L’arresto di Gesù

Gv 18,1-18

[1] Detto questo, Gesù uscì con i suoi discepoli e andò di là dal tor­rente Cedron, dove c’era un giardino nel quale entrò con i suoi discepoli.

[2] Anche Giuda, il traditore, conosce­va quel posto, per­ché Gesù vi si riti­rava spesso con i suoi discepoli.

[3] Giuda dunque, preso un distacca­mento di soldati e delle guardie forni­te dai sommi sacer­doti e dai farisei, si recò là con lanter­ne, torce e armi.

[4] Gesù allora, co­noscendo tutto quello che gli dove­va accadere, si fece innanzi e disse loro: «Chi cercate?».

[5] Gli risposero: «Gesù, il Nazareno». Disse loro Gesù: «Sono io!». Vi era là con loro anche Giuda, il traditore.

[6] Appena disse «Sono io», indie­treggiarono e cad­dero a terra.

[7] Domandò loro di nuovo: «Chi cer­cate?». Risposero: «Gesù, il Nazareno».

[8] Gesù replicò: «Vi ho detto che sono io. Se dunque cercate me, lasciate che questi se ne va­dano».

[9] Perché s’adem­pisse la parola che egli aveva detto: «Non ho perduto nessuno di quelli che mi hai dato».

[10] Allora Simon Pietro, che aveva una spada, la trasse fuori e colpì il ser­vo del sommo sa­cerdote e gli tagliò l’orecchio destro. Quel servo si chia­mava Malco.

[11] Gesù allora disse a Pietro: «Ri­metti la tua spada nel fodero; non devo forse bere il calice che il Padre mi ha dato?».
[12] Allora il di­staccamento con il comandante e le guardie dei Giudei afferrarono Gesù, lo legarono

[13] e lo condusse­ro prima da Anna: egli era infatti suo­cero di Caifa, che era sommo sacer­dote in quell’anno.

[14] Caifa poi era quello che aveva consigliato ai Giu­dei: «È meglio che un uomo solo muo­ia per il popolo».

[15] Intanto Simon Pietro seguiva Gesù insieme con un al­tro discepolo. Que­sto discepolo era conosciuto dal sommo sacerdote e perciò entrò con Gesù nel cortile del sommo sacerdote;

[16] Pietro invece si fermò fuori, vici­no alla porta. Allo­ra quell’altro disce­polo, noto al som­mo sacerdote, tornò fuori, parlò alla portinaia e fece en­trare anche Pietro.

[17] E la giovane portinaia disse a Pietro: «Forse an­che tu sei dei disce­poli di quest’uomo?». Egli rispose: «Non lo sono».

[18] Intanto i servi e le guardie aveva­no acceso un fuoco, perché faceva fred­do, e si scaldavano; anche Pietro stava con loro e si scalda­va.

Mc 14,43-54

[43] E subito, men­tre ancora parlava, arrivò Giuda, uno dei Dodici, e con lui una folla con spade e bastoni mandata dai sommi sacerdoti, dagli scribi e dagli anzia­ni.

[44] Chi lo tradiva aveva dato loro questo segno: «Quello che bacerò, è lui; arrestatelo e conducetelo via sotto buona scorta».

[45] Allora gli si accostò dicendo: «Rabbì» e lo baciò.

[46] Essi gli misero addosso le mani e lo arrestarono.

[47] Uno dei pre­senti, estratta la spada, colpì il servo del sommo sacer­dote e gli recise l’o­recchio.

[48] Allora Gesù disse loro: «Come contro un brigante, con spade e bastoni siete venuti a pren­dermi.

[49] Ogni giorno ero in mezzo a voi a insegnare nel tempio, e non mi avete arrestato. Si adempiano dunque le Scritture!».

[50] Tutti allora, abbandonandolo, fuggirono.

[51] Un giovanetto però lo seguiva, ri­vestito soltanto di un lenzuolo, e lo fermarono.

[52] Ma egli, la­sciato il lenzuolo, fuggì via nudo.

[53] Allora condus­sero Gesù dal som­mo sacerdote, e là si riunirono tutti i capi dei sacerdoti, gli anziani e gli scribi.

[54] Pietro lo aveva seguito da lontano, fin dentro il cortile del sommo sacer­dote; e se ne stava seduto tra i servi, scaldandosi al fuo­co.

Mt 26,47-58

[47] Mentre parlava ancora, ecco arriva­re Giuda, uno dei Dodici, e con lui una gran folla con spade e bastoni, mandata dai sommi sacerdoti e dagli anziani del popolo.

[48] Il traditore aveva dato loro questo segnale di­cendo: «Quello che bacerò, è lui; arre­statelo!».

[49] E subito si av­vicinò a Gesù e dis­se: «Salve, Rabbì!». E lo baciò.

[50] E Gesù gli dis­se: «Amico, per questo sei qui!». Allora si fecero avanti e misero le mani addosso a Gesù e lo arrestaro­no.

[51] Ed ecco, uno di quelli che erano con Gesù, messa mano alla spada, la estrasse e colpì il servo del sommo sacerdote staccan­dogli un orecchio.

[52] Allora Gesù gli disse: «Rimetti la spada nel fodero, perché tutti quelli che mettono mano alla spada periran­no di spada.

[53] Pensi forse che io non possa prega­re il Padre mio, che mi darebbe subito più di dodici legio­ni di angeli?

[54] Ma come allo­ra si adempirebbero le Scritture, secon­do le quali così deve avvenire?».

[55] In quello stes­so momento Gesù disse alla folla: «Siete usciti come contro un brigante, con spade e basto­ni, per catturarmi. Ogni giorno stavo seduto nel tempio ad insegnare, e non mi avete arrestato.

[56] Ma tutto que­sto è avvenuto per­ché si adempissero le Scritture dei pro­feti». Allora tutti i discepoli, abbando­natolo, fuggirono.

[57] Or quelli che avevano arrestato Gesù, lo condusse­ro dal sommo sa­cerdote Caifa, pres­so il quale già si erano riuniti gli scribi e gli anziani.

[58] Pietro intanto lo aveva seguito da lontano fino al pa­lazzo del sommo sacerdote; ed entra­to anche lui, si pose a sedere tra i servi, per vedere la con­clusione.

Lc 22,47-55

[47] Mentre egli ancora parlava, ecco una turba di gente; li precedeva colui che si chiama­va Giuda, uno dei Dodici, e si accostò a Gesù per baciarlo.

[48] Gesù gli disse: «Giuda, con un ba­cio tradisci il Figlio dell’uomo?».

[49] Allora quelli che eran con lui, vedendo ciò che stava per accadere, dissero: «Signore, dobbiamo colpire con la spada?».

[50] E uno di loro colpì il servo del sommo sacerdote e gli staccò l’orecchio destro.

[51] Ma Gesù inter­venne dicendo: «Lasciate, basta così!». E toccando­gli l’orecchio, lo guarì.

52] Poi Gesù disse a coloro che gli eran venuti contro, sommi sacerdoti, capi delle guardie del tempio e anzia­ni: «Siete usciti con spade e bastoni come contro un bri­gante?

[53] Ogni giorno ero con voi nel tempio e non avete steso le mani contro di me; ma questa è la vostra ora, è l’im­pero delle tenebre».

[54] Dopo averlo preso, lo condusse­ro via e lo fecero entrare nella casa del sommo sacer­dote. Pietro lo se­guiva da lontano.

[55] Siccome ave­vano acceso un fuo­co in mezzo al cor­tile e si erano seduti attorno, anche Pie­tro si sedette in mezzo a loro.

*

Durante l’ultima cena Gesù aveva incaricato Giuda di svolgere una mansione decisiva in tempi brevi («Quello che devi fare, fallo presto», Gv 13,27), di cui possiamo soltanto vagamente immaginarci la natura, essendo quella cena l’ultima prima dell’insurrezione armata, che forse doveva avve­nire in quella stessa notte.

Il fatto che Gesù avesse incaricato Giuda, in un momento così deli­cato, e non un qualunque altro apostolo che fino a quel momento era stato sicuramente molto più protagonista di lui, ci fa pensare che quell’incarico poteva svolgerlo solo lui, o che comunque lui fosse in quel momento la per­sona più indicata (probabilmente a motivo delle sue origini giudaiche, cioè non galilaiche, oppure a motivo delle sue conoscenze o del suo passato po­litico in Giudea).

Sappiamo che alcuni apostoli provenivano dall’ambiente battista, altri dal quello zelota: Giuda forse proveniva dal fariseismo progressista (quello di Nicodemo, Giuseppe di Arimatea…). Se è così, allora è possibile ipotizzare che Giuda dovesse avvisare i farisei e i gruppi politici che aveva­no organizzato l’ingresso trionfale del messia nella capitale, che l’insurre­zione era imminente, per cui dovevano tenersi pronti a intervenire in manie­ra costruttiva, cercando di renderla meno cruenta possibile.

Dal momento che Giuda tardava a tornare, Gesù e gli apostoli ri­masti cominciarono a preoccuparsi: forse non pensarono subito a un tradi­mento, ma a un incidente, a una qualche fatalità che aveva impedito a Giu­da di tornare indietro. Fatto sta che ad un certo punto decisero di abbando­nare il cenacolo e di rifugiarsi al di fuori delle mura, in un bosco sopra un monte: il Getsemani, detto Orto degli Ulivi.

Poiché non possiamo credere che Gesù avesse scelto di affidare l’incarico a Giuda proprio perché lo sospettava di tradimento, né perché vo­lesse metterlo alla prova in un momento così cruciale per la riuscita della ri­voluzione, dobbiamo anzi pensare il contrario, e cioè che Gesù desse per scontato che Giuda avrebbe eseguito il compito senza discutere.

Durante l’ultima cena Gesù s’era raccomandato di stare uniti, di ri­spettare alla lettera le disposizioni comuni, di non prendere iniziative perso­nali: Giuda in quel momento era stato incaricato di eseguire un compito de­cisivo ai fini della riuscita della rivoluzione. Se qualcosa andò storto, non fu perché lui aveva da tempo preventivato di tradire (come in genere i vangeli vogliono farci credere), ma proprio perché lo fece a insaputa di tutti. Partì dal cenacolo con un’intenzione e vi ritornò con tutt’altra intenzione.

Dobbiamo anzi dare per scontato che Giuda non sospettasse affatto che Gesù stava subodorando un tradimento, per cui, in prima battuta, men­tre guidava le guardie per catturarlo, si sarà recato al cenacolo, convinto di trovarli ancora tutti lì. Soltanto quando vide che non c’era nessuno, pensò che si fossero rintanati nel solito nascondiglio: il Getsemani, dove la cattu­ra, a motivo anche del buio, sarebbe stata sicuramente più difficoltosa.

Probabilmente fino al cenacolo si pensò che le guardie del Tempio potessero essere sufficienti, ma sicuramente per entrare nel Getsemani si aveva bisogno di un ulteriore rinforzo militare, che venne offerto da Pilato.

Perché Giuda tradì? Se voleva la Palestina libera e non credeva nella rivoluzione, perché non era uscito prima dal movimento nazareno? Ha forse fatto il doppio gioco sin dall’inizio? Era forse un infiltrato di Caifa o dei farisei? Com’è possibile che ad un uomo così poco affidabile il Cristo avesse dato in quella notte una missione così delicata da compiere? Se inve­ce militava nei nazareni convinto di poter liberare il suo paese, perché deci­se di tradire? Se a questa domanda dessimo questa risposta: Giuda era un moderato che tradì in buona fede, convinto di fare gli interessi del suo pae­se, saremmo molto lontani dalla verità? Oppure dobbiamo pensare che Giu­da tradì perché, vedendo l’indisponibilità dei farisei progressisti, temeva che il Cristo avrebbe rinunciato all’insurrezione, come già aveva fatto al tempo dei cosiddetti «pani moltiplicati»? E quindi pensava che le folle di Gerusalemme, vedendo l’ennesimo leader catturato dai romani, si sarebbero ribellate in massa, a dispetto dei loro partiti opportunisti e contro le loro istituzioni colluse col nemico?

Quando Gesù entrò trionfante a Gerusalemme, in groppa a un asi­no, in segno di umiltà ma facendo chiaramente capire che i tempi erano ma­turi per l’insurrezione, i farisei erano molto indecisi sul da farsi: da un lato avrebbero voluto fermarlo, dall’altro si chiedevano se non fosse il caso di appoggiarlo. È contro quest’ultimi che si scaglia Caifa, chiedendo che il messia venga catturato prima che i romani reagiscano con violenza.

Dopo la vicenda di Lazzaro di Betania (in cui la sua «resur­rezione» va letta come metafora della ripresa della battaglia rivoluzionaria) il Cristo avrebbe voluto entrare subito a Gerusalemme, ma vi fu impedito da una riunione del Sinedrio, in cui si decise ufficialmente la sua morte, o comunque che bisognava assolutamente arrestarlo e consegnarlo ai romani: era la prima volta che i farisei accettavano una risoluzione del genere. Per questo motivo gli apostoli con lui resteranno nella clandestinità presso Efraim (Gv 11,54) almeno sino all’imminenza della Pasqua.

A Betania doveva essere successo qualcosa di politicamente molto significativo, poiché Giovanni scrive che, al vedere Gesù uscire dalla clan­destinità coll’intenzione di entrare nella capitale, «molti credevano in lui» (11,45) e i partiti politici di Gerusalemme s’erano divisi sull’atteggiamento da tenere.

I farisei progressisti erano dell’avviso che bisognasse appoggiare l’iniziativa dell’insurrezione, anche se temevano le conseguenze da parte non tanto della guarnigione romana stanziata nella capitale, che in fondo era ben poca cosa, quanto piuttosto delle legioni imperiali che sicuramente sarebbero intervenute col peso di tutta la loro forza. Essi volevano la libera­zione della Palestina, ma temevano di prendere decisioni risolute in senso rivoluzionario, preferivano temporeggiare, nella speranza di poter logorare il potere romano con la politica dei «piccoli passi», che però fino a quel momento non aveva dato alcun frutto tangibile.

Fu Caifa che, nel corso della riunione parlamentare, fece una pro­posta che lasciò tutti spiazzati. Disse che se avessero lasciato fare i nazare­ni, Israele sarebbe stata perduta, poiché essi non fruivano di appoggi popo­lari e istituzionali sufficienti; se invece avessero arrestato il Cristo, Roma li avrebbe considerati più affidabili a livello istituzionale e avrebbe aumentato le loro libertà di manovra. Caifa insomma quando affermò, rivolto ai farisei, quella frase che appariva come una sentenza di morte: «Voi non ca­pite! Non vi rendete conto che è meglio per voi la morte di un solo uomo piuttosto che la rovina di tutta la nazione» (Gv 11,50), aveva dato sfoggio di tutta la sua abilità di consumato politico, abituato a guardare la realtà dal­le finestre del suo palazzo.

E magari qualche cinico, tra i sinedriti, avrà pensato che se la re­sponsabilità dell’esecuzione del messia fosse ricaduta interamente sui roma­ni, si sarebbe anche potuto ottenere una ribellione in massa della popolazio­ne, stanca di vedere infranta ogni speranza di liberazione. E solo a quel punto le istituzioni giudaiche avrebbero dovuto guidare la rivolta antiroma­na.

Il quarto vangelo poi qui si diverte a equivocare sul significato del­le parole. Il fatto che si volesse «Gesù morto per la nazione e anche per uni­re i figli di Dio dispersi» (Gv 11,51 s.) cosa stava a significare concreta­mente? Forse ch’era meglio collaborare con Pilato nel sacrificare un leader ebraico, evitando così la ritorsione dell’occupante e salvare il paese? Oppu­re che – come vuole l’interpretazione cristiana – grazie alla morte del Cristo s’è potuto porre fine al primato etico-politico della nazione d’Israele, apren­do le porte alla salvezza spirituale di tutto il genere umano? Davvero di fronte allo scandalo di una nuova esecuzione capitale da parte dei romani l’intera popolazione d’Israele (e non solo quindi quella Giudea) sarebbe in­sorta in massa? Il Cristo andava quindi «sacrificato» per il bene della nazio­ne oppressa e degli ebrei della diaspora?

È assodato che la stragrande maggioranza dei gruppi, movimenti e partiti politici dell’intero paese volesse la liberazione nazionale, ma sui me­todi da usare per realizzare questo obiettivo non ci si trovava mai d’accordo. È molto probabile, in quel momento, che, vedendo la decisione dell’ala con­servatrice del Sinedrio di catturare Gesù per consegnarlo ai romani, l’ala progressista dei farisei fosse ancora intenzionata ad appoggiare una qualche iniziativa rivoluzionaria, seppur senza impegnarsi in prima fila.

Giuda era forse stato incaricato di chiedere definitivamente ai fari­sei progressisti da che parte stessero, e dalla risposta che poteva ottenere, Gesù avrebbe deciso la relativa tattica: non è da escludere ch’egli si sarebbe accontentato di una dichiarata neutralità da parte dei farisei. Doveva soltan­to saperlo presto, anche perché, in caso contrario, non gli restava che na­scondersi nel Getsemani o addirittura fuggire dalla città santa.

È probabile, a questo punto, che lo stesso Giuda si sia o sia stato convinto a comportarsi come non avrebbe voluto, cioè è probabile che gli siano state fatte delle promesse, delle assicurazioni, traendolo in inganno. Giuda fu traditore suo malgrado, tradì per debolezza, superficialità, errato senso del dovere, protagonismo fuori luogo… di certo non tradì per denaro.

*

Qui tuttavia, mettendo a confronto la versione del quarto vangelo con quella dei Sinottici, vien spontaneo chiedersi il motivo per cui Giovan­ni abbia avvertito il bisogno di riscrivere la cattura di Gesù quando l’episo­dio era già stato abbondantemente trattato prima. Perché ripetere cose già dette quando risultavano assodate almeno quattro cose:

– che Giuda fosse il traditore;

– che fosse lui la guida del manipolo nel Getsemani;

– che Gesù non oppose resistenza al suo arresto;

– che qualcuno tra i discepoli reagì cercando di uccidere un servo del som­mo sacerdote.

Rispetto a queste cose, condivise dai Sinottici, che cosa si poteva dire di più o di diverso? In realtà vi sono alcune differenze sostanziali tra Giovanni e gli altri vangeli che l’hanno preceduto. E ora bisogna vederle estesamente.

Il trasferimento dal cenacolo al Getsemani avvenne per motivi di sicurezza. Anche Luca sa che «di notte il Cristo – dopo aver insegnato di giorno presso il tempio – usciva dalla città di Gerusalemme e se ne stava al­l’aperto, sul monte degli Ulivi» (21,37). Ogni tanto Luca sorprende per cer­te informazioni cripto-politiche che rilascia autonomamente, come quando ad es. dice che Gesù raccomandò ai discepoli di vendere il mantello per procurarsi una spada (22,36), e tuttavia qui egli non s’accorge che il trasfe­rimento dal cenacolo al Getsemani era avvenuto proprio per motivi di sicu­rezza.

I Sinottici, in effetti, su questo trasferimento forzato sono piuttosto reticenti, in quanto non possono far vedere che il Cristo «non voleva» mori­re. La loro tesi è che al Getsemani, accompagnato dai discepoli, Gesù andò non tanto per nascondersi quanto per «pregare» dio di aiutarlo ad affrontare con coraggio l’ultima prova della sua vita, e questo mentre tutti, inclusi i tre prediletti, dormivano della grossa, o perché stanchi, o perché l’ora era tarda, in ogni caso del tutto ignari del pericolo incombente. Giovanni invece capovolge la situazione e dice che tutti erano ben svegli e preoccupati.

Gesù si era deciso per il trasferimento dal cenacolo al Getsemani solo dopo aver visto che Giuda tardava a compiere l’incarico che gli era sta­to affidato. Invece di scegliere la soluzione della fuga precipitosa in ordine sparso, preferì la soluzione più rischiosa, ma che offriva maggiori chances nel caso si fosse stati costretti a patteggiare qualcosa. Cioè se il Cristo si fosse nascosto da solo nel Getsemani e avesse lasciato gli Undici nel cena­colo, liberi di fare quello che volevano, probabilmente avrebbero catturato tutti. Viceversa, stando tutti uniti, egli poté usare se stesso come merce di scambio per la liberazione dei discepoli.

Quindi è da escludere ch’egli abbia detto loro che dove andava lui loro non avrebbero potuto seguirlo (Gv 13,31-38). Al massimo possono aver discusso su che cosa fare nell’eventualità che avessero catturato Giuda o che questi avesse tradito. Forse possono aver pensato a una fuga in ordine sparso, poi, vedendo Pietro che insisteva nel volersi nascondere col Cristo nel Getsemani, in quanto temeva che se l’avessero lasciato solo sicuramente l’avrebbero catturato, tutti gli altri si saranno adeguati. È poi probabile la spacconata di Pietro quando dice che se anche avesse dovuto morire non l’avrebbe mai tradito, ma è del tutto inverosimile la profezia del Cristo rela­tiva alla coincidenza di terzo rinnegamento e canto del gallo.

Peraltro qui gli esegeti hanno sempre pensato che nell’ultima cena fossero presenti soltanto i dodici apostoli, ma, trattandosi di una riunione clandestina, è impensabile immaginare che non vi fossero altre persone a garantire un certo servizio d’ordine: la richiesta di vendere il mantello per comprare una spada non può essere stata fatta agli apostoli, che dal periodo della clandestinità giravano sempre armati.

Se al Getsemani vi fosse stato uno scontro cruento tra ebrei, le conseguenze sarebbero state imprevedibili. Il fatto stesso che le guardie guidate da Giuda chiedano soltanto di catturare Gesù è indicativo. Giovanni dice esplicitamente che «quando si avvicinò la Pasqua, molti dalle campa­gne salirono a Gerusalemme per purificarsi prima della festa. Là cercavano Gesù…» (11,55 s.). Non lo cercavano tanto per salutarlo o incoraggiarlo, quanto per mettersi a sua disposizione. Solo un irresponsabile infatti avreb­be potuto fare un’insurrezione nella capitale presidiata dai romani, senza avere un sicuro riscontro popolare.

Giovanni fa capire due cose: che Gesù non voleva essere catturato e che veniva data a Giuda una seconda possibilità per non tradire, quella di non rivelare il nascondiglio segreto. Giuda avrebbe potuto portare le guar­die al cenacolo, costatare che non vi era più nessuno, sostenere che non co­nosceva nessun altro posto ove avrebbero potuto nascondersi e tutti se ne sarebbero tornati a casa. L’unico a rimetterci della figuraccia sarebbe stato lui, che peraltro non avrebbe potuto trovare parole adeguate per giustificarsi di fronte al collegio apostolico.

Nei Sinottici appare esattamente il contrario, e cioè che Gesù ave­va scelto quel luogo proprio perché Giuda lo conosceva bene, per cui pote­va tradirlo in tutta tranquillità, come se tra i due vi fosse stata una prelimi­nare intesa, un accordo «in nome di dio».

Tra la polizia giunta per arrestarli non c’era solo quella giudaica ma anche quella romana. Questa precisazione di Giovanni è stata oggetto di moltissime controversie, in quanto fa chiaramente capire come sin dall’ini­zio il movimento nazareno risultasse inviso alle autorità di Roma. Pilato do­veva necessariamente sapere che Gesù era un leader che stava preparando un’insurrezione armata.

Nessuno dei Sinottici dice questa cosa: Marco parla di «molti uo­mini armati di spade e bastoni mandati dai capi dei sacerdoti, dai maestri della legge e dalle altre autorità» (14,43). Matteo e Luca, che in questo co­piano da Marco, dicono la stessa cosa. Chi siano le «altre autorità» non è dato sapere: certamente dai Sinottici, costantemente preoccupati a dimo­strare l’affidabilità politica dei cristiani al cospetto di Roma, non si potrà mai scoprire ch’erano quelle romane.

Giovanni non parla solo di «coorte romana» ma anche di guardie messe a disposizione dai farisei (18,3): quindi è da escludere che i farisei progressisti non sapessero di questa iniziativa. Il termine tecnico usato da Giovanni per indicare i romani è stato preso dal linguaggio militare di quel tempo: la cohors era un decimo della legione, quindi circa 600 uomini. Un numero che agli esegeti è parso subito eccessivo per un’operazione del ge­nere. Va detto però che a volte il termine in questione veniva usato per indi­care anche solo un terzo della coorte, per cui in tal caso può essersi trattato di un manipolo di 200 soldati. Sarebbe stato d’altra parte insensato lasciare totalmente sguarnita la fortezza Antonia, ove appunto era acquartierata una coorte di circa 600 militari.

La presenza massiccia di queste forze militari giudaico-romane, guidate da un tribuno (Gv 18,12), fu probabilmente richiesta dalle stesse autorità giudaiche, che non volevano rischiare, essendo molto favorevole l’occasione insperata del tradimento di Giuda, che il messia riuscisse a fug­gire, né che a causa del suo arresto scoppiasse un tumulto popolare in città. Con una scorta così numerosa e ben armata sarebbe stato difficile ai nazare­ni organizzare in fretta una controffensiva.

Non fu Giuda a indicare con un bacio Gesù alle guardie, affinché lo individuassero con sicurezza nel buio e lo catturassero, ma fu lo stesso Gesù che si fece riconoscere e arrestare. Sono versioni molto differenti dei fatti. In quella sinottica si ha l’impressione che Cristo sia stato colto di sor­presa e che senza quel bacio forse non sarebbero stati in grado di catturarlo: il che contraddice l’intera impostazione sinottica che nella cattura di Gesù vede qualcosa di inevitabile, utile alla tesi della «morte necessaria» del messia. Tale contraddizione ha fatto pensare che il bacio in realtà fosse sta­to inserito non tanto secondo la motivazione che ne dà Giuda, cioè come gesto di riconoscimento certo dell’identità della persona da arrestare, quanto allo scopo di mostrare il traditore nella veste più abietta e spregevole possi­bile. È impensabile infatti che le autorità non sapessero chi fosse Gesù, dopo anni di predicazione pubblica, anche nella capitale. Il gesto del bacio è stato descritto sulla scorta di precedenti veterotestamentari più o meno analoghi (Gen 27,26 ss.; 2Sam 15,5; 20,9; Prov 7,13; 27,6 ecc.), a meno che qui non si voglia sostenere che le prime guardie incontrate dal Cristo fossero esclusivamente quelle romane, che forse lo conoscevano più di fama che di persona.

Resta comunque singolare, in tal senso, che gli stessi Sinottici fac­ciano dire al Cristo una frase, al momento della cattura, in netto contrasto col significato del bacio di Giuda: «Siete venuti a prendermi con spade e bastoni, come se fossi un delinquente! Tutti i giorni ero in mezzo a voi, in­segnavo nel Tempio, e non mi avete mai arrestato» (Mc 14,48 s.). Una fra­se, questa, storicamente priva di senso, in quanto da tempo – stando a Gio­vanni – Gesù viveva nella clandestinità, e che è stata messa soltanto per in­durre a credere ch’egli non era un messia politico, per cui alla sua cattura furono totalmente estranei i romani.

I Sinottici inoltre si sono sentiti in dovere di giustificare l’anomala presenza di tutta quella polizia armata di «spade e bastoni»: per non far ve­dere che gli apostoli erano armati, sono stati costretti a far dire a Gesù ch’e­ra un pacifista assoluto, contrario persino alla legittima difesa, facilmente catturabile in qualunque momento. Poi quando non potranno tacere che Pie­tro aveva una spada con cui cercò di ammazzare una di quelle guardie, pre­senteranno la cosa mostrando tutta l’ingenua impulsività dell’apostolo, che non sapeva quel che stava facendo e che in fondo girava armato all’insaputa del messia o addirittura contro la sua volontà. In realtà il nome di Pietro non viene neppure fatto: i Sinottici si limitano a dire «uno di loro», avendo troppo scrupolo nel presentare uno dei futuri capi della chiesa cristiana ar­mato di tutto punto.

Al gesto inconsulto di Pietro i Sinottici cercheranno di rimediare con giustificazioni al limite del ridicolo, quando non patetiche come quella di Luca, che induce il Cristo a riattaccare l’orecchio alla testa del servo Malco. Matteo addirittura farà dire a Gesù che se volesse potrebbe chiama­re «dodici migliaia di angeli» (26,53) con cui sterminare tutti!

L’importante insomma per i Sinottici è far apparire il Cristo un pa­cifista ad oltranza, assolutamente contrario ad ogni forma di violenza: «Tut­ti quelli che usano la spada moriranno colpiti dalla spada» (Mt 26,52), pro­fetizza al bellicista Pietro.

Da notare, en passant, che solo Giovanni cita il nome di Malco (17,10). Ciò ha dell’incredibile: Giovanni conosceva di persona uno dei ser­vi principali del sommo sacerdote (che poi si scoprirà non trattarsi di Caifa ma di suo suocero Anna o Anania, che in quella carica l’aveva preceduto e che evidentemente aveva conservato il titolo onorifico).

La spontanea consegna del messia fu in realtà l’esito di una trattati­va, accettata dalle guardie: Gesù si offriva volontariamente, a condizione che lasciassero liberi gli apostoli, altrimenti questi si sarebbero difesi. In tal modo non vi sarebbero stati morti o feriti e l’arresto sarebbe potuto avvenire in tutta tranquillità, senza rischio di svegliare l’intera città.

Il fatto che fossero andati con armi e bastoni lasciava capire che ri­tenessero il movimento nazareno non solo politicamente ma anche militar­mente pericoloso. Lo stesso Giuda doveva averli avvisati che non avrebbe­ro avuto a che fare con gente che si sarebbe lasciata prendere senza difen­dersi. Infatti se si fosse stati convinti che il movimento era disarmato, non si sarebbe andati con spade e bastoni: era sufficiente andare in massa.

Nella versione di Giovanni le guardie, una volta giunte all’interno dell’oliveto, stentano a credere, di primo acchito, che Gesù parli per primo, rischiando così di lasciarsi facilmente individuare e catturare. Temono una trappola. Gesù ha bisogno di porre due volte la stessa domanda: «Chi cerca­te?». Doveva essersi in qualche modo accorto della enorme sproporzione delle forze in campo, a differenza di Pietro, che invece volle intervenire colpendo di spada una delle guardie. Sicché Gesù, vista la situazione dispe­rata, pensò subito a intavolare una trattativa: «Sono io! Se cercate me, la­sciate che gli altri se ne vadano» (Gv 18,8).

S’egli non avesse fermato in tempo Pietro, in quel bosco si sarebbe compiuta una strage. Gli apostoli erano del tutto impreparati ad affrontare quell’emergenza: i Sinottici addirittura, per dimostrare che il trasferimento nel Getsemani non aveva alcun carattere politico-militare ma soltanto reli­gioso, in quanto vi fanno «pregare» il messia, affermano unanimi che i di­scepoli stavano tutti dormendo. L’aspetto comico di questa versione è che poi sono proprio i Sinottici a descrivere con dovizia di particolari tutto quello che di «mistico» fece Gesù in quel frangente, come se tutti fossero lì a osservarlo.

Il fatto che dormissero ha indotto i Sinottici a sostenere la versione che i discepoli non si aspettavano assolutamente che il tradimento si sareb­be verificato in quel modo, in quel momento, in quel luogo, sicché, al mo­mento del risveglio, paiono come terrorizzati e sono indotti ad abbandonar­lo e a fuggire. Pietro, nei Sinottici, appare sì impulsivo, ma come un eroe disperato, che non sa esattamente cosa fare.

In Giovanni la situazione è del tutto capovolta: invece di tacere, Gesù si fa avanti; invece di aspettare che vengano scoperti, si fa scoprire; vuol dominare il più possibile gli avvenimenti prima che questi prevalgano da soli; vuole scongiurare inutili e irresponsabili estremismi. È lui che si fa catturare, non per adempiere alla volontà di dio, ma per evitare una sicura sconfitta, forse nella speranza che s’illudessero, catturando soltanto il leader di un movimento, di aver distrutto tutto il movimento.

Giovanni conclude dicendo che due apostoli tornarono indietro per vedere dove conducevano Gesù: erano Pietro e Giovanni (18,15). Nei Si­nottici invece fuggono tutti, ad eccezione di un giovanetto (forse lo stesso Marco), che provò a seguirli, ma invano: dovette anche lui fuggire, dopo aver lasciato il lenzuolo con cui era vestito nelle mani degli inseguitori (Mc 14,51 s.). La figura di questo giovanetto pare essere più metaforica che realistica, in quanto la cattura di Gesù è avvenuta nel Getsemani, cioè in un luogo che per gli apostoli andava considerato come un rifugio segreto, dove assai difficilmente avrebbero portato, in quel momento così pericoloso, un ragazzino imberbe. Si pensa che l’immagine sia una sorta di «firma di autenticità» dello stesso redattore Marco.

Ma la cosa più stupefacente che a questo punto dice Giovanni è che i due apostoli poterono entrare nel palazzo del sommo sacerdote Anna e ascoltare il primo processo davanti alle autorità giudaiche, proprio perché Giovanni era conosciuto dallo stesso Anna. Dunque – ci si può chiedere – se Giovanni aveva aderenze del genere a Gerusalemme, perché incaricare Giu­da di compiere quella missione così delicata? Forse perché la missione era rivolta proprio a quei farisei progressisti che non avrebbero visto di buon occhio un ambasciatore come Giovanni, i cui trascorsi, ai tempi del disce­polato presso il Battista, avevano riguardato anche gli ambienti di Anna? Quando il Cristo cacciò i mercanti dal Tempio Giovanni era un seguace del Battista e decise di lasciare quest’ultimo proprio in seguito a quella energica «purificazione», cui il Battista non volle partecipare. Anche il fariseo Nico­demo era sul punto di farsi seguace del Cristo, ma all’ultimo momento de­clinò l’offerta. Può darsi che in quell’occasione fu proprio Giuda a staccarsi dal fariseismo progressista.

Il rinnegamento di Pietro

Gv 13,33-38

[33] Figlioli, anco­ra per poco sono con voi; voi mi cer­cherete, ma come ho già detto ai Giu­dei, lo dico ora an­che a voi: dove vado io voi non po­tete venire.

[34] Vi do un co­mandamento nuo­vo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho ama­to, così amatevi an­che voi gli uni gli altri.

[35] Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri».

[36] Simon Pietro gli dice: «Signore, dove vai?». Gli ri­spose Gesù: «Dove io vado per ora tu non puoi seguirmi; mi seguirai più tar­di».

[37] Pietro disse: «Signore, perché non posso seguirti ora? Darò la mia vita per te!».

[38] Rispose Gesù: «Darai la tua vita per me? In verità, in verità ti dico: non canterà il gallo, prima che tu non m’abbia rinnegato tre volte».

Mc 14,26-31

[26] E dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi.

[27] Gesù disse loro: “Tutti rimarrete scandalizzati, poiché sta scritto:

Percuoterò il pastore e le pecore saranno disperse.

[28] Ma, dopo la mia risurrezione, vi precederò in Galilea”.

[29] Allora Pietro gli disse: “Anche se tutti saranno scandalizzati, io non lo sarò”.

[30] Gesù gli disse: “In verità ti dico: proprio tu oggi, in questa stessa notte, prima che il gallo canti due volte, mi rinnegherai tre volte”.

[31] Ma egli, con grande insistenza, diceva: “Se anche dovessi morire con te, non ti rinnegherò”. Lo stesso dicevano anche tutti gli altri.

Mt 26,30-35

[30] E dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi.

[31] Allora Gesù disse loro: “Voi tutti vi scandalizzerete per causa mia in questa notte. Sta scritto infatti:

Percuoterò il pastore e saranno disperse le pecore del gregge,

[32] ma dopo la mia risurrezione, vi precederò in Galilea”.

[33] E Pietro gli disse: “Anche se tutti si scandalizzassero di te, io non mi scandalizzerò mai”.

[34] Gli disse Gesù: “In verità ti dico: questa notte stessa, prima che il gallo canti, mi rinnegherai tre volte”.

[35] E Pietro gli rispose: “Anche se dovessi morire con te, non ti rinnegherò”. Lo stesso dissero tutti gli altri discepoli.

Lc 22,24-34

[24] Sorse anche una discussione, chi di loro poteva esser considerato il più grande.

[25] Egli disse: “I re delle nazioni le governano, e coloro che hanno il potere su di esse si fanno chiamare benefattori.

[26] Per voi però non sia così; ma chi è il più grande tra voi diventi come il più piccolo e chi governa come colui che serve.

[27] Infatti chi è più grande, chi sta a tavola o chi serve? Non è forse colui che sta a tavola? Eppure io sto in mezzo a voi come colui che serve.

[28] Voi siete quelli che avete perseverato con me nelle mie prove;

[29] e io preparo per voi un regno, come il Padre l’ha preparato per me,

[30] perché possiate mangiare e bere alla mia mensa nel mio regno e siederete in trono a giudicare le dodici tribù di Israele.

[31] Simone, Simone, ecco satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano;

[32] ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede; e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli”.

[33] E Pietro gli disse: “Signore, con te sono pronto ad andare in prigione e alla morte”.

[34] Gli rispose: “Pietro, io ti dico: non canterà oggi il gallo prima che tu per tre volte avrai negato di conoscermi”.

*

Stando al vangelo attribuito a Giovanni (13,36 ss.), non si capisce, a differenza che in quello di Marco (14,26 ss.), che Gesù, mentre profetizzava a Pietro che l’avrebbe rinnegato tre volte, si trovava con gli apostoli nel Getse­mani. Tale contesto, se si vuole, è abbastanza logico, in quanto, pur essendo quella previsione del tutto fantasiosa, il sospetto di essere traditi aveva già indotto la comitiva ad andarsene dal luogo del pasto in comune e a rifugiarsi nel luogo segreto, utilizzato altre volte. In quell’orto degli ulivi può apparire del tutto naturale che Gesù abbia messo gli apostoli sull’avviso di una loro possibile cattura, o quanto meno di un duro scontro armato con esito fatale per loro, in quanto sicuramente, se vi era stato un tradimento tale per cui era stato rivelato il loro luogo segreto, sarebbero venuti a cercarli in massa e ben armati. È stato di fronte a queste parole che Pietro deve aver detto che non sarebbe mai fuggito, anche a costo di affrontare il nemico col rischio di morire.

Nel vangelo di Marco la descrizione di Cristo, in quel frangente, è – come spesso succede quando si vogliono mistificare religiosamente le cose – quella di un dio in grado di prevedere esattamente gli eventi futuri. In altre parole, lui sarebbe stato catturato e loro, disperati, sarebbero fuggiti, ma tutti si sarebbero ritrovati in Galilea dopo la sua resurrezione. Si noti che al v. 28 si parla proprio di «resurrezione», dando per scontato che il loro leader sarebbe stato ucciso o giustiziato. Non si tratta di una semplice rassicurazione che chiunque può fare, nei momenti più difficili, per scongiurare il peggio o allentare la tensione. Non a caso il vangelo di Marco si chiuderà con le parole che l’angelo dirà alle donne sbigottite davanti al sepolcro vuoto: «Ora andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro ch’egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto» (16,7).

La descrizione marciana dei fatti appare piuttosto bizzarra, persino illogica dal punto di vista teologico. Infatti l’evangelista fa dire a Pietro che non si sarebbe «scandalizzato» della cattura di Gesù, e non sarebbe quindi fuggito. Il che però potrebbe anche essere interpretato nel senso che l’apostolo sapeva bene che il Cristo sarebbe risorto!1

In realtà si riesce a intuire ugualmente che Pietro intendeva dire che avrebbe difeso il Cristo rischiando di persona. E tutti gli altri dicono la stessa cosa, dimostrando così di non aver capito le parole di Gesù relative alla resurrezione o addirittura di non averle accettate.

La cosa strana, nel vangelo di Marco, è che il rinnegamento di Pietro viene previsto da Gesù esattamente come il tradimento di Giuda.2 Ora, chiunque si rende facilmente conto che quando le cose sono preannunciate e si verificano puntualmente, la responsabilità di chi le compie, nel bene o nel male, è notevolmente ridotta. Qui l’evangelista, pur di mistificare quel particolare momento politico, in cui tutto era in gioco, è stato costretto a concedere alla teologia uno spazio enorme, con cui alla fine può giustificare tutto e tutti: il tradimento di Giuda, il rinnegamento di Pietro e la crocifissione del Cristo (o meglio, la sua autoimmolazione). Nessuno ha davvero una «colpa» o un «merito» di ciò che è accaduto, in quanto tutto era debitamente previsto dalla insondabile prescienza divina (quella di cui parlerà espressamente Pietro in At 2,23).3 Dunque Gesù non si era rifugiato, coi suoi discepoli, nel Getse­mani per sottrarsi alla cattura, ma soltanto per fare in modo che loro si salvassero (d’altra parte di fronte al supremo sacrificio di un dio, per il bene dell’umanità, a cosa sarebbe servito quello di pochi uomini?).

*

La versione di Luca contiene degli aspetti ancora più sconcertanti. Ovviamente anche lui deve mettere, come cappello introduttivo, la sua dose di misticismo, sicché fa dire a Gesù, rivolto a Pietro: «Quando sarai convertito, conferma i tuoi fratelli» (22,32). Il che voleva dire che quando egli avrà capito la necessità della morte in croce, dovrà poi spiegarla agli apostoli, usando il concetto di «resurrezione».

A parte questo, resta assai poco spiegabile, in Luca, il motivo per cui, in quel contesto, Gesù abbia detto ai suoi discepoli più stretti (o ai discepoli in generale) di vendere il mantello e di comprare una spada (v. 36). Stando all’impostazione teologica del racconto in oggetto e, in fondo, di tutto il suo vangelo, in quel momento le spade avrebbero dovuto semmai deporle, non barattarle coi loro mantelli. Se il Cristo «doveva» essere catturato, a che pro difenderlo?

Il bello è che tutti gli apostoli, in quel momento, non avevano affatto bisogno di vendere i loro mantelli, in quanto – secondo Luca – erano già tutti armati. Infatti presentano a Gesù due spade, come se stessero obbedendo a un ordine militare. Al che lui risponde, perentorio: «Basta!» (v. 38). E non dimentichiamo che Pietro cercò di uccidere Malco, il servo del sommo sacerdote (Lc 22,50; Gv 18,10).

Questo modo di presentare le cose è davvero strano. Luca dà l’impressione di essere a conoscenza di un lato militaresco nell’ambito dei Dodici, che negli altri vangeli è stato accuratamente rimosso. Stando alla sua versione, gli apostoli sarebbero stati disposti a morire per Gesù, senza rendersi conto che se Giuda avesse rivelato il nascondiglio segreto, sarebbe giunta una massa di uomini armati di tutto punto, nei cui confronti non vi sarebbe stata alcuna possibilità di vincere. Non saper valutare le forze in campo e volersi difendere a tutti i costi, senza accettare l’idea della resa, significa essere degli irresponsabili. Cosa che Gesù comprese perfettamente quando al momento della trattativa per la sua cattura, chiese di lasciare andare i suoi discepoli, consegnandosi spontaneamente: in questo modo nessuno ci avrebbe rimesso la vita.

*

Ora però vediamo la versione di Giovanni. Anche la piccola pericope in cui Gesù preannuncia a Pietro il rinnegamento, vi sono mistificazioni a non finire, anche se condotte a un livello superiore. Si faccia attenzione ai sottintesi.

– Simone gli domandò: «Dove vai?». Cioè: «Perché vuoi rinunciare all’insurrezione armata?». Oppure: «Perché vuoi farti ammazzare come un agnello sacrificale? Che senso ha essere venuti qui a Gerusalemme?». Ovviamente queste parole vanno collegate al v. 33: «Per poco sono ancora con voi. Dove vado io, voi non potete venire», che hanno un chiaro riferimento redazionale alla morte e resurrezione.

– Gesù rispose: «Dove vado io, non puoi seguirmi per ora; ma mi seguirai più tardi». Il che significa, in altre parole: «Il motivo per cui voglio sacrificarmi ora non puoi capirlo, ma lo capirai dopo che sarò risorto».

– Pietro gli disse: «Perché non posso seguirti ora? Darò la mia vita per te!». Cioè: «Se hai deciso di sacrificarti, consegnandoti al nemico, lo farò anch’io». In sostanza gli autori hanno trasformato il Cristo da politico a religioso, e Pietro, che viene presentato come un politico, non può capirlo. È infatti da escludere che qui si voglia presentarlo come uno che aveva capito il motivo religioso dell’autoimmolazione del Cristo e che chiedeva d’imitare il suo maestro.

– Gesù gli rispose: «In verità ti dico che il gallo non canterà che già tu non mi abbia rinnegato tre volte». Cioè non è questione di viltà, ma proprio del fatto che Pietro, se sapesse sino in fondo il motivo per cui Cristo si lascia giustiziare, non accetterebbe tanto facilmente di seguirlo. Quindi il motivo del rinnegamento è abbastanza evidente: l’avrebbe fatto in quanto «politico», non essendo ancora pronto ad accettare, sino in fondo, la motivazione «religiosa» sottesa al martirio.

Tuttavia c’è qualcosa che non quadra. Pietro qui viene sminuito da una comunità post-pasquale, che ha già accettato la tesi fondamentale dello stesso Pietro, secondo cui la tomba vuota andava interpretata come «resurrezione». Ma allora perché sminuirlo? Perché tacciarlo di pavidità? Qui la risposta non è semplice, ma si fa fatica a trovarne un’altra: il torto di Pietro starebbe nel fatto che volle gestire l’idea di «resurrezione» in maniera regressiva, rinunciando a qualunque lotta armata. Pietro aveva detto che, se Cristo era risorto, bisognava attendere passivamente il suo ritorno, che sicuramente sarebbe stato trionfale.

Qui la critica che i redattori fanno a Pietro non è tanto quella di non aver capito in tempo la natura divina del Cristo, quanto piuttosto quella di aver rinnegato i suoi ideali politici, in quanto avrebbe potuto tranquillamente proseguire il progetto insurrezionale del Cristo, pur non escludendo l’idea di una misteriosa scomparsa del corpo di Gesù dalla tomba. Cioè avrebbe dovuto proseguire ciò che insieme si era deciso e non inventarsi qualcosa di nuovo, che avrebbe mandato tutto all’aria. Questa, infatti, era la posizione di Giovanni, che aveva rifiutato – come risulta dall’Apocalisse – di fare della scoperta della tomba vuota un motivo per rinunciare all’insurrezione. Di qui peraltro la sua improvvisa scomparsa dai racconti degli Atti degli apostoli.

Note

1 Nel IV vangelo Gesù usa un linguaggio più sfumato, ancorché non meno mistico: «Dove vado io, voi non potete venire» (13,33).

2 L’altra stranezza sta nel fatto che Marco sembra parlare di «monte degli ulivi» (v. 26) e di «Getsemani» (v. 32) come di due luoghi diversi.

3 Vengono qui in mente taluni miti pagani, in cui i padri chiedono ai figli di sacrificarsi per il bene dell’umanità, di quell’umanità che gli stessi figli hanno voluto e che i padri hanno concesso malvolentieri, sapendo già in anticipo come sarebbe andata a finire.

Il tradimento di Giuda

Gv 13,21-30

[21] Dette queste cose, Gesù si com­mosse profonda­mente e dichiarò: «In verità, in verità vi dico: uno di voi mi tradirà».

[22] I discepoli si guardarono gli uni gli altri, non sapen­do di chi parlasse.

[23] Ora uno dei discepoli, quello che Gesù amava, si trovava a tavola al fianco di Gesù.

[24] Simon Pietro gli fece un cenno e gli disse: «Chiedi chi è colui a cui si riferisce».

[25] Ed egli recli­nandosi così sul petto di Gesù, gli disse: «Signore, chi è?».

[26] Rispose allora Gesù: «È colui per il quale intingerò un boccone e glielo darò». E intinto il boccone, lo prese e lo diede a Giuda Iscariota, figlio di Simone.

[27] E allora, dopo quel boccone, sata­na entrò in lui. Gesù quindi gli dis­se: «Quello che devi fare fallo al più presto».

[28] Nessuno dei commensali capì perché gli aveva detto questo;

[29] alcuni infatti pensavano che, te­nendo Giuda la cas­sa, Gesù gli avesse detto: «Compra quello che ci occor­re per la festa», op­pure che dovesse dare qualche cosa ai poveri.

[30] Preso il bocco­ne, egli subito uscì. Ed era notte.

[31] Quand’egli fu uscito, Gesù disse: «Ora il Figlio del­l’uomo è stato glo­rificato, e anche Dio è stato glorifi­cato in lui.

[32] Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glori­ficherà da parte sua e lo glorificherà su­bito.

Mc 14,18-21

[18] Ora, mentre erano a mensa e mangiavano, Gesù disse: «In verità vi dico, uno di voi, colui che mangia con me, mi tradirà».

[19] Allora comin­ciarono a rattristarsi e a dirgli uno dopo l’altro: «Sono forse io?».

[20] Ed egli disse loro: «Uno dei Do­dici, colui che in­tinge con me nel piatto.

[21] Il Figlio del­l’uomo se ne va, come sta scritto di lui, ma guai a quel­l’uomo dal quale il Figlio dell’uomo è tradito! Bene per quell’uomo se non fosse mai nato!».

Mt 26,21-25

[21] Mentre man­giavano disse: «In verità io vi dico, uno di voi mi tradi­rà».

[22] Ed essi, addo­lorati profonda­mente, incomincia­rono ciascuno a do­mandargli: «Sono forse io, Signore?».

[23] Ed egli rispo­se: «Colui che ha intinto con me la mano nel piatto, quello mi tradirà.

[24] Il Figlio del­l’uomo se ne va, come è scritto di lui, ma guai a colui dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito; sarebbe me­glio per quell’uomo se non fosse mai nato!».

[25] Giuda, il tradi­tore, disse: «Rabbì, sono forse io?». Gli rispose: «Tu l’hai detto».

Lc 22,22-23

[21] «Ecco la mano di colui che mi tra­disce è con me sul­la tavola.

[22] Il Figlio del­l’uomo se ne va, se­condo quanto è sta­bilito; ma guai a quell’uomo dal qua­le è tradito!».

[23] Allora essi co­minciarono a do­mandarsi a vicenda chi di essi avrebbe fatto ciò.

*

Il primo evangelista a scrivere, Marco, non ha dubbi nel sostenere che se il Cristo «doveva morire» (ovviamente di morte violenta), perché così era «scritto nei cieli», egli non poteva non essere tradito da qualcuno dei suoi più stretti discepoli. «Il Figlio dell’uomo se ne va, come sta scritto di lui, ma guai a quell’uomo dal quale il Figlio dell’uomo è tradito!» (Mc 14,21). Matteo e Luca dicono la stessa cosa, e nessuno si rende conto che se questa scomparsa dipendeva dalla volontà divina, la colpa di Giuda andava di molto ridimensionata; la sua azione anzi veniva a configurarsi come provvidenziale nell’economia salvifica del padre eterno, che tutto predispo­ne con largo margine di anticipo sulle possibili scelte degli uomini. Questa in fondo è anche la tesi del vangelo di Giuda, uno degli ultimi apocrifi ritro­vati.

Giovanni invece, come al solito, è più sottile: è vero che nella par­te posticcia, aggiunta successivamente da un altro redattore, ribadisce la tesi sinottica (di origine petrina) della «morte necessaria», ma in quella più au­tentica fa capire, più realisticamente e anche più semplicemente, che Gesù temeva che qualcuno dei Dodici avrebbe potuto far fallire la causa rivolu­zionaria nel suo momento più critico.

I quattro evangelisti, che ragionano ex-post, cioè col senno del poi, assumono una posizione, nei confronti del tradimento di Giuda, che si può sintetizzare nelle seguenti. Gesù fece:

– un’affermazione esplicita relativa al fatto che qualcuno degli apostoli l’a­vrebbe tradito (Mc, Mt, Lc e Gv);

– un’affermazione esplicita sul fatto che il traditore sarebbe stato Giuda (Mt);

– una confessione riservata a Giovanni sul nome preciso del traditore (Gv).

Tuttavia solo i Sinottici sostengono che la decisione di tradire ven­ne presa da Giuda prima dell’ultima cena. Così scrive Marco: «Giuda Isca­riota andò dai capi dei sacerdoti per aiutarli ad arrestare Gesù. Essi furono molto contenti della sua proposta e promisero di dargli dei soldi. Allora Giuda si mise a cercare un’occasione per farlo arrestare» (14,10 ss.). Luca aggiunge che voleva farlo catturare «lontano dalla folla» (22,6). Matteo (26,14 ss.) sostiene che il tradimento avvenne soltanto per motivi economi­ci: Giuda era disposto a tradire dietro congruo compenso (le famose trenta monete d’argento). Quanto a Giovanni, egli si limita a dire che i capi dei sa­cerdoti e i farisei, dopo l’episodio di Lazzaro, avevano dato ordine di arre­starlo (11,49 ss.): non viene citata alcuna ricompensa, anche perché solo nel corso dell’ultima cena Giuda decise di tradirlo (13,2.27).

Già al momento della cosiddetta «moltiplicazione dei pani» Giuda – stando alla versione giovannea (6,70) – non aveva capito il rifiuto di Gesù di diventare «re» d’Israele, sul modello dei grandi predecessori, Davide e Salomone, e si era scandalizzato nel vedere che Gesù voleva scardinare le tradizioni politico-religiose del giudaismo classico. Se questa versione è vera, allora probabilmente egli non era rimasto molto entusiasta neppure dell’ingresso trionfale del messia a Gerusalemme, avvenuto qualche giorno prima dell’ultima cena, avente lo scopo di preparare l’insurrezione armata.

Ora poi, con la lavanda dei piedi, il suo imbarazzo doveva essere stato non meno forte di quello di Pietro, che ebbe l’ardire di manifestarlo esplicitamente. A dir il vero l’azione in sé era abbastanza consueta nella Pa­lestina d’allora. All’ospite che viaggiava per le strade polverose si offriva l’acqua per lavarsi i piedi. Chi aveva dei servi li utilizzava in quell’occasio­ne. Raramente però i discepoli lo facevano in modo spontaneo come segno di riverenza verso il loro maestro. Che fosse poi quest’ultimo a farlo nei loro confronti, era del tutto inconcepibile.

Dunque ammesso e non concesso che tale rito simbolico (non del battesimo, ma dell’umiltà) sia effettivamente accaduto, è fuor di dubbio che durante l’ultima cena non si deve aver parlato soltanto dei preparativi per l’imminente rivolta popolare, ma anche dei rischi cui si sarebbe andati in­contro nell’eventualità di un insuccesso. In quel particolare frangente tutti dovevano essere ben consapevoli che in gioco era la vita.

La coesione tra loro doveva essere massima, assoluto il rispetto delle regole. Il significato del racconto della lavanda dei piedi stava nel fat­to che gli apostoli avrebbero dovuto fidarsi del loro leader, che non aveva scelto la soluzione dell’insurrezione armata per spirito d’avventura o per ot­tenere un potere personale, ma unicamente per il bene del paese.

Per realizzare tale obiettivo egli era disposto anche al sacrificio della vita e chiedeva che lo stesso spirito di abnegazione animasse anche gli altri leader. Di fronte però al fatto ch’egli mostrasse con l’esempio servile della lavanda dei piedi tale proposito, Pietro, abituato a ragionare più in ter­mini politici che umani, rimase un po’ risentito e protestò. Egli infatti vole­va compiere la rivoluzione ad ogni costo e gli pareva quanto meno fuori luogo una preoccupazione di tipo «democratico» nel momento in cui si do­veva tirar fuori la spada per abbattere il nemico.

Nel racconto di Giovanni Pietro ostenta una certa permalosità, come se in realtà avesse detto: «Se non ti fidi di me, allora dimmi chiara­mente che mi escludi dall’impresa». Gesù infatti non stava mettendo in di­scussione il coraggio politico degli apostoli, ma la capacità di affrontare in maniera democratica degli eventi che sarebbero anche potuti sfuggire di mano.

Da questo punto di vista che vi sia stato il gesto effettivo della la­vanda dei piedi o una semplice chiacchierata sull’esigenza di rispettare le regole e di amarsi reciprocamente, non fa molta differenza. Se il Cristo, ad un certo punto, si risolse a ricorrere all’espediente servile, forse lo fece per­ché aveva a che fare con discepoli che non si rendevano sufficientemente conto dell’importanza della democrazia nei momenti rivoluzionari.

Se tutto fosse filato liscio, la vittoria sarebbe stata certa, ma non sarebbe stata scontata la gestione legale, umanitaria della vittoria. Si dove­vano evitare assolutamente gli eccessi contro la guarnigione romana, le ri­torsioni contro i collaborazionisti ebrei, le vendette private, gli eccidi di massa nel timore di una controrivoluzione interna, in una parola la violenza gratuita.

Anche perché il vero problema non era tanto quello di come vince­re nella capitale, quanto piuttosto di come resistere alla inevitabile controf­fensiva imperiale. La questione cruciale da affrontare sarebbe stata quella di come convincere la maggioranza della popolazione a organizzare una re­sistenza armata contro lo strapotere delle legioni romane, le più forti del mondo.

La gente comune infatti, per potersi muovere rischiando la vita, non ha soltanto bisogno di trovarsi in condizioni particolarmente difficili, ma anche di credere nella possibilità di una sconfitta del nemico. E questo atteggiamento va saputo gestire: il popolo non è carne da macello, non lo si può obbligare al sacrificio. Il popolo va persuaso in maniera democratica, lasciandogli la possibilità di scelta.

Chi pensa che un leader non si debba abbassare come un servo, al punto da lavare i piedi ai suoi discepoli, ha capito poco della democrazia e rischia di far fallire gli obiettivi della rivoluzione. Questa cosa la si evince anche da quanto il Cristo dice nel racconto di Lc 22,24 ss., che pur non ri­porta la lavanda dei piedi: «Secondo voi chi è più importante: chi siede a ta­vola o chi sta a servire? Quello che siede a tavola, non vi pare? Eppure io sto in mezzo a voi come un servo».

Poiché gli evangelisti sostengono la tesi della «morte necessaria» del messia, è venuto loro spontaneo far dire al Cristo, con perentorietà, che il tradimento di uno degli apostoli non era affatto una eventualità remota, bensì una cosa inevitabile, soteriologicamente prevista, al punto che sin dal­l’inizio del racconto sull’ultima cena si fa capire al lettore ch’egli sapesse con sicurezza chi lo stava tradendo.

Il tono apodittico, usato per aumentare la tensione e la solennità degli ultimi avvenimenti, sta p. es. in parole o espressioni del genere: «Io vi assicuro» (Mc 14,18; Mt 26,20; Gv 13,21); «È stato stabilito per lui» (Lc 22,22); «Il Figlio dell’uomo sta per morire, così come è scritto nella Bibbia» (Mc 14,21; Mt 26,24); «Devono realizzarsi queste parole della Bib­bia: Colui che mangia il mio pane si è ribellato contro di me (Sal 41,10). Ve lo dico ora, prima che accada; così, quando accadrà, voi crederete che Io sono» (Gv 13,18 s.).

In realtà se avesse detto parole del genere, avrebbe subito creato un clima di terrore, di panico generale, di sospetti e diffidenze tali da ri­schiare di paralizzare la capacità decisionale di tutto il movimento, che in quel frangente così particolarmente delicato per i destini del paese, doveva assolutamente restare immutata.

Al massimo dunque egli può aver manifestato preoccupazioni di carattere generale, può aver ventilato delle ipotesi cautelative, al fine di scongiurare ogni pericolo, ogni imprevisto, nei limiti del possibile ovvia­mente. È da escludere a priori ch’egli abbia sostenuto delle certezze relative al tradimento, meno che mai può aver formulato il nome del traditore, né apertamente a tutti, né velatamente al discepolo prediletto.

Nel quarto vangelo Pietro, addirittura, vuol farsi dire da Giovanni, dopo che questi aveva ottenuto la confidenza da parte di Gesù, il nome del traditore, per poterlo fermare in tempo, coi metodi che possiamo immagina­re. Anche ammettendo questo ruolo «poliziesco» che Pietro avrebbe voluto avere nell’ultima cena, è davvero impensabile credere che, sapendo con cer­tezza il nome del traditore, lo stesso Cristo non avrebbe fatto nulla per scongiurare la possibile débâcle dell’insurrezione.

È invece possibile che Pietro abbia chiesto a Giovanni di farsi dire dal Cristo se aveva dei sospetti concreti, degli indizi precisi, ma va escluso categoricamente che Giovanni abbia ottenuto la confidenza sull’identità del traditore. Tutto quanto viene scritto nel suo vangelo in merito a quella con­fidenza personale, va considerato come un semplice espediente letterario, la cui finalità era quella di dimostrare o che Giovanni non aveva mai avuto alcuna stima di Giuda, oppure che Giovanni era superiore a Pietro. Ma a tragedia avvenuta egli si sarà chiesto mille volte come fosse stato possibile che nessuno degli apostoli si rendesse conto chi tra loro avrebbe tradito e che cosa si sarebbe potuto fare per evitare quella sciagura.

Il fatto è che nei vangeli tutto deve apparire esplicito: la necessità del tradimento e addirittura il nome del traditore. Scopo di questo è sostene­re la tesi della inevitabilità della morte del messia, la quale, a sua volta, è subordinata alla tesi della equiparazione del messia a dio. Se rifiutassimo di considerare mistificante questa spiegazione dei fatti post-eventum, si fini­rebbe col dover fare valutazioni molto imbarazzanti sul ruolo di taluni di­scepoli, in particolare proprio su quello di Giovanni.

Supponendo infatti ch’egli avesse ottenuto la confidenza da parte di Gesù, ascoltata nel mentre gli teneva il capo appoggiato sul petto, per quale motivo non avrebbe fatto nulla per impedire che il tradimento si rea­lizzasse? Perché non dire niente a Pietro? Quali considerazioni di opportu­nità può aver fatto per permettere a Giuda di agire indisturbato? Temeva forse che se Giuda fosse stato emarginato o addirittura giustiziato, la con­grega dei Dodici si sarebbe spaccata a metà, mandando a picco l’idea della rivoluzione?

Alcuni esegeti sono persino arrivati a sostenere che mentre per tut­ti gli altri apostoli la tesi della «morte necessaria» fu acquisita soltanto dopo la scoperta della tomba vuota, in Giovanni invece essa era chiara sin dall’i­nizio. Se così fosse, noi dovremmo affermare che proprio il discepolo pre­diletto sarebbe stato, in ultima istanza, uno dei principali responsabili della morte di Gesù!

Questo per dire che le esegesi di tipo confessionale generalmente non valgono nulla. Il fatto stesso che considerino quella riunione politica una sorta di cena mistica o rituale, nell’imminenza della Pasqua ebraica, le squalifica in partenza. In quel momento non si istituì alcun sacramento eu­caristico, ma la tattica della presa del potere, per realizzare la strategia del­l’insurrezione nazionale. È impensabile sostenere che in quella notte così decisiva, Gesù o Giovanni, pur conoscendo bene l’identità del traditore e ciò che di lì a pochissimo stava per compiere, avevano deciso di non fare assolutamente nulla per fermarlo.

Intanto va detto che Giovanni, scrivendo che solo a lui Gesù fece una personale confidenza, smentisce per così dire i Sinottici, là dove so­stengono che la certezza assoluta del tradimento e l’identità precisa del tra­ditore erano cosa nota a tutti gli apostoli, al punto che Giuda è in un certo senso costretto a svolgere il suo vergognoso ruolo. Tuttavia se confidenza ci fu, è da scartare a priori l’idea che Gesù volesse perorare una qualche causa fatalistica o irrazionalistica, del tipo «l’eroe deve morire» o «la verità sta nel martirio». Al massimo può aver chiesto al discepolo più fidato di vi­gilare sugli elementi più instabili, senza però creare una mini-rete spionisti­ca, che avrebbe finito col danneggiare gli interessi della squadra.

Tutta la ricostruzione della vicenda, fatta dagli evangelisti, risulta completamente falsata dall’idea mistica che Gesù fosse una sorta di extra­terrestre, dotato di poteri assolutamente straordinari, in grado di prevedere in anticipo qualunque tipo di scenario e, nello stesso tempo, capace di sal­vaguardare la libertà di scelta di ognuno. Cosa che, se anche per ipotesi fos­se stata vera, non sarebbe mai potuta apparire esplicitamente, proprio per evitare che gli apostoli nutrissero l’impressione di stare recitando una parte il cui copione era già scritto altrove. La chiesa non riesce a rendersi conto che quanto più si presenta Gesù come un dio, tanto più si toglie all’uomo ciò che lo distingue dall’animale, e cioè il libero arbitrio.

Sarebbe infatti paradossale pensare sia la seguente cosa che il suo contrario, sulla base della convinzione che Gesù fosse il figlio di dio: e cioè da un lato che il tradimento avrebbe potuto essere vanificato dal Cristo in qualunque momento (in tal senso Giuda avrebbe tradito soltanto per metter­lo alla prova, per spingerlo a trionfare sui propri nemici a tutti i costi, men­tre Giovanni per lo stesso motivo avrebbe taciuto); dall’altro invece che il tradimento rientrava nell’economia salvifica di dio, per cui andava accettato come una necessità inderogabile (in tal senso Giuda, senza sapere quello che faceva, avrebbe tradito per vedere se Gesù rifiutava il destino del «cali­ce», mentre Giovanni avrebbe taciuto, sapendolo bene). In entrambi i casi Giuda, a resurrezione avvenuta, sarebbe stato facilmente perdonato e a Gio­vanni sarebbe stato riconosciuto il privilegio di considerarsi il «discepolo prediletto».

Tuttavia, piuttosto che cadere in interpretazioni del tutto fantasio­se, gli esegeti farebbero meglio a immaginarsi una situazione molto più rea­listica, in cui da un lato si doveva decidere qualcosa che poteva mettere a repentaglio la vita di tutti, dall’altro si doveva in qualche modo evitare che la possibilità di un fallimento dell’insurrezione potesse dipendere non da cause di forza maggiore, assolutamente imprevedibili, ma da fattori sogget­tivi, come appunto la defezione di qualcuno o un tradimento all’ultimo mi­nuto.

Se dunque Gesù o Giovanni sospettarono qualcosa o qualcuno, ciò non poteva tradursi in un motivo sufficiente per bloccare del tutto il tentati­vo insurrezionale. La macchina era già stata messa in moto durante l’ingres­so messianico, anzi, ancor prima, durante l’episodio di Lazzaro, che i Sinot­tici tacciono perché evidentemente appariva troppo favorevole a una visio­ne politico-rivoluzionaria del Cristo. Ora la gente si aspettava qualcosa di risolutivo, anche perché, chi era andato incontro a Gesù e ai suoi discepoli coi ramoscelli d’ulivo chiamandolo «salvatore della patria», aveva sicura­mente rischiato qualcosa. In quell’occasione le guardie del Tempio e la guarnigione romana, nella adiacente fortezza Antonia, evitarono d’interve­nire proprio perché la folla era troppo numerosa. Noi non sappiamo chi avesse organizzato quell’evento spettacolare, in grado di mettere le autorità nel panico, ma non è da escludere che tra i registi vi fossero i seguaci di Lazzaro (Gv 12,17 s.).

Insomma il possibile tradimento di uno non poteva vanificare le speranze di molti. Se, pur sapendo su chi era meglio nutrire i maggiori so­spetti, si decise di proseguire comunque la missione, evitando di assumere atteggiamenti autoritari (quelli che invece avrebbe voluto prendere Pietro), il motivo probabilmente era che si pensava che il tradimento sarebbe rima­sto una possibilità teorica, destinata a rientrare da sola, a insurrezione avve­nuta con successo, oppure che, nella peggiore delle ipotesi, esso non avreb­be avuto un effetto devastante sulla riuscita dell’impresa. I tempi cioè erano talmente maturi per una generale insurrezione anti-romana da rendere im­pensabile un’inversione di rotta. Sarebbe stata la forza degli eventi a ridi­mensionare la gravità del gesto o dell’intenzione di Giuda. Ormai non era più in gioco il solo destino dei Dodici o del movimento nazareno, ma del­l’intera nazione. Ormai il tradimento più grande non poteva più essere quel­lo di un apostolo, ma quello di un intero popolo nei confronti di se stesso.

Giovanni quindi, se effettivamente seppe o intuì qualcosa di preoc­cupante e non fece nulla per evitarla, non fu dettato da basse motivazioni opportunistiche relative alla tutela dell’unità della compagine politica, né – come alcuni hanno detto – perché non ebbe il tempo materiale per avvisare Pietro, ma, escludendo ch’egli pensasse che il messia fosse un dio troppo grande per non superare la prova di un tradimento così umano, semplice­mente agì sulla base di tre ragioni: la prima è che non si può dare del tradi­tore a qualcuno che ancora non ha tradito, la seconda è che nessuno, usando la forza, può impedire a qualcuno di tradire, la terza è che nessuno può to­gliersi volontariamente la speranza di credere che, nonostante la possibilità del tradimento, non verrà pregiudicata la riuscita di un progetto rivoluzio­nario.

Ma la domanda più difficile, che ancora non abbiamo posto, è un’altra. Nel racconto di Giovanni appare chiaro che dal momento in cui Gesù, con grande familiarità, porse un boccone di pane inzuppato a Giuda, al momento in cui questi decise di tradirlo, non passò molto tempo. Noi sia­mo propensi a credere non solo che alla domanda di Giovanni di sapere il nome del possibile traditore, Gesù non diede alcuna risposta, né esplicita né implicita, ma anche che lo stesso Giovanni, a tragedia finita, abbia cercato di associare, con un nesso causale che in quel momento non poteva esserci, la dichiarazione relativa al tradimento col gesto del boccone.

Cioè la sequenza degli eventi narrata da Giovanni: dichiarazione sul tradimento, boccone offerto a Giuda, decisione di tradire e, da ultimo, richiesta di compiere una missione («Quello che devi fare, fallo presto»), non può aver avuto questa successione cronologica, altrimenti si dovrebbe dare per scontata una cosa inammissibile, e cioè che Gesù «voleva» essere tradito.

Infatti la domanda più difficile cui dobbiamo rispondere è questa: cosa doveva fare Giuda di tanto urgente? Davvero l’esigenza di Gesù era quella di sapere se Giuda avesse o no intenzione di tradirlo? O si vuole so­stenere che gli chiese addirittura di farlo, come sostengono i credenti, che sostituiscono l’idea politica di «rivoluzione» con quella religiosa di «morte necessaria»?

Dopo aver esplicitamente ammesso ch’esisteva la possibilità, all’in­terno del Collegio, di una grave defezione, Gesù aveva di fronte a sé due al­ternative: o rinunciare del tutto all’impresa insurrezionale, uscendo dalla città in quella stessa notte; oppure chiedere agli apostoli di stare uniti e di controllarsi a vicenda, senza per questo dover creare tensioni insopportabili, in cui il solo sospetto avrebbe rischiato di procurare più danni dello stesso tradimento. Se sceglieva la seconda soluzione, non gli restava che affronta­re la decisione finale, e solo in tal caso diventa legittimo chiedersi: aveva senso rischiare di affidare a Giuda l’incarico più delicato per la riuscita del­l’insurrezione, quando i principali sospetti ricadevano proprio su di lui?

Sì, aveva senso. Giuda era stato incaricato da Gesù di compiere qualcosa che solo lui poteva compiere, probabilmente perché essendo nati­vo della Giudea aveva agganci o referenze nella capitale più che non molti altri apostoli, originari com’erano della Galilea (Pietro, non dimentichiamo­lo, verrà scoperto proprio a causa della sua parlata). Probabilmente non venne scelto nessuno degli ex-seguaci del Battista, in quanto già si sapeva che gli esseni avrebbero o non avrebbero partecipato all’insurrezione. Ven­ne forse scelto Giuda perché questi, negli anni passati, aveva frequentato ambienti farisaici progressisti o forse zeloti della Giudea, e si attendeva da costoro una definitiva presa di posizione. Difficile dire se dal rifiuto di tale adesione sarebbe dipeso il destino dell’insurrezione del movimento nazare­no o se questa si sarebbe comunque fatta.

In ogni caso non si trattava tanto di mettere alla prova il presunto traditore, quanto piuttosto di affidargli un incarico della massima responsa­bilità per la riuscita definitiva della strategia rivoluzionaria. Il fatto che Gio­vanni dica che, al sentire quella frase: «Quello che devi fare, fallo presto» (Gv 13,27), «nessuno dei commensali capì; alcuni infatti pensavano che, te­nendo Giuda la cassa, Gesù gli avesse detto: – Compra quello che ci occorre per la festa; oppure che dovesse dare qualche cosa ai poveri» (13,28 s.), questo fatto non può indurre a credere che gli apostoli fossero seguaci di un messia folle, intenzionato a farsi tradire per fare della propria morte un cul­to di tipo religioso.

È paradossale che nel momento decisivo dell’insurrezione armata gli apostoli non abbiano capito il significato della missione che Giuda do­veva compiere, o che abbiano addirittura ipotizzato che proprio nel momen­to in cui finalmente si poteva assicurare un futuro ai poveri, Giuda dovesse far loro la beneficienza! O che nel momento in cui si decideva l’insurrezio­ne popolare, Giuda dovesse preoccuparsi di acquistare le vivande per il giorno dopo! È difficile pensare che Giovanni, così sempre attento ai parti­colari, possa aver scritto simili assurdità.

Peraltro, che bisogno aveva di presentare le cose in modo tale da dover ribadire una tesi già espressa ad abundantiam nei Sinottici? Qui deve essere intervenuta pesantemente la mano di qualche revisore. Infatti da come le cose vengono presentate, sembra che Gesù non solo non abbia fatto nulla per evitare il tradimento, ma anzi abbia fatto di tutto per provocarlo. Infatti, se il solo Giuda non fosse stato incaricato di qualcosa di particolare, che soltanto lui quindi poteva compiere, difficilmente questi avrebbe potuto trovare un’occasione più favorevole. Ma se il Cristo voleva farsi prendere, perché nascondersi coi suoi discepoli nel Getsemani e non restare invece nel cenacolo? Non decise forse di nascondersi nel Getsemani per dare a Giuda una seconda possibilità di non tradirlo sino in fondo?

L’insurrezione non poteva certo essere compiuta da dodici militan­ti: la guarnigione romana comprendeva circa 600 militari, cui andavano ag­giunte le guardie del Tempio e i vari collaborazionisti ebrei: come minimo c’erano un migliaio di persone ben armate da affrontare. Non si poteva ri­schiare l’avventura, anzi, bisognava essere sufficientemente sicuri che l’in­surrezione avrebbe avuto successo. Tuttavia il Cristo aveva bisogno di una conferma, poiché non tutto era stato ancora deciso, o comunque non tutto poteva essere deciso da loro.

Qui non era tanto in gioco la necessità di sapere su quali discepoli Gesù poteva contare con sicurezza e su quali invece era meglio nutrire dei dubbi; qui ormai il problema era diventato quello di come organizzare gli ultimi dettagli di una sommossa annunciata. Gesù non poteva aver incarica­to Giuda di compiere una missione particolare al solo scopo di verificare se era un discepolo affidabile: non c’era tempo per una cosa del genere, anche perché tutti loro, trovandosi all’interno della città, nell’eventualità di un tradimento, non avrebbero avuto scampo.

Gesù doveva necessariamente fidarsi di Giuda, il quale doveva contattare gli alleati (i farisei progressisti, gli zeloti…) e, a un segnale con­venuto, far scoppiare la rivolta armata popolare quella notte stessa. Dal tempo che avrebbe impiegato, Gesù poteva capire se la rivoluzione era stata tradita oppure no, ovvero se era il caso di tentarla lo stesso, seguendo un percorso diverso, o se era meglio posticiparla di qualche tempo, anche se quello della Pasqua (che durava sette giorni) era sicuramente il migliore, a motivo dell’enorme affluenza di massa nella capitale.

Questo sul piano politico. Sul piano umano la questione è molto più complessa. La sequenza degli eventi dell’ultima cena, di cui si parlava prima, ha qualcosa di altamente drammatico: Gesù che porge a Giuda un boccone di pane intinto nel sugo (cosa che in quel momento non fa neppure col discepolo prediletto) e nello stesso tempo gli chiede di compiere la mis­sione decisiva per la riuscita dell’insurrezione. Qui è come se si toccassero in un punto incandescente le esigenze dell’umano e quelle del politico. Non è facile trovare in altre parti dei vangeli una situazione emotiva così carica di pathos.

Per un militante come Giuda, abituato forse a considerare il politi­co più importante dell’umano, i due gesti della lavanda dei piedi (che anche Pietro, in un primo momento, aveva rifiutato) e del boccone di pane inzup­pato rischiavano di provocargli una lacerazione interiore. A quel punto o lui capiva che l’umano non poteva restare subordinato al politico, ovvero che nel politico del Cristo c’era un umano non meno significativo, oppure tradi­va. Per dargli la possibilità di decidere liberamente e consapevolmente, il Cristo gli affida, riconoscendogli la fiducia che meritava, il compito più im­portante di tutta la sua vita.

Se Giuda avesse avuto delle riserve sostanziali sulla strategia ge­nerale del progetto politico, non avrebbe potuto o dovuto trovarsi lì in quel momento, né gli sarebbe stata affidata una missione così delicata. Ma il ge­sto del boccone voleva appunto significare che, anche nell’eventualità ci fossero state differenze sostanziali tra le sue idee e quelle del messia, non era quello il momento di farle pesare e il gesto di grande confidenza e di fi­ducia che il Cristo gli aveva manifestato, doveva appunto indurlo ad agire secondo quanto gli veniva chiesto. A meno che dei redattori burloni non si siano divertiti, con quel gesto, a far apparire il traditore in una luce incredi­bilmente spregevole.

Tutto ciò lo si comprende leggendo tra le righe del vangelo di Gio­vanni. Nei Sinottici è prevalsa la leggenda dei cosiddetti «trenta denari». A dire il vero solo Matteo parla esplicitamente di questa somma (26,15); Mar­co (14,11) e Luca (22,5 s.) sostengono che i sommi sacerdoti e i capi delle guardie si accordarono per dargli del denaro come ricompensa (non se ne specifica l’importo), denaro che poi Giuda accettò.

I trenta denari d’argento erano il prezzo che la legge mosaica fissa­va per la vita di uno schiavo ucciso (Es 21,32): è dunque impossibile non vedervi un’analogia; peraltro la fine che questo denaro ha fatto (gettato nel Tempio dallo stesso Giuda pentito), di cui parla il solo Matteo (27,3 ss.), è del tutto simile a quella descritta in Zc 11,13.

Ma a parte questo, ciò che davvero non si riesce ad immaginare è come Gesù potesse tenere, nel proprio entourage, un uomo così venale, e come abbia potuto affidare nel momento decisivo dell’insurrezione un inca­rico così delicato a un discepolo i cui ideali politici erano pesantemente condizionati dagli interessi economici.

Già il pensiero che Giuda fosse entrato nel movimento nazareno coll’intenzione di arricchirsi, pare assurdo, ma se anche così fosse stato, re­sta del tutto inspiegabile la decisione di chiedere come ricompensa, per la cattura del ricercato più pericoloso di quel momento, una cifra equivalente al salario mensile di un operaio medio.

Qui vi è sicuramente una leggenda da sfatare. Qualche esegeta, rendendosi conto dell’incongruenza, ha sostenuto l’idea che Giuda avesse chiesto del denaro semplicemente per rendere più credibile il tradimento. Tuttavia qui non si ha a che fare con un semplice traditore per denaro: che bisogno aveva infatti di accompagnare di persona la scorta armata per cat­turare Gesù e tutti i discepoli? Non sarebbe stato sufficiente indicare il luo­go del nascondiglio? Siamo davvero sicuri che Giuda non volesse sostituirsi al Cristo nella guida del movimento nazareno, dando a questo una fisiono­mia diciamo più «moderata»?

La dinamica della cattura, avvenuta praticamente senza spargimen­to di sangue, lascia pensare che le intenzioni dei militari fossero semplice­mente quelle di catturare Gesù, e il fatto che questi le accetti, permettendo ai suoi discepoli di fuggire, sembra confermarlo. Giuda non può aver tradi­to senza sapere che all’interno dei Dodici qualcuno avrebbe preso le difese di Gesù e qualcun altro avrebbe invece condiviso la sua iniziativa. E lo sco­po del suo tradimento più che esser quello di rinunciare all’idea di una libe­razione nazionale, al massimo poteva essere quello di rinunciare all’idea di compiere in quel momento un’insurrezione armata. Altrimenti non si com­prende perché sia rimasto tra i Dodici sino all’ultimo momento: era forse – come qualcuno ha detto – un infiltrato di Caifa?

La questione del denaro viene poi contraddetta dal fatto che, dopo aver constatato come il tradimento avesse comportato non solo il desiderato fallimento dell’insurrezione armata ma anche l’inattesa crocifissione del messia, egli prese la decisione d’impiccarsi. Se Giuda avesse tradito convin­to che Gesù ne sarebbe uscito sì sconfitto ma non giustiziato (e forse l’epi­sodio del bacio voleva essere una rassicurazione in tal senso), Giuda proba­bilmente non avrebbe avuto rimorsi, o forse non li avrebbe avuti così grandi o comunque non così in fretta. A meno che non si voglia sostenere la tesi – come alcuni hanno fatto – che il suicidio di Giuda sia stato in realtà un omi­cidio mascherato. In tal caso dovremmo ribaltare tutte le interpretazioni.

Giovanni, pur associandosi alla tesi sinottica secondo cui Giuda manifestava un certo interesse per il denaro (si ricordi l’episodio di Betania in cui egli contesta lo spreco del profumo profuso dalla sorella di Lazzaro sui piedi di Gesù), non riporta affatto il suicidio di Giuda, anzi, in tutto il racconto dell’ultima cena descrive l’atteggiamento di Pietro, impulsivo e contraddittorio, come più pericoloso per la riuscita dell’insurrezione, rispet­to a quello di tutti gli altri apostoli.

Non è quindi da escludere che l’accusa giovannea relativa al fatto che Giuda fosse un ladro (12,6) sia in realtà il frutto di una manipolazione successiva, influenzata dalla tesi sinottica. Non dimentichiamo che in Mat­teo, su cui pesano le maggiori responsabilità della caricatura «economicisti­ca» di Giuda, il nome del traditore viene svelato pubblicamente da Gesù (26,25).

Sia come sia resta da chiedersi il motivo per cui Giuda tradì e il motivo per cui si pentì d’averlo fatto. Tradì forse perché temeva l’insucces­so dell’impresa e lo fece nella convinzione che ai nazareni sarebbe stata ri­sparmiata la vita, essendogli stato così promesso? Cioè tradì come politico e si uccise come uomo? Giuda era un estremista o un moderato? Nel rac­conto di Giovanni la parte dell’estremista sembra caratterizzare più Pietro che Giuda. Tant’è che quando Giuda contestò lo spreco del profumo a Beta­nia, è probabile che non stesse affatto pensando al prezzo del profumo, quanto piuttosto al fatto che quella unzione regale fosse troppo prematura per l’esito della rivoluzione.

Qualcuno ha sostenuto che Giuda tradì l’uomo-Gesù, il democrati­co, perché così gli sembrava di valorizzare meglio il messia politico, quello rivoluzionario. Cioè egli tradì nella convinzione che mettendolo alle strette, di fronte all’eventualità di una sconfitta sicura, Gesù avrebbe rinunciato alle tentazioni «buoniste» (come in occasione dei «pani moltiplicati») e sarebbe passato decisamente all’attacco.

In realtà questo atteggiamento, diciamo «provocatorio», appartene­va più a Pietro che a Giuda, che invece rappresentava l’ala moderata dei Dodici, quella che cercava un compromesso col fariseismo progressista. Ma perché – ci si può chiedere – accettare un incarico decisivo ai fini della riu­scita dell’insurrezione quando si nutrono dei dubbi sul suo esito? Perché non dichiarare apertamente il proprio dissenso? Perché far pagare ad altri le proprie divergenze? E soprattutto, perché, dopo aver rivelato al nemico l’in­tenzione di compiere la rivolta armata, decidere di rivelargli il luogo segre­to del nascondiglio, accompagnando addirittura la coorte per catturare tutti gli apostoli? Giuda voleva forse sostituirsi al Cristo o dobbiamo credere alle versioni apocrife che lo vedono, essendo egli il figlio del fratello di Caifa, come un infiltrato antirivoluzionario sin dall’inizio?

Quel che è certo è che proprio la dinamica del tradimento esclude categoricamente la tesi della «morte necessaria». Infatti, quando Gesù si rese conto, dal ritardo di Giuda (la coorte romana andava preparata), che in­combeva sugli apostoli un gravissimo pericolo, aveva deciso di andarsene dal cenacolo, non volendo che alcuno fosse catturato. Probabilmente disse ad alcuni discepoli, prima di recarsi all’Orto degli Ulivi, che sarebbe stato meglio disperdersi o che non lo seguissero, onde evitare il peggio per tutti.

Fra i più impulsivi di nuovo Pietro, che subito esclama: «perché non posso seguirti ora? Darò la mia vita per te» (Gv 13,37). E qui, come tutti ben sanno, Gesù rispose con quella frase ad effetto, relativa al canto del gallo successivo al triplice rinnegamento dell’apostolo. Una frase che venne messa dai Sinottici con un chiaro intento apologetico, quello di giu­stificare la divina preveggenza del Cristo. Una soluzione mistica, questa, si­curamente efficace nella sua semplicità, ma molto meno profonda di quella che vede il tradimento di Giuda come il compimento del disegno divino sul sacrificio del nuovo agnello pasquale, per il riscatto degli uomini dalla ma­ledizione del peccato originale. Giuda resta sì colpevole, ma solo sul piano morale, non su quello politico.

Nel vangelo di Giovanni si raggiunge poi l’apice del misticismo, sostenendo che proprio in virtù del tradimento subìto, Gesù ha potuto dimo­strare fino a che punto era grande il suo amore per gli esseri umani. Giusti­ficando il tradimento di Giuda, Giovanni ha giustificato il fallimento della rivoluzione, e con lui la chiesa intera ha giustificato il proprio tradimento.

Le varianti aggiunte al testo originario di Giovanni hanno sortito il loro effetto: l’ideologia dell’amore universale ha potuto sostituire l’esigenza della liberazione nazionale, e l’idea della «morte necessaria» ha potuto so­stituire quella della «rivoluzione possibile». Di fronte a queste mistificazio­ni persino il tradimento di Giuda diventa ben poca cosa.

L’ingresso messianico a Gerusalemme

Gv 12,12-50

[12] Il giorno se­guente, la gran folla che era ve­nuta per la festa, udito che Gesù veniva a Gerusa­lemme,

[13] prese dei rami di palme e uscì incontro a lui gridando: Osan­na! Benedetto co­lui che viene nel nome del Signore, il re d’Israele!

[14] Gesù, trovato un asinello, vi montò sopra, come sta scritto:

[15] Non temere, figlia di Sion! Ecco, il tuo re viene, seduto so­pra un puledro d’asina.

[16] Sul momento i suoi discepoli non compresero queste cose; ma quando Gesù fu glorificato, si ri­cordarono che questo era stato scritto di lui e questo gli aveva­no fatto.

[17] Intanto la gente che era sta­ta con lui quando chiamò Lazzaro fuori dal sepolcro e lo risuscitò dai morti, gli rendeva testimonianza.

[18] Anche per questo la folla gli andò incontro, perché aveva udi­to che aveva com­piuto quel segno.

[19] I farisei allo­ra dissero tra di loro: «Vedete che non concludete nulla? Ecco che il mondo gli è anda­to dietro!».

[20] Tra quelli che erano saliti per il culto duran­te la festa, c’erano anche alcuni Gre­ci.

[21] Questi si av­vicinarono a Fi­lippo, che era di Betsaida di Gali­lea, e gli chiesero: «Signore, voglia­mo vedere Gesù».

[22] Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Fi­lippo andarono a dirlo a Gesù.

[23] Gesù rispose: «È giunta l’ora che sia glorificato il Figlio dell’uo­mo.

[24] In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rima­ne solo; se invece muore, produce molto frutto.

[25] Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo la conser­verà per la vita eterna.

[26] Se uno mi vuol servire mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio ser­vo. Se uno mi ser­ve, il Padre lo onorerà.

[27] Ora l’anima mia è turbata; e che devo dire? Padre, salvami da quest’ora? Ma per questo sono giun­to a quest’ora!

[28] Padre, glori­fica il tuo nome». Venne allora una voce dal cielo: «L’ho glorificato e di nuovo lo glo­rificherò!».

[29] La folla che era presente e aveva udito dice­va che era stato un tuono. Altri di­cevano: «Un an­gelo gli ha parla­to».

[30] Rispose Gesù: «Questa voce non è venuta per me, ma per voi.

[31] Ora è il giu­dizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori.

[32] Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me».

[33] Questo dice­va per indicare di qual morte dove­va morire.

[34] Allora la fol­la gli rispose: «Noi abbiamo ap­preso dalla Legge che il Cristo rima­ne in eterno; come dunque tu dici che il Figlio dell’uomo deve essere elevato? Chi è questo Fi­glio dell’uomo?».

[35] Gesù allora disse loro: «An­cora per poco tempo la luce è con voi. Cammi­nate mentre avete la luce, perché non vi sorprenda­no le tenebre; chi cammina nelle te­nebre non sa dove va.

[36] Mentre avete la luce credete nella luce, per di­ventare figli della luce».

Gesù disse queste cose, poi se ne andò e si nascose da loro.

Mc 11,1-11

[1] Quando si av­vicinarono a Ge­rusalemme, verso Bètfage e Betà­nia, presso il monte degli Ulivi, mandò due dei suoi discepoli

[2] e disse loro: «Andate nel vil­laggio che vi sta di fronte, e subito entrando in esso troverete un asi­nello legato, sul quale nessuno è mai salito. Scio­glietelo e condu­cetelo.

[3] E se qualcuno vi dirà: Perché fate questo?, ri­spondete: Il Si­gnore ne ha biso­gno, ma lo riman­derà qui subito».

[4] Andarono e trovarono un asi­nello legato vici­no a una porta, fuori sulla strada, e lo sciolsero.

[5] E alcuni dei presenti però dis­sero loro: «Che cosa fate, scio­gliendo questo asinello?».

[6] Ed essi rispo­sero come aveva detto loro il Si­gnore. E li lascia­rono fare.

[7] Essi condusse­ro l’asi­nello da Gesù, e vi gettarono sopra i loro mantelli, ed egli vi montò so­pra.

[8] E molti sten­devano i propri mantelli sulla strada e altri delle fronde, che ave­vano tagliate dai campi.

[9] Quelli poi che andavano innanzi, e quelli che veni­vano dietro grida­vano: Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signo­re!

[10] Benedetto il regno che viene, del nostro padre Davide! Osanna nel più alto dei cieli!

[11] Ed entrò a Gerusalemme, nel tempio. E dopo aver guardato ogni cosa attorno, essendo ormai l’o­ra tarda, uscì con i Dodici diretto a Betania.

Mt 21,1-11

[1] Quando furo­no vicini a Geru­salemme e giun­sero presso Bètfa­ge, verso il monte degli Ulivi, Gesù mandò due dei suoi discepoli

[2] dicendo loro: «Andate nel vil­laggio che vi sta di fronte: subito troverete un’asina legata e con essa un puledro. Scio­glieteli e condu­ceteli a me.

[3] Se qualcuno poi vi dirà qual­che cosa, rispon­derete: Il Signore ne ha bisogno, ma li rimanderà subi­to».

[4] Ora questo av­venne perché si adempisse ciò che era stato annun­ziato dal profeta:

[5] Dite alla figlia di Sion: Ecco, il tuo re viene a te mite, seduto su un’asina, con un puledro figlio di bestia da soma.

[6] I discepoli an­darono e fecero quello che aveva ordinato loro Gesù:

[7] condussero l’asina e il pule­dro, misero su di essi i mantelli ed egli vi si pose a sedere.

[8] La folla nu­merosissima stese i suoi mantelli sulla strada men­tre altri tagliavano rami dagli alberi e li stendevano sul­la via.

[9] La folla che andava innanzi e quella che veniva dietro, gridava: Osanna al figlio di Davide! Bene­detto colui che viene nel nome del Signore! Osanna nel più alto dei cieli!

[10] Entrato Gesù in Gerusalemme, tutta la città fu in agitazione e la gente si chiedeva: «Chi è costui?».

[11] E la folla ri­spondeva: «Que­sti è il profeta Gesù, da Nazaret di Galilea».

Lc 19,28-40

[28] Dette queste cose, Gesù prose­guì avanti agli al­tri salendo verso Gerusalemme.

[29] Quando fu vicino a Bètfage e a Betània, presso il monte detto de­gli Ulivi, inviò due discepoli di­cendo:

[30] «Andate nel villaggio di fron­te; entrando, tro­verete un puledro legato, sul quale nessuno è mai sa­lito; scioglietelo e portatelo qui.

[31] E se qualcu­no vi chiederà: Perché lo scio­gliete?, direte così: Il Signore ne ha bisogno».

[32] Gli inviati andarono e trova­rono tutto come aveva detto.
[33]Mentre scio­glievano il pule­dro, i proprietari dissero loro: «Perché sciogliete il puledro?».

[34] Essi rispose­ro: «Il Signore ne ha bisogno».

[35] Lo condusse­ro allora da Gesù; e gettati i loro mantelli sul pule­dro, vi fecero sali­re Gesù.

[36] Via via che egli avanzava, stendevano i loro mantelli sulla strada.

[37] Era ormai vi­cino alla discesa del monte degli Ulivi, quando tut­ta la folla dei di­scepoli, esultan­do, cominciò a lo­dare Dio a gran voce, per tutti i prodigi che ave­vano veduto, di­cendo:

[38] «Benedetto colui che viene, il re, nel nome del Signore. Pace in cielo e gloria nel più alto dei cieli!».

[39] Alcuni fari­sei tra la folla gli dissero: «Mae­stro, rimprovera i tuoi discepoli».

[40] Ma egli ri­spose: «Vi dico che, se questi ta­ceranno, grideran­no le pietre».

[41] Quando fu vicino, alla vista della città, pianse su di essa, dicen­do:

[42] «Se avessi compreso anche tu, in questo gior­no, la via della pace. Ma ormai è stata nascosta ai tuoi occhi.

[43] Giorni ver­ranno per te in cui i tuoi nemici ti cingeranno di trincee, ti circon­deranno e ti strin­geranno da ogni parte;

[44] abbatteranno te e i tuoi figli dentro di te e non lasceranno in te pietra su pietra, perché non hai ri­conosciuto il tem­po in cui sei stata visitata».

*

Gesù decise di entrare pubblicamente a Gerusalemme, insieme ai Dodici e a molti altri discepoli (ivi inclusi quelli di Lazzaro), solo dopo aver visto che, grazie all’appoggio popolare che aveva ottenuto, le autorità, giudaiche e romane, non avrebbero potuto arrestarlo alla luce del sole. La folla già presente in città, e che a motivo della Pasqua proveniva da tutta la Palestina, gli andò incontro come se lo aspettasse, ed era così numerosa che i farisei, sbigottiti e amareggiati, esclamarono: «Vedete che non concludete nulla? Ecco che il mondo gli è andato dietro!» (Gv 12,19).

Mt 21,8 parla infatti di «folla numerosissima» e di «tutta la città in agitazione» (21,10); Mc 11,8, più genericamente, parla di «molti» e Lc 19,37, volendo specificare che si trattava di «tutta la folla dei discepoli», dice una mezza verità, in quanto questa volta il consenso andava ben al di là dell’adesione fattiva al movimento nazareno.

I riferimenti redazionali alla resurrezione di Lazzaro falsificano le motivazioni di quell’accorrere festoso ed esultante, perché ne nascondono le motivazioni più vere, che non erano tanto quelle di rivedere un uomo che per molti mesi aveva dovuto agire nella clandestinità, né quella di congratu­larsi con chi aveva tolto un uomo dalla tomba (come vogliono i vv. 17-18 di Giovanni), quanto piuttosto quella di poter constatare che, sul piano sia oggettivo che soggettivo, esistevano finalmente le possibilità di una insurre­zione armata contro i romani. Lc 22,36 descrive bene i momenti preparatori dell’ingresso in una frase piuttosto esplicita: «Ed egli soggiunse: ma ora chi ha una borsa la prenda, e così una bisaccia; chi non ha spada, venda il man­tello e ne compri una».

La guarnigione romana, colta del tutto impreparata, non mosse un dito, anzi, considerando che la Pasqua, per essa, era il momento più critico di tutto l’anno, in quanto gli ebrei affluivano copiosi in città, rendendo facil­mente possibili gli attentati e le sommosse, viene da pensare che molto for­te dovette essere la preoccupazione di una imminente sollevazione popola­re.

Non accaddero incidenti, al momento dell’ingresso, non perché – come vuole l’esegesi confessionale – il corteo non sembrava avere alcuna fi­nalità politico-eversiva, ma perché era talmente imponente il numero e ina­spettata l’iniziativa che il potere istituzionale restò come paralizzato.

Il Cristo venne accolto al pari di un re (Gv 12,13; Lc 19,38) o come se dovesse ricostituire il regno di Davide (Mc 11,10; Mt 21,9). Tutta la festa assomiglia a quella che si faceva per l’intronizzazione degli antichi re d’Israele: la folla stese i propri mantelli (Mc 11,8; Mt 21,8; Lc 19,36) come quella che in 2 Re 9,13 consacrò re Jeu; l’uso dei «rami di palme» (Gv 12,13; Mc 11,8; Mt 21,8) è analogo a quello di circa 170 anni prima, in occasione della decisiva rivolta popolare guidata dal leader Simone contro l’occupazione seleucida di Gerusalemme (1 Mac 13,51): praticamente dal­l’epoca maccabaica il vincitore veniva accompagnato così in città (2 Mac 10,7). La stessa espressione «uscirono incontro a lui» (Gv 12,13) indica una sorta di regola protocollare per l’intronizzazione regale di un capo carisma­tico. Persino la semplice espressione «Osanna» (Hoshia’-na), che in origine era un grido d’aiuto e che col tempo era diventata un’acclamazione solenne, qui sta a significare «Salvaci, aiutaci, donaci la vittoria!» (2 Re 6,26; 2 Sam 14,4). Insomma la folla di Gerusalemme mostrava di avere di Gesù una concezione chiaramente politico-militare.

Gesù non rifiuta le acclamazioni: l’unico paletto che pone al co­spetto di questo atteggiamento esuberante è quello relativa alla scelta dell’a­sino. Una scelta anch’essa politica: il nuovo re d’Israele voleva presentarsi in maniera democratica, così come aveva espresso il miglior profetismo ebraico: «Esulta grandemente figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d’asina» (Giovanni sintetizza Sof 3,16 s. e Zc 9,9, ma cfr anche 1 Re 1,33 s., ove si narra dell’intronizzazione di Salomone che caval­cava una mula). Questo per indicare che una rivoluzione contro i romani avrebbe potuto essere vincente solo col consenso della grande maggioranza della popolazione ebraica. Una cosa infatti era estromettere la guarnigione acquartierata presso la capitale, un’altra resistere alla controffensiva di Ti­berio: una nazione piccola come la Palestina avrebbe potuto opporsi effica­cemente contro l’impero romano solo a condizione di restare unita.

Forse qui si può sottilizzare dicendo che mentre in Giovanni la scelta dell’asino sembra essere dettata da considerazioni fatte sul momento stesso dell’ingresso, in Marco invece, a motivo dell’ampio spazio che si de­dica a questa scelta, si ha l’impressione dell’esistenza di un piano preordina­to nei dettagli. La cosa strana tuttavia è che mentre in Giovanni Gesù entra in città senza simboli di sorta e la scelta dell’asino viene fatta proprio per at­tenuare le aspettative di un puro e semplice revival d’intronizzazione anti­cotestamentaria; in Marco invece la rappresentazione che viene fatta di Gesù è quella di un grande profeta o comunque di un messia del tutto paci­fico, che in nessun modo avrebbe usato la violenza per liberare Israele dai romani: Gesù quindi vuole di proposito utilizzare l’asino al fine di tutelarsi preventivamente da pressioni che possono andare oltre questi rigorosi limiti di operatività; tant’è che mentre in Giovanni i discepoli non comprendono questo tipo scelta, anche perché essi si stavano giocando la loro stessa vita, in Marco invece agiscono come se quella fosse stata la scelta migliore, qua­si con la consapevolezza che il destino del messia nella capitale fosse già segnato.

Non dobbiamo infatti dimenticare che per i Sinottici l’immagine di un messia religioso, che cavalca un’asina proprio per non diventare messia politico, è conseguente, in maniera necessaria, al fallimento del progetto di liberazione nazionale, per cui la falsificazione doveva essere presente nella stessa premessa della pericope marciana (che fa da modello alle altre due, di Matteo e Luca). I Sinottici dipingono un quadro mitico ogniqualvolta quello realistico non può essere rappresentato.

Viceversa, in Giovanni l’immagine resta quella del messia politico, ma la politicità di questo messia viene considerata pienamente vera solo in una prospettiva metafisica (questo è soprattutto vero in quei passi che han­no subìto più interpolazioni). Ecco perché lo stesso Cristo crocifisso che nei Sinottici desta scandalo, in Giovanni esprime un senso di vittoria, in quanto è rimasto coerente coi suoi principi e non ha tradito la sua missione. La de­scrizione può rimanere realistica proprio perché è soltanto sulla motivazio­ne con cui si devono interpretare i fatti della passione che deve intervenire il mito.

I manipolatori del vangelo di Giovanni hanno voluto aggiungere la tesi classica della «morte necessaria», là dove fanno capire ai discepoli la scelta dell’asino solo dopo la crocifissione del messia, proprio per escludere a priori la possibilità di uno svolgimento armato dell’ingresso messianico. E, in tal senso, l’esegesi confessionale ama fare continui riferimenti al cap. 53 di Isaia, in cui si parla, in maniera «incredibilmente profetica», del tragi­co destino del «servo sofferente».

Tuttavia, questo modo di ragionare contraddice apertamente la vo­lontà espressa in vari passi evangelici relativi alla possibilità di una resi­stenza antiromana che andasse al di là di una posizione non-violenta iposta­tizzata. Lc 22,49 sostiene che al momento della cattura di Gesù gli apostoli erano tutti armati. Mt 11,12 fa dire a Gesù che «dai giorni di Giovanni il Battista fino ad ora, il regno dei cieli soffre violenza e i violenti se ne impa­droniscono». E in 10,34: «Non crediate che io sia venuto a portare pace sul­la terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada». E in Lc 12,49: «Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già ac­ceso!». Insomma la violenza come «legittima difesa» dal sopruso non è mai stata negata nei vangeli.

Gli apostoli possono essersi scandalizzati della scelta dell’asino non perché erano dei «violenti», ma perché sapevano che con la non-violenza ad oltranza non si sarebbero liberati dei romani. Ciò che non com­presero è che chi compie la rivoluzione, prima ancora di compierla, deve comunque fare di tutto per porre un’alternativa alla violenza in atto e a quel­la che si potrebbe scatenare.

Giovanni è l’unico evangelista ad affermare che in quell’occasione il movimento nazareno allacciò dei rapporti politico-diplomatici con alcune realtà del mondo ellenico, anch’esse evidentemente interessate a un’opposi­zione antiromana. È tuttavia singolare che questo incontro, che peraltro at­testa l’universalismo implicito nell’ideologia nazarena, non comporti alcuna conseguenza nel contesto della pericope. Nei vangeli si è fatto di tutto per porre una netta incompatibilità tra progetto di liberazione nazionale (che lo si è voluto circoscrivere entro gli angusti limiti del veterogiudaismo) e pos­sibilità di un fronte comune interculturale (che lo si è voluto caratterizzare in maniera esclusivamente spiritualistica a partire dallo sviluppo del paoli­nismo).1

*

Il silenzio su questo episodio fa da contraltare alla riformulazione del discorso pronunciato nella capitale di fronte ai capi della folla osannan­te. Probabilmente in quell’occasione si verificò la disputa più importante so­stenuta da Gesù con quei gruppi politici disponibili a considerare l’ipotesi di un’insurrezione armata generale.

La disputa verteva sulla questione della gestione del potere rivolu­zionario: quale doveva essere la modalità più idonea? È molto difficile ri­spondere a questa domanda. I redattori hanno qui elaborato un discorso teo­logico sull’unità divina tra Padre e Figlio che molto probabilmente aveva lo scopo di sostituirne uno di natura politica relativo all’unità nazionale. È evi­dente che quanto più forte era nelle parole del Cristo la tensione verso un’a­zione rivoluzionaria, tanto maggiore doveva essere la revisione redazionale di quelle parole in senso antirivoluzionario. Quanto più è vicina la possibili­tà di un successo politico, tanto più esplicita deve diventare la tesi della «morte necessaria».

Il «principe di questo mondo» che deve essere subito gettato fuori (Gv 12,31) non è più Cesare ma «Satana» e la glorificazione del Figlio del­l’uomo non è che la sua imminente crocifissione. Lo stesso riferimento alla «elevazione» andrebbe interpretato: in effetti o questo è argomento di natu­ra teologica e quindi del tutto fittizio e non meritevole di particolare interes­se, oppure va considerato come un argomento politico soggetto a manipola­zione, e allora bisogna cercare di scoprirne il significato recondito.

Il tema dell’attrazione e del raduno nonché dell’innalzamento era già stato usato nel giudaismo classico per indicare la necessità di un messia-re che riportasse Israele agli antichi splendori (Ger 31,1 ss.; Ez 11,1-25; Os 2,16). La parola più difficile da interpretare è hupsôthô (da hupsôsis), «ele­vare da terra». L’unico precedente nel quarto vangelo è il paragone col ser­pente di rame che Mosè si costruì per convincere gli ebrei dei suoi magici poteri: «Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia in­nalzato il figlio dell’uomo» (Gv 3,14). In lingua italiana è stato usato il ver­bo «innalzare», ma sarebbe stato meglio mettere «esaltò», indicando, col gesto, anche il suo significato evocativo.

Il redattore dell’ingresso messianico è comunque consapevole del­l’ambiguità del termine, per questo può usarlo anche per indicare qualcosa che oscilli tra la crocifissione e la resurrezione o l’ascensione. In effetti la parola greca «Øywqî» (Gv 12,32) è molto particolare e di difficile tradu­zione. Si rischia facilmente di cadere o nel moralismo: «chi si innalzerà sarà abbassato e chi si abbasserà sarà innalzato» (Mt 23,12: Lc 1,52) o nella banalità della traduzione inglese «lifted up», usata in riferimento agli occhi, alle mani, alla voce e allo stesso corpo umano che si alzano o si sollevano!

La versione latina «exaltatus» si ritrova soltanto in At 2,33 e 5,31, in un contesto ovviamente teologico: il Cristo è stato «innalzato alla destra di Dio come capo e salvatore, per dare a Israele la grazia della conversione e il perdono dei peccati», ma è facile risalire all’originaria etimologia politi­ca del verbo in questione. Così come d’altra parte appare nell’Antico Testa­mento: in 2 Cr 32,23 «exaltatus» viene usato con una finalità chiaramente politica, nel senso che il re di Giuda Ezechia «aumentò in prestigio agli oc­chi di tutti i popoli»; in 1 Mac 11,16 la parola indica il trionfo del re Tolo­meo.

Questo per dire che se il termine greco «Øywqî»» viene usato da Giovanni in un’accezione politica (che i redattori hanno poi stravolto in chiave teologica), resta comunque da chiarire il vero significato politico di questo termine, in quanto il suo equivalente latino rimanda a una modalità di affermazione politica o troppo tradizionale o scopertamente teologica perché si possa pensare che fosse la stessa nelle intenzioni del Cristo.

Dietro questo termine può nascondersi il significato di una vera e propria «sollevazione popolare», in cui il popolo stesso avrebbe dovuto es­serne protagonista. Solo successivamente i redattori hanno circoscritto l’ac­cezione del termine all’individuo-Cristo attribuendogli un significato reli­gioso o comunque ambiguo. Spesso infatti nei vangeli si tende a denigrare politicamente le masse per poter esaltare misticamente il Cristo, oppure si esaltano solo quelle masse che accettano la tesi della «morte necessaria»: «Io, quando sarò elevato da terra [cioè crocifisso], attirerò tutti a me» (Gv 12,32).

È dunque probabile che il Cristo abbia prospettato la necessità di una insurrezione popolare armata, da gestirsi in maniera democratica, in op­posizione non solo al potere romano ma anche a quello colluso della casta sacerdotale, dei sadducei, e anche a quello opportunista ed esitante dei fari­sei.

Che cosa sia successo in quell’occasione, allo stato delle fonti, pos­siamo solo immaginarlo. Giovanni dice esplicitamente che «sebbene avesse compiuto tanti segni davanti a loro, non credevano in lui» (v. 37). Col ter­mine «segni» è facile qui pensare ai «miracoli»; tuttavia, anche senza sco­modare la mitologia, è fuor di dubbio che tra i leader politici, a differenza delle masse, vi era una certa riluttanza ad appoggiare in maniera decisa e pubblica la sua piattaforma politica. Al v. 42 Giovanni afferma che, «tra i capi, molti credettero in lui, ma non lo riconoscevano apertamente a causa dei farisei, per non essere espulsi dalla sinagoga».

Cioè da un lato erano consapevoli della corruzione del governo in carica e del lato fortemente conservatore delle forze egemoni nell’ambito del Tempio e del Sinedrio; dall’altro temevano che senza un appoggio espli­cito della forza sociale più significativa: quella farisaica, non si sarebbe po­tuta condurre a buon fine alcuna insurrezione.

Si ha addirittura l’impressione che sotto l’ambigua espressione: «Noi abbiamo appreso dalla Legge che il Cristo rimane in eterno; come dunque tu dici che il Figlio dell’uomo deve essere elevato? Chi è questo Fi­glio dell’uomo?» (v. 34), si celi una certa difficoltà a comprendere il signifi­cato della parola «democrazia», che pur in Asia Minore e in Grecia era co­nosciuta sin dal VII sec. a.C. È come se questi capi politici chiedano al Cri­sto un «segno» che attesti in maniera inequivoca che il messia è in grado d’imporre la propria autorità e quindi di garantire l’esito della rivoluzione. L’espressione «Cristo eterno», cioè capo invincibile, sembra contrapporsi all’esigenza di un «figlio dell’uomo elevato dal popolo in rivolta» (si badi che nei 100 passi in cui nell’A.T. viene usata l’espressione «figlio dell’uo­mo» il suo significato principale è sempre quello di «uomo», cioè di un es­sere dalle molte capacità ma anche dai molti limiti).

Insomma, da un lato la situazione sembrava davvero favorevole al­l’insurrezione, poiché il consenso delle masse, pur dominate dallo sponta­neismo, era davvero grande; dall’altro però vi era una certa esitazione da parte dei leader politici, la cui coscienza rivoluzionaria appariva inadegua­ta al contesto. Probabilmente tutto il discorso teologico dei vv. 44-50 di Giovanni altro non voleva essere, in origine, che un caldo invito a non spre­care un’occasione grande come quella.

La conclusione comunque fu amara: «Gesù disse queste cose, poi se ne andò e si nascose da loro» (Gv 12,36). L’incredulità dei giudei dovette apparire a Giovanni un fenomeno così paradossale e crudele che solo consi­derandola come inevitabile, anzi necessaria, riuscì a esorcizzarla nella sua coscienza.

In realtà la scarsa determinazione e l’immaturità politica che porta­rono al fallimento della rivoluzione non furono una caratteristica solo delle masse popolari e dei loro capi politici, ma anche degli stessi apostoli, una parte dei quali, infatti, rappresentati da Giuda, volle andare oltre il «conte­nuto democratico» della «buona notizia».

Nota

1 Il cristianesimo è stato una forma di spiritualizzazione dell’ebraismo, una sorta di approfondimento etico sul piano dei valori, ma a scapito dell’esigenza politica di li­berazione nazionale e di giustizia sociale. È assurdo pensare che una svolta del ge­nere sia potuta avvenire per progressive determinazioni quantitative. Se fosse dipeso solo da queste, il massimo della spiritualizzazione si sarebbe avuto con la posizione del Battista, cioè restando nell’ambito del migliore giudaismo classico. Invece col Cristo s’era andato oltre, in maniera imprevedibile, ma siccome questa posizione ul­tragiudaica è stata – secondo la storia che ci è stata tramandata – compiutamente espressa da Paolo di Tarso (tutti gli esegeti su questo sono concordi), bisognerebbe a questo punto porsi la seguente domanda: Paolo è stato superiore a Cristo e quindi a buon diritto dobbiamo considerarlo come il vero fondatore del cristianesimo, op­pure, se non ci fosse stato un preventivo tradimento del vangelo di Cristo (operato da Pietro), non ci sarebbe stato neppure un vangelo di Paolo? Detto altrimenti, è possibile supporre che l’approfondimento spiritualistico dell’ebraismo sia stato una conseguenza del fatto che il vangelo di Cristo non era solo profondamente umano ma anche profondamente politico? E che l’aver eliminato la sua politicità ha indotto a trasformare la nuova dimensione etica dell’umanesimo laico in una dimensione squisitamente religiosa?

L’unzione di Betania

Gv 12,1-8

[1] Sei giorni pri­ma della Pasqua, Gesù andò a Betà­nia, dove si trovava Lazzaro, che egli aveva risuscitato dai morti.

[2] Equi gli fecero una cena: Marta serviva e Lazzaro era uno dei com­mensali.

[3] Maria allora, presa una libbra di olio profumato di vero nardo, assai prezioso, cosparse i piedi di Gesù e li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì del profumo dell’un­guento.

[4] Allora Giuda Iscariota, uno dei suoi discepoli, che doveva poi tradirlo, disse:

[5] «Perché que­st’olio profumato non si è venduto per trecento denari per poi darli ai po­veri?».

[6] Questo egli dis­se non perché gl’importasse dei poveri, ma perché era ladro e, sicco­me teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro.

[7] Gesù allora dis­se: «Lasciala fare, perché lo conservi per il giorno della mia sepoltura.

[8] I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me».

[9] Intanto la gran folla di Giudei ven­ne a sapere che Gesù si trovava là, e accorse non solo per Gesù, ma anche per vedere Lazzaro che egli aveva risu­scitato dai morti.

[10] I sommi sacer­doti allora delibera­rono di uccidere anche Lazzaro,

[11] perché molti Giudei se ne anda­vano a causa di lui e credevano in Gesù.

Mc 14,3-11

[1] Mancavano in­tanto due giorni alla Pasqua e agli Azzimi e i sommi sacerdoti e gli scri­bi cercavano il modo di impadro­nirsi di lui con in­ganno, per uccider­lo.

[2] Dicevano infat­ti: «Non durante la festa, perché non succeda un tumulto di popolo».

[3] Gesù si trovava a Betania nella casa di Simone il lebbroso. Mentre stava a mensa, giunse una donna con un vasetto di alabastro, pieno di olio profumato di nardo genuino di gran valore; ruppe il vasetto di alaba­stro e versò l’un­guento sul suo capo.

[4] Ci furono alcu­ni che si sdegnaro­no fra di loro: «Perché tutto que­sto spreco di olio profumato?

[5] Si poteva benis­simo vendere que­st’olio a più di tre­cento denari e darli ai poveri!». Ed era­no infuriati contro di lei.

[6] Allora Gesù disse: «Lasciatela stare; perché le date fastidio? Ella ha compiuto verso di me un’opera buona;

[7] i poveri infatti li avete sempre con voi e potete benefi­carli quando vole­te, me invece non mi avete sempre.

[8] Essa ha fatto ciò ch’era in suo potere, ungendo in anticipo il mio cor­po per la sepoltura.

[9] In verità vi dico che dovunque, in tutto il mondo, sarà annunziato il van­gelo, si racconterà pure in suo ricordo ciò che ella ha fat­to».

[10] Allora Giuda Iscariota, uno dei Dodici, si recò dai sommi sacerdoti, per consegnare loro Gesù.

[11] Quelli all’udir­lo si rallegrarono e promisero di dargli denaro. Ed egli cer­cava l’occasione opportuna per con­segnarlo.

Mt 26,6-16

[6] Mentre Gesù si trovava a Betània, in casa di Simone il lebbroso,

[7] gli si avvicinò una donna con un vaso di alabastro di olio profumato molto prezioso, e glielo versò sul capo mentre stava a mensa.

[8] I discepoli ve­dendo ciò si sde­gnarono e dissero: «Perché questo spreco?

[9] Lo si poteva vendere a caro prezzo per darlo ai poveri!».

[10] Ma Gesù, ac­cortosene, disse loro: «Perché infa­stidite questa don­na? Essa ha com­piuto un’azione buona verso di me.

[11] I poveri infatti li avete sempre con voi, me, invece, non sempre mi avete.

[12] Versando que­sto olio sul mio corpo, lo ha fatto in vista della mia se­poltura.

[13] In verità vi dico: dovunque sarà predicato que­sto vangelo, nel mondo intero, sarà detto anche ciò che essa ha fatto, in ri­cordo di lei».

[14] Allora uno dei Dodici, chiamato Giuda Iscariota, andò dai sommi sa­cerdoti

[15] e disse: «Quanto mi volete dare perché io ve lo consegni?». E quelli gli fissarono trenta monete d’ar­gento.

[16] Da quel mo­mento cercava l’oc­casione propizia per consegnarlo.

Lc 7,36-50

[36] Uno dei farisei lo invitò a mangia­re da lui. Egli entrò nella casa del fari­seo e si mise a ta­vola.

[37] Ed ecco una donna, una pecca­trice di quella città, saputo che si trova­va nella casa del fariseo, venne con un vasetto di olio profumato;

[38] e fermatasi dietro si rannicchiò piangendo ai piedi di lui e cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospar­geva di olio profu­mato.

[39] A quella vista il fariseo che l’ave­va invitato pensò tra sé. «Se costui fosse un profeta, saprebbe chi e che specie di donna è colei che lo tocca: è una peccatrice».

[40] Gesù allora gli disse: «Simone, ho una cosa da dirti». Ed egli: «Maestro, di’ pure».

[41] «Un creditore aveva due debitori: l’uno gli doveva cinquecento denari, l’altro cinquanta.

[42] Non avendo essi da restituire, condonò il debito a tutti e due. Chi dunque di loro lo amerà di più?».

[43] Simone rispo­se: «Suppongo quello a cui ha con­donato di più». Gli disse Gesù: «Hai giudicato bene».

[44] E volgendosi verso la donna, dis­se a Simone: «Vedi questa donna? Sono entrato nella tua casa e tu non m’hai dato l’acqua per i piedi; lei inve­ce mi ha bagnato i piedi con le lacri­me e li ha asciugati con i suoi capelli.

[45] Tu non mi hai dato un bacio, lei invece da quando sono entrato non ha cessato di baciarmi i piedi.

[46] Tu non mi hai cosparso il capo di olio profumato, ma lei mi ha cosparso di profumo i piedi.

[47] Per questo ti dico: le sono per­donati i suoi molti peccati, poiché ha molto amato. Inve­ce quello a cui si perdona poco, ama poco».

[48] Poi disse a lei: «Ti sono perdonati i tuoi peccati».

[49] Allora i com­mensali comincia­rono a dire tra sé: «Chi è quest’uomo che perdona anche i peccati?».

[50] Ma egli disse alla donna: «La tua fede ti ha salvata; va’ in pace!».

*

Probabilmente il motivo che ha spinto il quarto evangelista a scri­vere una pericope del genere, che nel complesso non si può dire molto si­gnificativa, sono state le gravi imprecisioni riportate nelle versioni parallele dei Sinottici.

Su alcune inesattezze, in verità, si sarebbe anche potuto prescinde­re, non foss’altro perché i Sinottici non sanno nulla di una «resurrezione di Lazzaro»: la cena avvenne «sei» giorni prima della Pasqua e non «due», come dicono Mc 14,1 e, sulla sua scia, Mt 26,2; la casa era quella di Marta, Maria e Lazzaro e non quella di «Simone il lebbroso» (Mc 14,3 e Mt 26,6), né quella di un certo fariseo anch’egli chiamato Simone, come vuole Lc 7,36, l’evangelista medico, che non si sarà capacitato di veder tanta gente mangiare attorno a un malato così infetto e che si rifiutò di costruire un pa­rallelo a questo episodio perché probabilmente non ne capì il vero significa­to. Non furono «alcuni» tra i commensali che si sdegnarono contro Maria (Mc 14,4), né «tutti» i discepoli (Mt 26,8), ma solo l’apostolo Giuda Isca­riota.

Se vogliamo, anche su un’assurdità di Luca (l’aver equiparato a una prostituta la donna che unge i piedi di Gesù) si poteva soprassedere, perché leggendo la versione di questo evangelista si ha l’impressione di trovarsi di fronte a un episodio di diversa natura e, se vogliamo, anche molto inverosi­mile.

Su altri due aspetti, tuttavia, il quarto evangelista poteva sentirsi in dovere di fare le debite precisazioni. Anzitutto il brano dei Sinottici non ha una collocazione spazio-temporale giustificata, cioè non si riesce a com­prendere minimamente il motivo per cui un’anonima donna abbia avvertito l’esigenza di cospargere i capelli e i piedi di Gesù di un profumo costosissi­mo (il brano di Luca non può neppure essere considerato parallelo a quello di Marco); in secondo luogo la motivazione che i Sinottici danno di questo gesto è del tutto fantasiosa: la donna avrebbe compiuto quel gesto perché voleva anticipare profeticamente il rito dell’imbalsamazione, prevedendo che di lì a pochi giorni il Cristo sarebbe morto in croce. Cioè la donna (che nei Sinottici non ha un nome né una parentela con chicchessia) meritava d’essere ricordata perché aveva profeticamente anticipato, con un gesto simbolico di natura non politica ma religiosa, la sconfitta del movimento nazareno e quindi la crocifissione del messia! Una tesi, questa, che viene interpolata, non senza fatica, nella stessa pericope giovannea, e che fa puntello all’altra tesi, vero pilastro di tutto il cristianesimo, secondo cui il Cristo «doveva morire».

*

L’incipit del redattore del quarto vangelo ha invece un valore sia cronologico che politico: sei giorni prima dell’ingresso trionfale nella capi­tale e quindi della sua ultima Pasqua, il Cristo si trovava a Betania, presso la casa di Marta, Maria e Lazzaro. Mc 14,1s. sostiene, e in questo trova ampie conferme da parte di Giovanni, che le autorità volevano eliminare Gesù prima che entrasse nella capitale, temendo un tumulto popolare.

Nonostante quindi esista un mandato di cattura che pesa sulla sua testa, cui le folle, a quanto pare, non hanno dato molto peso, Gesù e i suoi più stretti collaboratori si possono permettere una cena a poche miglia dalla capitale, nella piena consapevolezza di avere un seguito sufficientemente ampio per poter entrare relativamente indisturbati nella città in festa. Se così non fosse, difficilmente si riuscirebbe a capire il motivo per cui un «fuorilegge» voglia rischiare di essere catturato in un frangente così banale come può essere quello di una cena. Tuttavia, stando a Mc 10,46, che pur fa uscire Gesù da Gerico, diretto verso Gerusalemme, insieme a lui vi erano «i discepoli e molta folla».

Un secondo redattore del quarto vangelo ha voluto precisare che alla cena in oggetto vi era anche Lazzaro e naturalmente ha ribadito ch’era stato resuscitato, senza che questo inciso abbia alcuna relazione col resto della pericope. In origine infatti al v. 1a seguiva immediatamente il v. 2, ove la presenza di Lazzaro veniva constatata senza riferimento alcuno alla presunta resurrezione.

Non è da escludere che la figura di Lazzaro sia stata messa perché, avendo già detto nel racconto precedente ch’era stato risorto, ora non avrebbe avuto alcun senso dimenticarselo. Anzi i redattori hanno voluto insistere sulla tesi della resurrezione, dicendo che nell’occasione dell’arrivo di Gesù, molti da Gerusalemme andavano a trovare non solo lui, al fine di organizzare, in tutta sicurezza, l’ingresso nella capitale, ma erano anche interessanti a vedere il Lazzaro redivivo, al punto che le autorità religiose avevano deliberato di far morire anche lui. In queste assurdità inevitabilmente si cade quando si vuol restare coerenti ad ogni costo a delle falsità formulate in precedenza.

In tutto il racconto di Giovanni le cose principali che risultano poco chiare sono sostanzialmente due:

A) il motivo per cui Maria abbia voluto usare in anticipo un un­guento profumato che lei stessa aveva riservato per il giorno della sepoltura del Cristo (stando almeno a quanto viene detto nella pericope, ma l’unguen­to poteva anche essere stato acquistato per ringraziare Gesù di qualcosa, senza riferimenti forzati a sepolture improbabili di un uomo poco più che trentenne).

L’esegesi confessionale, sulla scia delle versioni fantasiose dei Si­nottici, ritiene che Maria stesse subodorando una morte imminente del Cri­sto, ma questo va escluso nella maniera più tassativa, non foss’altro perché in quell’occasione, in cui nessuno stava certamente pensando a una sconfitta politica del movimento nazareno, sarebbe stato un gesto molto indelicato, foriero di cattivi presagi.

In realtà qui le possibili ipotesi interpretative sono due, che forse non sono neppure tra loro in alternativa:

– Maria voleva ringraziare il Cristo per il favore ricevuto, che non era stato «grande» perché – come vuole l’ideologia cristiana – Lazzaro era davvero morto, quanto perché Gesù aveva rischiato, accettando di assisterlo in un momento e in un luogo per lui molto rischiosi, di mandare all’aria il proprio piano insurrezionale;

– Maria riconosce al Cristo la possibilità reale di diventare messia e, col suo gesto, vuole anticiparne simbolicamente l’evento. Il che può far pensare che in realtà, nel racconto precedente, non si sia trattato di alcuna guarigione né, tanto meno, di alcun miracolo, ma semplicemente del fatto che le idee (zelote?) di Lazzaro, morto in uno scontro coi romani, avevano trovato nel Cristo l’erede politico, sicché il movimento guidato da Lazzaro non era più destinato a disperdersi, bensì a fondersi con quello nazareno, ed è quindi probabile che i seguaci di Gesù abbiamo preparato insieme a quelli di Lazzaro l’ingresso messianico nel corso della festività pasquale.

Se diamo per scontato che Lazzaro fosse effettivamente morto e che la sua resurrezione sia stata frutto di una manipolazione dei redattori cristiani, allora dobbiamo interpretare il gesto di Maria non tanto come un’espressione di ringraziamento per il favore personale ottenuto, quanto piuttosto come una dimostrazione di riconoscenza della profonda umanità del Cristo, che aveva comunque rischiato l’arresto pur di venire ad assistere l’amico. Sotto questo aspetto che Lazzaro sia o non sia morto fa poca diffe­renza, e ancor meno che sia o non sia «resuscitato». Non è neppure da escludere che Lazzaro fosse stato solo ferito e che abbia fatto l’ingresso messianico insieme a Gesù. Anzi, se ciò fosse vero, si potrebbe capire il motivo per cui i sommi sacerdoti volevano far fuori anche lui (ma il v. 10 di Giovanni può essere stato messo a titolo di ringraziamento per quei seguaci del partito di Lazzaro che dopo il 70 accettarono di diventare «cristiani»; cosa che nei vangeli venne fatta anche per i seguaci del Battista e per i farisei progressisti seguaci di Nicodemo).

B) La seconda cosa poco chiara è relativa al ruolo stesso di Maria: come mai proprio una sorella di Lazzaro aveva conservato un unguento molto costoso per la sepoltura di Gesù? Che rapporti c’erano tra i due? È abbastanza singolare la confidenza o la familiarità che qui una donna, di cui i vangeli non dicono quasi nulla, può esibire nei confronti del messia. È sta­ta l’unica, peraltro, che sia riuscita a farlo commuovere.

È difficile trovare una risposta a queste domande, se non appunto pensando che l’unguento non era stato acquistato per la sepoltura del Cristo, ma solo a titolo di ringraziamento per un favore personale ottenuto in circo­stanze drammatiche, o forse Maria lo teneva in casa pensando di usarlo per il fratello il giorno in cui fosse diventato messia. Fu dunque solo dopo la morte di lui che Maria decise di usarlo per Gesù, proprio perché se lo im­maginava messia al posto di Lazzaro, come suo naturale e legittimo succes­sore. Si può in sostanza ammettere che il profumo, certamente non destina­to alla sepoltura del Cristo, sia stato qui usato secondo una finalità di rico­noscimento della sua grandezza morale, oltre che politica: questo perché le due sorelle parteggiavano per gli ideali etico-politici sia di Lazzaro che del Cristo.

Tra l’altro, se davvero Maria voleva serbare l’unguento per la se­poltura del Cristo, poteva limitarsi a sciogliere il sigillo messo nel foro d’a­pertura, usando solo una parte del profumo; invece – lo dice anche Mc 14,3 – il vasetto di alabastro venne spezzato e tutto il suo contenuto fu messo sul­la testa di Gesù (Gv parla solo di «piedi»), inondando di profumo l’intera dimora.

Sia come sia, alla vista del gesto di Maria, l’apostolo Giuda Isca­riota si scandalizzò, interpretandolo come uno spreco. Da economista quale doveva essere, Giuda era riuscito a stimare il valore di mercato di quell’olio pregiato in circa 300 denari, che allora corrispondevano al salario medio di dieci mesi di lavoro. È dunque verosimile che Giuda abbia fatto una rimo­stranza del genere, anche perché era vicina la Pasqua e se il ricavato ottenu­to dalla vendita del profumo fosse stato effettivamente dato ai poveri, avrebbe potuto esserci una positiva ricaduta d’immagine per il movimento nazareno.

Molto meno verosimile è la motivazione con cui Giovanni (o, come è probabile, un secondo redattore) spiega la rimostranza da parte di Giuda, il quale s’era indispettito della cosa perché solitamente rubava nella cassa comune dei Dodici. Qui infatti appare assai poco credibile che il Cri­sto avesse affidato a un ladro la gestione dei fondi. E neppure ha senso cre­dere che il Cristo potesse chiamare tra i suoi più stretti collaboratori, gli «apostoli», una persona ipocrita e disonesta, uno che non aveva neppure il senso della «giustizia sociale».

In realtà se Giuda può anche essere stato un «ladro», non può però aver continuato a rubare una volta chiamato alla sequela del movimento na­zareno, altrimenti un analogo sospetto dovremmo nutrirlo anche per Mat­teo, che prima di convertirsi faceva l’esattore delle tasse per il collaborazio­nista Erode Antipa. Per poter aspirare al ruolo di stretto collaboratore del messia, Giuda doveva possedere notevoli qualità personali, la prima delle quali era sicuramente una forte istanza di liberazione nazionale. Gesù può anche avergli affidato l’incarico di amministrare i beni, pur sapendo ch’era ladro, ma è assai dubbio ch’egli abbia fatto questo solo per metterlo alla prova: evidentemente Giuda aveva anche uno spiccato interesse per la materialità della vita, ovvero per la giustizia socio-economica. In nessuna parte dei vangeli viene detto che, prima di convertirsi, egli svolgeva un qualche mestiere riprovevole.

In ogni caso, anche supponendo che Giuda, prima d’incontrare Gesù, fosse stato ladro perché proveniente da ambienti marginali o depriva­ti (gli apocrifi in realtà sostengono fosse figlio del fratello del sommo sacer­dote Caifa), e che, avendo contratto l’abitudine a rubare, di tanto in tanto at­tingesse indebitamente alle sostanze della cassa comune, si può forse, solo per questo, dedurre che la sua rimostranza fosse unicamente dettata da bas­se motivazioni di ordine personale?

Ci si può cioè chiedere, in altre parole: l’obiezione di Giuda può avere un senso di per sé, a prescindere dall’ipotesi ch’egli sia stato nel pas­sato o fosse ancora nel presente un ladro? Il redattore, evidentemente, non si è posto questa domanda e col cinismo tipico delle persone schematiche ha voluto infierire, facendo sembrare Giuda peggiore di quello che era o che poteva essere. Lasciandosi suggestionare dal cosiddetto «effetto alone», il redattore ha voluto dare una risposta decisamente negativa alla seguente domanda: «poteva un traditore, che, stando ai vangeli, ha venduto il messia per 30 denari, nutrire delle idee a favore dei poveri?».

Gesù prende le difese di Maria e, in un certo senso, di se stesso di­cendo che quel profumo era «già suo», in quanto Maria lo aveva destinato al giorno della sua morte (i cadaveri venivano unti e profumati). Non consi­dera quindi del tutto impropria l’obiezione di Giuda, il quale ovviamente non conosceva la destinazione di quel profumo.

L’obiezione poteva apparire fuori luogo solo pensando che Giuda avrebbe dovuto capire la grande sensibilità di Maria. Ma forse che per que­sta mancanza di tatto (che neppure Gesù volle sottolineare), Giuda meritava d’essere trasformato da «economista» a «ladro»? È possibile sostenere che siccome la colpa del tradimento è la più grave che un uomo possa compie­re, è del tutto naturale supporre che Giuda fosse anche un ladro?

Possiamo addirittura sostenere che tutta la costruzione mitologica della chiesa primitiva circa la «necessità» della morte del Cristo (che qui Maria avrebbe simbolicamente anticipato) è stata fatta, in un certo senso, a spese della personalità di Giuda, del cui tradimento si vorranno presto di­menticare le istanze politiche strettamente connesse, sino a inventarsi la vergognosa richiesta dei 30 denari. La divinizzazione del Cristo non è forse andata di pari passo con la demonizzazione dell’Iscariota?

Dunque che risposta plausibile può aver dato Gesù alla seguente domanda: se Giuda non fosse stato un ladro, la sua obiezione a Maria sareb­be stata giustificata? Da un lato infatti Gesù mostra di apprezzare politica­mente i rimproveri mossi dall’apostolo (e forse da qualcun altro), in quanto evidentemente si rendeva conto che i poveri costituivano il problema n. 1 della loro missione. Dall’altro però gli fa capire che i rimproveri non hanno senso, in quanto quel profumo era già destinato a lui, per cui ai poveri non era stato tolto niente. Cosa che ovviamente Giuda non poteva sapere.

Un’altra osservazione però, molto più importante, Gesù poteva aver fatto: visto cioè che con la morte di Lazzaro si rende possibile un’inte­sa tra i suoi seguaci e i nazareni, nella prospettiva imminente di una insurre­zione armata, è così importante rimproverare una donna che, a modo suo, ha voluto anticipare l’evento, nella convinzione ch’esso avrà il successo me­ritato? Accusandola d’aver sprecato il profumo non si sta forse ammettendo, implicitamente, che la rivoluzione fallirà o che non è il momento di com­pierla?

Se il racconto fosse finito qui non si capirebbe neppure il motivo per cui sia stato inserito da Giovanni nel suo vangelo. Si ha come l’impres­sione che tra il momento in cui è iniziato il banchetto e quello in cui (presu­mibilmente alla fine) Maria ha iniziato a cospargere Gesù di profumo, man­chi qualcosa. Possibile che nel corso di un’intera serata, nell’imminenza di un’insurrezione antiromana, i commensali non abbiano avuto altro da dirsi che disquisire se vendere o no un profumo che apparteneva a Maria e che questa aveva destinato a Gesù?

Se davvero Maria, col suo gesto, avesse voluto indicare il timore o il rischio di una possibile conclusione tragica dell’ultima Pasqua del Cristo, probabilmente l’unguento, che serviva appunto per imbalsamare i cadaveri, l’avrebbe conservato per il momento più opportuno o comunque avrebbe potuto scegliere una diversa modalità profetica. Qui è evidente che il redat­tore ha voluto far capire una cosa completamente diversa da quella effetti­vamente accaduta.

La stessa frase di Gesù riportata nella pericope ha un significato poco chiaro: «Lasciala fare, perché lo conservi per il giorno della mia se­poltura» (v. 7). Evidentemente qualcuno ha voluto rendere ambigua un’e­spressione che in origine non lo era. Invece di usare il passato («l’aveva conservato») si è preferito mettere il presente («lo conservi»), facendo così credere al lettore che il Cristo si riferisse alla propria imminente sepoltura. Col che, peraltro, non si riesce a comprendere il motivo per cui Maria abbia sprecato una cosa che avrebbe dovuto usare il venerdì successivo.

In realtà il motivo qui gli evangelisti lo danno e, con loro, gli stessi manipolatori del quarto vangelo, che di fronte a un testo del genere si com­portarono in maniera alquanto maldestra: essi hanno voluto caricare il gesto di Maria di un significato simbolico che in quel momento non poteva avere. In tal modo s’è potuto rifiutare il rimprovero di Giuda proprio perché contrario alla «necessità» che il messia aveva di morire. Se la morte di Gesù doveva essere imminente, il rimprovero di Giuda a Maria si opponeva, in ultima istanza, a questo destino metafisico.

Si è perfino arrivati a mettere in bocca a Gesù, senza alcuna moti­vazione plausibile, se non quella di voler infierire contro Giuda, una frase ch’egli non può assolutamente aver detto: «I poveri li avrete sempre con voi» (un versetto, peraltro, che in molti codici non è neppure riportato).

Con una frase di questo genere il Cristo avrebbe scandalizzato i di­scepoli molto più di quanto non aveva fatto Maria col suo inconsueto gesto. E per almeno due ragioni: 1. gli apostoli si sentivano militanti impegnati a modificare anche i rapporti sociali e non solo quelli politico-istituzionali; 2. un leader politico non può legittimare lo spreco neppure in casi eccezio­nali (a quella frase infatti egli aggiungerà: «me non mi avrete sempre», la­sciando presagire – secondo i vangeli – una fine imminente).

Il redattore non solo non ha capito che la differenza tra Giuda e Gesù stava in un diverso modo di apprezzare il valore delle cose e nella ne­cessità di approfittare del momento per compiere l’insurrezione antiromana, ma ha anche dimostrato di avere meno sensibilità di Giuda per le questioni di carattere sociale.

Dunque per quale motivo Gesù fu indotto a mentire dicendo che quel profumo era destinato al giorno della sua sepoltura? Il motivo forse lo si può capire cercando di rispondere a quest’altra domanda: s’egli avesse detto che le cose non hanno solo un valore «materiale» ma anche «spiritua­le», fino a che punto Giuda sarebbe stato in grado di capirlo?

Maria aveva voluto ringraziare il Cristo per la decisione d’essere venuto a trovare Lazzaro rischiando d’essere catturato e per la decisione di proseguire il messaggio di liberazione del fratello morto, il cui sacrificio, così, non sarebbe stato vano: per un favore personale e nazionale, etico e politico, così grande, non poteva esistere – secondo lei – un valore equiva­lente con cui ricambiare. La cosa più preziosa che possedeva: l’ampolla di nardo purissimo, poteva essere offerta solo a titolo simbolico, poiché tutto il suo vero valore stava unicamente nell’intenzione che aveva mosso il gesto.

Forse per questo Gesù aveva mentito: sia per tutelare Maria che per non mettere in imbarazzo lo stesso Giuda, che con difficoltà avrebbe compreso il valore profondo di quella intenzione.

Se questa esegesi è vera, allora è anche vero che non può essere considerato inferiore all’elemosina nei confronti dei poveri un gesto d’amo­re nei confronti di una persona che, col suo messaggio di liberazione, avrebbe anche potuto risolvere il problema della povertà.

Il torto di Giuda, in sostanza, si riduce al fatto di non aver compre­so che le esigenze umane di Maria non erano in contraddizione con quelle politiche del movimento nazareno. Esprimendo nel suo personalissimo modo quali sentimenti umani si potevano nutrire nei riguardi del messia, Maria aveva mostrato, forse involontariamente, di credere meglio di Giuda nella possibilità che Gesù aveva di realizzare una società economicamente più giusta, in cui non ci sarebbe stato bisogno di fare l’elemosina per alle­viare (peraltro temporaneamente) le sofferenze dei poveri.

Il criterio di valore che aveva Giuda era di tipo «economicistico» o «riformistico» (a favore della giustizia sociale nei limiti dell’oppressione dominante, in attesa del momento opportuno per rovesciare il sistema) e viene usato per opporsi a una insurrezione immediata, giudicata prematura: quella che Cristo voleva compiere proseguendo la missione di Lazzaro.1

Il criterio di valore che manifesta Gesù era di tipo «politico» (una sconfitta, quella di Lazzaro, può trasformarsi in vittoria). Maria lo ringra­ziava per il grandissimo favore ricevuto: la resurrezione simbolica degli ideali politici del fratello Lazzaro, che era un rivoluzionario, ben conosciuto da Gesù sin dai tempi in cui era vissuto in Giudea; un favore per il quale non c’era un valore equivalente con cui ricambiare, proprio perché Gesù si esponeva di persona, volendo proseguire quegli ideali con una insurrezione armata, che Giuda riteneva forse prematura, anche se aveva rischiato, insie­me a Gesù, d’essere catturato a Betania.

Giuda insomma avrebbe avuto ragione solo se per i poveri non ci fosse stata altra alternativa che l’elemosina, ma non per aver avuto torto me­ritava d’essere trasformato da «economista» a «ladro», ammesso e non con­cesso ch’egli si sia effettivamente scandalizzato per quello che aveva visto. Anche perché questa è praticamente l’unica pericope dei quattro vangeli in cui l’apostolo Giuda Iscariota viene delineato a prescindere dallo stereotipo, consolidato in tutto il Nuovo Testamento, di traditore del messia.

Gli ultimi tre versetti ci paiono difficilmente credibili, almeno per come sono stati scritti: per quale motivo i sommi sacerdoti volevano ucci­dere un uomo come Lazzaro che in nessuno dei quattro vangeli ha mai pro­ferito la benché minima parola? Chi era Lazzaro? Un personaggio influente tra i giudei? L’idea dei redattori cristiani di farlo risorgere è forse venuta in mente per caratterizzare simbolicamente la decisione dei suoi discepoli di aiutare il Cristo a entrare nella capitale in maniera trionfale? È stato Lazza­ro che ha preparato l’ingresso messianico e che ha convinto Gesù che il consenso era sufficientemente ampio per tentare un’insurrezione armata contro i romani e il potere collaborazionista? La conversione di Lazzaro alla causa rivoluzionaria di Gesù è forse stata gestita in maniera simbolica dai redattori cristiani al pari di quella di Paolo di Tarso alla causa antirivo­luzionaria? È forse questo il motivo per cui dell’uno non sappiamo quasi nulla e dell’altro quasi tutto?

Insomma è assai probabile che Giuda si sia scandalizzato di quello che a lui appariva uno spreco semplicemente perché nessuno avrebbe potuto essere matematicamente sicuro che l’insurrezione sarebbe riuscita. Egli non era contrario all’idea in sé di «sollevazione popolare antiromana», ma ne vincolava la riuscita all’atteggiamento che il partito più importante della città avrebbe tenuto, quello farisaico, in cui, quasi certamente, lui stesso, un tempo, aveva militato. Il fatto di vedere a Betania una «grande folla di giudei» al seguito di Gesù non lo rassicurava in maniera decisiva. Giuda doveva essere uno che amava calcolare, soppesare di ogni cosa i pro e i contro.

Nota

1 In Marco invece Giuda tradisce a causa del carattere venale della sua persona, attaccata al denaro.

Discorso sul Monte degli Ulivi

Mc 13,5-37

[5] Gesù si mise a dire loro: «Guardate che nes­suno v’inganni!

[6] Molti verranno in mio nome, dicendo: «Sono io», e inganneran­no molti.

[7] E quando sentirete parlare di guerre, non al­larmatevi; bisogna infatti che ciò avvenga, ma non sarà ancora la fine.

[8] Si leverà infatti na­zione contro nazione e regno contro regno; vi saranno terremoti sulla terra e vi saranno care­stie. Questo sarà il prin­cipio dei dolori.

[9] Ma voi badate a voi stessi! Vi consegneranno ai sinedri, sarete percossi nelle sinagoghe, compa­rirete davanti a governa­tori e re a causa mia, per render testimonianza da­vanti a loro.

[10] Ma prima è necessa­rio che il vangelo sia proclamato a tutte le genti.

[11] E quando vi condur­ranno via per consegnar­vi, non preoccupatevi di ciò che dovrete dire, ma dite ciò che in quell’ora vi sarà dato: poiché non siete voi a parlare, ma lo Spirito Santo.

[12] Il fratello consegne­rà a morte il fratello, il padre il figlio e i figli in­sorgeranno contro i geni­tori e li metteranno a morte.

[13] Voi sarete odiati da tutti a causa del mio nome, ma chi avrà perse­verato sino alla fine sarà salvato.

[14] Quando vedrete l’a­bominio della desolazio­ne stare là dove non con­viene, chi legge capisca, allora quelli che si trova­no nella Giudea fuggano ai monti;

[15] chi si trova sulla ter­razza non scenda per en­trare a prender qualcosa nella sua casa;

[16] chi è nel campo non torni indietro a prendersi il mantello.

[17] Guai alle donne in­cinte e a quelle che allat­teranno in quei giorni!

[18] Pregate che ciò non accada d’inverno;

[19] perché quei giorni saranno una tribolazione, quale non è mai stata dall’inizio della creazio­ne, fatta da Dio, fino al presente, né mai vi sarà.

[20] Se il Signore non abbreviasse quei giorni, nessun uomo si salvereb­be. Ma a motivo degli eletti che si è scelto ha abbreviato quei giorni.

[21] Allora, dunque, se qualcuno vi dirà: «Ecco, il Cristo è qui, ecco è là», non ci credete;

[22] perché sorgeranno falsi cristi e falsi profeti e faranno segni e portenti per ingannare, se fosse possibile, anche gli elet­ti.

[23] Voi però state atten­ti! Io vi ho predetto tutto.

[24] In quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole si oscurerà e la luna non darà più il suo splen­dore

[25] e gli astri si mette­ranno a cadere dal cielo e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte.

[26] Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande po­tenza e gloria.

[27] Ed egli manderà gli angeli e riunirà i suoi eletti dai quattro venti, dall’estremità della terra fino all’estremità del cie­lo.

[28] Dal fico imparate questa parabola: quando già il suo ramo si fa tene­ro e mette le foglie, voi sapete che l’estate è vici­na;

[29] così anche voi, quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, alle porte.

[30] In verità vi dico: non passerà questa gene­razione prima che tutte queste cose siano avve­nute.

[31] Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno.

[32] Quanto poi a quel giorno o a quell’ora, nes­suno li conosce, neanche gli angeli nel cielo, e neppure il Figlio, ma solo il Padre.

[33] State attenti, veglia­te, perché non sapete quando sarà il momento preciso.

[34] È come uno che è partito per un viaggio dopo aver lasciato la pro­pria casa e dato il potere ai servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vigilare.

[35] Vigilate dunque, poiché non sapete quan­do il padrone di casa ri­tornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino,

[36] perché non giunga all’improvviso, trovando­vi addormentati.

[37] Quello che dico a voi, lo dico a tutti: Ve­gliate!».

Mt 24,1-51

[1] Mentre Gesù, uscito dal tempio, se ne andava, gli si avvicinarono i suoi discepoli per fargli os­servare le costruzioni del tempio.

[2] Gesù disse loro: «Ve­dete tutte queste cose? In verità vi dico, non reste­rà qui pietra su pietra che non venga diroccata».

[3] Sedutosi poi sul mon­te degli Ulivi, i suoi di­scepoli gli si avvicinaro­no e, in disparte, gli dis­sero: «Dicci quando ac­cadranno queste cose, e quale sarà il segno della tua venuta e della fine del mondo».

[4] Gesù rispose: «Guar­date che nessuno vi in­ganni;

[5] molti verranno nel mio nome, dicendo: Io sono il Cristo, e trarran­no molti in inganno.

[6] Sentirete poi parlare di guerre e di rumori di guerre. Guardate di non allarmarvi; è necessario che tutto questo avvenga, ma non è ancora la fine.

[7] Si solleverà popolo contro popolo e regno contro regno; vi saranno carestie e terremoti in vari luoghi;

[8] ma tutto questo è solo l’inizio dei dolori.

[9] Allora vi consegne­ranno ai supplizi e vi uc­cideranno, e sarete odiati da tutti i popoli a causa del mio nome.

[10] Molti ne resteranno scandalizzati, ed essi si tradiranno e odieranno a vicenda.

[11] Sorgeranno molti falsi profeti e inganne­ranno molti;

[12] per il dilagare dell’i­niquità, l’amore di molti si raffredderà.

[13] Ma chi persevererà sino alla fine, sarà salva­to.

[14] Frattanto questo vangelo del regno sarà annunziato in tutto il mondo, perché ne sia resa testimonianza a tutte le genti; e allora verrà la fine.

[15] Quando dunque ve­drete l’abominio della desolazione, di cui parlò il profeta Daniele, stare nel luogo santo – chi leg­ge comprenda -,

[16] allora quelli che sono in Giudea fuggano ai monti,

[17] chi si trova sulla ter­razza non scenda a pren­dere la roba di casa,

[18] e chi si trova nel campo non torni indietro a prendersi il mantello.

[19] Guai alle donne in­cinte e a quelle che allat­teranno in quei giorni.

[20] Pregate perché la vostra fuga non accada d’inverno o di sabato.

[21] Poiché vi sarà allora una tribolazione grande, quale mai avvenne dall’i­nizio del mondo fino a ora, né mai più ci sarà.

[22] E se quei giorni non fossero abbreviati, nes­sun vivente si salvereb­be; ma a causa degli elet­ti quei giorni saranno ab­breviati.

[23] Allora se qualcuno vi dirà: Ecco, il Cristo è qui, o: È là, non ci crede­te.

[24] Sorgeranno infatti falsi cristi e falsi profeti e faranno grandi portenti e miracoli, così da indur­re in errore, se possibile, anche gli eletti.

[25] Ecco, io ve l’ho pre­detto.

[26] Se dunque vi diran­no: Ecco, è nel deserto, non ci andate; o: È in casa, non ci credete.

[27] Come la folgore viene da oriente e brilla fino a occidente, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo.

[28] Dovunque sarà il cadavere, ivi si radune­ranno gli avvoltoi.

[29] Subito dopo la tri­bolazione di quei giorni, il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce, gli astri cadranno dal cie­lo e le potenze dei cieli saranno sconvolte.

[30] Allora comparirà nel cielo il segno del Fi­glio dell’uomo e allora si batteranno il petto tutte le tribù della terra, e ve­dranno il Figlio dell’uo­mo venire sopra le nubi del cielo con grande po­tenza e gloria.

[31] Egli manderà i suoi angeli con una grande tromba e raduneranno tutti i suoi eletti dai quat­tro venti, da un estremo all’altro dei cieli.

[32] Dal fico poi impara­te la parabola: quando ormai il suo ramo diven­ta tenero e spuntano le foglie, sapete che l’estate è vicina.

[33] Così anche voi, quando vedrete tutte queste cose, sappiate che Egli è proprio alle porte.

[34] In verità vi dico: non passerà questa gene­razione prima che tutto questo accada.

[35] Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno.

[36] Quanto a quel gior­no e a quell’ora, però, nessuno lo sa, neanche gli angeli del cielo e nep­pure il Figlio, ma solo il Padre.

[37] Come fu ai giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo.

[38] Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e marito, fino a quando Noè entrò nel­l’arca,

[39] e non si accorsero di nulla finché venne il di­luvio e inghiottì tutti, così sarà anche alla ve­nuta del Figlio dell’uo­mo.

[40] Allora due uomini saranno nel campo: uno sarà preso e l’altro lascia­to.

[41] Due donne macine­ranno alla mola: una sarà presa e l’altra lasciata.

[42] Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà.

[43] Questo considerate: se il padrone di casa sa­pesse in quale ora della notte viene il ladro, ve­glierebbe e non si lasce­rebbe scassinare la casa.

[44] Perciò anche voi state pronti, perché nel­l’ora che non immagina­te, il Figlio dell’uomo verrà.

[45] Qual è dunque il servo fidato e prudente che il padrone ha prepo­sto ai suoi domestici con l’incarico di dar loro il cibo al tempo dovuto?

[46] Beato quel servo che il padrone al suo ri­torno troverà ad agire così!

[47] In verità vi dico: gli affiderà l’amministrazio­ne di tutti i suoi beni.

[48] Ma se questo servo malvagio dicesse in cuor suo: Il mio padrone tarda a venire,

[49] e cominciasse a per­cuotere i suoi compagni e a bere e a mangiare con gli ubriaconi,

[50] arriverà il padrone quando il servo non se l’aspetta e nell’ora che non sa,

[51] lo punirà con rigore e gli infliggerà la sorte che gli ipocriti si merita­no: e là sarà pianto e stri­dore di denti.

Lc 21,5-38

[5] Mentre alcuni parla­vano del tempio e delle belle pietre e dei doni votivi che lo adornavano, disse:

[6] «Verranno giorni in cui, di tutto quello che ammirate, non resterà pietra su pietra che non venga distrutta».

[7] Gli domandarono: «Maestro, quando acca­drà questo e quale sarà il segno che ciò sta per compiersi?».

[8] Rispose: «Guardate di non lasciarvi inganna­re. Molti verranno sotto il mio nome dicendo: «Sono io» e: «Il tempo è prossimo»; non seguiteli.

[9] Quando sentirete par­lare di guerre e di rivolu­zioni, non vi terrorizzate. Devono infatti accadere prima queste cose, ma non sarà subito la fine».

[10] Poi disse loro: «Si solleverà popolo contro popolo e regno contro re­gno,

[11] e vi saranno di luo­go in luogo terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terri­ficanti e segni grandi dal cielo.

[12] Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perse­guiteranno, consegnan­dovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e a governa­tori, a causa del mio nome.

[13] Questo vi darà occa­sione di render testimo­nianza.

[14] Mettetevi bene in mente di non preparare prima la vostra difesa;

[15] io vi darò lingua e sapienza, a cui tutti i vo­stri avversari non potran­no resistere, né contro­battere.

[16] Sarete traditi perfi­no dai genitori, dai fra­telli, dai parenti e dagli amici, e metteranno a morte alcuni di voi;

[17] sarete odiati da tutti per causa del mio nome.

[18] Ma nemmeno un ca­pello del vostro capo pe­rirà.

[19] Con la vostra perse­veranza salverete le vo­stre anime.

[20] Ma quando vedrete Gerusalemme circondata da eserciti, sappiate allo­ra che la sua devastazio­ne è vicina.

[21] Allora coloro che si trovano nella Giudea fuggano ai monti, coloro che sono dentro la città se ne allontanino, e quel­li in campagna non torni­no in città;

[22] saranno infatti gior­ni di vendetta, perché tutto ciò che è stato scrit­to si compia.

[23] Guai alle donne che sono incinte e allattano in quei giorni, perché vi sarà grande calamità nel paese e ira contro questo popolo.

[24] Cadranno a fil di spada e saranno condotti prigionieri tra tutti i po­poli; Gerusalemme sarà calpestata dai pagani fin­ché i tempi dei pagani siano compiuti.

[25] Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra ango­scia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti,

[26] mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che do­vrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli in­fatti saranno sconvolte.

[27] Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con potenza e gloria grande.

[28] Quando comince­ranno ad accadere queste cose, alzatevi e levate il capo, perché la vostra li­berazione è vicina».

[29] E disse loro una pa­rabola: «Guardate il fico e tutte le piante;

[30] quando già germo­gliano, guardandoli capi­te da voi stessi che ormai l’estate è vicina.

[31] Così pure, quando voi vedrete accadere queste cose, sappiate che il regno di Dio è vicino.

[32] In verità vi dico: non passerà questa gene­razione finché tutto ciò sia avvenuto.

[33] Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno.

[34] State bene attenti che i vostri cuori non si appesantiscano in dissi­pazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piom­bi addosso improvviso;

[35] come un laccio esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra.

[36] Vegliate e pregate in ogni momento, perché abbiate la forza di sfug­gire a tutto ciò che deve accadere, e di comparire davanti al Figlio dell’uo­mo».

[37] Durante il giorno in­segnava nel tempio, la notte usciva e pernottava all’aperto sul monte detto degli Ulivi.

[38] E tutto il popolo ve­niva a lui di buon matti­no nel tempio per ascol­tarlo.

*

Nei Sinottici il Discorso sul Monte degli Ulivi (Mt 24 e Lc 21, come noto, copiano essenzialmente da Mc 13), pronunciato poco prima del­l’ultima Pasqua, è un discorso di tipo apocalittico o escatologico, quando in realtà avrebbe dovuto essere di tipo programmatico, essendo imminente la rivoluzione.

Appare quindi evidente che i redattori han trasformato un discorso politico, rivolto solo ai più stretti discepoli, che dovevano dirigere l’insurre­zione nazionale, in un discorso mistico, rivolto, attraverso l’espediente dei suoi più stretti discepoli, ai cristiani in generale, soprattutto a quelli soprav­vissuti dopo la sconfitta dell’insurrezione nazionale del movimento nazare­no.

Il discorso viene collocato da Marco subito prima dell’ingresso messianico; lo spazio scenico è quello del Tempio di Gerusalemme e suc­cessivamente quello del Monte degli Olivi (Getsemani), un giardino collo­cato sul limitare della valle del Cedron, lungo l’odierna strada da Gerusa­lemme a Betania (si badi che infinite sono, ancora oggi, le discussioni sul­l’effettiva ubicazione del Tempio). Tuttavia un discorso del genere difficil­mente può essere stato fatto presso il Tempio, alla presenza delle autorità giudaiche e romane; può invece risultare attendibile il riferimento al Getse­mani, luogo di rifugio dei Dodici.

In Marco il discorso è fatto da un leader già consapevole che il suo tentativo eversivo contro l’occupante straniero andrà fallito. Non può quindi in alcun modo essere un discorso storicamente attendibile, salvo il fatto che il redattore ha effettivamente cercato di descrivere quello che sarebbe acca­duto a Israele e a Gerusalemme in particolare dopo la disfatta della nazione. Quindi necessariamente tutto il discorso è stato redatto dopo il 70, e in ef­fetti nessun esegeta mette in dubbio che l’intero vangelo di Marco sia stato scritto dopo questa data (l’intera comunità cristiana di Gerusalemme scom­parve dopo il 70: secondo una tradizione una parte si rifugiò a Pella, città della Decapoli).

Naturalmente il redattore non poteva essere così ingenuo da far ca­pire al proprio lettore che il discorso si riferiva a una situazione post-eventum. Non potevano esserci dettagli storici troppo concreti. Si doveva piuttosto cercare di far passare Gesù per una divinità in grado di leggere gli eventi del futuro, almeno con sufficiente chiarezza, se la massima lucidità non era redazionalmente possibile. In ogni caso le profezie dovevano apparire come se non potessero essere smentite, per quanto i Sinottici siano reticenti nell’attribuire la causa del crollo del giudaismo ai romani.

All’autore di questo lungo discorso premeva ottenere due fonda­mentali risultati per l’ideologia religiosa della sua comunità di appartenen­za: 1. dimostrare che Gesù era dio; 2. dimostrare che la sua morte in croce era stata inevitabile. Infatti un dio fattosi uomo che annuncia la fine immi­nente del proprio paese, rende legittima la tesi petrina della sua «morte ne­cessaria», in quanto voluta direttamente da dio, vero artefice della fine del primato d’Israele.

Non deve essere stato facile elaborare un discorso apocalittico, re­visionando quello politico originario, in modo tale da non rinunciare ad al­cuni fondamentali riferimenti storici alla Palestina e in particolare al destino tragico del suo Tempio. Il discorso doveva essere astratto – come lo è ogni discorso di tipo religioso – ma sino a un certo punto. Il redattore infatti, scri­vendo dopo il 70, voleva indurre il suo lettore a credere che quanto aveva scritto s’era puntualmente verificato.

È dunque evidente che nessun lettore sarebbe stato in grado di ve­rificare, nel dettaglio, se quel discorso era stato effettivamente detto dal Cristo. Marco si rivolge a lettori che prevalentemente non sono ebrei, o che, se ebreo-cristiani (avendo accettato la tesi petrina della morte necessaria e della resurrezione del messia), non risiedono più in Palestina, e che in ogni caso nutrivano un odio così grande nei confronti dei giudei che non avreb­bero avuto scrupoli nel fare carte false per indicare unicamente in loro i principali responsabili della morte del Cristo e della distruzione del loro paese.

Vediamo ora il contenuto del discorso, al quale le versioni di Luca e Matteo non sembrano offrire varianti significative.

Gli apostoli citati da Marco sono quattro e in quest’ordine: Pietro, perché fu lui a dirigere la comunità post-pasquale subito dopo la morte del Cristo; Giacomo, che dovrebbe essere il fratello di Giovanni ma che forse qui è il fratello di Gesù, quello che sostituì Pietro quando questi fu fatto evadere dal carcere ed espatriare per sempre dalla Palestina; Giovanni, che fu ben presto emarginato dalla comunità di Pietro e che qui risulta presente solo perché non si poteva escluderlo, e Andrea, fratello di Pietro, anche lui misteriosamente scomparso negli Atti degli apostoli.

L’occasione del discorso è un’espressione di meraviglia manifesta­ta dai discepoli per la robustezza delle mura del Tempio e dell’intera città (cosa che sarebbe stata particolarmente utile per difendersi dalla controffen­siva romana successiva all’insurrezione). Ovviamente Gesù avrà conferma­to, sul piano tecnico, il valore strategico della città e delle sue imponenti fortificazioni (a quel tempo in fondo gli ebrei erano gli unici a resistere con coraggio al dilagare dell’imperialismo romano). Qui però doveva apparire il contrario, essendo tutto il discorso finalizzato a mostrare la debolezza di quelle costruzioni, che di fatto non riuscirono a reggere l’impatto dell’as­salto delle legioni.

Se è esistito, ed è facile che lo sia stato, in quanto l’insurrezione anti-romana nei piani del Cristo doveva partire per forza dalla capitale di Israele, un discorso politico-militare su un argomento logistico come que­sto, deve essersi svolto sulla base di considerazioni che qui non potevano essere presenti, avendo Marco in mente di propagandare l’immagine di un messia redentore e non liberatore.

Il discorso originario, com’è facile immaginare, doveva aver posto sulla bilancia questioni di natura tecnica e questioni di natura umana. Sa­rebbe stato infatti illusorio pensare di poter resistere a un grande impero come quello romano, che fino a quel momento aveva incontrato ben poche resistenze, facendo leva esclusivamente sull’imponenza delle mura della cit­tà, che peraltro erano già state varcate dalle legioni di Pompeo.

Occorreva una direzione strategica delle operazioni belliche ben organizzata, che permettesse non solo di resistere agli assedi delle legioni romane, ma anche di cacciarle definitivamente dalla Palestina. E una dire­zione del genere doveva poter contare, più che sull’imponenza delle mura (come invece pensarono di fare gli zeloti nel corso della guerra giudaica), sulla collaborazione del popolo, che, a vario titolo, avrebbe dovuto sostene­re le truppe regolari e irregolari, fiancheggiare le operazioni militari vere e proprie e quelle di guerriglia. Nessun esercito riesce a vincere una guerra se non ha l’appoggio della popolazione in grado di nutrirlo, assisterlo, proteg­gerlo nei momenti più critici.

La resistenza doveva essere nazionale e non concentrata soltanto nella capitale. Indubbiamente il segno per farla scoppiare poteva essere of­ferto dall’insurrezione armata a Gerusalemme, in virtù della quale si poteva facilmente disarmare la guarnigione romana lì presente. Dopodiché si sa­rebbe occupata la città nei suoi gangli vitali, estromettendo l’aristocrazia sa­cerdotale da qualunque gestione politica del Tempio e della città. Ma il vero obiettivo restava la liberazione dell’intera Palestina. P. es. il quartier generale di Pilato, stanziato a Cesarea, andava immediatamente bloccato, onde impedire qualunque comunicazione con Roma.

Qual è la principale contraddizione del racconto di Marco, che am­bisce a conciliare aspetti umani con aspetti religiosi? È il fatto che da un lato Gesù, qui presentato come un dio, spiega per filo e per segno cosa do­vrà accadere nell’imminenza della fine non solo della Palestina ma del mon­do intero; dall’altro però egli non è assolutamente in grado di prevedere il momento in cui tutto ciò avverrà, in quanto – a suo giudizio – solo dio può saperlo.

Qui è evidentissima la dipendenza di Marco dall’ideologia petro-paolina, che all’inizio cercò d’imporsi parlando di «morte necessaria» del messia, di sua «resurrezione» e di una sua «imminente parusia trionfale» e che poi, vedendo gli inspiegabili ritardi di quest’ultima, fu costretta a ridi­mensionare le proprie sicurezze, posticipando a data da destinarsi il mo­mento epocale del riscatto definitivo (i cui segni anticipatori non sarebbero stati solo di tipo «storico» ma anche, in maniera contestuale, di tipo «natu­ralistico»).

Ecco perché lo stesso Gesù che viene reso profeta della catastrofe finale di Israele, la cui causa viene qui addebitata ai giudei, che non hanno creduto in lui, non può profetizzare nulla sulla catastrofe del mondo intero, in quanto il suo ritorno trionfale, da parte dei primi discepoli, è andato delu­so. Un Cristo risorto, che invece di tornare per vendicarsi dei romani e dei giudei collaborazionisti, se ne ascende in cielo, non può certo essere consi­derato un messia liberatore, anzi rende illusoria qualunque aspettativa poli­tica (non a caso nel vangelo di Marco, che è quello del «segreto messiani­co» per eccellenza, Gesù rifiuta sempre di qualificarsi come «messia»).

Ma se non era un liberatore – fa capire Marco – è inutile prenderse­la coi romani. Se i giudei non l’hanno riconosciuto, la principale responsa­bilità ricade su di loro. Se l’avessero accettato come messia politico, la Pa­lestina si sarebbe liberata dei romani; non avendolo fatto, non ha più senso continuare a parlare di «messia liberatore»: tutta la Palestina è stata occupa­ta dai romani e i cristiani emigrati devono continuare a vivere sotto le grin­fie dell’impero. Una liberazione politica, agli occhi degli ebrei e degli stessi primi cristiani, avrebbe avuto senso se fosse stata «nazionale». Ma dopo il 70 ogni tentativo di continuare a parlare di un «Cristo politico» andava de­cisamente superato.

La prima domanda che i discepoli Pietro, Giacomo, Giovanni e Andrea rivolgono a Gesù è quella tipica di chi vive un’esperienza religiosa in una situazione sociale ai limiti della sopportabilità: «Dicci quando avver­rà la fine di tutto». È la classica domanda di chi è politicamente rassegnato.

Il lato comico di questa domanda è che essa viene posta subito dopo aver osannato la magnificenza delle imponenti mura del Tempio di Gerusalemme, lasciando così credere che fossero inespugnabili. È come se il redattore avesse voluto far parlare i quattro discepoli dapprima come se­guaci di un partito politico e subito dopo come seguaci di una setta religio­sa. La constatazione dell’imponenza delle mura è forse l’unica nota realisti­ca del tradizionale discorso del Cristo, nel senso che l’idea dell’insurrezione generale non poteva non avvalersi del contributo logistico-difensivo che avrebbero potuto dare quelle mura.

Dunque in pochissime battute i quattro discepoli passano dalla convinzione di poter resistere ai romani, alla certezza della loro propria sconfitta. Si smontano in maniera subitanea proprio perché il Cristo agisce come se fosse onnisciente. Evidentemente il redattore s’era sentito in obbli­go di far apparire come del tutto naturale al lettore che il discorso apocalit­tico sulle sorti di Israele dovesse essere, nel contempo, un discorso d’addio del Cristo, cioè un discorso sulla propria stessa sorte. Egli infatti dà qui per scontato che il messia sarebbe morto prima della distruzione di Gerusalem­me e che solo i suoi discepoli avrebbe potuto constatarla coi loro occhi.

Non è escluso che il redattore abbia qui usato, come modello lette­rario, una parte dell’Apocalisse giovannea, cronologicamente anteriore. La differenza tra le due apocalissi è che mentre quella giovannea indica un ri­torno imminente del messia glorioso, quella sinottica la posticipa sine die. Si può anzi sostenere – ma questo andrebbe dimostrato con uno studio spe­cifico – che tutte le manomissioni operate sull’Apocalisse di Giovanni sono state fatte sulla scorta di quanto scritto nel discorso apocalittico elaborato da Pietro e materialmente redatto dal suo discepolo preferito. In Giovanni infatti tutto quanto viene detto per non rendere imminente la parusia del Cristo è ideologicamente in linea con quanto scritto nel primo vangelo.

Dopo il tragico momento della croce Pietro volle comandare il mo­vimento nazareno, ponendosi in alternativa alla posizione giovannea, che invece chiedeva di proseguire la strada dell’insurrezione armata. Fu lui, con la sua idea opportunista di «parusia», che obbligava a starsene passivamen­te in attesa, il principale responsabile della disfatta del movimento nazareno (in questo seguito a ruota dall’ex fariseo Saulo di Tarso). E fu sempre lui che ideò la trovata geniale di attribuire al Cristo un vaticinio catastrofico non tanto o non solo per la Palestina ma anche e soprattutto per l’intero pia­neta, facendo in modo così di salvaguardare le proprie idee di «morte ne­cessaria», di «resurrezione» e della stessa «parusia», che avrebbero conti­nuato ad avere un valore non tanto sul piano storico quanto piuttosto su quello metastorico, essendo proiettate verso un tempo indefinito.

Anche noi oggi sappiamo che il sole ha una vita di circa tredici mi­liardi di anni e che ne sono già trascorsi cinque dalla sua nascita e che tra altri cinque inizierà la sua agonia, quando non vi sarà più idrogeno nel suo nucleo: che cosa ci costa dire che tra sei-sette miliardi di anni vi sarà la pa­rusia del Cristo? Chi potrebbe smentirci? Ma soprattutto: a chi interesserà un evento del genere? Anche Paolo, che pur aveva creduto imminente la parusia, dopo vent’anni di folle predicazione, sarà costretto a inventarsi de­gli impossibili segni premonitori, che ne avrebbero anticipato la venuta, tra cui, niente di meno, che la conversione generalizzata degli ebrei al cristia­nesimo!

Tutta questa «piccola apocalisse» sottostà a una precisa filosofia deterministica, essendo dominata dalla categoria della necessità storica. Gli eventi storici e naturali appaiono come ineluttabili, inevitabili, predestinati da dio-padre, cui neppure il figlio può opporsi. I sopravvissuti alla generale apostasia saranno quelli predestinati alla salvezza. I giorni della catastrofe cosmica verranno abbreviati solo per fare un favore agli eletti, i quali non avranno il potere d’impedire alcunché. Loro compito principale sarà soltan­to quello di resistere il più possibile. Non ci sarà infatti possibilità di realiz­zare alcuna rivoluzione politica o insurrezione armata sulla terra, proprio perché la liberazione dalla schiavitù non potrà essere «umana» ma solo «di­vina», fatta direttamente dal figlio dell’uomo, che scenderà dall’alto dei cie­li. Sicché mentre nell’Apocalisse di Giovanni gli eletti devono tenersi pronti a un decisivo scontro armato (non a caso essa fu scritta nell’imminenza del­la guerra giudaica), qui invece devono soltanto attendere passivamente il trionfo del Cristo redivivo.

Pietro ha mentito alla sua generazione, al suo movimento e ha con­tinuato a mentire alle generazioni future, quelle che per credere nella «divi­nità» del messia hanno rinunciato a lottare per migliorare le loro condizioni di vita.

Prima della parusia – dice Marco – occorreranno molti falsi Cristi (v. 6), molte guerre tra nazioni e tra regni (v. 7), molti terremoti e carestie (v. 8), molte persecuzioni anti-cristiane (v. 9) e soprattutto una predicazione del vangelo a tutto il mondo (v. 10). Bastava anche solo quest’ultima cosa per capire che la generazione contemporanea a Gesù non avrebbe mai potu­to vedere alcuna parusia.

Per convalidare l’impossibilità di questa attesa, Marco aggiunge, per bocca di Gesù, che dovranno accadere cose mostruose, raccapriccianti, come i crimini tra consanguinei (particolarmente vergognosi per il popolo ebraico) e, peggio ancora, una generale apostasia dai propri convincimenti di fede (il cosiddetto «abominio della desolazione»), in cui, in un certo sen­so, il bianco verrà creduto nero e viceversa. In nome di un’ideologia oppo­sta a quella cristiana, fatta passare per quella veramente cristiana, si finirà col compiere le persecuzioni più orribili, che non daranno scampo a chi non vi crederà in maniera del tutto passiva.

Per non demoralizzare irreparabilmente i discepoli, il Cristo ag­giunge che la devastazione sarà sì intensa ma non così lunga da indurre tutti gli «eletti» a cedere. Sarà dio stesso in persona ad abbreviarne i tempi e lo farà attraverso disastrosi fenomeni naturali, in cui tutti periranno: oppressi e oppressori. Il sole, la luna, le stelle e tutto il creato subirà un cataclisma epocale. Solo a questo punto avverrà la parusia trionfale del Cristo, al cui seguito vi saranno coloro che hanno avuto la forza di non tradirlo.

Se un cristiano l’avesse letta in questi termini, tale descrizione de­gli eventi escatologici non avrebbe lasciato molte speranze: il riscatto degli oppressi sarebbe potuto avvenire solo dopo la morte di tutti, nei secoli o nei millenni a venire. Qui deve per forza esserci stata un’obiezione da parte di qualcuno, altrimenti è difficile spiegarsi il significato della frase che ad un certo punto Gesù è quasi costretto a dire: «In verità vi dico che questa generazione non passerà prima che tutte queste cose siano avvenute» (v. 30).

Dunque una speranza c’era, magari se non proprio per se stessi, al­meno per i propri figli. Sarebbe stato infatti difficile pensare di poter trova­re dei proseliti tra gli oppressi prospettando loro un destino di morte e di­struzione. Certamente non sarebbe loro bastato sapere che mentre il cielo e la terra erano destinati prima o poi a collassare, le «parole del Cristo» sa­rebbero invece durate in eterno (v. 31).

Tuttavia va considerato alquanto riprovevole l’aver attribuito al Cristo l’affermazione secondo cui non sarebbe passata la propria «genera­zione» prima che tutte queste disgrazie fossero avvenute (Mc 13,30). Che bisogno aveva Marco di dire una cosa del genere quando quella generazio­ne sapeva benissimo che la parusia non c’era mai stata? Il motivo è sempli­ce: Pietro ha voluto far credere che quando predicava la parusia imminente lo faceva solo perché gli era stato comunicato dal Cristo. «Morte necessa­ria», «resurrezione», «parusia»: sono tutti concetti che nel vangelo di Mar­co vengono fatti propri direttamente dal messia, tutti concetti che sono ser­viti per mettere a tacere un movimento che chiedeva perché di fronte all’a­vanzata romana in Palestina le indicazioni dall’alto erano quelle di non fare nulla.

Dunque chi poteva smentire Pietro dopo il 70, quando non solo molti apostoli della prima ora non esistevano più nell’ambito del cristianesi­mo petrino e quando persino quella stessa generazione, testimone delle azioni del Cristo, si era ormai ridotta all’osso? Solo Giovanni poteva farlo, e infatti lo farà in un racconto di resurrezione del suo vangelo (c. 21), che per passare al setaccio del canone i suoi seguaci dovettero ambientarlo in un contesto saturo di misticismo: lì viene detto che mentre il discepolo predi­letto poteva essere esonerato dal ricominciare la sequela al Cristo, in quanto non l’aveva mai tradito, per Pietro invece era un’altra storia.

Nel vangelo di Marco, come in tutti i documenti del Nuovo Testa­mento, noi abbiamo a che fare con una comunità politicamente sconfitta, che cerca di sopravvivere arrampicandosi sugli specchi, inventandosi cose assurde, anche perché non vuole rassegnarsi a non poter svolgere alcun ruo­lo politico. E, per quanto dal punto di vista ateistico possa apparire una cosa irrilevante, le va comunque attribuito il merito d’aver cercato d’opporsi, con l’idea di un Cristo «divino-umano», alle pretese teocratiche degli imperatori romani. Là dove nel discorso si parla di «abominio della desolazione» si deve appunto intendere la trasformazione del Tempio ebraico in un Tempio pagano, votato a Zeus.

La parte finale di questo discorso (di cui quella allegorica può es­sere considerata posticcia) da un lato ha dovuto in qualche modo smentire che la generazione coeva a Gesù avrebbe visto, con sicurezza, il suo ritorno trionfale, nella cui imminenza s’era in effetti creduto, in un primo momento, come testimoniano anche le lettere paoline; dall’altro però ha cercato di rimediare a uno stato emotivo di frustrazione sulle sorti della propria vita e della propria fede. «Quanto a quel giorno e a quell’ora, nessuno li sa, neppure gli angeli del cielo, neppure il Figlio, ma solo il Padre» (v. 32). Cioè l’unica sicurezza è che la parusia avverrà, in quanto il mondo (persino il sistema solare) è destinato a finire, ma non si può sapere il momento esatto, in quanto all’origine di tutto non vi è il Figlio ma il Padre.

Un modo, questo, di vedere le cose, antitetico persino ai manipola­tori del vangelo di Giovanni, per i quali – così scrivono nel Prologo – «ogni cosa è stata fatta per mezzo del Logos» (1,3). Tale differenza si spiega col fatto che mentre i suddetti manipolatori avevano a che fare con un testo che presentava chiaramente un Gesù politico e ateo, Marco invece (che si posi­ziona sulla linea petro-paolina) s’è limitato a enfatizzare l’immagine mistica di un Cristo figlio di dio, nel senso che quanto più Cristo è dio tanto più si possono attribuire a dio delle qualità o delle prerogative che appartengono solo a lui (p. es. la stessa idea di considerare «necessaria» la morte in croce del proprio Figlio o appunto l’idea che la fine del mondo neppure il Figlio può saperla).

Ora, se può apparire comprensibile l’esigenza di rimandare a un fu­turo non precisato la possibilità di una rivincita politica e militare, per quale ragione non si incontra mai nel Nuovo Testamento neanche la più piccola espressione di autocritica nei confronti di quanto la leadership del movi­mento nazareno fece dopo la morte del Cristo?

Il Nuovo Testamento appare come una colossale opera di falsifica­zione, una sorta di revisione redazionale di tutto quanto era stato pubblicato sull’argomento della rivoluzione, analoga a quella che viene raccontata da G. Orwell in 1984 e molto simile a quanto fece lo stalinismo dopo la morte di Lenin, a partire dal suo Testamento politico. Il Nuovo Testamento è l’e­spressione di una dittatura ideologica e politica che, partendo dalle posizio­ni petrine, s’è conclusa con quelle paoline, trovando soltanto in quelle gio­vannee una debole resistenza.

I pani moltiplicati

Gv 6,1-70

[1] Dopo questi fat­ti, Gesù andò all’al­tra riva del mare di Galilea, cioè di Ti­berìade,

[2] e una grande folla lo seguiva, ve­dendo i segni che faceva sugli infer­mi.

[3] Gesù salì sulla montagna e là si pose a sedere con i suoi discepoli.

[4] Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei.

[5] Alzati quindi gli occhi, Gesù vide che una grande fol­la veniva da lui e disse a Filippo: «Dove possiamo comprare il pane perché costoro ab­biano da mangiare?».

[6] Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva bene quello che sta­va per fare.

[7] Gli rispose Fi­lippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa rice­verne un pezzo».

[8] Gli disse allora uno dei discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro:

[9] «C’è qui un ra­gazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?».

[10] Rispose Gesù: «Fateli sedere». C’era molta erba in quel luogo. Si se­dettero dunque ed erano circa cinque­mila uomini.

[11] Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li distribuì a quelli che si erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, finché ne vollero.

[12] E quando furo­no saziati, disse ai discepoli: «Racco­gliete i pezzi avan­zati, perché nulla vada perduto».

[13] Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato.

[14] Allora la gen­te, visto il segno che egli aveva com­piuto, cominciò a dire: «Questi è dav­vero il profeta che deve venire nel mondo!».

[15] Ma Gesù, sa­pendo che stavano per venire a pren­derlo per farlo re, si ritirò di nuovo sulla montagna, tutto solo.

[16] Venuta intanto la sera, i suoi disce­poli scesero al mare

[17] e, saliti in una barca, si avviarono verso l’altra riva in direzione di Cafar­nao. Era ormai buio, e Gesù non era ancora venuto da loro.

[18] Il mare era agi­tato, perché soffia­va un forte vento.

[19] Dopo aver re­mato circa tre o quattro miglia, vi­dero Gesù che cam­minava sul mare e si avvicinava alla barca, ed ebbero paura.

[20] Ma egli disse loro: «Sono io, non temete».

[21] Allora vollero prenderlo sulla bar­ca e rapidamente la barca toccò la riva alla quale erano di­retti.

[22] Il giorno dopo, la folla, rimasta dal­l’altra parte del mare, notò che c’era una barca sola e che Gesù non era salito con i suoi discepoli sulla barca, ma sol­tanto i suoi discepo­li erano partiti.

[23] Altre barche erano giunte nel frattempo da Tibe­rìade, presso il luo­go dove avevano mangiato il pane dopo che il Signore aveva reso grazie.

[24] Quando dun­que la folla vide che Gesù non era più là e nemmeno i suoi discepoli, salì sulle barche e si di­resse alla volta di Cafarnao alla ricer­ca di Gesù.

[25] Trovatolo di là dal mare, gli disse­ro: «Rabbì, quando sei venuto qua?».

[26] Gesù rispose: «In verità, in verità vi dico, voi mi cer­cate non perché avete visto dei se­gni, ma perché ave­te mangiato di quei pani e vi siete sa­ziati.

[27] Procuratevi non il cibo che peri­sce, ma quello che dura per la vita eterna, e che il Fi­glio dell’uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo».

[28] Gli dissero al­lora: «Che cosa dobbiamo fare per compiere le opere di Dio?».

[29] Gesù rispose: «Questa è l’opera di Dio: credere in co­lui che egli ha man­dato».

[30] Allora gli dis­sero: «Quale segno dunque tu fai per­ché vediamo e pos­siamo crederti? Quale opera compi?

[31] I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: Diede loro da man­giare un pane dal cielo».

[32] Rispose loro Gesù: «In verità, in verità vi dico: non Mosè vi ha dato il pane dal cielo, ma il Padre mio vi dà il pane dal cielo, quello vero;

[33] il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo».

[34] Allora gli dis­sero: «Signore, dac­ci sempre questo pane».

[35] Gesù rispose: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete.

[36] Vi ho detto però che voi mi avete visto e non credete.

[37] Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me; colui che viene a me, non lo respin­gerò,

[38] perché sono di­sceso dal cielo non per fare la mia vo­lontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato.

[39] E questa è la volontà di colui che mi ha mandato, che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma lo risusciti nell’ultimo giorno.

[40] Questa infatti è la volontà del Padre mio, che chiunque vede il Figlio e cre­de in lui abbia la vita eterna; io lo ri­susciterò nell’ultimo giorno».

[41] Intanto i Giu­dei mormoravano di lui perché aveva detto: «Io sono il pane disceso dal cielo».

[42] E dicevano: «Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui conosciamo il padre e la madre. Come può dunque dire: Sono disceso dal cielo?».

[43] Gesù rispose: «Non mormorate tra di voi.

[44] Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nel­l’ultimo giorno.

[45] Sta scritto nei profeti: E tutti sa­ranno ammaestrati da Dio. Chiunque ha udito il Padre e ha imparato da lui, viene a me.

[46] Non che alcu­no abbia visto il Pa­dre, ma solo colui che viene da Dio ha visto il Padre.

[47] In verità, in ve­rità vi dico: chi cre­de ha la vita eterna.

[48] Io sono il pane della vita.

[49] I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti;

[50] questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia.

[51] Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno man­gia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».

[52] Allora i Giudei si misero a discute­re tra di loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?».

[53] Gesù disse: «In verità, in verità vi dico: se non man­giate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita.

[54] Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ulti­mo giorno.

[55] Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.

[56] Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui.

[57] Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me.

[58] Questo è il pane disceso dal cielo, non come quello che mangia­rono i padri vostri e morirono. Chi man­gia questo pane vi­vrà in eterno».

[59] Queste cose disse Gesù, inse­gnando nella sina­goga a Cafarnao.

[60] Molti dei suoi discepoli, dopo aver ascoltato, dissero: «Questo linguaggio è duro; chi può in­tenderlo?».

[61] Gesù, cono­scendo dentro di sé che i suoi discepoli proprio di questo mormoravano, dis­se loro: «Questo vi scandalizza?

[62] E se vedeste il Figlio dell’uomo sa­lire là dov’era pri­ma?

[63] È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che vi ho dette sono spirito e vita.

[64] Ma vi sono al­cuni tra voi che non credono». Gesù in­fatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non cre­devano e chi era co­lui che lo avrebbe tradito.

[65] E continuò: «Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre mio».

[66] Da allora molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui.

[67] Disse allora Gesù ai Dodici: «Forse anche voi volete andarvene?».

[68] Gli rispose Si­mon Pietro: «Si­gnore, da chi andre­mo? Tu hai parole di vita eterna;

[69] noi abbiamo creduto e conosciu­to che tu sei il San­to di Dio».

[70] Rispose Gesù: «Non ho forse scel­to io voi, i Dodici? Eppure uno di voi è un diavolo!». Egli parlava di Giuda, figlio di Simone Iscariota: questi in­fatti stava per tra­dirlo, uno dei Dodi­ci.

Mc 6,30-44

[30] Gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferiro­no tutto quello che avevano fatto e in­segnato.

[31] Ed egli disse loro: «Venite in di­sparte, in un luogo solitario, e riposate­vi un po’». Era in­fatti molta la folla che andava e veniva e non avevano più neanche il tempo di mangiare.

[32] Allora partiro­no sulla barca verso un luogo solitario, in disparte.

[33] Molti però li videro partire e ca­pirono, e da tutte le città cominciarono ad accorrere là a piedi e li precedet­tero.

[34] Sbarcando, vide molta folla e si commosse per loro, perché erano come pecore senza pasto­re, e si mise a inse­gnare loro molte cose.

[35] Essendosi or­mai fatto tardi, gli si avvicinarono i di­scepoli dicendo: «Questo luogo è so­litario ed è ormai tardi;

[36] congedali per­ciò, in modo che, andando per le campagne e i vil­laggi vicini, possa­no comprarsi da mangiare».

[37] Ma egli rispo­se: «Voi stessi date loro da mangiare». Gli dissero: «Dob­biamo andar noi a comprare duecento denari di pane e dare loro da man­giare?».

[38] Ma egli replicò loro: «Quanti pani avete? Andate a ve­dere». E accertatisi, riferirono: «Cinque pani e due pesci».

[39] Allora ordinò loro di farli mettere tutti a sedere, a gruppi, sull’erba verde.

[40] E sedettero tut­ti a gruppi e grup­petti di cento e di cinquanta.

[41] Presi i cinque pani e i due pesci, levò gli occhi al cielo, pronunziò la benedizione, spezzò i pani e li dava ai discepoli perché li distribuissero; e di­vise i due pesci fra tutti.

[42] Tutti mangia­rono e si sfamaro­no,

[43] e portarono via dodici ceste piene di pezzi di pane e anche dei pesci.

[44] Quelli che ave­vano mangiato i pani erano cinque­mila uomini.

[45] Ordinò poi ai discepoli di salire sulla barca e prece­derlo sull’altra riva, verso Betsàida, mentre egli avrebbe licenziato la folla.
[46] Appena li ebbe congedati, salì sul monte a pregare.

[47] Venuta la sera, la barca era in mez­zo al mare ed egli solo a terra.

[48] Vedendoli però tutti affaticati nel remare, poiché avevano il vento contrario, già verso l’ultima parte della notte andò verso di loro camminando sul mare, e voleva oltrepassarli.

[49] Essi, vedendo­lo camminare sul mare, pensarono: «È un fantasma», e cominciarono a gri­dare,

[50] perché tutti lo avevano visto ed erano rimasti turba­ti. Ma egli subito ri­volse loro la parola e disse: «Coraggio, sono io, non temete!».

[51] Quindi salì con loro sulla barca e il vento cessò. Ed era­no enormemente stupiti in se stessi,

[52] perché non avevano capito il fatto dei pani, es­sendo il loro cuore indurito.

[53] Compiuta la traversata, approda­rono e presero terra a Genèsaret.

[54] Appena scesi dalla barca, la gente lo riconobbe,

[55] e accorrendo da tutta quella re­gione cominciarono a portargli sui let­tucci quelli che sta­vano male, dovun­que udivano che si trovasse.

[56] E dovunque giungeva, in villag­gi o città o campa­gne, ponevano i malati nelle piazze e lo pregavano di potergli toccare al­meno la frangia del mantello; e quanti lo toccavano guari­vano.

Mt 14,13-21

[13] Udito ciò, Gesù partì di là su una barca e si ritirò in disparte in un luogo deserto. Ma la folla, saputolo, lo seguì a piedi dalle città.

[14] Egli, sceso dal­la barca, vide una grande folla e sentì compassione per loro e guarì i loro malati.

[15] Sul far della sera, gli si accosta­rono i discepoli e gli dissero: «Il luo­go è deserto ed è ormai tardi; conge­da la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da man­giare».

[16] Ma Gesù ri­spose: «Non occor­re che vadano; date loro voi stessi da mangiare».

[17] Gli risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci!».

[18] Ed egli disse: «Portatemeli qua».

[19] E dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci e, al­zati gli occhi al cie­lo, pronunziò la be­nedizione, spezzò i pani e li diede ai di­scepoli e i discepoli li distribuirono alla folla.

[20] Tutti mangia­rono e furono sazia­ti; e portarono via dodici ceste piene di pezzi avanzati.

[21] Quelli che ave­vano mangiato era­no circa cinquemila uomini, senza con­tare le donne e i bambini.

[22] Subito dopo ordinò ai discepoli di salire sulla barca e di precederlo sul­l’altra sponda, men­tre egli avrebbe congedato la folla.

[23] Congedata la folla, salì sul mon­te, solo, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava ancora solo lassù.

[24] La barca intan­to distava già qual­che miglio da terra ed era agitata dalle onde, a causa del vento contrario.

[25] Verso la fine della notte egli ven­ne verso di loro camminando sul mare.

[26] I discepoli, a vederlo camminare sul mare, furono turbati e dissero: «È un fantasma» e si misero a gridare dalla paura.

[27] Ma subito Gesù parlò loro: «Coraggio, sono io, non abbiate paura».

[28] Pietro gli dis­se: «Signore, se sei tu, comanda che io venga da te sulle acque».

[29] Ed egli disse: «Vieni!». Pietro, scendendo dalla barca, si mise a camminare sulle ac­que e andò verso Gesù.
[30] Ma per la vio­lenza del vento, s’impaurì e, comin­ciando ad affonda­re, gridò: «Signore, salvami!».

[31] E subito Gesù stese la mano, lo af­ferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai du­bitato?».

[32] Appena saliti sulla barca, il vento cessò.

[33] Quelli che era­no sulla barca gli si prostrarono davanti, esclamando: «Tu sei veramente il Fi­glio di Dio!».

[34] Compiuta la traversata, approda­rono a Genèsaret.

[35] E la gente del luogo, riconosciuto Gesù, diffuse la no­tizia in tutta la re­gione; gli portarono tutti i malati,

[36] e lo pregavano di poter toccare al­meno l’orlo del suo mantello. E quanti lo toccavano guari­vano.

Lc 9,10-17

[10] Al loro ritorno, gli apostoli raccon­tarono a Gesù tutto quello che avevano fatto. Allora li prese con sé e si ritirò verso una città chia­mata Betsàida.

[11] Ma le folle lo seppero e lo segui­rono. Egli le accol­se e prese a parlar loro del regno di Dio e a guarire quanti avevano bi­sogno di cure.

[12] Il giorno co­minciava a declina­re e i Dodici gli si avvicinarono dicen­do: «Congeda la folla, perché vada nei villaggi e nelle campagne dintorno per alloggiare e tro­var cibo, poiché qui siamo in una zona deserta».

[13] Gesù disse loro: «Dategli voi stessi da mangiare». Ma essi risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente».

[14] C’erano infatti circa cinquemila uomini. Egli disse ai discepoli: «Fateli sedere per gruppi di cinquanta».

[15] Così fecero e li invitarono a sedersi tutti quanti.

[16] Allora egli pre­se i cinque pani e i due pesci e, levati gli occhi al cielo, li benedisse, li spezzò e li diede ai disce­poli perché li distri­buissero alla folla.

[17] Tutti mangia­rono e si saziarono e delle parti loro avanzate furono portate via dodici ceste.

*

Il quarto vangelo dedica ampio spazio alla descrizione di questo importante episodio della vita di Gesù, durato l’arco di due giorni, e questo nonostante che anche i Sinottici (soprattutto Marco) ne parlino estesamente (spesso infatti Giovanni interviene là dove i Sinottici sono o lacunosi o im­precisi).

Si può anzi con certezza sostenere che solo grazie a Giovanni si svela l’arcano di certe espressioni marciane, che tendono a circoscrivere l’e­vento in forzate speculazioni teologiche, maturate in seno alla comunità post-pasquale. P. es. Marco, quando afferma che gli apostoli «non avevano capito il fatto dei pani, essendo il loro cuore indurito» (6,52), non solo non offre maggiori delucidazioni rispetto a Giovanni, ma tende anche ad avva­lorare la tesi religiosa che vede in questo episodio un’anticipazione dell’ulti­ma cena o una prefigurazione dell’eucaristia. E in questo Luca e Matteo di­pendono totalmente da lui. Persino il quarto vangelo è stato costretto a subi­re pesanti interventi redazionali di tipo censorio o correttivo in linea con le tesi petro-paoline riportate nel primo vangelo.

I tempi e i luoghi delle due versioni più interessanti, di Giovanni e di Marco, coincidono, più o meno. «Era vicina la Pasqua» (Gv 6,4), «c’era molta erba in quel luogo» (Gv 6,10; Mc 6,39), dunque era primavera. Il luogo era situato «sull’altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberiade» (Gv 6,1); Mc 6,32 parla di «luogo solitario, in disparte» e di attraversata del lago «sulla barca».

La prima domanda che viene spontaneo porsi è proprio quella le­gata al luogo: perché Gesù e gli apostoli cercano un luogo solitario? Gv 6,2 dice che «una gran folla lo seguiva, vedendo i segni che faceva sugli infer­mi». È difficile però credere che centinaia, forse migliaia di persone seguis­sero Gesù per una cosa che potevano ottenere solo con molta difficoltà. Qui infatti siamo alla fine della sua attività galilaica, che ha voluto essere anzi­tutto politica e non taumaturgica (ammesso e non concesso che Gesù abbia mai compiuto delle guarigioni che non fossero alla portata di un essere umano). Stando a Gv 4,43 ss., Gesù fece in Galilea una sola guarigione: quella del figlio del funzionario reale (che è a distanza e quindi interpreta­bile in maniera del tutto simbolica), mentre secondo Marco le ultime due guarigioni compiute in Galilea sono state quella del cieco di Betsaida (8,22 ss.) e quella dell’epilettico di Dabereth (9,14 ss.), entrambe quasi strappate con la forza.

Forse la motivazione della sequela può essere stata aggiunta, nel­l’ultimo vangelo canonico, da un redattore che nutriva un certo scetticismo nei confronti delle folle galilaiche o delle folle in genere, qui viste come in­teressate a favori di tipo personale, quando in realtà la sequela poteva aver benissimo delle motivazioni di tipo politico.

Mc 6,31, infatti, sostiene che siccome i discepoli erano molto im­pegnati a evangelizzare le masse, queste erano diventate molto numerose, al punto che i discepoli «non avevano più neanche il tempo di mangiare». (Singolare è il fatto che Lc 9,11 e Mt 14,14, pur dipendendo da Marco, ri­badiscano lo stereotipo secondo cui la folla seguiva Gesù solo per le guari­gioni). «Gli apostoli – dice Mc 6,30 – si riunirono attorno a Gesù e gli riferi­rono tutto quello che avevano fatto e insegnato». Questo è l’unico passo del vangelo di Marco dove i Dodici vengono chiamati col nome di «apostoli», cioè di «inviati». È un’indicazione precisa della loro attività propagandisti­ca, non un titolo ufficiale, che solo più tardi s’imporrà in seno alla comunità primitiva.

L’efficacia del loro operato era evidente: il movimento nazareno contava già numerosi seguaci (Gv 6,10 e Mc 6,44 parlano di cinquemila uo­mini, un numero alquanto considerevole per quel tempo). La differenza tra gli apostoli e la folla stava semplicemente nel fatto che questa – come dice Mc 6,31 – «andava e veniva», quelli invece «facevano e insegnavano» (Mc 6,30). Gli apostoli rappresentavano, per così dire, l’avanguardia consapevo­le del movimento spontaneo delle masse.

Considerando che i vangeli sono testi politici che vogliono ridurre al minimo la politica rivoluzionaria del movimento nazareno, è dunque dif­ficile dar loro retta quando dicono che le folle (qui a migliaia) seguivano il Cristo esclusivamente per la sua attività taumaturgica; tanto più, peraltro, che nella versione di Marco le folle seguono anche gli apostoli, che non hanno mai fatto alcuna guarigione.

Se qui cinquemila persone avessero seguito il Cristo e i Dodici sol­tanto per ottenere guarigioni (come lascia supporre Gv 6,2), la situazione sarebbe dovuta apparire ingestibile sin dall’inizio; non solo, ma l’atteggia­mento di queste folle darebbe un’impressione fortemente negativa sul letto­re del vangelo, al punto che si dovrebbe avvalorare la tesi della comunità post-pasquale secondo cui l’obiettivo politico del vangelo di liberazione era utopistico e andava quindi ridimensionato in chiave spiritualistica.

Viceversa, Marco lascia intendere che la folla li stesse seguendo con la speranza di ottenere qualcosa che andasse al di là delle semplici gua­rigioni. Anzi, essa sembra non comprendere le necessità dei Dodici di un momento di riposo dopo il tanto lavoro propagandistico, e con decisione cerca di raggiungerli da terra, costeggiando la riva del lago. «Molti li videro partire e capirono, e da tutte le città cominciarono ad accorrere là a piedi e li precedettero» (Mc 6,33).

Il singolare spostamento logistico di questa marea di persone porta a credere che la fama del Cristo e dei Dodici era diventata molto vasta in Galilea e che le contraddizioni sociali, le aspettative di indipendenza nazio­nale avevano raggiunto ormai il culmine. L’istintiva invadenza popolare è appunto tipica di quelle «pecore senza pastore» (di cui parla Mc 6,34) che seguono Gesù e i Dodici senza una chiara strategia politica, ma con un forte desiderio di liberazione.

Nei Sinottici, dominati da uno sfondo moralistico latente, Gesù si commuove, ha compassione di questi sbandati, mostrando di non sapere neppure lui come gestire quella situazione (Mc 6,34; Mt 14,14; Lc 9,11). In Gv 6,3 l’atteggiamento è invece più sicuro e distaccato: «Gesù salì sulla montagna e là si pose a sedere con i suoi discepoli», cioè scelse un luogo da dove poteva essere facilmente visto dalla folla. Non «si mise a insegnare loro molte cose», come vuole il catechista Mc 6,34, che peraltro di queste cose non dice una parola, né guarì i loro malati, come vuole Mt 14,14, né fece entrambe le cose, come vuole Lc 9,11.

Che cosa su quel monte essi si siano detti, sino a tarda sera, si può solo immaginare. Con una folla di cinquemila persone in attesa di sapere quand’era il momento di agire in maniera risoluta, bisognava ad un certo punto prendere una decisione. Giovanni qui è esplicito nel descrivere lo sta­to d’animo dei protagonisti di quell’evento: dopo aver detto ch’erano saliti sul monte, al v. 4 dice una cosa che avrebbe dovuto mettere all’inizio del racconto, per contestualizzarlo nelle coordinate spazio-temporali; qui inve­ce ha tutt’altro significato, e questo significato è di natura strettamente poli­tica: «Era vicina la Pasqua, la festa dei giudei»: il momento migliore per andare a Gerusalemme e liberare la città dai romani. Marco s’è guardato bene dal ricordarlo.

A questo punto le versioni di Marco e di Giovanni divergono net­tamente: infatti, là dove Giovanni (6,5) afferma che la folla, stanca d’aspet­tare, cominciò a salire sul monte per sapere quale decisione era stata presa, Marco invece si limita ad affermare che «essendosi ormai fatto tardi, i di­scepoli si avvicinarono a Gesù dicendogli: Questo luogo è solitario ed è or­mai tardi; congedali perciò, in modo che, andando per le campagne e i vil­laggi vicini, possano comprarsi da mangiare» (Mc 6,35 s.).

Marco fa dire ai discepoli una cosa che il Cristo avrebbe potuto tranquillamente intuire da solo. Mette il Cristo in una posizione insensata, poiché dopo aver detto ch’egli «insegnava alle folle molte cose», aggiunge che, invece di congedarle, finito il discorso, egli si sarebbe ritirato per alcu­ne ore in un luogo solitario (il monte non viene mai citato) senza fare nulla, al punto che se alla folla non si fosse detto di tornarsene a casa, quella pro­babilmente sarebbe rimasta lì tutta la notte a bighellonare.

Avendo tolto a questo avvenimento una qualunque valenza politi­ca, Marco è caduto in una serie di contraddizioni insostenibili. Di qui forse l’esigenza di Giovanni di precisare le cose. «Alzàti gli occhi, Gesù vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: Dove possiamo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?» (Gv 6,5).

Qui appare evidente che non solo il Cristo sapeva che la folla, stanca d’aspettare, aveva cominciato ad aver fame in senso fisico e che non avrebbe trovato dei rifornitori molto facilmente, data l’ora tarda e il luogo solitario, e che con le loro risorse i Dodici non sarebbero stati in grado di sfamare nessuno, ma anche che il concetto di «fame» andava interpretato in senso metacognitivo. La folla ha «fame di liberazione» e ora vuole sapere, una volta per tutte, se Gesù e i Dodici costituiscono il «pane» con cui sfa­marsi a Gerusalemme, per il momento fatidico della Pasqua.

A Filippo viene posta una domanda ambigua «per metterlo alla prova», dice Gv 6,6. Spesso le domande di Gesù appaiono strane perché sembrano presumere una risposta ovvia. In realtà la loro ambiguità, che si gioca sul doppio senso di certe parole o espressioni, obbligava a trovare delle risposte pertinenti, per nulla scontate.

Non a caso proprio grazie all’equivocità di molte parole o espres­sioni, la comunità primitiva ha poi avuto buon gioco nell’imbastire le pro­prie fantasie spiritualistiche. Qui s’è addirittura divertita a canzonare il po­vero Filippo che, fatto passare per un ingenuo, risulta incapace di cogliere al volo l’intenzione del Cristo di esibirsi in tutta la sua spettacolare maestria di prestidigitazione. E un secondo redattore ha voluto aggiungere l’inciso: «Gesù infatti sapeva bene quello che stava per fare» (Gv 6,6).

In realtà la prova era alla portata di Filippo, come di qualunque al­tro apostolo. Ed era ancora una volta di tipo politico: «Sono in grado i Do­dici di gestire un’istanza di liberazione di così vaste proporzioni? Sapranno farlo rispettando le regole delle democrazia?». «Voi stessi date loro da mangiare», viene detto in Mc 6,37.

Nel racconto di Giovanni gli apostoli (per bocca di Filippo e An­drea) non comprendono la domanda, oppure la comprendono ma vi danno una risposta schematica, cioè l’atteggiamento di Filippo e Andrea può far pensare che tra i Dodici non vi fosse unanimità nel gestire quella situazio­ne. Infatti, se prendiamo alla lettera il dialogo tra Gesù e gli apostoli, note­remo subito delle forti incongruenze, sia in Marco che in Giovanni, a testi­monianza che qualcosa di molto strano doveva essere successo in quel fran­gente.

Nella versione di Marco, all’invito di congedare le folle, mosso da­gli apostoli, Gesù risponde con una richiesta a dir poco paradossale, data l’ora tarda, il luogo isolato e il numero spropositato di persone da sfamare: «Voi stessi date loro da mangiare». Al che gli apostoli, come se si sentisse­ro presi in giro, ribattono che con duecento denari non si sfamano certo cin­quemila persone (un denaro era in genere la paga quotidiana dell’operaio). La domanda che pongono: «Dobbiamo andar noi a comprare duecento de­nari di pane e dar loro da mangiare?» (Mc 6,37), lascia trapelare un atteg­giamento ambivalente, che un credente potrebbe interpretare come «aspet­tativa di tipo miracolistico» e un laico come «malcelata ironia».

Sia come sia il Gesù di Marco ribatte con una richiesta ancora più esigente e che, proprio per questo motivo, dovette risultare ancora più in­credibile della precedente: «Quanti pani avete? Andate a vedere». Cioè non occorreva comprare nulla, perché sarebbe bastato quel che già si aveva.

In Giovanni è lo stesso, almeno apparentemente. Alla domanda imbarazzante di Gesù: «Dove possiamo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?», che colse Filippo alla sprovvista, fa seguito una sorta di dialogo dell’assurdo tra Gesù ed Andrea: di fronte alla constatazio­ne dell’apostolo circa la povertà dei loro mezzi di sussistenza, Gesù non si scompone e ordina di far mettere a sedere i cinquemila uomini. (Anche qui qualche esegeta ha avuto il coraggio di sostenere che Andrea, proponendo al Cristo i cinque pani e i due pesci, sospettasse che questi volesse fare qualcosa di speciale).

I due racconti apparentemente coincidono. La differenza, tuttavia, è molto grande, poiché quando Marco usa la parola «pane» pensa a qualco­sa di religioso: il sacramento dell’eucaristia; Giovanni invece pensa a qual­cosa di politico (il secondo redattore di Giovanni a qualcosa di metafisico). Delle due quindi l’una: o Gesù ha davvero compiuto il miracolo, a testimo­nianza della netta differenza che separava lui dai Dodici (ma allora entria­mo nella fantascienza), oppure in luogo di questo impossibile prodigio è av­venuto qualcosa che doveva essere rimosso.

La prima ipotesi però andrebbe scartata a priori non solo perché umanamente inverosimile, ma anche perché su una cosa le domande non troverebbero una risposta convincente: come sia cioè possibile che quella folla, che in Gv 6,15, una volta sfamata, lo vuole proclamare «re», asso­ciando un evento miracolistico a un’esigenza di liberazione nazionale, sia la stessa che in Mc 6,44 non ha alcuna reazione, come se avesse assistito a una delle tante guarigioni. (Da notare che in Gv 6,30 la stessa folla che lo vuole «re», gli chiede un segno per poter credere in lui, come se il miracolo che aveva appena visto fosse stato una bazzecola!).

Viceversa, se consideriamo attendibile la seconda ipotesi, dobbia­mo necessariamente arguire che la descrizione del prodigio ha sostituito il ricordo di un evento molto increscioso, in cui i Dodici apparivano come dei protagonisti negativi. Oppure qui si è preferito addebitare loro una parte del genere, in quanto nella realtà non avevano capito che la rivoluzione, in quella occasione, coinvolgendo unicamente masse originarie della Galilea, non poteva essere fatta con la ragionevole certezza del suo buon esito fina­le.

Se si accettasse l’esegesi confessionale noi dovremmo essere indot­ti ad affermare che la negatività degli apostoli stette proprio nel non saper sfamare quelle folle, ma se consideriamo vero il prodigio del Cristo, do­vremmo necessariamente dedurre che tutta la negatività dei Dodici in altro non consistette che nell’incapacità di fare prodigi come lui. Il che, umana­mente parlando, è insostenibile.

Tuttavia, poiché i racconti di Marco e del secondo redattore di Giovanni in sostanza lasciano trapelare questo tipo di interpretazione, qui si deve concludere che gli apostoli hanno ufficialmente accettato di far passa­re una versione redazionale che li mettesse in cattiva luce sul piano della fa­coltà di compiere prodigi, piuttosto che quella in cui si sarebbe dovuto met­tere in chiaro la loro incapacità di guidare politicamente le masse.

Che cosa sia veramente accaduto è comunque difficile dirlo. Forse Gesù si aspettava che fossero i Dodici a congedare le folle con un discorso politico, spiegando a queste che i tempi non erano ancora maturi per com­piere la rivoluzione: non dovevano forse gli apostoli diventare i «pastori» delle «pecore» che «vanno e vengono»? Forse è stato lo stesso Gesù a spie­gare alle folle l’illusione di poter compiere una rivoluzione vittoriosa senza l’appoggio delle masse giudaiche e samaritane.

Quel che è certo è che esiste una differenza sostanziale tra Marco e Giovanni, in quanto mentre il primo tende a presentare un Cristo molto esi­tante sul piano politico o comunque una folla poco convinta nell’attribuirgli il ruolo di messia (cfr anche Mc 8,28), il secondo invece delinea un Cristo intenzionato a diventare un leader politico ma non secondo le aspettative spontaneistiche della folla.

Se accettassimo le versioni stereotipate dei redattori confessionali dovremmo dire che mentre in Marco Gesù cerca di accontentare con un fe­nomeno paranormale una folla che, pur seguendolo per motivi vagamente politici, si presenta come un gregge senza pastore; in Giovanni invece la folla, pur non seguendolo per motivi politici, ma solo per le guarigioni, ve­dendo il miracolo è disposta a proclamarlo re, cioè al fenomeno paranorma­le risponde col primitivismo politico, sperando di accontentare un messia che pare insoddisfatto del proprio ruolo di taumaturgo.

La stessa espressione giovannea, sicuramente realistica: «Sapendo che stavano per venirlo a prendere e farlo re, Gesù fuggì sulla montagna tutto solo» (6,14 s.), se l’avesse formulata Marco avrebbe avuto un signifi­cato molto diverso. In Marco infatti il Cristo si sarebbe nascosto per rispet­tare la strategia del «segreto messianico» (così come essa appare in vari passi del suo vangelo), mentre in Giovanni la fuga del Cristo vuole rispec­chiare una incompatibilità di fondo tra il ruolo di stratega che gli voleva at­tribuire la folla, sulla scia dei grandi condottieri giudaici, e il ruolo, molto più democratico, ch’egli voleva attribuire a se stesso e ai suoi discepoli.

Come noto Marco ha trasformato il cosiddetto «segreto messiani­co» di Gesù da mero espediente tattico, utilizzato per non avvalorare pro­pensioni avventuristiche da parte della folla, a una scelta strategica vera e propria, in cui praticamente e definitivamente veniva a riassumersi tutta la sua attività politica.

Non a caso nei Sinottici il miracolo dei pani è un racconto come altri (in Luca questo è molto evidente): nessuno tra la folla si stupisce di qualcosa, neppure tra gli apostoli, come se la folla avesse avuto una tale maturità politica da considerare episodi così spettacolari del tutto normali, quando, in realtà, è proprio la maturità politica che rende vani e inutili epi­sodi del genere.

Presentando un Gesù impolitico, i Sinottici attenuano lo scarto fra quello ch’egli s’era proposto di realizzare e quello che effettivamente realiz­zò. Essi hanno accuratamente evitato di rispondere all’imbarazzante doman­da che per forza di cose il lettore dei pani moltiplicati avrebbe dovuto porsi: perché in quell’occasione Gesù rifiutò di diventare re d’Israele e di marciare su Gerusalemme, come la folla gli richiedeva? I Sinottici non sono in grado di rispondere a questa domanda perché secondo loro Gesù non era destinato a diventare re. Essi cioè, non sapendo spiegarsi il motivo per cui un uomo che avrebbe potuto diventare il re d’Israele non riuscì a diventarlo, sono sta­ti costretti a chiudere il racconto con un tono di tipo pietistico-moralistico: Gesù fece il miracolo perché vedendo quelle pecore senza pastore si com­mosse per loro (Mc 6,34).

Il vangelo manipolato di Giovanni – come noto – risolve la questio­ne a modo suo, sostenendo che proprio nella morte di croce Gesù si manife­stò come messia. In tal modo si attenua lo scarto tra l’essere e il dover esse­re con una tesi di tipo gnostico-spiritualistico. Il che non sarebbe sbagliato se con questa tesi non si volesse in realtà sostenere che il Cristo non voleva diventare «re di questo mondo».

Qui, nel racconto dei pani moltiplicati, se si desse per buona la motivazione giovannea secondo cui le folle seguivano Gesù soltanto per i suoi poteri (taumaturgici e miracolistici), si dovrebbe spiegare solo in un modo la decisione di rinunciare al trono: le folle erano immature appunto perché più interessate alle guarigioni che non al vangelo di liberazione. In tal senso la moltiplicazione dei pani sarebbe servita come surrogato alle guarigioni che in quel frangente non furono fatte.

Il resto può anche essere interpretato in maniera simbolica: là dove Gesù diede l’ordine di raccogliere «i pezzi avanzati» (Gv 6,12), ciò sarebbe dovuto servire come testimonianza che il prodigio aveva sì un carattere gra­tuito, ma non superfluo, nel senso che con esso si voleva porre un argine proprio all’attività terapica sui malati. Col che noi avremmo a che fare con una folla che ad un certo punto smise di seguirlo (Gv 6,66), soltanto perché costretta a prendere atto della indisponibilità del Cristo-sciamano a prose­guire l’attività fin lì condotta. Una visione della folla, questa del secondo re­dattore di Giovanni, molto riduttiva. La si ritrova anche in Mc 6,53 ss., lad­dove si dice che la folla, dopo questo «miracolo», aveva interesse solo a una cosa: le guarigioni.

Una rappresentazione così pessimistica delle folle galilaiche può essere stata dettata dal fatto che in occasione di quell’avvenimento il movi­mento nazareno subì una grande sconfitta di credibilità. Probabilmente gli apostoli attribuirono il fallimento della rivoluzione galilaica più all’immatu­rità delle masse che non alla propria. Di qui la decisione redazionale di moltiplicare i pani in luogo di ciò che gli apostoli avrebbero dovuto fare. La moltiplicazione simbolica ha risolto il problema della pochezza politica.

Quale possa essere stato il motivo della rottura, peraltro momenta­nea, tra il Cristo e le folle galilaiche può essere solo intuito. Probabilmente esse si ritenevano sufficientemente numerose per compiere un’efficace sommossa antiromana che portasse alla liberazione nazionale, e tendevano a sottovalutare l’importanza di possibili intese con le forze giudaiche e sa­maritane e di altre etnie ancora. Oltre a ciò si può forse ipotizzare che le folle avessero un idealtypus di messia più vicino ai vecchi schemi giudaici, secondo cui per imporsi uno deve dimostrarlo con dei segni inequivocabili o deve comunque sapersi porre sulla scia dei grandi sovrani della tradizione giudaica.

Gv 6,70 addirittura sostiene che a partire da quel momento uno dei Dodici, Giuda, cominciò a pensare al modo come tradire Gesù, cioè – si può aggiungere (ma è solo un’ipotesi) – al modo in cui indurlo a compiere la ri­voluzione nonostante l’immaturità dei tempi e lo spontaneismo delle masse. Ma non è da escludere che questo versetto sia stato messo semplicemente per dimostrare la natura divina del Cristo, quella per la quale egli sapeva in anticipo chi l’avrebbe tradito.

Pietro, che dichiara, obtorto collo, di voler continuare la sequela, nonostante la pesante defezione, esprime la consapevolezza di chi accetta di restare nella propria frustrazione, non vedendo di fronte a sé alternative pra­ticabili. La distanza tra lui e il Cristo è tipicamente quella che si verifica ogniqualvolta si deve decidere quale valore attribuire ai due elementi fon­damentali di ogni rivoluzione: l’attacco alle istituzioni e il cambiamento di mentalità. Quando nella decisione di ribaltare il sistema si privilegia netta­mente il primo aspetto sul secondo, il fallimento della rivoluzione diventa inevitabile.

È vero, non esiste una netta antitesi in processi così strettamente interagenti; esiste tuttavia un prius da salvaguardare: le rivoluzioni vanno compiute da uomini che nella loro coscienza sono già qualitativamente di­versi. Solo così, infatti, si può sperare che, una volta ribaltato il sistema, gli ideali non vengano immediatamente traditi.

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Il prosieguo del racconto di Giovanni è per un verso molto simile a quello della versione di Marco (la camminata di Gesù sul lago) e per un al­tro si presenta in maniera molto più articolata, senza per questo avere mag­giore attendibilità sul piano storico (il discorso presso la sinagoga di Cafar­nao).

Vediamo la prima parte (Gv 6,16-21).

Dopo il clamoroso rifiuto di Gesù di diventare re, rappresentato con una sua fuga verso la parte più inaccessibile del monte, i Dodici si sen­tirono completamente abbandonati. Non sapendo cosa fare con la folla ri­masta a valle, e avendo capito che Gesù voleva restare solo, decisero di ri­tornare sull’altra riva, «in direzione di Cafarnao», dopo averlo atteso inva­no. «Il mare era agitato perché soffiava un forte vento». Gli lasciarono una barca.

A questo punto deve essere successo qualcosa che ha fatto scatena­re la fantasia redazionale della comunità primitiva e che l’ha portata a far camminare il Cristo sulle acque.

Ancora una volta l’unica spiegazione possibile di questa versione romanzata dei fatti la offre Giovanni, il quale sostiene che quando gli apo­stoli arrivarono a Cafarnao trovarono presso la sinagoga il Cristo che li ave­va inspiegabilmente preceduti e che stava animatamente discutendo sulle condizioni per la sua candidatura al trono.

Più di così non si può argomentare. Cioè anche se qualcuno arri­vasse a dimostrare che la natura umana, ben addestrata, è in grado di fare cose apparentemente impossibili, questo non lo autorizzerebbe comunque a trarre delle conclusioni sull’uomo Gesù che andassero oltre la sua natura umana.

Qui non è neppure il caso di enumerare le molte incongruenze e il­logicità di questa pericope. Si ha solo l’impressione che la camminata sul lago stia all’immaturità politica dei Dodici, come i pani moltiplicati stiano all’immaturità politica delle folle galilaiche. Ma su questo dovremo dire altre cose più avanti.

Vediamo ora la seconda parte del racconto di Giovanni (6,22-70).

La lunghezza del discorso che il Cristo tenne nella sinagoga di Ca­farnao pare inversamente proporzionale alla sua importanza storica. Si trat­ta infatti di una prolissa disquisizione sul concetto di «pane di vita», che l’ambiente gnostico-giovanneo ha applicato direttamente alla persona di Cristo più che al pane eucaristico (come invece hanno fatto i Sinottici).

Il Cristo del Giovanni «metafisico» arriva a sostenere che per cre­dere nel suo vangelo i discepoli dovrebbero mangiare la sua carne. Egli par­la in modo tale da non poter essere capito: lo scandalo è grande e la conse­guente rottura politica inevitabile.

I fatti, come al solito, devono essere andati diversamente, e solo il Giovanni «politico» può in qualche modo illustrarceli. Poiché esistono pre­cisi riferimenti a Mosè (vv. 31-32, ma cfr anche Mc 6,40, dove viene detto, rievocando la disciplina militare del deserto, come da Es 18,25, che la folla fu messa a sedere per gruppi di cento e di cinquanta persone), è probabile che il Cristo abbia chiesto alle folle galilaiche e alle autorità incontrate presso la sinagoga, di considerare come concluso il primato assoluto con­cesso alla legge mosaica, alle istituzioni giudaiche, alle tradizioni religiose connesse al culto del sabato, dei sacrifici di animali, della circoncisione, delle norme di purità rituale, o comunque di considerare come superata l’i­dea di poter realizzare l’indipendenza nazionale in nome di principi troppo particolaristici per poter essere condivisi da etnie non ebraiche.

La reazione fu molto negativa: «Questo linguaggio è duro, chi può intenderlo?» (Gv 6,60). «Da allora molti dei suoi discepoli si tirarono indie­tro e non andavano più con lui» (v. 66).

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La pesante mistificazione che nel vangelo di Giovanni s’è operata su questo episodio, passato alla storia col nome di «miracolo dei pani e dei pesci», si presenta come il rovescio della medaglia rispetto a quanto hanno fatto i Sinottici, di cui il principale resta il vangelo di Marco, portavoce del­l’apostolo Pietro.

In entrambe le versioni è stato del tutto omesso il discorso che ine­vitabilmente Gesù deve aver pronunciato in quel momento, approfittando del notevole assembramento di seguaci, disposti a salire a Gerusalemme per compiere la rivoluzione armata.

Tuttavia, mentre in Marco l’evento politico è stato trasformato in un prodigioso episodio miracolistico, benché senza alcuna significativa conseguenza sul tipo di sequela al movimento nazareno (se si esclude il fat­to, del tutto minimalista, che la popolazione voleva sempre più guarigioni), in Giovanni invece si fa capire che proprio in quell’occasione la defezione politica del movimento, di fronte al rifiuto di Gesù di diventare monarca d’Israele, fu drammatica e dipese dal fatto che le folle non avevano capito l’identità religiosa del messia.

In altre parole, mentre una versione mistifica le cose col silenzio assoluto sulla natura politica dell’evento, l’altra trasforma l’evento politico di natura laica in un qualcosa che unisce la mistica alla teologia.

Questo deve indurci a riflettere su almeno tre aspetti:

– il vangelo di Marco, pur essendo una falsificazione come quello di Gio­vanni, lo è in maniera più primitiva, meno teologica, ma, nonostante questo, esso detta le regole fondamentali per interpretare tutti gli eventi connessi alla persona del Nazareno;

– Marco non ha fatto ricorso a una teologia evoluta per mistificare l’evento politico, ma a una sorta di credulità popolare, secondo cui dei pani e dei pe­sci potevano essere tranquillamente moltiplicati dal «figlio di dio»; col che si può presumere che al tempo della stesura di questo vangelo si fosse già imposta, nell’ambito della chiesa primitiva, una direzione del movimento di natura autoritaria, capace di far leva sugli aspetti deteriori della demagogia, del populismo, del sensazionalismo carismatico;

– il redattore del quarto vangelo, pur avendo fatto capire che l’evento ebbe un risvolto politico, in quanto la folla voleva far diventare re il messia, ac­cetta ugualmente l’impostazione magica che Marco (Pietro) ha dato dell’e­vento; tuttavia, pur potendo evitare, senza problemi di sorta, di dare una connotazione politica all’evento, limitandosi ad accettare la versione mar­ciana, l’autore ha preferito aggiungere a questa versione una sofisticata ri­flessione teologica che ha trasformato la politicità del racconto in un raffi­nato misticismo.

In altre parole, mentre in Marco si comprende bene la censura ope­rata, ovvero lo stravolgimento dei fatti e dell’interpretazione che se ne do­veva dare, nel vangelo di Giovanni si ha l’impressione che alla stesura della narrazione abbiano partecipato più mani. Non si capisce infatti il motivo per cui l’evangelista sia andato a complicarsi la vita svelando il lato politico dell’evento, che Marco aveva invece sapientemente celato, quando avrebbe potuto benissimo farne a meno.

Che bisogno c’era di fare della teologia mistica (quella sul «pane disceso dal cielo») partendo proprio dalla politicità dell’evento? Non sareb­be stato sufficiente assumere come definitiva la versione marciana, am­pliandone in maniera simbolico-religiosa il parallelo tra «manna nel deser­to» e «pane di vita»?

Insomma qui è netta l’impressione che lo stesso Giovanni abbia scritto una versione dei fatti antitetica a quella marciana e che, proprio per questa ragione, sia stato sottoposto a un’abile manipolazione redazionale, che doveva tener conto della versione marciana e che poteva al massimo approfondirla in senso mistico, o comunque in direzione di una teologia po­litica che non contraddicesse nella sostanza quella canonica (petro-paolina).

Ora però bisogna cercare di capire che cosa può aver detto il mes­sia in quell’occasione e il motivo per cui, alla richiesta di compiere la rivo­luzione armata, egli abbia opposto un netto rifiuto. Questa è la parte più dif­ficile, poiché se non siamo in grado di chiarire il suddetto rifiuto, stando en­tro i limiti di una rigorosa laicità e di una ancora più rigorosa concezione democratica della politica, si finirà inevitabilmente per cadere nelle maglie delle interpretazioni mistiche dei vangeli.

La tesi da dimostrare è che il Cristo si rifiutò di compiere l’insur­rezione armata non perché i tempi non fossero maturi per i seguaci galilei, ma perché non lo erano per i giudei. Un’insurrezione nazionale che fosse partita dalla sola Galilea, senza l’appoggio strategico della parte più consa­pevole della Giudea, sarebbe stata un pericoloso avventurismo, anche se in quel momento la presenza romana nella regione non costituiva un ostacolo insormontabile, visto che i prefetti, per poter governare, avevano necessità di appoggiarsi su una leadership autoctona, abilmente corrotta.

Per poter compiere una vittoriosa insurrezione bisognava prima to­gliere qualunque credibilità ai dirigenti politico-religiosi del Tempio, cer­cando il più ampio consenso possibile tra le forze progressiste, e questo non poteva certo essere fatto imponendo la volontà galilaica a quella giudaica, ovvero chiedendo ai giudei di accettare una decisione insurrezionale cui non avevano contribuito in maniera decisiva.

Una ribellione generale contro il più grande impero schiavistico mai apparso fino ad allora, non poteva che essere nazionale, cercando inte­se ed alleanze non solo tra giudei e galilei, ma anche tra questi e i samarita­ni, per arrivare sino agli ebrei di origine ellenistica e agli stessi pagani che più duramente pagavano le conseguenze dell’oppressione imperiale.

Per dimostrare la fondatezza di questa tesi è sufficiente leggersi i primi quattro versetti del capitolo 6 di Giovanni, che danno le coordinate spazio-temporali dell’evento. Gesù e i suoi più fidati discepoli si trovavano in Galilea; era vicina la Pasqua; l’intero movimento nazareno era pronto a compiere l’insurrezione armata, dirigendosi verso Gerusalemme, cioè ap­profittando del momento favorevole della maggiore festività del paese, in cui l’afflusso dei fedeli era enorme. Con questa insurrezione si era convinti di poter espellere i romani da tutta la Palestina e di epurare i luoghi del po­tere politico ebraico dai collaborazionisti.

Ora, siccome il testo parla di un movimento che solo sul versante maschile era composto di cinquemila persone, ci si può chiedere se a quel tempo una consistenza del genere sarebbe stata sufficiente per compiere un’operazione di così vasta portata. Qui ovviamente si ha a che fare con mi­litanti ben consapevoli, disposti a qualunque sacrificio in nome della libertà nazionale, ma è non meno evidente che una marcia verso Gerusalemme di quella portata avrebbe ingrossato le file dei nazareni a dismisura, e ancora più l’avrebbero fatto le prime vittorie politiche e militari nella capitale.

Passare da cinquemila al doppio sarebbe stato relativamente facile. I romani, colti di sorpresa, ci avrebbero messo non pochi mesi prima di prendere adeguate contromisure. Di sicuro i loro collaborazionisti ebrei sa­rebbero stati immobilizzati molto facilmente e in pochissimo tempo. Dun­que per i galilei esistevano tutte le condizioni per compiere la rivoluzione.

Per quale motivo invece vi fu una defezione di massa, al punto che il Cristo arrivò a chiedere ai Dodici se volevano andarsene anche loro (Gv 6,67)? Cosa lo trattenne dal compiere la rivoluzione? Per quale motivo insi­steva nel dire che «il tempo giusto non era ancora venuto» (Gv 7,6)? Aveva forse paura che lo uccidessero prima ancora di poter portare a termine l’im­presa, come chiaramente appare in Gv 7,1?

È probabile che i giudei, sentendosi sufficientemente forti per fronteggiare da soli l’autoritarismo dei vari procuratori romani, non avver­tissero l’esigenza di cercare coi galilei una strategia comune. Molti di loro escludevano tassativamente che il messia potesse venire dalla Galilea (Gv 7,41.52).

Stando a Giovanni, infatti, Gesù decide di compiere l’insurrezione soltanto dopo lo smacco del movimento di Lazzaro, sul quale evidentemen­te i giudei progressisti avevano riposto molte delle loro speranze.

Quando Gesù entra in pompa magna a Gerusalemme, poco prima della Pasqua, e quindi come minimo un anno dopo la defezione galilaica sul monte Tabor, aveva al suo seguito non solo i nazareni ma anche i seguaci di Lazzaro. Era quello il momento giusto per far scoppiare la rivolta decisiva: le due etnie principali, giudei e galilei, si trovavano finalmente sullo stesso piano, guidate da un leader che, pur essendo di origine giudaica, era stato costretto a vivere in Galilea. Era come un ritorno trionfale dall’esilio, inizia­to subito dopo la fallimentare cacciata dei mercanti dal Tempio. Dallo smacco sul Tabor all’ultima Pasqua, Gesù – stando sempre al quarto vange­lo – era salito a Gerusalemme solo in occasione di due feste: quella delle Capanne, in forma del tutto clandestina, scontrandosi, per questo motivo, coi suoi parenti, che invece avrebbero preferito la massima pubblicità; e quella della Dedicazione, in cui alla domanda politica circa il suo messiani­smo aveva risposto confermando il proprio umanesimo integrale.

La questione su cui ora però bisogna soffermarsi è la seguente: è possibile rintracciare nel racconto di Giovanni sui cosiddetti «pani moltipli­cati» qualche elemento che faccia capire il motivo per cui Gesù rifiutò di compiere l’insurrezione nazionale? Noi abbiamo parlato di una mancata in­tesa strategica tra giudei e galilei, ma questa può anche essere una semplice congettura, e in ogni caso abbiamo il dovere di mostrare quali siano gli elementi testuali che in qualche modo la rendono plausibile.

Purtroppo di fronte a noi sembra esistere soltanto una pesante mi­stificazione redazionale, con la quale s’è voluta dare, alla nostra domanda, una risposta di tipo mistico, che si può riassumere nei seguenti termini: i galilei abbandonarono Gesù perché, cercando in lui un leader politico, non avevano capito che il suo messaggio aveva come fine la salvezza spirituale dell’anima. Gesù voleva far capire di essere non un messia nazionale ma l’u­nigenito figlio di dio. Quello che i galilei dovevano attendersi da lui non era tanto la giustizia economica («mi cercate perché siete stati saziati», viene detto al v. 26), quanto la beatitudine eterna, che poteva essere raggiunta credendo in lui come redentore universale, credendo nella sua resurrezione dai lacci della morte, mangiando il suo corpo e bevendo il suo sangue nel sacramento dell’eucarestia.

Ora, è evidente che una ricostruzione del genere, essendo lontanis­sima da qualunque riscontro attendibile, non è assolutamente in grado di spiegare il motivo della massiva defezione. I redattori fanno parlare Gesù con le stesse parole che avrebbero potuto usare i due principali falsificatori della sua storia: Pietro e Paolo. Su questo non val neppure la pena discute­re.

Bisogna piuttosto chiedersi se è ugualmente possibile, all’interno di tale mistificazione, risalire alla motivazione originaria (laica e umanisti­ca) che può aver indotto il Cristo a rinunciare a compiere l’insurrezione: una motivazione che, secondo la nostra esegesi, va tenuta in stretta relazio­ne all’esigenza di istituire rapporti strategici paritetici tra le due etnie fonda­mentali d’Israele.

Si può qui ricordare, en passant, che nel vangelo di Marco le ulti­me parole che le donne, giunte al sepolcro vuoto, ascoltano dal giovane ve­stito di bianco, sono: «Andate a dire ai suoi discepoli e a Pietro che vi pre­cede in Galilea» (16,7). Il che, in sostanza, voleva dire che, a causa del tra­dimento dei giudei, i galilei si sentivano liberi di agire come meglio crede­vano; l’intesa politica era finita; i nazareni avevano smesso di credere nel­l’insurrezione nazionale, ma anche nel primato del Tempio, nella legge mo­saica, nella circoncisione, nel sabato e nei precetti alimentari; ora l’unica possibilità che i giudei avevano di riprendere un rapporto coi galilei cristia­ni, era quella di credere nella divinità del «Figlio dell’uomo», unico vero messia d’Israele.

Chiusa la parentesi, torniamo alla questione di fondo, quella relati­va al lato democratico della politica rivoluzionaria. Anzitutto va considera­ta semplicemente assurda l’idea che i galilei volessero farlo diventare re perché avevano visto la moltiplicazione dei pani e dei pesci. L’assurdità non sta solo nel miracolo in sé, ma anche nel suo preteso nesso con la politica. Cioè anche nel caso in cui il Cristo avesse saputo fare un prodigio del gene­re, nulla avrebbe potuto autorizzare le folle a comportarsi in quella maniera. Sarebbe stata una deduzione illogica, non pertinente. Non si fa diventare statista un uomo solo perché è un grande prestigiatore. A meno che non lo permetta una fortissima crisi di valori e di identità (come p. es. avviene ne­gli attuali Stati Uniti, dove fanno diventare «presidenti» o «governatori» degli ex-attori di cinema).

Qui però è evidente che i redattori avevano altro per la testa. Par­tendo dal presupposto ch’egli era «figlio di dio», non hanno poi avuto scru­poli nell’attribuirgli qualunque tipo di azione fantastica. Anzi, in un certo senso si sono divertiti nel far credere che Gesù, volendo, avrebbe potuto stupire chiunque coi suoi effetti speciali, salvo poi sottrarsi con decisione alla facile popolarità che ne sarebbe inevitabilmente seguita, lasciando de­luse le folle in delirio. Se vogliamo Gesù appare come un divo dello spetta­colo che, dopo aver eccitato i fans con le sue performances, fa il prezioso mandandoli in bianco e facendo aumentare in loro il desiderio di rivederlo, e questo nella convinzione di poter recuperare gli applausi come e quando vuole.

Noi invece dobbiamo dare per scontato che l’idea di farlo diventare re sia stata conseguente a un discorso politico di grande respiro, non certo a un prodigio di tipo materiale, contrario a qualunque legge fisico-chimica della natura. L’idea che i redattori, censori e manipolatori, hanno avuto è stata quella di trasformare Gesù in un novello Mosè che compie una gigan­tesca eucarestia. La contrapposizione artificiosa è stata posta tra «manna piovuta dal cielo», che placò la fame nel deserto, e «pane di vita», che dà all’anima la salvezza eterna.

In particolare i redattori fanno dire a Gesù, rivolto ai suoi seguaci, una cosa davvero spiacevole: «mi avete cercato perché vi ho sfamato come Mosè, non perché avevo compiuto un segno miracoloso da interpretare in chiave mistica» (Gv 6,26 parafrasato). Egli dunque avrebbe rimproverato i nazareni d’essere dei volgari materialisti e di non capire le altezze spirituali del suo messaggio teologico. In sostanza i redattori hanno trasformato l’i­stanza politica di liberazione in una bassezza di tipo economicistico, per poi anteporre a questa una riflessione squisitamente religiosa.

Fatto questo revisionismo storico e ideologico, essi erano convinti di aver posto il lettore nell’impossibilità di individuare la differenza tra la concezione politica che i galilei avevano della rivoluzione e quella del Cri­sto. E noi, in effetti, stante l’attuale condizione delle fonti, possiamo soltan­to abbozzare dei semplici tentativi ermeneutici. Il primo dei quali è relativo all’opposizione di una politologia basata sulla democrazia a un’altra basata sulla monarchia. «Volevano farlo diventare re», viene detto chiaramente in Gv 6,15. Cioè in sostanza volevano una riedizione del glorioso regno davi­dico, da imporre con la forza delle armi non solo ai romani ma anche agli stessi giudei, che fino a quel momento avevano fatto di tutto per ostacolare l’attività politica del messia.

Contrapporre galilei a giudei sarebbe stato il modo peggiore per affrontare le agguerrite e ben organizzate legioni romane. I giudei doveva­no arrivare a capire da soli che in quel frangente la soluzione offerta dal movimento nazareno era la migliore possibile. Ecco dunque cosa è stato in realtà il cosiddetto «miracolo dei pani»: una lezione di autentica democra­zia politica.

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Riprendiamo ora il commento al brano genericamente chiamato dagli esegeti «Gesù cammina sul mare» (Gv 6,16-21), che poi, come noto, si trattava del lago di Tiberiade.

La pericope viene presentata dai manipolatori del quarto vangelo come se fosse un segno della divinità del Cristo, ma forse, più che di «segno», sarebbe meglio parlare di «sogno». Qui infatti la fantasia ha lavorato parecchio, come già d’altra parte s’era fatto nel racconto precedente, quello appunto dei pani cosiddetti «moltiplicati».

Questi due episodi surreali vengono messi insieme anche nel vangelo di Marco, per cui la loro struttura fondamentale è conservata anche nel quarto vangelo, con questa differenza, che mentre nel primo vangelo si è operata, sin dall’inizio, un’interpretazione del tutto mistificata del rapporto di Gesù con i galilei sul monte Tabor, nel vangelo attribuito a Giovanni invece si è dovuta operare una forte manipolazione del testo originario, onde impedire che emergesse un’interpretazione più obiettiva dei fatti, di cui, allo stato attuale, si possono scorgere solo pochi addentellati.

Il racconto della camminata sul lago è infatti servito per censurare completamente la motivazione con cui Gesù avrà dovuto spiegare agli apostoli, che in quell’occasione erano quasi intenzionati ad andarsene, il suo rifiuto di compiere la rivoluzione antiromana a Gerusalemme, visto e considerato che una folla di cinquemila uomini della Galilea era disposta a marciare con lui. Il perché di questo diniego già lo conosciamo: Gesù riteneva che senza il concorso dei giudei nessuna insurrezione antiromana avrebbe potuto resistere alla inevitabile controffensiva che avrebbe scatenato l’imperatore Tiberio. Gesù si era nascosto sul monte per non dover cedere alle pressioni avventuristiche di una folla disposta ad agire con o senza l’aiuto dei giudei. Evidentemente essa, secondo lui, non aveva il senso della realtà, cioè non capiva che per resistere alle legioni di Roma non bastava vincere una battaglia.

Qui i manipolatori vogliono far capire che tra i discepoli (vicini e lontani) e Gesù vi era un abisso, dovuto al fatto ch’egli era di natura divina, quella che gli permetteva appunto di moltiplicare i pani e i pesci a proprio piacimento e anche di camminare sulle acque.

Quello che manca in questi vangeli è l’autocritica, nel senso che la larga massa dei seguaci e il gruppo più ristretto dei collaboratori vengono sì descritti negativamente, come se del Cristo non fossero in grado di capire nulla, ma la negatività non è affatto in relazione ai comportamenti effettivi che loro tenevano in determinati frangenti. Infatti che qui si fosse in presenza di quello che in politica viene chiamato lo «spontaneismo delle masse», appare evidente, ma i redattori si guardano bene dal mostrare che l’incomprensione da parte dei Dodici era proprio relativa a questo atteggiamento superficiale.

In altre parole qui siamo in presenza di un’autocritica del tutto decontestualizzata. I redattori ammettono la pochezza di fede degli apostoli (nei Sinottici addirittura si assiste a una folla venale che cerca Gesù solo per ottenere guarigioni); tuttavia l’incredulità non può che apparire inevitabile al cospetto di uno che moltiplica i pochi pani e pesci a disposizione per migliaia di persone e che, subito dopo, si mette a camminare sulle acque del lago, sconvolgendo ogni legge fisica e gravitazionale. Anzi, semmai ci si dovrebbe chiedere se non sia un controsenso aver paura di uno che cammina sulle acque dopo averlo visto moltiplicare i pani. Umanamente parlando, quale delle due cose è più difficile fare? Che qui esista una manipolazione del quarto vangelo da parte di teologi petro-paolini è testimoniato anche dal fatto che questo racconto viene ripreso, nella sua essenza mistica, da quello marciano, togliendo a quest’ultimo soltanto l’inutile teatralità (gli apostoli gridano che è un fantasma, erano rimasti molto turbati o enormemente stupiti).

In Marco addirittura viene detto che erano sbalorditi al vederlo camminare sull’acqua proprio perché non avevano capito il fatto dei pani. In sostanza il manipolatore è come se volesse far capire al lettore che i Dodici, non avendo intuito in Gesù la natura divina in seguito alla moltiplicazione dei pani, non riuscivano ad ammetterla neppure quando lo videro camminare sul lago. Ora, anche a prescindere da qualunque considerazione psicologica che si possa fare sulla natura di questi personaggi, i quali sembrano non rendersi conto che, in casi del genere, si ha a che fare o con un illusionista (che, se non dichiara subito i propri trucchi, è anche un impostore), o con una persona sovrumana, resta il fatto che per tali manipolatori l’incredulità degli apostoli doveva apparire al lettore interamente circoscritta in un’area semantica di tipo religioso. Questo peraltro è molto evidente già nel proto-vangelo, ove si lascia intendere ch’egli si era nascosto sul monte non tanto perché non voleva diventare re (come viene detto in Gv 6,15), quanto perché non accettava d’essere strumentalizzato come operatore di prodigi e guarigioni.

In Marco l’idea di fondo è che Gesù si comportava in maniera sovrumana soltanto allo scopo d’indurre a credere nella sua esclusiva figliolanza divina; tuttavia, una volta maturata la fede, non avrebbe più dovuto essere necessario continuare con tale strategia: la folla dei seguaci avrebbe dovuto capirlo, ma, a quanto pare, non vi riusciva. Nei vangeli (soprattutto nei Sinottici) non solo si è voluto rimuovere completamente qualunque attività politica del Cristo, ma si è anche fatto in modo di far passare gli interlocutori per degli sprovveduti totali, assolutamente incapaci di comprendere alcunché del suo messaggio soteriologico.

Anche nel vangelo di Giovanni la spiegazione dell’atteggiamento della folla, che continua a cercare Gesù dopo che si è nascosto sul monte, ha dell’incredibile: «Voi mi cercate non perché avete visto dei miracoli, ma perché avete mangiato dei pani e siete stati saziati» (v. 26). Una spiegazione del genere è piuttosto indegna. Infatti è come se si fosse detto che la folla era così cinica e materialistica che continuò a cercare Gesù non tanto perché, constatando il portentoso miracolo dei pani, avrebbe dovuto intuire la natura divina del suo artefice, quanto piuttosto perché, al cospetto di quel prodigio, essa si era saziata, sicché, come fanno i bambini piccoli o le persone particolarmente avide, avrebbe voluto che Gesù elargisse altri favori materiali.

Una ricostruzione dei fatti, questa dei manipolatori, basata su una concezione molto negativa delle istanze emancipative delle masse popolari; è una concezione molto elitaria e, se vogliamo, nettamente antisemitica, in quanto fa passare gli ebrei per un popolo molto gretto, disposto a seguire Gesù soltanto per avere dei prodigi, i quali, di per sé, non potranno mai confermare – secondo loro – la sua figliolanza divina. Infatti nello stesso vangelo di Giovanni, di fronte alla richiesta di credere in tale figliolanza (v. 29), essi gli rispondono: «Quale miracolo fai tu, perché lo vediamo e ti crediamo? I nostri padri mangiarono la manna nel deserto…» (vv. 30-31). La cosa assurda di questa richiesta è che la folla – stando agli stessi manipolatori – sembra non essere riuscita a capire che i pani erano stati moltiplicati in maniera miracolosa. Cioè non solo i Galilei non accettarono l’idea che unicamente una divinità avrebbe potuto moltiplicarli in quella maniera, ma non videro neppure che si era trattato di un prodigio. E allora – ci si può chiedere – perché erano accorsi in massa per rivederlo? E perché lo cercavano sul monte? e perché volevano farlo diventare re? Dice Giovanni al v. 14: «La gente, avendo veduto il miracolo che Gesù aveva fatto, disse: Questi è certo il profeta che deve venire nel mondo». E quindi tentano di rapirlo per farlo diventare un novello Davide, essendo convinti che con un sovrano così «super» sarà impossibile perdere contro Roma.

Mettendo a confronto la manna disceso dal cielo e i pani moltiplicati, che cosa sarebbe dovuto apparire più miracoloso? Qui i manipolatori han voluto far credere che la grande differenza tra ebrei e cristiani stava proprio nel fatto che per gli ebrei solo dio poteva fare miracoli e che qualunque prodigio che un uomo come Gesù poteva compiere non li avrebbe mai potuti autorizzare a credere che avesse una natura divina.

Come si può notare, in questo vangelo la controversia tra ebrei e cristiani è tutta circoscritta in una dimensione esclusivamente religiosa. Si tratta cioè di stabilire se, in virtù dei suoi spettacolari prodigi, Gesù poteva essere definito, con sicurezza, una divinità. Tutta la controversia tra ebraismo e cristianesimo è riconducibile alla categoria di «segno miracoloso», nel senso che gli ebrei non riescono a credere nella figliolanza divina del Cristo proprio perché egli si è sempre rifiutato di dimostrarla concretamente. I suoi prodigi non possono – secondo loro – essere considerati sufficienti, proprio in quanto egli non si rivolgeva a dio in persona per poterli fare: li faceva autonomamente, e questo per loro era un indizio di ateismo.

Dunque si faccia bene attenzione a come i manipolatori hanno ribaltato i termini del problema. Gesù, agli occhi degli ebrei, non appariva ateo in quanto nelle sue azioni, che non erano affatto miracolistiche ma semplicemente umane, non faceva alcun riferimento alla divinità, ma appariva ateo in quanto dichiarava d’essere, in via esclusiva, «il figlio di dio», senza che dio potesse, in qualche modo, confermare questa pretesa. Quindi non solo i manipolatori hanno misconosciuto l’attività politica eversiva del Cristo, sostituendola con una diatriba tipo teologico, ma all’interno di quest’ultima hanno dato all’ateismo del Cristo una connotazione esclusivamente religiosa, nel senso che Gesù appariva ateo solo agli ebrei, i quali, essendo un popolo chiuso, materialista, unicamente legato alle proprie leggi e tradizioni, non si sarebbero lasciati convincere della sua divinità neppure se l’avessero visto risorgere.

Se non è antisemitismo questo, che cos’è? Se questa non è un’ideologia spiritualistica di tipo pagano, che cos’è? Se questa versione dei fatti non è un tradimento su tutti i fronti del progetto politico di liberazione della Palestina che aveva Gesù, che cos’è?