno» (ammesso che voglia dire «di Nazareth») e non quello specifico di «Figlio di Davi­de». Si può qui ipotizzare, come risposta, ch’essa fosse originaria della Giudea e che attendesse un riconoscimento ufficiale o istituzionale del messia all’interno della capitale (ovviamente non è neanche il caso di pensare ch’essa abbia avvertito il limite storico e politico nel titolo usato da Bartimeo). Ma non è da escludere, dato l’anti-giudaismo del vangelo di Marco, che la folla in questione sia tutta di origine galilaica.

48) Molti lo sgridavano per farlo tacere, ma egli gridava più forte: «Fi­glio di Davide, abbia pietà di me!».

Gesù lo ascolta ma non si ferma: non aveva bisogno di dimo­strare la propria umanità, né in quanto taumaturgo né in quanto messia. Fermarsi sarebbe ora come perdere del tempo, anzi un tornare indietro, tanto più che il titolo di «Figlio di Davide», detto dal cieco sia per convin­zione personale, sia per ottenere più facilmente la guarigione, andava accettato con riserva, implicando esso una concezione tradizionale, cioè superata del messia (cfr Mc 12,35). In suo luogo Gesù aveva preferito, sin dall’inizio, quello più democratico e universale di «Figlio dell’uomo», che non si prestava a strumentalizzazioni nazionalistiche e politico-religiose.

La folla comunque non sgrida Bartimeo per l’uso che questi fa del titolo messianico, ma solo perché sa che non è quello il momento di fare guarigioni (specie se quel titolo è vero). Il cieco, in altre parole, non lascia che le esigenze della nazione prevalgano sulle proprie, ma fa il contrario. Ormai infatti non è più questione di guarigioni: tutti sanno che le sa fare e che le fa per un fine di bene. Ora la messianicità di Gesù deve soddisfare un desiderio di liberazione oggettivo, generale, squisita­mente politico. Gesù quindi non ha bisogno di sottoporsi alla verifica del postulante, in quanto già da tempo ha dimostrato il valore della propria credibilità, umana e politica.

Bartimeo però non si scoraggia, non demorde, e con grande fervore chiede attenzione, implora pietà. Non lo fermano né la sua mise­revole condizione, né l’indifferenza di Gesù, né i rimproveri della gente. Il suo atteggiamento è fastidioso, quasi impertinente: eppure, se non fa così, non potrà ottenere quanto desidera. Non avendo capito che l’ingiu­stizia non sta tanto nella propria malattia o nelle malattie degli uomini in genere, quanto nelle cause che le generano e nei fattori che le riprodu­cono, e non avendo quindi accettato che la «salvezza» o la «liberazio­ne» si indirizzi prima di tutto verso queste cause di fondo (di ordine so­ciale, culturale e materiale) e non tanto verso i suoi singoli effetti, non avendo infine accettato che chi subisce le maggiori conseguenze di tali contraddizioni deve impegnarsi «così com’è», sacrificandosi di non po­ter avere «tutto e subito», e pensando piuttosto a lottare per il bene del­le future generazioni – non avendo capito questo, Bartimeo, se vuole ot­tenere una guarigione senza la fede, deve urlare con quanto più fiato ha in gola, sperando che il taumaturgo, fermandosi, faccia un’eccezione alla regola, quella secondo cui andava considerato concluso il tempo di credere che la «salvezza» dell’uomo possa coincidere con un beneficio ottenuto personalmente.

In Luca la dinamica dell’incontro ha subìto una sostanziale mo­difica, correlata al fatto che il racconto risulta spoliticizzato. Essendogli parso strano che nessuno avesse informato il cieco della presenza di Gesù in città, Luca preferisce parlare dell’incontro mentre Gesù sta per entrare a Gerico, non mentre sta per uscirvi. Lo dice due volte: introdu­cendo il racconto con l’espressione «mentre si avvicinava a Gerico» e laddove fa sgridare il cieco da «quelli che camminavano davanti». E co­sì, pur essendo sul punto d’incontrarlo, Gesù si ferma e lo manda a chiamare, lasciando intendere che non vuole farlo aspettare.

Agli occhi del Gesù di Luca, quindi, Bartimeo è già un uomo di fede, seppure non in maniera perfetta. L’imperfezione non dipende dal fatto ch’egli ha una concezione politica inadeguata del messia, ma dal fatto che ne ha una ancora troppo politica. Da questo punto di vista sembra che la folla lo riprenda a ragion veduta, per contestargli il titolo messianico, ma è solo un’impressione: anch’essa, in realtà, vuol vedere trionfare Gesù come messia a Gerusalemme. Per cui si può pensare – leggendo Luca (nonché Matteo) – che i rimproveri partano dall’esigenza di non voler presentare a Gesù, in un momento così importante (inteso dalla folla in senso politico), dei casi individuali.

In altre parole, Luca e Matteo mostrano una folla intenta a sa­crificare sull’altare della politica proprio i casi individuali che destano pietà. Operazione alla quale non partecipano, nei loro vangeli, gli apo­stoli di Gesù, che sono già stati messi sull’avviso con osservazioni fatte in precedenza, delle quali però – dice Luca – essi «non capirono nulla» (18,34).

In effetti, il Cristo di Luca e Matteo va a Gerusalemme con l’in­tenzione esplicita di morire, al fine di adempiere – dice Luca – «tutte le cose scritte dai profeti» (18,31) e dimostrare così ch’egli era veramente il «Figlio di Dio». Luca fa anticipare il racconto di Bartimeo dalla terza profezia della passione. Matteo, oltre a questa profezia, mette, come premessa, anche la risposta che Gesù dà alla madre di Giacomo e Gio­vanni, il cui finale, puramente redazionale, suona così: «il Figlio dell’uo­mo non è venuto per essere servito ma per servire e dare la sua vita come prezzo di riscatto per molti» (20,28).

Parole, queste, che se non potevano essere comprese dai di­scepoli più stretti, figuriamoci dalla folla… In ogni caso sia Luca che Matteo han ritenuto opportuno togliere di scena dal racconto di Bartimeo la presenza dei discepoli, per non rischiare di farli apparire come la folla nel momento in cui questa cercherà di zittire il postulante. Scrupolo, questo, che Marco non ha avuto, sapendo bene che tra folla e discepoli, riguardo alla concezione politica che avevano del messia, non c’era molta differenza, per quanto la tesi della «morte necessaria» del Cristo appartenga proprio a Marco, che, in questo, si fa portavoce di Pietro.

49) Allora Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». E chiamarono il cie­co dicendogli: «Coraggio! Alzati, ti chiama!».

La folla e il cieco esprimono l’intreccio di due esigenze diverse, con il prevalere, per la prima, della liberazione politica e, per il secondo, della guarigione fisica. La differenza sta solo nel fatto che la folla è «fisi­camente sana».

Ancora una volta Gesù si trova di fronte a una difficile situazio­ne: non può sottostare al ricatto del cieco, ma non può neppure avvalo­rare la concezione tradizionale di messia che ha la folla. Non può con­cedere la guarigione per la compassione che il caso gli suscita, poiché ha un compito ben più grande da svolgere, però non può neppure dare l’impressione che ormai la pietà non sia più un valore necessario alla sua affermazione politica.

Gesù si ferma chiamandolo con autorità: come se volesse mo­strare, da un lato, la sua incapacità a proseguire il cammino nell’indiffe­renza e, dall’altro, la sua ferma intenzione a non ascoltare più richieste del genere. La guarigione la farà, ma solo davanti a una testimonianza minima di fede. Se la sua missione fosse stata unicamente quella di guarire tutti gli ammalati che incontrava, a Gerusalemme non avrebbe mai cercato il pericoloso confronto con le autorità. Invece di un «Cristo crocifisso» la storia avrebbe avuto un «taumaturgo morto di vecchiaia»: grande sì, famoso anche, ma non certo per le sue idee.

Nelle due versioni di Luca e Matteo, Gesù si ferma sia per la pietà del caso che per correggere la «deviazione anti-umanistica» della folla, che ha di Gesù una concezione meramente politica e della politica una concezione meramente totalitaria, quella secondo cui l’interesse personale va sempre subordinato a quello collettivo. Egli qui non può tollerare i rimproveri della folla proprio perché sa di non essere quel «messia» che la maggioranza si attende e si ferma appunto per dimo­strarlo (sperando che lo capisca anche Bartimeo, che con quel suo ap­pellativo politico non era apparso migliore della folla).

Al Cristo di Luca e Matteo è estranea non solo l’esigenza del potere, ma anche la dimensione in generale della politica, cioè del con­flitto anti-istituzionale. Egli infatti entra a Gerusalemme allo scopo di pro­porre eticamente un’idea di giustizia basata sulla logica del servizio, cioè della misericordia, della pietà, dell’amore universale, in antitesi alla logica del potere, che è tipica delle autorità costituite (romane e giudai­che). In pratica Gesù non è che un idealista rigorosamente non-violento, che, al cospetto di un potere dominante sordo ai suoi richiami, vuole sa­crificare la propria vita nella speranza che le masse comprendano il suo modo nuovo di concepire la politica (un modo che la chiesa primitiva non tarderà a battezzare con i crismi della religione).

Viceversa, la folla descritta da Marco non è così insensibile come appare in Luca e Matteo. Convinta anzi che le proprie esigenze politiche siano coincidenti con quelle del Cristo, essa riteneva la propria ripulsa verso Bartimeo del tutto naturale, tant’è che quando vede il Cri­sto interessato al caso, non ha obiezioni di sorta e subito va a chiamare il cieco incoraggiandolo ad alzarsi. Nel vangelo di Marco non è neppure così evidente (almeno non in questa pericope) la vocazione al «mar­tirio» da parte di Gesù, né questi appare come un pacifista ad oltranza, alieno da ogni uso della forza per difendere la causa degli oppressi.

50) Egli, gettato via il mantello, balzò in piedi e venne da Gesù.

Bartimeo non ha nemmeno bisogno di farsi aiutare: sembra in­fatti che si alzi da solo, gettando subito via il mantello su cui sedeva, in­curante di perderlo. «Balza in piedi» – dice Marco –, con uno scatto ful­mineo, si potrebbe pensare. Difficile credere che quest’uomo sia stato cieco dalla nascita. Il fatto stesso che l’abbiano chiamato (v. 49) e che ora egli cammini da solo verso Gesù, sta forse ad indicare che la malat­tia, seppur grave, era appena agli inizi. Nel vangelo di Luca, invece, Gesù deve «ordinare» che glielo conducano, il che fa inoltre sospettare che la folla avesse poco interesse a vederlo guarire. Di conseguenza Bartimeo appare meno sicuro di sé.

51) Allora Gesù gli disse: «Che vuoi che io ti faccia?». E il cieco a lui: «Rabbunì, che io riabbia la vista!».

Immaginandosi che Gesù lo capisse da solo, Bartimeo non ave­va chiesto esplicitamente il dono della vista. Ora però che ha udito quel­la strana domanda sa di non poter dare una risposta scontata. Qui dav­vero nessuno può aiutarlo.

Chiamandolo col titolo strettamente confidenziale di «rabbunì» (che significa «mio maestro» o «mio grande» e che è superiore a «rab­bi» o «maestro», usato, il più delle volte in maniera formale, anche dai nemici di Gesù), Bartimeo dimostra la sua fede, cioè la sua intelligenza, e potrà così ottenere ciò che desidera. Egli non esita un attimo a ricono­scerlo come sua personale «guida e maestro» (forse questo lascia in­tendere che si erano già conosciuti? o che Bartimeo, prima di ammalar­si, l’aveva visto di persona o ne aveva ascoltato, tramite un discepolo, il vangelo, restandone favorevolmente impressionato?).

In virtù di questa singolare testimonianza, Bartimeo dimostra di voler la guarigione per seguire meglio Gesù come discepolo. Certo, egli non ha ancora superato la concezione tradizionale del messia, ma si è posto sulla strada giusta per farlo. Ha capito che Gesù merita di essere riconosciuto come messia appunto perché si è fermato: ora dovrà capire che lo meritava anche se non si fosse fermato, e tanto più lo meritava in quanto chi chiedeva la verifica dell’umanità del messia non era neppure in grado di pretenderla nei confronti di se stesso (si pensi al problema del «ricatto morale»).

52) E Gesù gli disse: «Va’, la tua fede ti ha salvato». E subito riacqui­stò la vista e prese a seguirlo per la strada.

La fede l’aveva «salvato»: dall’angoscia di sentirsi un «maledet­to», un escluso dalle vicende della storia, ma soprattutto dalla pretesa di voler giudicare col proprio metro una realtà sottoposta a leggi oggettive, che vanno rispettate. La fede non l’aveva semplicemente «guarito», come sarebbe accaduto se l’avesse avuta solo nel Gesù-taumaturgo. In realtà la fede l’aveva salvato da una concezione errata della messianici­tà di Gesù, quella secondo cui gli uomini dediti alla politica dimostrano pietà e compassione solo fino a quando non giungono al potere.

Una volta guarito, prese a «seguirlo», dice Marco. In realtà Gesù non gliel’aveva chiesto espressamente. Lo aveva soltanto messo alla prova invitandolo ad andarsene. Questa era stata la quarta prova che Bartimeo aveva dovuto superare, dopo la ripulsa della folla, l’indiffe­renza di Gesù e la sconcertante domanda con cui questi l’aveva inter­pellato. In effetti se per Gesù la guarigione non andava considerata come una cosa scontata, non doveva apparire come tale neppure per Bartimeo, il quale perciò avrebbe potuto dare una risposta diversa da quella riportata nel testo, del tipo ad es.: «mi basta che tu ti sia ferma­to». Risposta che non diede appunto perché riteneva la guarigione un elemento indispensabile ai fini della sequela. Il che, presupponendo una qualche fede nel vangelo, non poteva scandalizzare Gesù.

A un giudeo così appassionato, così pronto a militare nel movi­mento messianico del Nazareno, non occorre nessun particolare ceri­moniale di guarigione: Marco e per imitazione Luca (ma non Matteo) af­fermano che lo guarì senza neppure toccarlo. Si trattava peraltro di far­gli «recuperare» la vista, non di dargliela ex-novo (Luca, che è medico, ha evidenziato più di una volta che il «recupero della vista» di cui parla Marco andava interpretato in tal senso). In effetti, tutto si era già giocato nella sottile differenza degli appellativi: «Figlio di Davide» e «Rabbunì». Forse a qualcuno della folla lì presente saranno sfuggite le complesse sfumature semantiche dei due titoli, ma certamente non a Marco, grazie al quale anzi si può cominciare a intravedere il motivo per cui nel vange­lo di Matteo si è arrivati a sostituire Bartimeo con i due ciechi, trasfor­mando un racconto politico in uno di carattere morale e religioso.

Le considerazioni matteane – si può ipotizzare – con cui si è cercato di dare uno sviluppo logico all’episodio devono essere state le seguenti: 1) in quella strada obbligata, una settimana prima della Pa­squa, non poteva esserci soltanto un cieco; 2) se vi erano più individui in stato di emarginazione o malattia, è impossibile che soltanto uno sia stato guarito; 3) Gesù guarisce per la pietà del loro caso, quindi non po­teva fare eccezioni; 4) la fede religiosa richiesta è servita per motivare meglio la pietà, rendendo più naturale e legittima la guarigione.

Da che cosa si capisce che la fede richiesta è di tipo «religio­so»? In Matteo semplicemente dal fatto che i postulanti rinunciano al titolo politico di «Figlio di Davide», limitandosi a quello di «Signore»: un Cristo-Signore, per Matteo, non ha bisogno di dimostrare d’essere an­che un «Figlio di Davide», anzi rinuncia volentieri a questo titolo poiché l’orizzonte in cui l’altro titolo pretende di affermarsi è metastorico: l’unico in cui i «poteri» di questo mondo non hanno alcuna autorità.

Nel vangelo di Luca Bartimeo fa in pratica la stessa cosa: si serve del titolo di «Signore» per sostituire completamente l’altro. Ma nel­la chiusa, molto più che in Matteo, Luca accentua il fine «religioso» del racconto: Bartimeo, infatti, «cominciò a seguirlo lodando Dio. E tutto il popolo, alla vista di ciò, diede lode a Dio» (18,43). Il che in pratica signi­fica che la folla, dopo aver assistito allo scambio di battute fra i due pro­tagonisti, acquisì la stessa fede di Bartimeo, quella fede che salva ap­punto dall’errore di credere che Gesù sia un messia politico.

Al pari di Marco, anche Luca e Matteo si sono accorti che il contesto spazio-temporale in cui questo incontro è maturato, doveva es­sere caratterizzato da esigenze etiche maggiori del solito, nel senso che la pietà del Cristo non poteva più esprimersi con la stessa gratuità di un tempo, con la stessa sovrabbondanza. La posta in gioco infatti era di­ventata più alta: il Cristo rischiava di morire. Se gli uomini avessero avu­to fede in lui come «Signore» (e non come «Figlio di Davide») – lascia­no intendere Luca e Matteo –, egli non sarebbe stato crocifisso.

Tuttavia, la fede religiosa richiesta dal Gesù di Matteo e Luca è meno impegnativa di quella politica richiesta nel vangelo di Marco, in quanto qui Gesù è disposto a perdonare di più le debolezze degli uomi­ni. Questo dipende dal fatto che per Luca e Matteo non c’è un vero obiettivo da realizzare: la trasformazione della società, ma solo un me­todo da acquisire: la «sequela del catecumeno», cioè l’atteggiamento di colui che ha appena iniziato a credere che una liberazione politica non è possibile e non è nemmeno auspicabile. La fede religiosa che Luca e Matteo insegnano ad avere (e che in parte si può ravvisare anche in Marco) ha meno cose da chiedere perché ha meno responsabilità da pretendere: essa predica la rinuncia all’agire politico-rivoluzionario. Que­sto però non fa parte dei limiti dei sinottici più di quanto non faccia parte dei limiti della stessa religione.

L’epilettico di Dabereth e l’orgoglio del padre

MARCO (9,14-27)

[14] E giunti presso i discepoli, li videro circondati da molta folla e da scribi che discutevano con loro.

[15] Tutta la folla, al vederlo, fu presa da meraviglia e corse a salutarlo.

[16] Ed egli li interrogò: «Di che cosa discutete con loro?».

[17] Gli rispose uno della folla: «Maestro, ho portato da te mio figlio, posseduto da uno spirito muto.

[18] Quando lo afferra, lo getta al suolo ed egli schiuma, digrigna i denti e si irrigidisce. Ho detto ai tuoi discepoli di scacciarlo, ma non ci sono riusciti».

[19] Egli allora in risposta, disse loro: «O generazione incredula! Fino a quando starò con voi? Fino a quando dovrò sopportarvi? Portatelo da me».

[20] E glielo portarono. Alla vista di Gesù lo spirito scosse con convulsioni il ragazzo ed egli, caduto a terra, si rotolava spumando.

[21] Gesù interrogò il padre: «Da quanto tempo gli accade questo?». Ed egli rispose: «Dall’infanzia;

[22] anzi, spesso lo ha buttato persino nel fuoco e nell’acqua per ucciderlo. Ma se tu puoi qualcosa, abbi pietà di noi e aiutaci».

[23] Gesù gli disse: «Se tu puoi! Tutto è possibile per chi crede».

[24] Il padre del fanciullo rispose ad alta voce: «Credo, aiutami nella mia incredulità».

[25] Allora Gesù, vedendo accorrere la folla, minacciò lo spirito immondo dicendo: «Spirito muto e sordo, io te l’ordino, esci da lui e non vi rientrare più».

[26] E gridando e scuotendolo fortemente, se ne uscì. E il fanciullo diventò come morto, sicché molti dicevano: «È morto».

[27] Ma Gesù, presolo per mano, lo sollevò ed egli si alzò in piedi.

MATTEO (17,14-18)

[14] Appena ritornati presso la folla, si avvicinò a Gesù un uomo

[15] che, gettatosi in ginocchio, gli disse: «Signore, abbi pietà di mio figlio. Egli è epilettico e soffre molto; cade spesso nel fuoco e spesso anche nell’acqua;

[16] l’ho già portato dai tuoi discepoli, ma non hanno potuto guarirlo».

[17] E Gesù rispose: «O generazione incredula e perversa! Fino a quando starò con voi? Fino a quando dovrò sopportarvi? Portatemelo qui».

[18] E Gesù gli parlò minacciosamente, e il demonio uscì da lui e da quel momento il ragazzo fu guarito.

LUCA (9,37-43)

[37] Il giorno seguente, quando furon discesi dal monte, una gran folla gli venne incontro.

[38] A un tratto dalla folla un uomo si mise a gridare: «Maestro, ti prego di volgere lo sguardo a mio figlio, perché è l’unico che ho.

[39] Ecco, uno spirito lo afferra e subito egli grida, lo scuote ed egli da’ schiuma e solo a fatica se ne allontana lasciandolo sfinito.

[40] Ho pregato i tuoi discepoli di scacciarlo, ma non ci sono riusciti».

[41] Gesù rispose: «O generazione incredula e perversa, fino a quando sarò con voi e vi sopporterò? Conducimi qui tuo figlio».

[42] Mentre questi si avvicinava, il demonio lo gettò per terra agitandolo con convulsioni. Gesù minacciò lo spirito immondo, risanò il fanciullo e lo consegnò a suo padre.

[43] E tutti furono stupiti per la grandezza di Dio.

Marco (9,14-27)

14) E giunti presso i discepoli, li videro circondati da molta folla e da scribi che discutevano con loro.

Ormai mancano pochi mesi alla tragedia di Gerusalemme. Quando compie questa guarigione, Gesù si trovava ancora in Galilea: presso il monte Tabor – lascia intendere Marco –, forse a Dabereth. Ai piedi del monte infatti erano rimasti i discepoli che non avevano parteci­pato alla sua cosiddetta «trasfigurazione» (stando almeno a quanto di­cono i sinottici) e che ora appunto da Gesù, Pietro, Giacomo e Giovan­ni, che lo stanno scendendo, vengono visti discutere con gli scribi locali, circondati dalla folla.

Matteo e Luca non hanno difficoltà ad accettare il quadro spa­zio-temporale offerto da Marco, tuttavia omettono completamente la di­sputa in corso, forse per non dover evidenziare – come vedremo – i limi­ti degli apostoli. Che però alcuni di questi siano lì presenti, entrambi gli evangelisti lo dicono esplicitamente più avanti, allorché parlerà il princi­pale protagonista della folla. Va inoltre detto che, essendo Matteo e Luca preoccupati, anzitutto, di delineare la figura di un Cristo dalle ca­ratteristiche «sovrumane», inevitabilmente gli apostoli, nei loro vangeli, risultano per così dire «schiacciati» dalla sua autorevolezza, per cui la possibilità stessa di un loro agire autonomo (come appare nel racconto di Marco, ove il rapporto Cristo/discepoli è più di tipo paritetico, anche se fino a un certo punto: si pensi p.es. alle cosiddette «profezie della passione») non viene, in genere (la possibilità), neppure presa in consi­derazione, se non quando si vogliono sottolineare alcuni aspetti negativi della loro personalità o della loro ideologia.

15) Tutta la folla, al vederlo, fu presa da meraviglia e corse a salutar­lo.

L’istintiva calorosità della folla, che avvicina Gesù appena lo vede, coglie in contropiede i discepoli alle prese con gli scribi. Dalla crisi di Cafarnao, relativa ai pani moltiplicati (stando sempre alla versione dei vangeli), essa l’aveva perso di vista. Secondo Marco, Gesù, dopo quel­l’evento, era addirittura uscito dalla Galilea per un certo tempo; secondo Giovanni invece si era solo allontanato dai luoghi abituali della predica­zione, senza varcare i confini.

Matteo e Luca qui non parlano di «meraviglia» della folla: anzi, al dire di Matteo, non è la folla che accosta Gesù ma il contrario, e la fol­la non è neppure «molta»; mentre nella versione di Luca non si capisce affatto il motivo per cui una «gran folla» voglia incontrarlo, giacché la ri­chiesta terapeutica del postulante appare alquanto incidentale, inaspet­tata e comunque avulsa dalla premessa del suo racconto. In realtà, que­ste lacune sono dovute al fatto che né Matteo né Luca hanno mai pre­sentato l’episodio dei pani moltiplicati come un momento di grave défail­lance per la causa politica del vangelo.

La cordialità manifestata sembra tradire, da parte della folla, un’opinione negativa riguardo all’operato degli apostoli, nel senso che la folla mostra d’aver fiducia esclusivamente in Gesù. Ovviamente non penseremmo questo se qui non ci trovassimo alla fine della sua attività terapica. In altre parole, l’improvvisa apparizione di Gesù ha suscitato nella folla soltanto il ricordo dell’avvenimento più significativo accaduto in Galilea: la cosiddetta «moltiplicazione dei pani» (che fu comunque un episodio politicamente negativo, probabilmente trasformato in evento re­ligiosamente positivo proprio da quella miracolosa moltiplicazione… re­dazionale). Perché dunque – visto che Gesù ha già fatto chiaramente capire di non apprezzare le tendenze spontaneistiche e velleitarie della folla – i discepoli continuano a soddisfare le richieste di guarigione? Perché non cercano il singolo o il gruppo che nella folla anonima e dispersiva sia desideroso di cambiare veramente mentalità?

16) Ed egli li interrogò: «Di che cosa discutete con loro?».

Quasi volesse tagliare corto con quegli omaggi, Gesù chiede alla folla quale sia l’argomento del diverbio con gli scribi, che non erano certo corsi a salutarlo. Fa capire che è questo ad interessarlo di più. Si potrebbe però riferire il pronome «loro» agli stessi discepoli, se togliamo di scena l’improbabile presenza degli scribi, cioè se consideriamo ag­giunta la parte finale del v. 14. Non avrebbe in effetti molto senso che s’interpellino gli scribi su un problema di natura terapica, né sarebbe illo­gico vedere i soli discepoli «questionare» con la folla (anche se ciò nei vangeli è rarissimo). Qui gli scribi possono essere stati citati per addos­sare soprattutto a loro il motivo dell’invettiva che fra poco Gesù lancerà.

17) Gli rispose uno della folla: «Maestro, ho portato da te mio figlio, posseduto da uno spirito muto.

Il motivo di quell’accorrere festoso ed eccitato diventa finalmen­te chiaro: l’interesse in gioco non riguarda tanto «il vangelo per tutti» quanto «la guarigione di uno solo».

Uno della folla, che riconosce Gesù come «maestro», dice di essere lì perché bisognoso di un «esorcismo» per il figlio «indemoniato» e precisa, inoltre, che il «demonio» è di quelli «muti». Quest’uomo, nella sua ignoranza, è convinto che la malattia del figlio sia una diretta conse­guenza della prevaricazione del «demone» e afferma di non poterlo cacciare.

L’argomento non è importante come Gesù avrebbe voluto: è di tipo personale non politico, privato non pubblico, mentre i tempi richie­devano ben altro. I discepoli vi si erano lasciati coinvolgere ingenua­mente.

18) Quando lo afferra, lo getta al suolo ed egli schiuma, digrigna i denti e si irrigidisce. Ho detto ai tuoi discepoli di scacciarlo, ma non ci sono riusciti».

L’atteggiamento di quest’uomo è piuttosto maldestro: da un lato dice di volere l’esorcismo, dall’altro sconfessa apertamente e davanti alla folla i discepoli di Gesù, attribuendo esclusivamente a loro l’insuc­cesso del «rito». Fa inoltre mostra di conoscere a perfezione il tipo di malattia del figlio, elencandone i molti e gravi sintomi, e però non si ren­de conto di avere di fronte a sé un grande taumaturgo, capace di capire da solo la serietà di certe malattie o gli effetti ch’esse provocano. Insom­ma, l’unica vera cosa di cui si preoccupa è quella di chiarire d’aver fatto l’impossibile per curare il figlio, e che se ha ceduto alle insistenze della folla di rivolgersi a Gesù (in questo caso tramite i suoi discepoli) è stato solo perché era convinto di non avere alternative: il fatto stesso che neppure gli apostoli siano stati in grado di guarirlo, sta appunto a dimo­strare – secondo lui – che la malattia era veramente grave.

Nella sua ostentata autogiustificazione, quest’uomo (al quale forse non è dispiaciuto più di tanto vedere abortire il tentativo terapico degli apostoli) ha preteso anche d’essere lungimirante, in quanto ha cer­cato di dare una spiegazione logica o plausibile alla malattia del figlio, senza però accorgersi che qualcosa gli era sfuggito. In effetti, dicendo che il figlio è epilettico perché «muto» (nel senso che è incapace di una normale comunicativa), egli non s’è accorto che lo stesso mutismo, pre­so in sé, non può essere considerato come causa originaria o ultima della malattia, poiché anch’esso, di necessità, non è che il sintomo psi­cosomatico di qualcos’altro, qualcosa che Gesù evidenzierà nel corso della terapia.

19) Egli allora, in risposta, disse loro: «O generazione incredula! Fino a quando starò con voi? Fino a quando dovrò sopportarvi? Portatelo da me».

Luca e Matteo devono aver faticato alquanto a capire il motivo per cui di fronte alla richiesta del postulante, Gesù si sia indispettito al punto da maledire la sua generazione. Luca infatti addebita la causa della collera all’atteggiamento passivo e superficiale della folla, che si li­mita alla «meraviglia» per le guarigioni, senza raggiungere la fede nel vangelo. Alla fine del suo racconto, Gesù confessa addirittura agli apo­stoli che proprio a causa di questa incredulità egli sarà «consegnato nel­le mani degli uomini» (9,44). Da notare che per Luca «incredula» è solo la folla e non anche i discepoli rimasti a Dabereth.

Per quanto invece riguarda il postulante, Luca ne dà un’immagi­ne abbastanza positiva: se in lui vi sono degli aspetti negativi, essi al massimo rientrano in quelli più generali che caratterizzano la folla. Il suo atteggiamento resta comunque più scusato che negli altri vangeli: quel­l’uomo merita la guarigione perché il figlio è «l’unico che ha», e se «gri­da» lo fa solo per attirare l’attenzione del terapeuta, al quale si rivolge supplicando con «preghiera» d’intervenire, come già aveva fatto con i suoi discepoli.

Anche nella versione di Matteo si tende a giustificare il postu­lante presentandolo in una luce già «cristiana»: egli si mette «in ginoc­chio», riconosce Gesù come «Signore», chiede subito «pietà»… Sia in Matteo che in Luca il postulante non offende Gesù accusando i suoi discepoli di aver fatto fiasco, o almeno non sono queste le sue inten­zioni. Egli semplicemente afferma d’essere stato costretto a rivolgersi a lui dopo aver costatato l’incapacità dei discepoli: cioè si «scusa», essen­do a conoscenza dell’indisponibilità di Gesù a concedere guarigioni. Viceversa in Marco – come si è visto – egli dà l’impressione di uno che si giustifica, nella quasi soddisfazione d’aver visto fallire i discepoli.

In Matteo l’ira di Gesù non è relativa all’atteggiamento orgoglio­so di quest’uomo, ma semmai al fatto che di fronte a determinati proble­mi, gli uomini (in senso lato), nonostante gli stimoli offerti dal Cristo, an­cora non riescono a trovare da soli le giuste soluzioni: in tal senso l’ira può essere stata motivata sia dagli atteggiamenti superficiali di quell’uo­mo e anche della folla (la presenza della quale, peraltro, è in Matteo del tutto irrilevante), sia dall’ingenuità o impreparazione degli apostoli, che per la loro «poca fede» sono usciti sconfitti dal confronto con la malattia e con gli scribi o con la folla (17,20). Matteo però li farà rimproverare dal Cristo «in disparte», alla fine del suo racconto.

Nella versione di Marco, Gesù rimprovera d’incredulità (cui Luca e Matteo aggiungono, enfaticamente, la «perversione») soprattutto il padre del ragazzo, poi la folla e gli scribi lì presenti e, indirettamente, anche i suoi discepoli, fino a tutta la generazione ebraica a lui contem­poranea, che a causa appunto dell’incredulità rischia di mandare in rovi­na l’intera nazione. È evidente che la categoricità del suo giudizio va messa in relazione al momento in cui viene formulato. Se la gente dimo­stra ancora tanto scetticismo, significa che i suoi insegnamenti non han­no ottenuto l’effetto sperato: egli ha guarito e predicato invano.

20) E glielo portarono. Alla vista di Gesù lo spirito scosse con convul­sioni il ragazzo ed egli, caduto a terra, si rotolava spumando.

Perché Gesù accetta di guarirlo? 1) Perché ha bisogno del con­senso della folla, senza il quale nessuna liberazione politico-nazionale sarà mai possibile; 2) perché di questo caso si sta facendo un dramma di dominio pubblico e lui è nella condizione di poter fare qualcosa. Non è semplicemente la compassione per il malato che lo convince: lo atte­sta almeno il fatto che questa sarà l’ultima guarigione nella terra di Ero­de, dopodiché egli intraprenderà il viaggio decisivo verso Gerusalemme (Mc 10,1), ove incontrerà, in occasione delle festività pasquali, molte delle stesse folle galilaiche.

Da notare che in questo versetto Marco conferma l’opinione del padre di quel ragazzo, secondo cui l’epilessia era una forma di «posses­sione»: opinione peraltro condivisa dalla mentalità dell’epoca e che fa ovviamente comodo a quanti sostengono la «divinità» del Cristo. Anche Luca e Matteo ne hanno approfittato: quest’ultimo addirittura sembra scusare la scarsa dimestichezza di quell’uomo con il vangelo di Gesù, mostrandolo incapace di comprendere la «possessione» del figlio (nel racconto di Matteo infatti si parla di «demonio» solo al momento dell’e­sorcismo). Dal canto suo, Luca, sulla scia di Marco (o di un suo secon­do redattore), ha voluto trasformare la fortuita coincidenza degli spasmi dell’infermo al cospetto di Gesù, in un evento necessario, indispensabile (cosa che, al massimo, può essere stata causata dallo stress psicologi­co subìto in quel frangente).

21) Gesù interrogò il padre: «Da quanto tempo gli accade questo?». Ed egli rispose: «Dall’infanzia;

Gesù interroga il padre, non più la folla. Avendolo già apostrofa­to d’incredulità, è probabile che ora gli abbia posto questa domanda sul tempo proprio per fargli comprendere che la gravità della malattia non dipendeva dalla presenza del «demone», ma piuttosto dalla sua grande mancanza di fede, cioè dal suo carattere ottuso ed egoista. Che si evi­denzia, indirettamente e involontariamente, allorché il padre dichiara che suo figlio è malato non dalla nascita bensì dall’infanzia. La malattia non era dovuta a un difetto congenito, né a un disgraziato errore com­messo al momento del parto e neppure ad una qualche «responsa­bilità» del ragazzo.

Con ciò Gesù vuole invitare il padre ad avere speranza, cioè a credere che il male, seppur divenuto cronico, è ancora curabile. La tera­pia consisterà nel risalirne alle origini, anche se questo dovrà necessa­riamente comportare, per il padre, una riflessione autocritica sul proprio modo di vivere, un percorso a ritroso dal presunto «demone», cui fino a quel momento ha scaricato il peso di talune responsabilità, alla propria coscienza.

22) anzi, spesso lo ha buttato persino nel fuoco e nell’acqua per ucci­derlo. Ma se tu puoi qualcosa, abbi pietà di noi e aiutaci».

I sintomi più gravi li ha detti per ultimi, ma, ancora una volta, per giustificarsi. Essendosi accorto che la domanda sul tempo smascherava una responsabilità di genitore malamente gestita, egli rievoca, per difen­dersi, i momenti peggiori della malattia, come se volesse far capire che di fronte alla forza di questo dramma egli è sempre stato impotente. Solo adesso inizia a supplicare Gesù: qui è notevole la differenza dai racconti di Matteo e Luca.

L’unica cosa che sa dire è d’aver fatto tutto il possibile: «Se tu puoi far qualcosa di più – aggiunge –, aiutaci». Quest’uomo non si sente affatto responsabile della condizione del figlio, neppur lontanamente pensa che questa malattia possa essere una reazione negativa al suo modo di vedere le cose, al suo modo di comportarsi nelle diverse situa­zioni della vita. È vero che dice «aiutaci», ma lo dice in modo generico e superficiale, senza alcun riferimento alle cause concrete che possono aver provocato l’epilessia, cioè senza nessun «esame di coscienza».

L’espressione «Se tu puoi, aiutaci» cela di fatto una concezione negativa degli uomini e della vita in genere, benché non nel senso del «se» dubitativo del lebbroso di Mc 1,40 ss. Là si dubitava della volontà di Gesù, qui del potere; là si dubitava agli inizi della sua attività pubblica in Galilea, qui alla fine.

Quest’uomo in realtà è convinto che si possa veramente fare ciò che si desidera non se si possiede la volontà, ma se si possiede il potere. Tra volere e potere, a suo giudizio, esiste un abisso, in quanto il primo non riesce da solo a determinare il secondo. Ora, se Gesù può fare qualcosa, non è perché ha più volontà, ma solo perché ha più pote­re.

Il possesso del potere sembra dipendere, nella concezione di questo postulante, da fattori estrinseci alla persona: sono le circostanze, la fortuna, il caso o la natura che lo procurano al soggetto. La volontà non è altro che la capacità di saper mettere a frutto i poteri che già si possiedono e di cui si ha consapevolezza.

Quest’uomo è un fatalista: i filosofi direbbero un «determinista». Egli infatti nega recisamente la possibilità di un cambiamento qualitativo delle cose o dell’esistenza, nega valore all’operato di quei gruppi sociali che nei rapporti di forza rischiano spesso di essere relegati ai margini. È vero che la volontà non può produrre automaticamente il potere, ma in assoluto questo non è vero. Sulla base di certe situazioni, per il concor­so di determinati fattori e circostanze, molte volte accade che la volontà (anche, anzi soprattutto quella degli «ultimi») genera il potere, un potere nuovo, in grado di trasformare la vita degli uomini. Credere in questo si­gnifica credere non solo nell’oggettività dei fatti storici, ma anche nelle concrete possibilità degli uomini. Sono i fatti stessi che possono indurre l’uomo a rendersi conto delle sue (a volte insospettate) capacità, quelle capacità in grado di determinare un mutamento sostanziale della realtà.

Le conseguenze che la filosofia negativa di quest’uomo implica­va sono evidenti. Egli era persuaso che se il destino aveva voluto, arbi­trariamente, preferire una persona invece che un’altra, dotandola di par­ticolari «poteri», non c’era nessun valido motivo d’aver fiducia in questa «fortunata» persona. In effetti, se il possesso di tali poteri non è trasmis­sibile, né garantisce un loro uso non arbitrario, non c’è alcuna valida ra­gione per desiderare di avere una volontà positiva o costruttiva.

Quel padre incredulo si era deciso a chiedere l’intervento di Gesù solo perché la folla gli aveva fatto pressione, e qui gli chiede la «pietà» proprio perché è convinto che un uomo dotato di grandi poteri, se non ha anche compassione e pietà, difficilmente li userà per un fine di bene (o comunque per un fine che non coincida immediatamente col proprio interesse). Chi ha il potere, se non ha allo stesso tempo la pietà, non è mai spontaneo nell’aiuto che concede. Il «se» quindi non è soltan­to riferito al potere di Gesù, ma anche alla sua pietà. Il pregiudizio sta nel fatto ch’egli ritiene Gesù capace di fare preferenze di persona.

23) Gesù gli disse: «Se tu puoi! Tutto è possibile per chi crede».

Gesù mostra di meravigliarsi alquanto della filosofia di quest’uo­mo, sia perché esattamente antitetica al messaggio del suo vangelo, da tempo predicato in quella regione, sia perché priva di quel minimo di fi­ducia nella vita e nelle umane risorse, tale da permettere di affrontare le situazioni con serenità e coraggio. (Da notare che l’omnia è in posizione predicativa senza articolo, indicando con ciò proprio tutto, senza ecce­zioni, mentre la fede richiesta non è quella momentanea ma quella per­manente. Essendovi, nel testo greco, un participio presente il testo an­drebbe tradotto così: «Tutto è possibile a colui che continua a crede­re»).

La reazione di Gesù non è solo di stupore, ma anche di fastidio. In fondo la fiducia che chiedeva non era un salto nel buio, poiché il pri­mo a rischiare le conseguenze di quello che diceva e faceva era lui stesso. L’atteggiamento di fede non era altro che la possibilità di crede­re in un cambiamento, in una trasformazione qualitativa dell’esistenza, di cui la stragrande maggioranza della popolazione aveva bisogno. Tut­ti, indistintamente, e non pochi eletti o privilegiati, potevano sperimenta­re, se volevano, questa lotta per la liberazione politico-nazionale, per l’e­mancipazione degli oppressi. L’unica condizione richiesta per fruire dei benefici derivanti dall’incontro personale col movimento messianico di Gesù era il riconoscimento che solo con una partecipazione collettiva al vangelo il limite personale e sociale poteva essere superato. Gesù non chiedeva soltanto una disponibilità personale, ma anche la capacità di guardare le cose in modo obiettivo, ponendosi dal punto di vista della collettività che crede nella transizione.

24) Il padre del fanciullo rispose ad alta voce: «Credo, aiutami nella mia incredulità».

In modo traumatico il padre comincia a rendersi conto d’essere responsabile della malattia del figlio: Marco dice ch’egli ammise la pro­pria incredulità «ad alta voce» (meglio sarebbe tradurre: «esclamò gri­dando»), come se gli costasse un enorme sacrificio, come se non gli ri­manesse altro da fare!

Fino a quel momento Gesù non aveva fatto nulla per guarire il giovane che gli si rotolava davanti sbavando. Il fatto è che, senza fede, la guarigione non sarebbe servita. Troppi casi analoghi l’avevano dimo­strato. Occorreva che questo fosse soprattutto chiaro a quell’uomo, dal­la cui conversione sarebbe dipeso il risanamento psicofisico del figlio. E qualcosa in effetti è avvenuto: l’aiuto richiesto acquista per la prima vol­ta un carattere personale. Le necessità dell’autocritica avevano posto fine alla teatralità.

25) Allora Gesù, vedendo accorrere la folla, minacciò lo spirito im­mondo dicendo: «Spirito muto e sordo, io te lo ordino, esci da lui e non vi rientrare più».

Mentre alcuni della folla erano andati a prendere il ragazzo, Gesù si era appartato con quell’uomo, ma la folla non se n’era andata; anzi, appena sentito l’urlo del padre, essa corre subito per vedere il pro­digio. Sennonché Gesù, non avendo più intenzione di lasciarsi coinvol­gere in questi atteggiamenti infantili e strumentali, la previene, anticipan­do i tempi della terapia.

Nella sua minaccia, che si fa fatica a credere sia stata pronun­ciata in quei termini, vi è un novità: il ragazzo non era epilettico perché «muto», ma muto perché «sordo». L’incapacità di comunicare era dovu­ta in realtà al rifiuto di ascoltare. Egli non aveva fatto altro che somatiz­zare il conflitto che aveva col padre e, proprio come il padre, era diven­tato sordo ai richiami della vita, incapace di mettersi in relazione colle esigenze della vita.

26) E gridando e scuotendolo fortemente, se ne uscì. E il fanciullo di­ventò come morto, sicché molti dicevano: «È morto».

La guarigione non fu facile, il male covava in profondità. La folla però tradisce la propria incredulità suggerendo al padre l’idea che il fi­glio non sia riuscito a sopportare la terapia, e lo vuole convincere del suo decesso. Ovvero, essa esprime un «giudizio di fatto» fuori luogo, in quanto non attende la versione del guaritore, cioè una conferma dei fatti da parte di chi, in quel momento, poteva darla con maggiore sicurezza e cognizione di causa. Questo dimostra che la folla, nonostante le grandi terapie del Cristo, restava incredula: qui addirittura lo sospetta d’aver fatto morire il giovane. Il padre tuttavia non si pronuncia e, come lui, una parte della folla, poiché il testo greco fa capire chiaramente (ma lo si in­tuisce anche nella versione italiana) che lo scetticismo riguardava «mol­ti» non «tutti».

27) Ma Gesù, presolo per mano, lo sollevò ed egli si alzò in piedi.

Proprio mentre molti credono che sia morto, pur potendo imma­ginare che il messia-terapeuta non avrebbe mai messo in preventivo un’eventualità del genere accettando la supplica del postulante, né mai si sarebbe sognato di «contrattare» la ritrovata fede di un padre con la morte di un figlio, Gesù invita quest’ultimo a «stare in piedi», cioè ad af­frontare la vita con fiducia e coraggio.

Qui si può concludere dicendo che Luca e Matteo hanno trala­sciato completamente la critica della filosofia pessimista di questo ano­nimo postulante. Per entrambi non si è trattato che di un mero esorci­smo, neppure tanto difficile. Non v’è traccia nei loro racconti del dramma psicologico che ha coinvolto quell’uomo, né del significato etico, politico e filosofico sotteso al racconto di Marco. Benché sia chiara l’indisponibi­lità di Gesù a concedere favori «fuori tempo» e soprattutto senza un mi­nimo delle condizioni richieste, l’infermo viene sanato – nei loro vangeli – per la pietà che suscita il suo caso. La protesta di Gesù, infatti, viene da entrambi messa in relazione col fatto che dopo tanti mesi di predica­zione e di guarigioni, egli era convinto che la coscienza della folla aves­se ormai acquisito la superiorità dell’una sulle altre.

In particolare, se in Matteo Gesù dà per scontato che la folla non sia capace di questa maturità, mentre gli stessi discepoli devono essere ripresi, privatamente, per la loro «poca fede» (qui ovviamente «religiosa»), Luca invece si limita a dire che di fronte a questa ennesima guarigione tutti furono «meravigliati». Il che però non significa nulla, in quanto un atteggiamento del genere, in quel contesto spazio-temporale, non può essere considerato come un preludio alla fede (religiosa o no), ma semmai come una forma di miscredenza, essendo qui evidente ch’esso è fine a se stesso. Per quanto riguarda Marco, il passo corri­spondente a quello di Matteo, ove in luogo della «poca fede» dei disce­poli, si parla di «poca preghiera», ha tutta l’aria d’essere un’aggiunta in­felice, poiché esso mira a confondere la fede esistenziale con quella «religiosa» e la fede nell’uomo con quella in «dio».

Per concludere: in Matteo e in Luca il ragazzo guarisce a causa dell’esorcismo su di sé; in Marco a causa dell’«esorcismo» sul padre, il quale ha sì «fede», ma in maniera del tutto umana, senza alcun riferi­mento alla «religione».

Il pessimismo del cieco di Betsaida

(Mc 8,22-26)

22) Giunsero a Betsaida, dove gli condussero un cieco pregandolo di toccarlo.

A Betsaida-Giulia erano già conosciuti. Lo si capisce non tanto o non solo dal fatto che qui ci troviamo a nord-est del lago di Tiberiade, ai confini della Galilea (ove sicuramente tutti avevano sentito parlare di questo guaritore e molti addirittura lo avevano visto in azione: peraltro qui siamo quasi alla fine della sua attività terapica), e non solo dalla nota biografica offerta dall’evangelista Giovanni, secondo cui questo vil­laggio aveva dato i natali a Pietro, Andrea e Filippo; quanto soprattutto dal fatto che lo pregano di «toccarlo». Una richiesta del genere è indica­tiva di una particolare consapevolezza delle notevoli capacità pranotera­piche di Gesù. Non gli chiedono infatti di «imporgli le mani» – come spesso accade nel vangelo, da parte di chi lo paragona a uno dei guari­tori del tempo –, ma semplicemente di «toccarlo» (l’aoristo usato nel te­sto greco indica bene che per loro era sufficiente che lui lo toccasse una sola volta). La fortuna di vivere a pochi chilometri da Cafarnao li aveva sicuramente indotti a non sottovalutarlo. Non dimentichiamo che il lago di Tiberiade è stato uno dei luoghi privilegiati dell’esordio politico di Gesù. Matteo 11,21 lascia inoltre supporre che a Betsaida egli avesse già fatto altre guarigioni.

Stando a Marco si ha l’impressione che il messia-Gesù, con i suoi discepoli, vi giunga all’improvviso e non per fare guarigioni, ma, più probabilmente, per verificare il livello di approfondimento del messaggio evangelico, ovvero la disponibilità a concretizzarlo. Dal giorno dei pani moltiplicati, cui sicuramente molti abitanti di questo villaggio furono testi­moni, erano passati diversi mesi, nel corso dei quali Gesù aveva com­piuto alcuni viaggi nelle città pagane di Tiro e Sidone.

Tuttavia, Giovanni si limita a dire nel suo vangelo che dopo lo smacco conseguente ai pani moltiplicati, dovuto al rifiuto di accettare l’i­stintiva candidatura al trono d’Israele che i galilei gli avevano offerto («Da allora – dice Gv 6,66 – molti dei suoi discepoli si tirarono indie­tro»), Gesù temeva di manifestarsi pubblicamente in Giudea e se ne «andava in giro per la Galilea» (Gv 7,1). Quando poi decise di salire a Gerusalemme, per la festa dei Tabernacoli, poco dopo quella defezione di massa, lo fece «di nascosto» (Gv 7,10). È dunque in questo contesto storico-politico che va collocato il racconto di Marco.

Matteo e Luca, dal canto loro, non ci sono di alcun aiuto, non essendoci riscontri paralleli nei loro vangeli. Questo racconto è troppo breve perché lo si possa facilmente manipolare. Se lo si accorcia diven­ta del tutto insignificante, se lo si allunga restano sempre dei passi ap­parentemente inspiegabili. E siccome copiarlo di sana pianta era impos­sibile, essi hanno preferito ometterlo del tutto. D’altra parte, esisteva già l’episodio del cieco Bartimeo, la cui fede in Gesù era sicuramente più accentuata.

Viceversa, questo è uno dei racconti di guarigione di più difficile interpretazione, un vero gioiello di finissima psicologia e di abilità lettera­ria. Generalmente gli esegeti cattolici, per non sbilanciarsi verso un’er­meneutica non conforme all’ortodossia, evitano di considerare il brano in sé e per sé, preferendo invece situarlo su di un piano redazionale o allegorico o catechetico-kerigmatico. In tal modo, preoccupati di ribadi­re, con tono apologetico, i fini «teologici» ch’essi presumono sottesi al racconto, questi esegeti dimenticano di dover compiere quel necessario percorso a ritroso, solo mediante il quale è possibile immedesimarsi nel­le azioni degli uomini che ci hanno preceduto, cogliendo di queste azioni quel tanto o quel poco che ancora oggi può suscitare un certo interesse.

Ma ora veniamo al racconto. Si è detto che a Betsaida Gesù e i discepoli speravano d’incontrare un atteggiamento più costruttivo, una nuova disponibilità operativa ai fini della liberazione politico-nazionale. I fatti tuttavia li smentiscono subito. La gente, ormai rassegnata all’idea che Gesù non voglia diventare quel tipo di messia davidico che si atten­deva, si limita ad accettarlo come «grande taumaturgo». Lo «pregano», è vero, ma in modo formale, con una cortesia un po’ distaccata: lo pre­gano appunto perché sanno che ora egli non concede più i suoi favori con la stessa facilità di prima.

Non lo pregano perché pensano che le guarigioni ora hanno un «prezzo» da pagare: la fede nel suo vangelo di liberazione. Poiché, se è finito il tempo in cui esse venivano concesse senza condizioni di sorta, semplicemente per suscitare la speranza di un rinnovamento sociale, è finito anche il tempo in cui per averle è necessario che il postulante (o chi per lui) mostri di credere già nel vangelo, in quanto un vero seguace del movimento nazareno non può far dipendere la fede dalle guarigioni (ciò che Paolo nelle sue Lettere mostrerà d’aver capito perfettamente, anche se con la parola «fede» intenderà qualcosa di totalmente misti­co).

In effetti, gli abitanti di Betsaida pregano Gesù pur sapendo che il suo progetto politico-rivoluzionario è più importante di qualunque gua­rigione. Ecco, in questo senso la loro preghiera è «formale» perché fal­sa. Nonostante l’autoconsapevolezza dimostrata, sperano lo stesso ch’egli voglia fare un’eccezione alla regola.

Il pessimismo nei confronti di una vera liberazione politica e l’in­differenza verso i nuovi valori di vita proposti dal movimento di Gesù, caratterizzano queste persone. Sono ormai due anni (stando alla cronologia di Giovanni) che lo conoscono e lo frequentano; eppure, nonostante le apparenze, grande è la loro estraneità, tanto che lo stesso cieco sembra esservi coinvolto… Non lo si sente infatti sup­plicare, non lo si vede protagonista attivo di questo incontro: il che però, alla luce di quanto si è appena detto, può essere interpretato positi­vamente. In effetti, che siano gli altri (amici e/o parenti) a condurlo da­vanti al terapeuta e che siano sempre gli altri a «chiedere», può anche voler dire che il pessimismo del cieco era meno superficiale, più radica­to nella sua coscienza. Sembra ch’egli si sia lasciato fare non perché interessato all’incontro, ma, al contrario, per l’insistenza degli altri.

23) Allora prese il cieco per mano,

Mansuetudine, tenerezza, affettuosità, magnanimità, pazien­za…: in quanti modi si potrebbe aggettivare questa scena (peraltro rarissima)? L’amore qui travalica, strabocca, esce dai confini dell’im­maginazione: neanche la dura ostinazione di quella gente può fiaccarlo o sminuirlo. Gesù prende il cieco per mano, lo conduce altrove, dove ci sia la possibilità di essere se stessi, di ritrovare la fiducia nelle proprie capacità. Lo porta lontano dall’ipocrisia di chi si crogiola nelle disillusio­ni, di chi è incapace, perché «cieco», di riconoscere verità e autenticità là dove si manifestano. Il miracolo più grande in fondo è questo: lasciare che il desiderio di liberazione ci porti fuori dall’indifferenza, dall’ovvietà dei rapporti quotidiani.

Questo cieco si prepara ad accettare le conseguenze della pro­pria disponibilità, che pur non appare particolarmente grande. Il suo la­sciarsi fare sembra dipendere più dalla debolezza del suo stato che non dal desiderio di vivere questo particolare momento. Non vi è, in lui, un’a­desione consapevole, volontaria, né all’atteggiamento strumentale dei suoi compaesani, né all’alternativa proposta da Gesù: il suo pessimismo è impotente, incapace di agire e reagire, «cosmico» – si potrebbe dire. Forse venato di qualche curiosità.

23) lo condusse fuori del villaggio

Cioè fuori dall’incapacità di essere, dalle vecchie e assurde pre­tese, dalla solitudine di chi si sente vinto… Chi voleva «vedere» e vede­re da vicino – come Andrea, Pietro e Filippo – se n’era andato da Be­tsaida o comunque seguiva con passione le tappe, le vicende, le vittorie e le sconfitte del movimento messianico di Gesù.

Se lo avesse preso per mano senza condurlo fuori, Gesù sa­rebbe apparso come un sentimentale disposto a perdonare sempre tut­to. Invece ha bisogno di mostrare il senso della giustizia: deve cioè far capire a quella gente che non è possibile concedere ulteriori proroghe a chi ne ha già avute tante. I tempi hanno delle esigenze che vanno ri­spettate, se si vuole restarvi protagonisti.

Inoltre doveva far capire all’ammalato che aveva qualcosa di particolare da comunicargli, che voleva mettersi in un rapporto persona­le con lui. Dopo essere stato preso «per mano» e soprattutto «portato fuori» dal messia-Gesù, il cieco non poteva non accorgersi che qualco­sa di molto significativo gli stava accadendo. Intanto doveva già aver ca­pito che la particolare sollecitudine degli abitanti di Betsaida nei riguardi del suo male, s’era improvvisamente trasformata in ipocrisia, in un at­teggiamento egoistico e superficiale, al cospetto delle esigenze di libe­razione, umana e politica, manifestate da Gesù. Quell’umano e quel po­litico che anche in questo caso si giustificavano a vicenda, procedendo di pari passo. Lo aveva infatti portato fuori per protesta, ma senza invei­re; gli aveva preso la mano, ma senza piegarsi alle loro richieste: pietà e fastidio non erano in antitesi. L’insensibilità di quella gente non poteva impedirgli di mettersi in rapporto con la sensibilità del malato.

23) e, dopo avergli messo della saliva (sputato) sugli occhi, gli impo­se le mani

Gesù non vuole guarirlo subito, ma vuole intrattenersi con lui: usa una procedura lunga e complessa appunto perché lo vuole cono­scere, non solo come malato ma anche e soprattutto come uomo. Non si tratta semplicemente di «toccarlo» – come gli era stato chiesto – ma addirittura di scuoterlo, cioè di provocarlo, saggiando le sue capacità reattive. Gesù ha un messaggio da trasmettergli e non soltanto una dy­namis, cioè una forza risanante. Egli vuole sincerarsi se veramente val­ga la pena compiere quest’ennesima terapia. Siccome il tempo dei «fa­vori» è finito da un pezzo, gli sembra giusto pretendere dai postulanti una disposizione d’animo adeguata.

Già dai gesti che Gesù compie, il malato doveva intuire che non si trattava di una guarigione pura e semplice. Gesù non aveva bisogno di «sputare negli occhi» o di «imporre le mani» sul capo: questo cerimo­niale, del tutto consueto per un guaritore di allora (e che ha portato alcu­ni esegeti a considerare veri questi episodi e falsi quelli ove esso non esiste), qui è sospetto, in quanto il suo scopo pare vada al di là della guarigione vera e propria. In altre parole, il cerimoniale lascia presagire che la guarigione non dipenderà unicamente dalla lenta somministrazio­ne della «medicina».

23) e gli chiese: «Vedi qualcosa?».

Gesù può immaginare benissimo cosa quell’uomo riesce a ve­dere. Nel corso della sua attività terapeutica aveva incontrato malattie ben più gravi di questa e i suoi poteri non avevano mai fallito. Semmai falliva il fine per cui li usava, come generalmente accadeva, ma questo non dipendeva da lui. Perché dunque vuol sapere da questo cieco, in via di guarigione, cosa sta vedendo?

In questo racconto, dove tutto è equivoco e di doppio significa­to, la domanda di Gesù appare sulle prime assai strana (peraltro nel te­sto greco il verbo usato indica una serie di domande). Si ha la netta im­pressione ch’egli voglia semplicemente invitare il cieco a esprimersi, a comunicare i suoi pensieri: Gesù vuol conoscerlo, per cui ha bisogno di sentirlo parlare. E siccome in quell’uomo non c’è una vera disponibilità al dialogo, egli è costretto a usare come espedienti una terapia compli­cata e faticosa, nonché una domanda apparentemente inutile. In tal modo lo induce a cercare un’immagine che, corrispondendo in modo più o meno verosimile alla realtà che sta per vedere (forse per la prima vol­ta), lasci trapelare qualcosa di più profondo, qualcosa che indichi, con relativa semplicità e chiarezza, la sua filosofia esistenziale, l’origine del suo pessimismo radicale.

Naturalmente Marco non ha avuto bisogno di spiegarci che per fare questo senza apparire un medico beffardo, che si prende gioco dei suoi pazienti, Gesù deve aver usato molta cautela (nonostante la durez­za dello «sputare negli occhi»). Egli si è comportato così solo per capire se esisteva la possibilità di andare oltre al semplice recupero della vista, ovvero se esisteva nella personalità di quel malato un aspetto positivo da valorizzare, affinché il «segno» non andasse perduto.

«Vedere» è un verbo ambivalente, significa anche «capire». La domanda di Gesù non è che una delicata provocazione, un’attenta e prudente verifica dell’ideologia. E quell’uomo, che forse ha intuito il sen­so strumentale della richiesta o comunque la stranezza del cerimoniale, non potrà limitarsi a rispondere: «Vedo male».

24) Quegli, alzando gli occhi,

Resosi conto d’essere interpellato da una persona disposta ad ascoltarlo, il cieco riacquista fiducia in se stesso, ritrova un certo interes­se per la vita, quasi il gusto di poter comunicare qualcosa.

24) disse: «Vedo gli uomini, poiché vedo come degli alberi che cam­minano».

Forse avrà detto anche meno, semplicemente: «Vedo degli al­beri che camminano». Forse la premessa è stata aggiunta perché il let­tore non pensasse a un cieco pazzo o schernitore. In ogni caso essa è fuorviante, perché dà l’impressione che l’immagine scelta dal cieco sia una frase subordinata, di cornice, esplicativa di un concetto generico e astratto. In realtà la parola «uomini» era già inclusa nel concetto di «alberi itineranti». Il redattore ha fatto un torto a questo anonimo protagonista. Interpretando l’immagine ha svilito il senso dell’identi­ficazione evidenziato dal cieco. Se infatti togliamo l’aggiunta, noteremo che l’immagine si comprende da sé, in tutta la sua forza contestativa, polemica; se invece la lasciamo, questa forza si trasforma in una mera esigenza chiarificatrice.

Quest’uomo vedeva male, eppure vede bene. I suoi compaesa­ni, usciti anche loro dal villaggio per vedere la guarigione, non li ha sem­plicemente «confusi» con degli alberi itineranti, a motivo del fatto che ancora non vede bene, ma li ha addirittura identificati (nel testo greco la parola «uomini» ha l’articolo, quindi si trattava delle persone concrete ch’egli stava osservando perché gli stavano davanti, a una certa distan­za). Nel paragone scelto non ha detto soltanto come li vede, ma anche come li sente, come li percepisce dentro di sé. Gli uomini sono dunque alberi semoventi, cioè creature inferiori dotate di intelligenza o creature intelligenti che si comportano in modo inferiore: in ogni caso creature assurde.

Questo cieco vedeva bene, eppure vede male. Vede i suoi pa­renti e conoscenti come persone indifferenti, vuote, egoiste – e in effetti è così: essi lo sono e lo hanno dimostrato. Ma ciò non è sufficiente per vedere bene. Quest’uomo non ha una concezione dialettica dell’esisten­za umana o degli uomini in genere: il suo realismo è votato a un pessi­mismo radicale, assoluto. Per lui tutti gli uomini del suo villaggio sono così, privi cioè della necessaria determinazione esistenziale, della vo­lontà di credere in un cambiamento reale delle cose.

E tuttavia proprio le sue parole dimostrano il contrario, benché negativamente. Come può, in effetti, essere un albero itinerante colui che ammette la dura realtà delle cose? Con quest’immagine così cal­zante, per quanto terribilmente amara, egli non ha forse lasciato capire che l’indifferenza, come regola di vita, non riusciva a sopportarla? Nel momento stesso in cui costatava l’anomalia di fondo del suo paese, egli non dimostrava forse di possedere un’istanza repressa di emancipazio­ne?

25) Allora gli impose di nuovo le mani sugli occhi ed egli ci vide chia­ramente e fu sanato e vedeva a distanza ogni cosa.

La soluzione del problema degli «occhi» era diventata per que­sto cieco strettamente vincolata alla soluzione del problema della vita: «Perché vedere quando non c’è nulla da vedere?». Tuttavia, l’autocriti­ca, ovvero il desiderio di autenticità, aveva fatto breccia nella sua co­scienza, al punto che con relativa facilità egli può ora accorgersi che non tutti gli uomini sono alberi itineranti, «pecore senza pastore». Per quel poco che gli ha fatto o per quel poco che gli ha detto, Gesù certa­mente non lo è, né lo sono, di conseguenza, i discepoli che hanno ac­cettato di seguirlo (alcuni dei quali sono qui testimoni della guarigione).

Marco usa, insolitamente, tre espressioni equivalenti per indica­re il successo della terapia: «ci vide chiaramente», «fu sanato», «vede­va a distanza ogni cosa». Il che appunto rivela una doppia guarigione: interna ed esterna (dal testo greco si può addirittura dedurre ch’egli era tornato normale, cioè com’era prima di ammalarsi). Ora quell’uomo ha finalmente maturato l’equilibrio del giudizio, una più adeguata valutazio­ne delle cose. L’amato e odiato pessimismo, che risultava determinante per la sua concezione ideale e morale della vita, ora può cominciare ad essere superato. Solo con uno sguardo sicuro, acuto, penetrante si pos­sono vedere le cose nella loro giusta distanza, nelle loro esatte propor­zioni.

26) E lo rimandò a casa dicendo: «Non entrare neppure nel villaggio».

Continua il gioco dell’equivoco. Misurandosi con l’intelligenza del neo-vedente, Gesù lo invita a fare una cosa apparentemente inspie­gabile. Forse è stata proprio la stranezza di queste parole ad aver disar­mato i primi due grandi «manipolatori» del vangelo di Marco: Luca e Matteo. È tuttavia evidente che un ordine del genere (certo non di tipo militare) non poteva essere dato se chi doveva eseguirlo non era in gra­do di capirlo. Il guarito, in altre parole, era stato messo in grado di capire come avrebbe potuto tornare a vivere coi suoi compaesani senza ri­schiare di ridiventare come uno di loro. Qui naturalmente Marco (o un secondo redattore) ha omesso le altre parole che Gesù deve aver detto: forse perché gli saranno apparse di secondaria importanza, in quanto già implicite nella laconica frase riportata.

«Tornare a casa» infatti significa «tornare a essere se stessi», smettere di essere «ciechi». Il villaggio è «il luogo da cui si è stati tratti», il muro che circonda l’identità della propria casa, l’ostacolo che impedi­sce di vedere le cose in modo obiettivo. Fuor di metafora, egli sarebbe dovuto tornare a casa evitando ogni forma di pubblicità su questa guari­gione, senza «concedere interviste» – diremmo oggi. Nell’originale, in­fatti, la proibizione di Gesù riguarda solo il momento presente e non an­che quello futuro.

Ma c’è di più. Se Gesù gli ha detto di tornare nella «casa-del-villaggio» e non «vieni e seguimi», significa che per quell’uomo il villag­gio doveva continuare a restare, almeno per il momento, il perimetro pri­vilegiato in cui muoversi. Il villaggio cioè non rappresentava soltanto un limite da superare, ma anche il luogo in cui il limite andava superato. «Tornare a casa» dunque significa rientrare nell’egoismo, nell’indif­ferenza di sempre, ma standosene fuori: tornare ad essere se stessi nell’inferno da cui si è stati momentaneamente tolti. È questo il mes­saggio politico e ideale che Gesù gli aveva proposto di vivere.

Marco non dice che quest’uomo disobbedì all’ordine di Gesù e noi non abbiamo il diritto di pensarlo. Anzi, la formulazione di un coman­do così paradossale ci suggerisce l’idea che i due, nella serietà delle loro rispettive intelligenze, abbiano voluto per così dire «divertirsi» a equivocare, come se fosse stato l’incontro di due menti superiori, cui ba­sta poco per capirsi, sulla piattaforma dell’obiettività, cioè sul significato di determinate situazioni (l’indifferenza di Betsaida), sul valore di certi giudizi (il pessimismo del cieco) e sulla necessità di prendere un’impor­tante decisione (quella di tornare a casa senza «passare» per il villag­gio).

Ci piace anche immaginare che quell’uomo sia tornato fra i suoi come «luce» per altri «ciechi», come testimone e profeta di un «già e non ancora», servendosi magari dell’aiuto di quelle persone che, prima della guarigione, erano state da lui ingiustamente definite come «alberi» di quella grande foresta chiamata «indifferenza», quella «foresta» che solo con un lavoro tenace e paziente, carico di responsabilità, estraneo ai vari culti della personalità e libero dall’attesa di situazioni-limite o pa­radossali, si può far «muovere» nel migliore dei modi.