Gli studi di Mac

I

Quale atteggiamento di fronte alle fonti del N.T.?

Presentazione del libro di Mac, Il Vero Profeta, Macrolibrarsi 2006

L’esperienza di Mac è un déjà vu ri­spetto a quanto, sempre più spesso, accade a chi, nell’ambito della chiesa cattolica, vuol por­si in maniera divergente, finendo ad un cer­to punto con l’opporre al tradizionale autoritarismo, politico e ideo­logico, del potere ecclesia­stico la decisione di fuoriuscire dal proprio milieu, sic et simpliciter, magari in punta di piedi ma senza tema di ripensamenti dell’ultima ora.

Tuttavia è anche un qualcosa di inedito, strettamente correla­to alle dinamiche, soprattutto tecnologiche, del nostro tempo, che in­vitano, anch’esse ogni giorno di più, a fare davanti a un pc o in web, le proprie riflessioni critiche e autocritiche, seguendo dei percorsi impensabili fino a qualche decennio fa, in cui ci si limitava a sempli­ci e saltuari scambi epistolari o a confronti vis-à-vis e semiclandesti­ni con chi, come Nicodemo, voleva percorrere strade diverse da quelle abituali.

Oggi un credente che voglia ripensare la propria esperienza e persino i valori in cui un tempo credeva, può farlo in maniera mol­to creativa direttamente in rete, interagendo spesso con utenti che in capo al mondo han vissuto analoghe vicissitudini.

Resta significativo il fatto che la decisione di rompere col proprio passato avvenga, ancora una volta, quando i valori professati escono dal limbo della loro mistica astrazione e si misurano con l’e­sigenza di risolvere alcune stridenti contraddizioni sociali del nostro tempo. Di fronte alla grandezza di questi problemi i valori cattolici si palesano in tutta la loro pochezza.

Infatti, finché si resta nell’ambito dei rapporti interpersonali o nelle questioni di coscienza, i valori religiosi sembrano reggere egregiamente le difficoltà del vivere quotidiano, spesso anzi si dimo­strano superiori a molti valori laici, ma appena si cominciano ad af­frontare i processi della società civile, squisitamente borghesi, ecco che la teologia si sbriciola come certe case evangeliche costruite sul­la sabbia, mostrando quanto l’uomo abbia bisogno di ben altre scien­ze, la prima delle quali è senza dubbio – come lo stesso Mac fa capi­re – l’economia politica ovvero la politica economica, ivi inclusa quella finanziaria.

Ciò è così evidente, e lo è almeno dalla fine degli anni Ses­santa, benché per uno storico lo sia da molto prima, che oggi sarebbe come sparare alla Croce Rossa dicendo che la dottrina sociale della chiesa manifesta tutta la propria debolezza proprio nell’affronto “so­ciale” dei problemi economici che si sviluppano sotto il capitalismo avanzato.

Ma come spesso accade a chi in gioventù ha nutrito grandi aspettative in quegli ideali che sperava di veder realizzati secondo i principi del cattolicesimo romano, la forza di allontanarsene, per cer­care risposte più convincenti, non riesce a svolgere un’opera di sem­plice rimozione. A volte accade che il cibo inghiottito da giovani viene ruminato da adulti e reimpastato con nuova saliva, per essere poi ridigerito.

Non basta sostituire una pseudo-scienza, la teologia, con un’altra completamente diversa, l’economia o anche l’antropologia (come lo stesso Mac lascia intendere): a volte si avverte la necessità di fare i conti sino in fondo col proprio passato e, se vogliamo, col proprio inconscio, smontando tutti i pezzi delle infantili costruzioni Lego, esaminandoli uno ad uno, per vedere se si riesce a produrre una costruzione completamente diversa.

Ma con quale idea fare questo? Stando a quanto dice Mac la molla che fece scattare il meccanismo è venuta da un sito web, in particolare da un testo in cui si pretendeva di dare un colpo demoli­tore a tutte le storie raccontate nel Nuovo Testamento: La favola di Cristo, di Cascioli, uno studioso che ha saputo egregiamente sinte­tizzare quanto già da tempo noto presso la critica positivistica e mi­tologistica della religione, di “sinistra hegeliana” memoria, importa­ta e sviluppata sia nella Francia anticlericale (cui Cascioli attinge a pie­ne mani), che nella Russia ateo-scientifica.

Cercando nel web nazionale (poi si allargherà anche a quello internazionale), Mac aveva trovato più informazioni critico-scientifi­che sui testi biblici di quante ne potesse trovare nella tradizionale editoria cartacea, a testimonianza di quanta più libertà di pensiero e di espressione nei confronti della religione vi sia nel mondo virtuale rispetto a quello reale, molto più condizionato dai cosiddetti “giochi di potere”.

Leggendo quello e altri testi (specie di Donnini), Mac in so­stanza era giunto alla conclusione che la religione qua talis, quindi anche il cristianesimo, è sempre stata più che altro usata come stru­mento di conservazione di un potere acquisito. Il che apriva le porte a una questione molto complessa da affrontare: il livello di attendi­bilità delle fonti canoniche.

Qui bisogna dire che forse Mac è stato vittima di quel tenta­tivo, in cui spesso si cimenta chi per la prima volta apre gli occhi sui miti falsi e bugiardi, di cercare non tanto di reinterpretare in maniera critico-testuale le motivazioni storiche sottese a quegli stessi miti (poiché tale operazione è del tutto legittima), quanto di ricostruire per filo e per segno un possibile percorso storico alternativo ai fatti contestati.

Perché questi tentativi sono destinati a fallire, per quanto suggestivi essi possano apparire? Semplicemente perché le fonti reli­giose sono state così ampiamente e direi anche scrupolosamente ma­nipolate che, in assenza di altre fonti, è materialmente impossibile ri­salire alla verità dei fatti.

Più che tentare delle nuove interpretazioni proprio non si può, e se più di questo non si può, ha davvero ancora un senso – ci si può chiedere – continuare a utilizzare quelle fonti come un’occasio­ne per reinterpretare la realtà in chiave laica e razionalista?

Il fatto che Mac possa cimentarsi a elaborare molte ipotesi storiografiche apertamente in contrasto con la cosiddetta “versione dei fatti” riportata nel Nuovo Testamento, è la riprova che ricostruire la “storia” sulla base delle fonti canoniche è pressoché impossibile, al punto che vien quasi da apprezzare la tenacia con cui la chiesa orientale ortodossa s’è sforzata di accettare le fonti neotestamentarie così come oggi noi accettiamo i software che usiamo, e cioè “as is, with all faults”, limitandosi a interpretarle solo in presenza di posi­zioni eretiche.

Delle due infatti l’una: o si resta cristiani accettando integral­mente tutte le fonti canoniche ricevute dalla primitiva tradi­zione, op­pure si esce dalla chiesa, rinunciando a scoprire la veri­tà dei fatti con l’ausilio di quelle stesse fonti.

Cioè a dire l’unica ricostruzione storica possibile può essere soltanto frutto di un’interpretazione opinabile con cui si cercherà di far valere il principio secondo cui le fonti del N.T. contengono una buona dose di falsificazioni, motivate dal fatto che dopo la morte del Cristo si volle definitivamente rinunciare all’idea di liberare la Pale­stina dai romani. Sicché tutto il misticismo presente nel N.T. è fun­zionale alla trasformazione del Cristo da liberatore a redentore. Più di così, allo stato attuale delle fonti, è impossibile dire. La verità sto­rica può essere soltanto dimostrata da una prassi più significativa di quella della chiesa cristiana.

L’iter di Mac è comunque interessante da esaminare proprio perché le sue “scoperte” esegetiche, in senso laicista, sono in linea, pur senza volerlo, con quanto sostenuto dai grandi esegeti eterodossi del cristianesimo, per lo più stranieri, le tesi dei quali in Italia sono molto poco conosciute (anche perché pochissimo tradotte) o molto poco dibattute, meno che mai in ambienti non ultra specialistici.

In tal senso ritengo non sia molto importante sapere chi ci apre gli occhi e come lo fa, ma che gli occhi continuino a restare bene aperti. Io p.es. devo molto a studiosi che Mac non ha mai citato e che, conoscendoli, li avrebbe sicuramente apprezzati: Brandon, Donini, Craveri, Kryvelev, Tokarev, Mitrochin e tanti altri, per non parlare dei classici del marxismo.

Rimboccandosi le maniche – questo è proprio il caso di dir­lo, pensando specialmente alle nuove generazioni -, Mac ha studiato a fondo gli Atti degli apostoli, le lettere di Paolo, l’Apocalisse, i testi di Flavio Giuseppe e via via tutti gli altri citati nel libro. Non ha mai dato nulla per scontato, perché è così che si deve comportare un ri­cercatore, specialmente con questi materiali tendenziosi.

Forse l’unica cosa che dà per definitivamente acquisita, quel­la che, se vogliamo, dovrebbe stare a monte di tutte le ricerche ese­getiche moderne, è la tesi secondo cui i vangeli sono documenti che spoliticizzano al massimo la figura del Cristo e che questi, di conse­guenza, doveva necessariamente essere un leader rivoluziona­rio per la liberazione nazionale d’Israele.

Probabilmente la sua tesi più originale (e di tesi in verità ne propone molte, anche se poi, secondo noi, per motivi indipendenti dalle sue capacità, son soltanto delle “ipotesi”), quella che sicura­mente meriterebbe ulteriori approfondimenti, è l’identificazione di Paolo di Tarso col “falso profeta”, contro cui l’autore dell’Apocalisse si scaglia. Ciò peraltro spiegherebbe l’improvvisa scomparsa di sce­na dell’apostolo Giovanni dai racconti degli Atti.

Non meno interessanti sono i paralleli ch’egli pone tra le me­morie di Flavio e gli Atti di Luca. Oggi d’altronde è impossibile so­stenere che la storia del cristianesimo primitivo possa essere com­presa senza la lettura dei testi di Flavio e della comunità di Qûmran. Ma sono talmente tante le ipotesi esegetiche e filologiche enucleate nel libro che ci vorrebbe uno studio non meno approfondito per esa­minarle una ad una. E la nostra vuol semplicemente essere una “pre­sentazione amichevole”, non una “introduzione critica”, anche se non posso esimermi dal notare che forse vien concesso troppo al gio­co delle somiglianze-assonanze dei nomi propri di persona per poter elaborare su questo, che è indizio quanto meno precario, soprattutto in riferimento alla Palestina di allora, delle ipotesi storiografiche vere e proprie.

Ora forse non resta a Mac che scrivere qualcosa di impegna­tivo sul quarto vangelo, cioè sull’unico documento del Nuovo Testa­mento che presenta nello stesso tempo, con la medesima abilità e di­sinvoltura, il Cristo più vicino alla realtà e quello più lontano. Chi sarà in grado di capire perché e dove Giovanni, o chi per lui, dica la verità e menta senza ritegno, riuscirà forse a sbrogliare la matassa di una delle vicende più tormentate della storia.

Oltre a ciò vi è nel testo, in maniera trasversale, una serie di vicende e di riflessioni connesse all’esigenza di editare un proprio scritto, o di economia o di critica del cristianesimo.

Su questo devo dire, molto sinceramente, che avrei preferito vedere questo libro, più che pubblicato a parte, posto come ampia in­troduzione (cronologica e riassuntiva di tutte le sue ricerche) di un bel volumone di 500 pagine!

Ma per capire l’improponibilità di questo progetto basta leg­gersi quanto lo stesso Mac dice a proposito dell’abuso dell’informa­zione da parte di chi ne detiene il monopolio. Mac sa bene che la ve­rità storica è sempre, purtroppo, la verità dei poteri dominanti, quelli appunto in grado di manipolare le informazioni. E sa anche bene che contro questa verità ogni dubbio è lecito, anche se la controverità proposta non è sempre supportata da prove convincenti.

Addendum

Da uno scambio di mail con Mac sulla storiografia del cristianesimo primitivo

Affrontiamo prima di tutto le questioni di metodo.

Tu cerchi la verità mettendo a confronto fonti diverse, cer­cando le varianti, le contraddizioni e parteggiando, tendenzialmente, per Giuseppe Flavio o per autori non cristiani.

Io e te siamo partiti dal presupposto che i vangeli, gli Atti e tutto il N.T. sono pieni di menzogne. Ma abbiamo tirato conseguen­ze diverse. Anch’io mi sono letto molti apocrifi, ma mi sembravano una sorta di letteratura fanta­stica, per cui vi ho rinunciato.

Ho letto anche Flavio, ma poi ho smesso, perché Flavio è un ebreo traditore degli ebrei, come gli apostoli sono cristiani traditori del Cristo, e tutti scrivono sotto il diktat di Roma: per quale ragione dovrei dare più ragione a Flavio che non agli evangelisti? Senza con­siderare che Flavio non ha mai nascosto le sue antipatie verso i se­guaci del Cristo.

Quanto alle fonti pagane, il fatto che non parlino di Cristo non mi dice nulla, non dimostra nulla. Forse hai mai visto un libro che abbia parteggiato per Bruto e Cassio contro Cesare? Eppure l’im­pero romano è stato una delle più grandi disgrazie dell’umanità. E con questo non voglio certo dire che Bruto e Cassio rappresentassero la quintessenza della democrazia. Voglio solo dire che qualunque fonte va sempre presa cum grano salis.

Secondo me le fonti storiche non servono affatto per deter­minare la verità storica, poiché esse stesse, in genere, sono false (cioè nate così) o falsificate (cioè interpolate, manipolate, mistificate successivamente). La storia non è maestra di vita ma di falsità più o meno grandi, più o meno sofisticate, più o meno difficili da indivi­duare, proprio perché scritta da chi comanda, direttamente o, come appunto nel caso dei vangeli, indirettamente.

Io di fronte al N.T. mi sono rassegnato e ragiono per così dire e concessis. Cioè non avendo strumenti o fonti differenti da usa­re per dimostrare le mie tesi, do per scontato che la versione dei fatti del N.T. sia quella più verosimile, pur sapendo che ad essa è sottesa una precisa ideologia, che tende a mistificare la realtà dei fatti, il contenuto che dà a questi fatti un qualche significato.

Cioè io parto sostanzialmente dal presupposto che aveva l’inglese Brandon e che ho letto e riletto assiduamente, secondo cui il N.T., nel complesso, è una menzogna, in quanto i cristiani voleva­no dimostrare ai romani che gli unici colpevoli della crocifissione erano stati gli ebrei.

Detto questo, il mio lavoro si riduce nel cercare di scoprire, usando le stesse fonti cristiane, dove sia possibile rinvenire le tracce del tradimento del messaggio originario del Cristo, cioè le tracce della mistificazione.

Facendo questo lavoro mi comporto, più che da storico, da teorico della politica, da critico dell’ideologia, da discepolo dei “mae­stri del sospetto”.

Se dovessi fare un lavoro da storico, lo farei solo per cercare un supporto concreto a delle tesi astratte. In ogni caso esigo da me stesso una certa coerenza interpretativa, per cui evito di sbilanciarmi in giudizi sull’attendibilità dei fatti narrati, mettendoli a confronto con altri fatti, analoghi, raccontati da altre fonti. Mi limito semplice­mente a dire che in forza di determinate interpretazioni critiche, i fat­ti esaminati potrebbero essersi svolti diversamente e cerco di dimo­strarlo astrattamente.

Purtroppo noi abbiamo a che fare con fonti manipolate da mani abilissime, che hanno saputo mescolare, in maniera molto effi­cace, episodi veridici con altri del tutto inventati, al punto che un let­tore ingenuo finisce col considerare tutto vero, come è appunto suc­cesso negli ultimi duemila anni.

Non a caso in Italia – ma su questo ho già scritto molto – non s’è mai sviluppata, se non limitatamente, la cultura ateistica, la criti­ca dei vangeli (che è iniziata colla Sinistra hegeliana), la critica posi­tivistica della religione ecc. Temo che ci porteremo dietro l’inganno dei vangeli (di cui quello giovanneo è il più pericoloso di tutti) anco­ra per molto tempo.

Insomma, tu vai a cercare le prove del tradimento, io do il tradimento per scontato e mi limito a individuare degli indizi che ne provino la presenza, perché penso che le vere prove non riuscirò mai a trovarle. Qui abbiamo a che fare con dei professionisti della falsifi­cazione. Gli ebrei non sono come i greci, che s’inventavano favole in cui bisognava fingere di credere. Gli ebrei inventarono storie la cui verosimiglianza è diventa­ta, in virtù della fede, oro colato. Pren­dono le cose dalla realtà, salvo un particolare, la cui importanza però falsifica tutto il resto.

Trovare il bandolo della matassa è un’impresa disperata, per­ché non possiamo fare altro che lavorare su dei fantasmi, cioè sul “non detto”, mistificato da un “detto” coerente, non banale. Il “fatto” è stato mistificato da un “non fatto”. E tutto sulla base di un’ideolo­gia che non parla mai da sola, in maniera esplicita, ben individuabi­le, ma sempre dietro o per mezzo di parole e fatti che alla resa dei conti, cioè alla luce di un’analisi razionale, laico-umanistica, risulta­no incredibilmente ambigui, non solo o non tanto inverosimili, quan­to piuttosto subdolamente manipolati. Sotto questo aspetto la lettera­tura ebraica resta superiore a qualunque altra letteratura.

II

Cosa ricavare da una fonte storica ritenuta inattendibile?

Riflessioni sul libro di Mac, Giovanni Battista, Macrolibrarsi 2009

Indubbiamente Mac (l’autore del sito Deiricchi) è tra gli ese­geti laici del web quello che conosce meglio i testi di Giu­seppe Fla­vio e, più in generale, quanto s’è scritto, nel periodo che va dal I sec. a.C. al II sec. d.C., sull’ebraismo e soprattutto sul cristianesimo. È dunque impossibile entrare nel merito del suo secondo libro, Gio­vanni Battista, senza avere le sue stesse conoscenze. Siccome però l’autore parla continuamente di “metodo storiografico”, elaborando piste di ricerca a dir poco originali, possiamo arrischiarci in una re­censione critica.

Prima di farla però vorrei qui riassumere, in pochissime pa­role, sulla base delle stesse fonti neotestamentarie, ovvia­mente rein­terpretate in maniera laico-umanistica, un’ipotesi di ricostruzione storica della vicenda che vide coinvolto il movi­mento nazareno ante­riore alla catastrofe del 70.

Dopo l’esecuzione dell’esseno Battista, che predicava un’op­posizione morale alla corruzione dei sacerdoti del Tempio di Gerusa­lemme e che fu ucciso quando iniziò a opporsi giuri­dicamente al so­vrano filo-romano Erode Antipa, Gesù Cristo, con altri discepoli (in parte presi dallo stesso movimento batti­sta), iniziò a organizzare una ribellione armata contro gli occu­panti romani e i loro collaborazioni­sti ebrei (sommi sacerdoti, sadducei ecc.).

Il movimento nazareno si alleò con altri movimenti po­litici, o frange di essi, come quello zelota, fariseo, quello al se­guito di Laz­zaro, una parte degli esseni, dei samaritani ecc., ma, nel momento decisivo dell’insurrezione, uno degli organiz­zatori, Giuda, tradì, per­mettendo la cattura di Gesù, contro il quale si allestì un processo far­sa, in cui i capi romani e i sacerdoti giudei, loro alleati, ebbero la me­glio. L’esecuzione capita­le fu quella riservata agli schiavi ribelli o agli insurrezio­nalisti.

Dopo la sua sepoltura uno dei suoi principali collabora­tori, Pietro, invece di proseguire la missione liberatrice del mo­vimento, sfruttò il fatto che il corpo di Gesù era scomparso dal sepolcro per sostenere l’idea ch’era risorto e che, per questa ra­gione, non poteva essere un semplice uomo e che sarebbe tor­nato quanto prima per li­berare Israele, per cui sarebbe stato sufficiente attenderlo passiva­mente.

Tuttavia, col passare del tempo, vedendo che non torna­va, un altro personaggio, Paolo (un ex-fariseo pentito d’aver perseguitato i seguaci di Pietro), cominciò a sostenere che Cri­sto era l’unigenito figlio di dio, che sarebbe tornato solo alla fine dei tempi per il giudi­zio universale e che non aveva senso sperare in una liberazione poli­tico-nazionale della Palestina, in quanto tra ebrei e pagani non vi era più alcuna differenza: tutti potevano diventare “cristiani” senza al­cun problema, rispettan­do le istituzioni vigenti, proprio perché il re­gno di giustizia che il Cristo voleva realizzare non era destinato a questo mondo ma all’aldilà.

Dunque tutto il Nuovo Testamento non documenta le vere intenzioni del Cristo, ma soltanto l’interpretazione che Pietro e Paolo diedero del suo operato, a partire dalla tomba vuota.

Chiunque può rendersi conto che una tale versione dei fatti non collima minimamente con quella ufficiale della chiesa cristiana. Eppure essa è stata tratta unicamente dallo studio delle fonti neote­stamentarie. Il primo che ha ipotizzato, sulla base di queste fonti, un’esistenza politica del Cristo è stato un docente di lingue orientali, ad Amburgo, H. S. Reimarus, il cui testo fondamentale (Dello scopo di Gesù e dei suoi discepoli) venne pubblicato dal filosofo G. E. Les­sing dopo la sua morte (1768). Da allora le strade si sono divaricate: la scuola mitolo­gista ha messo in discussione l’esistenza storica del Cristo dei vangeli, la scuola storicista ha considerato attendibili e ha ulte­riormente approfondito le tesi di Reimarus.

Prima di lui era stato l’empirista inglese J. Locke (1632-1704), seguito da molti altri deisti e naturalisti, a dire che per poter interpretare adeguatamente il cristianesimo biso­gnava preventiva­mente depurarlo di tutti gli elementi sovran­naturali.

Mac, che appartiene alla scuola mitologista, non solo non si accontenta di queste conclusioni, non solo ha fatto sue le tesi di un negazionista assoluto come Cascioli, circa l’identi­tà del Cristo, ma ha voluto andare oltre, ipotizzando una pro­pria ricostruzione dei fat­ti. Invece di consolidare l’acquisito, concentrandosi su qualcosa di particolare, ha preferito arri­schiarsi in esegesi ardite, riscrivendo quasi completamente la storia che va dal I sec. a.C al II sec. d.C., come se le fonti in nostro possesso, debitamente reinterpretate, ce lo permettesse­ro abbastanza tranquillamente.

Gli storici laici come Mac sanno bene, da tempo, che non solo le fonti neotestamentarie sono tendenziose, ma anche quelle apocrife e persino quelle non cristiane (ebraiche e roma­ne). Da quando il cristianesimo divenne religione di stato, con Teodosio, non solo non comparvero più nuovi scritti (p.es. dopo quelli di Celso e Porfirio) contro il cristianesimo, ma scomparvero dalla circolazione anche quelli già pubblicati, e quelli che non si poterono far scompa­rire del tutto, vennero abilmente interpolati.

Quindi, per così dire, c’è poco da ballare allo stato at­tuale delle fonti. Noi possiamo criticare il cesaropapismo e il papocesari­smo, possiamo restringere gli spazi di manovra di una chiesa che an­cora oggi pretende un’ampia visibilità media­tica e continue ingeren­ze nella vita degli Stati, ma per il resto dobbiamo accontentarci di formulare ipotesi. La chiesa cristia­na ha compiuto una grandissima opera di rimozione della veri­tà storica, evidentemen­te perché sapeva che le tesi mistiche di Pietro e Paolo non avevano nulla a che fare con quelle umanistiche e politiche del Cristo.

Mac però non s’accontenta di formulare “ipotesi”, ha la pre­tesa di dire che è sicuro al 90% della verità delle proprie affermazio­ni, le quali, peraltro, vanno ben oltre quelle di qualun­que scuola ese­getica laica.

Per chi vive la rete con passione è ben noto che l’esege­si mi­gliore sul N.T. è tutta laica e, anche se essa si presenta in maniera va­riegata, vi sono alcuni presupposti che non si metto­no in discus­sione, il primo dei quali è che le fonti cristiane sono molto tenden­ziose. Mac è uno di quelli che vuol leggere le fonti, incluse quelle non cri­stiane, sino in fondo, proprio per­ché ha voluto rendersi perso­nalmente conto che non esiste fon­te che non sia stata in qualche modo ma­nomessa da qualcuno.

Ma qual è stata la conclusione di questa ricerca spa­smodica di trovare la verità tra le occorrenze trasversali a tutte le fonti dispo­nibili, facendo confronti sinottici e parallelismi di ogni tipo? Mac è convinto d’aver trovato con un buon margine di sicurezza la verità nella falsità.

Invece di fare come Bultmann, che dopo tanti anni di ricer­che arrivò a dire che, stando alle fonti che abbiamo, la ve­rità su Gesù Cristo non la sapremo mai, Mac, anche a costo di postdatare di alme­no mezzo secolo gli avvenimenti in questio­ne, attribuendo più perso­ne a uno stesso nome e più nomi a una stessa persona, ha preferito dire come sono andate esattamente le cose, come se volesse a tutti i costi fare i conti con qualcosa che nel suo passato gli avevano voluto far credere come vero pur sapendo ch’era falso. Il suo è un atteggia­mento ostinato, caparbio, quello di chi non vuole limitarsi a sostene­re che le fonti sono tendenziose, mistificanti, apologetiche, propa­gandistiche ecc. Mac vuole andare oltre.

Lui non può arrendersi p.es. di fronte al fatto che non sap­piamo nulla di certo di quel che accadde ai discepoli più vi­cini a Gesù dopo la crocifissione. Gli Atti degli apostoli parla­no soltanto di Pietro e di Paolo, i veri fondatori del “cristianesi­mo”. Noi possiamo supporre, con ampi margini di sicurezza, che Giovanni Zebedeo si oppose alle tesi petrine della resurre­zione del Cristo, della sua immi­nente parusia, del­la ne­cessità divina della sua morte ecc. E possiamo anche sup­porre, oltre ogni ragionevole dubbio, ch’egli si oppose an­che alle tesi pao­line che vedevano nel Cristo l’unigenito figlio di dio, colui che sarebbe tornato alla fine dei tempi ecc. Questo perché il vange­lo di Giovanni ha delle parti autenticamente storiche e al­tre in­credibilmente mistiche, frutto di ampie e ripetute manipolazio­ni re­dazionali. Ma più di così, allo stato attuale delle fonti (e per noi an­che la Sindone è tale), non è possibile andare, a meno che non si vo­glia fare “storia” ma “romanzo storico”, come tanti prima di Mac.

L’autore, prevedendo una critica del genere, si difende soste­nendo che applicare un metodo scientifico a una ricerca storica non ha alcun senso, neppure nel caso in cui si fosse si­curi dell’attendibili­tà delle fonti. Questo perché – cito testual­mente – le realtà non sono più a portata di mano e le testimo­nianze, anche quando non sono vo­lutamente false, sono spesso frammentarie, lacunose, contraddittorie.

Ma allora perché non limitarsi a formulare delle ipotesi, con­centrandosi su aspetti particolari? Ci si lamenta, giustamen­te, dell’i­napplicabilità al passato di un metodo rigorosamente scientifico, ma allora perché si pretende di riscrivere la storia da cima a fondo? Que­sto poi senza considerare che quella inapplicabilità spesso vale an­che per il pre­sente. Se si ascoltano le versioni di due te­stimoni ocula­ri di un me­desimo incidente stradale, spesso ne vengono fuori con­traddizioni insormontabili. Nei processi, ci­vili o penali, la difesa non si preoccu­pa affatto di dimostrare la verità delle cose, ma solo di ot­tenere un verdetto di non-colpevolezza per il proprio cliente: di qui l’uso stru­mentale degli accertamenti tecnico-scientifici.

La scienza assoluta è un’invenzione che si sono dati gli illusi o coloro che volevano far credere che esiste una sola ve­rità dei fatti. Può certamente esistere una verità oggettiva, altri­menti sarebbe as­surdo parlare di mistificazione, ma la veri­tà “assoluta” non è mai sta­ta alla nostra portata.

La cosa curiosa è che Mac è perfettamente consapevole di questo, tant’è che dice di aver voluto applicare non un meto­do “scientifico” ma semplicemente uno di tipo “storico-investi­gativo”; allora per quale motivo aggiunge ch’egli s’era posto il compito di sco­prire a tutti i co­sti una qualunque verità nascosta? E qual è stato il risultato di questa faticosa ricerca?

La sua critica delle fonti è impostata come se avesse in mano il cubo di Rubik. Posto un elemento centrale che aggan­cia tutti i sin­goli pezzi, questi possono essere ruotati a piacere, nella direzione che si vuole, sino ad arrivare alla soluzione del rompicapo.

Il suo testo (vedi anche quello precedente qui recensito) non è un giallo vero e proprio, anche se all’apparenza ne sem­bra avere l’impostazione, proprio perché i personaggi principali sono pochissi­mi: se diventano più di tre o quattro o se anche sono tre o quattro i nomi ad essi attribuiti, si rischia d’entrare subito in confusione. Sem­bra di stare dentro un labirinto con gli specchi girevoli, per cui alla fine l’uscita viene trovata in maniera casuale, seguendo un percorso incredibilmente com­plicato, che a ritroso sarebbe molto difficile ri­percorrere; sem­pre poi che l’uscita si riesca a trovare, perché il ri­schio è pro­prio quello, come nel labirinto di Minosse, di farsi man­giare dal Minotauro delle proprie forzature, della propria ricercata originalità.

Per Mac è relativamente facile uscire dal labirinto: lui ha a disposizione decine di personaggi intercambiabili, una sorta di “mu­tanti”, che possono trasformarsi all’occorren­za. Quando il nemi­co (la fonte falsa) ostacola il cammino di uno di questi personaggi, Mac lo trasforma in un altro, e così via sino alla fine del percorso. Sicché p.es. un individuo come Giuseppe Flavio può arrivare ad as­sumere ben sedici identità diverse, da quella di Erode Antipa a quel­la di Paolo di Tarso, da quella di Barabba a quella di Seneca, e così via, come se si fosse presenti a una sorta di videogame o a un film di fan­tascienza o di fantasy. Non si ha più a che fare con perso­ne reali ma con personaggi fiabeschi.

L’attribuzione multipla di più persone a uno stesso nome o di più nomi a una stessa persona, che Mac dice d’aver preso da Abelard Reuchlin, congiuntamente alla postdatazione degli avvenimenti, sono i due criteri fondamentali ch’egli se­gue sin dai suoi esordi. E sono gli stessi che hanno adottato quanti pensano che tutto ciò che sul cri­stianesimo ci è stato tramanda­to sia falso: iniziò a farlo D. F. Strauss, della Sinistra hegelia­na, ma lo fecero anche F. Ch. Baur, R. J. Vipper… sino alle tesi assurde di N. A. Morozov, che spostò la data dei vange­li ai se­coli VI-IX!

Naturalmente qui non si vuole contestare il valore dell’attri­buzione multipla dei nomi o la necessità di postdatare gli avveni­menti o il momento redazionale dei testi canonici. Biso­gna però sta­re at­tenti a non incorrere in quel fenomeno che in psicologia viene chia­mato “effetto alone”, per cui sulla base di un solo elemento si vi­zia un intero metro di giudizio. Cioè non si può, partendo dall’assun­to che tutti i testi sono tendenziosi, far dire loro ciò che si vuole. Non è questo il modo di “sbugiar­dare” la chiesa. È troppo comodo sfrut­tare il fatto che le fonti sono inaffidabili per inventarsi delle storie che non potrebbero essere smentite da quelle stesse fonti. Questo non è un metodo storiografico ma letterario.

Chiunque, anche un lettore profano in materia, si rende con­to che è molto facile far quadrare il cerchio attribuendo una molte­plicità di nomi a un determinato personaggio. È la stessa situazione che si ve­rifica quando in un qualunque gioco tutti i partecipanti si mettono d’accordo nell’usare un pezzo o una carta o un tassello fin­gendo che sia identico a quello mancante. Questo metodo ha peraltro il vantag­gio di ridurre i veri prota­gonisti solo a poche unità, mentre con quelli fittizi, che sono delle decine, si possono costruire le storie più fanta­siose, come la lunga saga di Harry Potter.

Non ha senso pensare che sia esistita una regia occulta in cui tutti erano d’accordo, registi e attori, e che quindi tutta la storia del cristianesimo primitivo debba essere vista come una incredibile mac­chinazione in cui tutto è stato falsificato a bella posta: questo metodo d’indagine appartiene alla fiction di qual­che romanziere catastrofista, in cerca di scoop editoria­li. Magari le cose fossero così sem­plici! Magari si avesse a che fare con tante Donazioni di Costantino!

La ricostruzione, quanto meno arbitraria, che degli avveni­menti fa Mac è la riprova che dalle fonti che abbiamo non si può ri­cavare in maniera certa né una sequenza logica (causa/ef­fetto) dei fatti, né una di tipo temporale e spesso neppure una contestualizza­zione spaziale. D’altra parte se fra mille anni uno sto­rico trovasse ca­sualmente l’inte­ra annata di un nostro qualun­que quotidiano o, peg­gio ancora, di un qualunque nostro tele­giornale, riuscirebbe forse a capi­re i rapporti di dipendenza economica che oggi legano il Terzo mon­do all’occiden­te? Per nascondere questi rapporti, che permettono a noi una ricchez­za esagerata, ci è sufficiente non parlarne: non è nep­pure necessa­rio interpolare i documenti. Semplicemente non ne par­liamo in nome della nostra sbandierata libertà di espressione!

In realtà più che di falsificazioni noi abbiamo a che fare con delle mistificazioni, cioè con aspetti falsi dentro ricostru­zioni vere. Lo storico è come un cercatore d’oro, con in mano un setaccio: deve scoprire nuovi giacimenti prima di arrivare alla pepita che lo soddi­sferà davvero.

Nei confronti delle fonti ci vuole un atteggiamento meno ri­gido di quello di Mac, più duttile. Certo le fonti mento­no ma le fac­ciamo parlare lo stesso e siamo anche disposti a credere che in molti aspetti dicano la verità, e questo ovvia­mente non ci impedirà di dire la nostra, di fare le nostre inter­rogazioni investigative.

Quando uno storico scrive un testo mistificato, non ha di mira un target di lettori molto lontani da sé. Quel che più gli preme è ingannare la sua generazione, eventualmente facendo in modo, attra­verso il potere politico, che non possa esservi al­cun altro storico o alcun altro testo in grado di contraddirlo. I vangeli canonici, in tal senso, sono nati quando tutti i protago­nisti degli avvenimenti raccon­tati o erano morti o non erano in grado di opporsi a quella versione mistificata dei fatti.

Se una mistificazione del genere ha successo con una deter­minata generazione, quella più difficile da ingannare, essendo più o meno coeva agli stessi fatti raccontati, è molto probabile che conti­nuerà ad apparire credibile anche alle generazioni succes­sive, le qua­li non avranno più gli strumenti per smentire la ver­sione mistificata dei fat­ti. Eventualmente anzi i nuovi falsifica­tori di turno potranno ulterior­mente ritoccare il testo, anche a distanza di secoli, accentuan­done gli aspetti devianti.

Esiste tuttavia un importante problema da risolvere: la prima generazione (quella contemporanea allo storico falsifica­zionista) non può essere ingannata raccontandole dei fatti com­pletamente inventa­ti. Questo storico deve per forza attenersi a una certa verità oggettiva e, sulla base di questa, introdurre ele­menti di mistificazione.

Ora, se le cose stanno in questi termini, bisogna per for­za dare credibilità ad almeno alcune parti del racconto mistifi­cato, poi­ché, nel caso in cui si preferisca considerare inattendi­bile l’intero te­sto, pensare di poter ipotizzare una versione dei fatti completamente autonoma da esso è impresa del tutto illu­soria. O vi si rinuncia a priori, limitandosi a sostenere che, la fonte, sic­come in più punti mente, non può essere considerata attendibile in alcun aspetto; oppu­re si fa un tentativo di rico­struzione della verità dei fatti che, per quanto razionale sia, non può mai uscire dall’ambito delle mere ipo­tesi. Quello che Mac deve capire è che questa seconda alternativa possiede un elemento destabilizzante per le sorti della chiesa di mol­to supe­riore a quello dell’altra.

Mac probabilmente sembra nutrire ampie sicurezze sul­la va­lidità del proprio metodo d’indagine e sulle scoperte ac­quisite perché sa bene quanto sia naturale, nella storia dell’u­manità, credere vera per migliaia di anni una determinata cosa e poi improvvisamente scoprire ch’era falsa. Mac però dovreb­be anche sapere che tutte le scoperte fatte da quando sono esi­stite le civiltà o non sono affatto servite a farci recupe­rare quel­l’essenza umana che avevamo prima della nascita del­le ci­viltà, oppure ci hanno dimostrato l’importanza di quanto abbia­mo perduto proprio a partire dalla nascita delle civiltà. Bisogna stare attenti, quando si fanno nuove scoperte, a non conside­rarle troppo nuove.

Il cristianesimo può essere nato da mille falsificazioni, ma, oggettivamente, presentava un livello di eticità superiore al pagane­simo, che non conosceva i concetti di persona, di li­bertà di coscien­za, di separazione tra Stato e chiesa, di riscatto degli oppressi, di uguaglianza degli uomini e dei generi sessua­li davanti a dio, di col­lettivismo solidale ecc. E questo nono­stante che il cristianesimo pe­tro-paolino sia stato una forma di tradimento mistico del messag­gio umano e politico del Cristo.

Che poi il cristianesimo abbia tradito tutto appena finite le persecuzioni, questo è un altro discorso. Gli storici dovreb­bero limi­tarsi a contestare la svolta costantiniana e soprattutto teodosiana, che furono immediatamente accettate dai vertici ecclesiastici, e senza al­cun ripensamento, almeno fino a poco tempo fa. Qui sicuramente c’è meno possibilità di sbagliare.

III

La recensione di Galavotti al Giovanni Battista

Domanda: Cosa pensi della critica al Giovanni Battista?

Enrico Galavotti ci ha comunicato la sua recensione al libro Giovanni Battista. La storia mai raccontata. Nel suo sito homolai­cus.com ospita anche pagine di Deiricchi: quelle sul cristianesimo sono una settantina risalenti al 2005. Da allora in Deiricchi le pagine sono aumentate tanto da superare il migliaio. Galavotti non cono­scendo tutta questa produzione di studi, ammette che è “impossibile entrare nel merito” del libro di Mac “senza avere le stesse conoscen­ze”. Quindi si concentra su una singola appendice di questo libro e cerca in qualche modo di proporne una critica. Se non che per farlo deve partire (e terminare) adducendo “ipotesi” di ricerca, e questo dimostra che non si può parlare di “metodo” se non avendo presente l’oggetto di ricerca. Che le invenzioni che noi facciamo siano otte­nute spesso anche a costo di cambiare gli strumenti di lavoro è un dato non difficile da dimostrare. Tutta la recensione di Galavotti di­mostra di non focalizzare questo imprescindibile legame tra stru­mento e oggetto della ricerca. Pur enfatizzando un elevato livello culturale dell’autore di Deiricchi, finisce col non tenerne conto nel prosieguo, arrivando a scivolare su incomprensioni legate proprio alla mancata conoscenza di gran parte degli studi già pubblicati da Mac.

Andiamo per ordine.

Secondo Galavotti, Mac “parla continuamente di “metodo storiografico”, il che non corrisponde al vero. Nel libro infatti il ter­mine “metodo storiografico” non compare mai, mentre si fa riferi­mento alla “storiografia ufficiale” per indicare la storia raccontata normalmente nelle nostre scuole. E da cui Mac, nelle sue ricerche, prende le distanze, almeno per quanto riguarda il I secolo della no­stra Era.

Poi Galavotti introduce una sua versione dei fatti riguardanti Gesù della quale “chiunque può rendersi conto che non collima mi­nimamente con quella ufficiale della chiesa cristiana. Eppure essa è stata tratta unicamente dallo studio delle fonti neotestamentarie.” Af­fermazione sacrosanta. Quella stessa visione infatti era stata consi­derata all’inizio anche da Mac, ma poi l’ha abbandonata. Il mo­tivo di questo distacco è legato all’allargamento delle fonti sulle qua­li ha sviluppato la sua ricerca. Non più solo Nuovo Testamento, ma una miriade di altri testi, tra l’altro non a caso abiurati dalla Chiesa.

Di questa diversa base di studio abbiamo ben discusso nel li­bro, ma Galavotti non la considera e commette così un secondo fraintendimento: “Mac, che appartiene alla scuola mitologista, non solo non si accontenta di queste conclusioni, non solo ha fatto sue le tesi di un negazionista assoluto come Cascioli, circa l’identità del Cristo, ma ha voluto andare oltre, ipotizzando una propria ricostru­zione dei fatti.” Poco prima Galavotti aveva intravisto due strade: “la scuola mitologista ha messo in discussione l’esistenza storica del Cristo dei vangeli, la scuola storicista ha considerato attendibili e ha ulteriormente approfondito le tesi di Reimarus.” Sempre nel libro, oltre che nel sito, abbiamo cercato di spiegare che Mac non nega l’e­sistenza del Gesù. Associarlo alla “scuola mitologica” è un grossola­no errore, ma per noi serve a dimostrare ancora quanti fraintendi­menti nascano quando si vuole commentare a tutti i costi quello che non si conosce.

Pur abusando del termine “esegesi”, Galavotti ha inteso che il lavoro di Mac ha condotto a riscrivere “completamente la storia che va dal I sec. a.C al II sec. d.C.”, e tra le righe ammette che siamo legittimati a fare ciò a causa del fatto che “le fonti neotestamentarie sono tendenziose, ma anche quelle apocrife e persino quelle non cri­stiane (ebraiche e romane)”. Anzi puntualizza che “la chiesa cristia­na ha compiuto una grandissima opera di rimozione della verità sto­rica, evidentemente perché sapeva che le tesi misti­che di Pietro e Paolo non avevano nulla a che fare con quelle umani­stiche e politi­che del Cristo.” Continuando, in modo per noi piacevo­le, a rimarcare la volontà di Mac di “leggere le fonti, incluse quelle non cristiane, sino in fondo, proprio perché ha voluto rendersi perso­nalmente conto che non esiste fonte che non sia stata in qualche modo manomessa da qualcuno.”

Galavotti però rimane contrariato dal fatto che questa ricerca conduca più in là della formulazione di semplici “ipotesi”, andando cioè “ben oltre quelle di qualunque scuola esegetica laica”. Confron­tando Mac con Rudolf Bultmann, il che non può che render­ci onore, egli afferma del primo che ha “un atteggiamento ostinato, caparbio, quello di chi non vuole limitarsi a sostenere che le fonti sono tenden­ziose, mistificanti, apologetiche, propagandistiche ecc. Mac vuole andare oltre.”

Dopo aver in qualche modo evidenziato la differenza dei ri­sultati ottenuti da Mac, nuovamente ripropone una propria versione “laica” dei fatti affermando che “più di così, allo stato attuale delle fonti (e per noi anche la Sindone è tale) non è possibile andare, a meno che non si voglia fare “storia” ma “romanzo storico”, come tanti prima di Mac.”

Questa conclusione permette di evidenziare il leit motiv di tutta la recensione. Ovvero, secondo Galavotti, le origini del cristia­nesimo sappiamo che furono riscritte dalla Chiesa a proprio uso e consumo, ma quello che possiamo dire, da “laici”, è la versione dei fatti sintetizzata da lui stesso oltre la quale non si può andare, a meno di non scadere nel “romanzo storico”.

In altri termini: non c’è altra verità, per quanto magra o in­coerente, al di fuori di quella a cui sono giunti i “laici” partendo da Reimarus fino a Bultmann (che era un teologo…). Sull’altra sponda, per chi non si allinea, rimane ovviamente la storia raccontata dalla Chiesa, altrimenti si scade nelle mere invenzioni.

Domanda: Quali incongruenze si evincono dalla tesi di Galavotti?

Francamente, dopo i dogmi cattolici non ci saremmo aspet­tati anche quelli “laici”. Mac infatti non sta né sulle posizioni ufficial­i né su quelle dichiarate da Galavotti, che sicuro com’è cade in un altro equivoco quando afferma che Mac “si difende sostenendo che applicare un metodo scientifico a una ricerca storica non ha al­cun senso”. Nel libro invece si può leggere (p. 92) “il cosiddetto me­todo scientifico non è sufficiente per assicurare la bontà delle rico­struzioni storiche normalmente divulgate.” Difficile non distin­guere la differenza tra le due affermazioni, ma evidentemente quan­do si vuol difendere una propria posizione si legge anche quello che non c’è scritto.

A nulla valgono a questo punto gli esempi citati per rafforza­re queste tesi “laiche”. Che fanno precipitare Galavotti in un baratro epistemologico nel momento in cui sentenzia che “scienza assoluta è un’invenzione che si sono dati gli illusi o coloro che volevano far credere che esiste una sola verità dei fatti”. Mischiando termini solo per produrre una frase d’effetto che speriamo nessun “scienziato” debba prendere come postulato alla propria ricerca. Tanto più che appena poche righe dopo Galavotti chiama in causa il famoso cubo di Rubik per smentire la ricerca di Deiricchi, non accorgendosi che proprio questo ne dimostra al contrario la validità. Per il cubo è in­fatti possibile pervenire ad una configurazione ordinata delle sue facce, anche se inizialmente i quadrati sembrano disposti in modo casuale. Galavotti, negando il valore dei risultati di Deiricchi, nega in pratica sia che esista la configurazione ordinata (la verità) sia che vi siano altri metodi oltre a quelli da lui suggeriti per giungervi. Sic­come con questi metodi non si è pervenuti in tutti questi secoli alla “verità”, allora né questa esiste né altri metodi sono proponibili. Aiu­to!

Apostrofando quindi le ricerche di Mac come un labirinto, “un percorso incredibilmente complicato”, poco dopo Galavotti af­ferma che “per Mac è relativamente facile uscire dal labirinto”. An­che questa contraddizione spiega molto. Prima di tutto conferma che Galavotti non ha letto la maggior parte delle ricerche di Deiricchi, perché altrimenti anche per lui sarebbe “facile uscire dal labirinto”. Secondo, Mac non nega affatto che le sue ricerche siano particolar­mente complesse (più che complicate). Ci sono voluti anni per dipa­nare la matassa d’informazioni a disposizione. È facile recitare a me­moria il Credo; ben maggiore è l’impegno necessario per leggersi e confrontare tutti i testi elencati ad esempio qui.1 Se qualcuno pensa di farlo nel tempo in cui ci scrive due pagine di critiche, allora non può certamente apprezzare alcun­ché.

Ma è proprio a causa di questa impertinente sottovalutazione delle fatiche altrui che Galavotti considera alla stregua di artificiosi trucchi la coincidenza di più personaggi in uno solo quando afferma che Mac “ha a disposizione decine di personaggi intercambiabili, una sorta di “mutanti”, che possono cambiare aspetto all’occorren­za.” Anche qui la sua fretta di declassare il lavoro non compreso gli fa dire un’altra scorrettezza: “L’attribuzione multipla di più persone a uno stesso nome o di più nomi a una stessa persona, che Mac dice d’aver preso da Abelard Reuchlin”. Nel libro invece Mac ha scritto riguardo a Reuchlin (pag. 60): “Quando l’ho letto per la prima volta nel 2007, ho capito che anche lui aveva scoperto nei testi antichi il metodo della duplicazione dei nomi, per indicare gli stessi personag­gi.” La frase di Mac era ancora una volta ben diversa dall’interpreta­zione di Galavotti, e stava a significare quello che ab­biamo rimarca­to sul cubo di Rubik, ovvero che è incoraggiante che due studiosi ar­rivino alla stessa soluzione, pur partendo da punti di­versi.

Per non scadere nell’accanimento, Galavotti poco dopo ab­bassa il tiro scrivendo “Naturalmente qui non si vuole contestare il valore dell’attribuzione multipla dei nomi o la necessità di postdatare gli avvenimenti o il momento redazionale dei testi canonici.” Ma or­mai il suo pensiero è stato chiaramente espresso contro quelli che Mac considera due pilastri della sua ricerca.

Più avanti Mac viene additato di “far dire ciò che si vuole” ai testi storici, cosa che l’autore invece nega più volte: la verità è quella che è, che ci piaccia o no. Certo è condivisibile la frase “È troppo comodo sfruttare il fatto che le fonti sono inaffidabili per in­ventarsi delle storie che non potrebbero essere smentite da quelle stesse fonti. Questo non è un metodo storiografico ma letterario.” Ma bisogna sa­per distinguere le storie “inventante” da quelle “rico­struite”, specie quando queste ultime sono ottenute vagliando accu­ratamente più fonti possibili. La leggerezza con cui Galavotti usa il primo termine è solo comprensibile considerando che ammette di non conoscere le ricerche di Deiricchi, se non nei riassunti letti nei libri Il vero profe­ta e Giovanni Battista.

Domanda: Come giudichi i cosiddetti “catto-comunismi”?

Fino a che punto dobbiamo continuare a giustificare gli sci­voloni di Galavotti? Anche quando afferma che non può esserci stata una “regia occulta” che ci ha fornito il cristianesimo, mentre cita il famoso falso della Donazione di Costantino? Oppure quando, per in­sistere a portare esempi secondo lui a favore delle sue ipotesi, affer­ma: “D’altra parte se fra mille anni uno storico trovasse casualmente l’intera annata di un nostro qualunque quotidiano o, peggio ancora, di un qualunque nostro telegiornale, riuscirebbe forse a capire i rap­porti di dipendenza economica che oggi legano il Terzo mondo al­l’occidente?” La risposta anche in questo caso è “sì, quello storico ci riuscirebbe”. Ma la domanda è talmente retorica che immaginiamo Galavotti abbia ben poca fiducia degli storici più giovani di lui non solo di questo secolo, ma anche tra mille anni.

Galavotti è convinto che la Sindone non sia un falso medie­vale (anzi, essa sarebbe a suo avviso la prova di come andarono i fat­ti), per cui si comprende come facilmente apostrofi la ricerca di Mac come una “ricostruzione quanto meno arbitraria degli avvenimenti”. Troppo spesso chi non conosce l’oggetto che gli si propone o lo esal­ta oppure lo sminuisce. Sarebbe ora che invece cominciasse a preoc­cuparsi di valutarlo più in profondità. Certo, non pretendiamo che gli interlocutori di Deiricchi si sobbarchino tanta fatica, ma ci sentiamo in dovere di difendere le pagine pubblicate da critiche costruite su infondati pregiudizi.

E ci fermiamo qui per il momento nell’analisi di quanto è uscito dalla tastiera di Galavotti, perché insistere nello sviscerare le argomentazioni successive sarebbe quanto meno noioso.

Preferiamo aprire una parentesi rifacendoci ad un articolo (cattolicesimo-reale.it) di un altro studioso laico, Walter Pe­ruzzi, che cerca anche lui di veicolare studi specialistici sulla realtà del Cattoli­cesimo. Nella sua pagina si legge la difficoltà di far accet­tare il “cat­tolicesimo reale” alla diversificata marea di cattolici che lo pratica­no. Anche tra quelli che si dichiarano di “sinistra”. Mac nel libro “Giovanni Battista” ha riflettuto sulle capacità di convincimen­to del­la Chiesa. E, a suo parere, l’individuo “catto-comunista” è forse il parto migliore della manipolazione mentale operata dai “ministri” cristiani. Sono infatti riusciti a convertire al cristianesimo il comuni­sta che si diceva ateo e proclamava “le religioni sono l’oppio dei po­poli”. Questa è la più grande vittoria della Chiesa. Fare amare Dio, partendo dall’amore per il suo “figlio”.

Tanti “comunisti” ci sono cascati, finendo con l’enfatizzare la figura “buona” o “rivoluzionaria” di Gesù. Al massimo continua­no a ripetere che il cristianesimo iniziale era una cosa, mentre quello della ge­rarchia ecclesiastica è un’altra. Insomma, a questi “catto-co­munisti” è gradita la storia di Gesù (magari leggermente rivista a modo loro, come fa Galavotti), ma non la Chiesa che gliela trasmet­te. Come se il giovane nipotino dicesse alla sua nonna: “Mi piace la fa­vola che mi stai raccontando, ma tu mi stai veramente antipatica”. Dovrebbe­ro nutrire più di qualche dubbio proprio su quella storia, visto che è proprio la Chiesa che gliel’ha confezionata.

Ritorniamo ancora al libro di Mac, dove viene spiegato come la Bibbia che i cristiani leggono è ben diversa da quella che avrebbero avuto a disposizione se Giovanni Battista non fosse stato ucciso. E viene ribadito anche come il personaggio “buono” che è nascosto nei Vangeli è ancora il Battista, mentre Gesù era di tutt’al­tra tempra. Tutte cose che si leggono chiaramente, ma di cui Gala­votti, tra gli altri, non fa alcun cenno. Un laico in meno che ci aiuterà nella difficile strada di svegliare le menti di questo e dei prossimi se­coli? Le stesse menti che credono che le stimmate di Padre Pio siano dovute ad un intervento divino, piuttosto che pensare che siano frut­to dell’uso di acidi sulla pelle?

Galavotti preferisce glissare rispetto all’urgenza di un impe­gno sociale che parta proprio dalla critica alla storia che ci viene rac­contata. Preferisce forse pensare alle origini del cristianesimo come ad un’epoca ideale poi avvelenata dalla Chiesa? Sembra di sì, a leg­gere le parole di chiusura della sua recensione: “Il cristianesimo può essere nato da mille falsificazioni, ma, oggettivamente, presentava un livello di eticità superiore al paganesimo, che non conosceva i concetti di persona, di libertà di coscienza, di separazione tra Stato e chiesa, di riscatto degli oppressi, di uguaglianza degli uomini e dei generi sessuali davanti a dio, di collettivismo solidale ecc. E questo nonostante che il cristianesimo petro-paolino sia stato una forma di tradimento mistico del messaggio umano e politico del Cristo. Che poi il cristianesimo abbia tradito tutto appena finite le persecuzioni, questo è un altro discorso. Gli storici dovrebbero limitarsi a conte­stare la svolta costantiniana e soprattutto teodosiana, che furono im­mediatamente accettate dai vertici ecclesiastici, e senza alcun ripen­samento, almeno fino a poco tempo fa. Qui sicuramente c’è meno possibilità di sbagliare.” Frasi che fanno eco a quelle precedenti: “Mac però do­vrebbe anche sapere che tutte le scoperte fatte da quan­do sono esisti­te le civiltà o non sono affatto servite a farci recuperare quell’essenza umana che avevamo prima della nascita delle civiltà, oppure ci han­no dimostrato l’importanza di quanto abbiamo perduto proprio a par­tire dalla nascita delle civiltà.” Ci pare di leggere il rac­conto biblico sulla cacciata di Adamo ed Eva dal paradiso terrestre!

Noi abbiamo un alto rispetto dell’impegno profuso da tanti studiosi per muoversi al di fuori della strada tracciata nel passato. Però, vediamo che molti intellettuali che si proclamavano “laici” si sono adattati ad una quieta convivenza con un pensiero reazionario, dimenticandosi del pericoloso oscurantismo che esso cela. Nella fat­tispecie pensiamo che il pensiero “laico” debba superare un’analisi storica, e sociale, che qua e là, anche quando meno te l’aspetti, non sa andare oltre gli stilemi insegnati proprio dall’istituzione verso la quale più vorrebbe essere critico, ovvero la Chiesa cattolica.

Per fortuna, ci sono nuovi lettori che, sollecitati anche da cri­si in essere per certi versi molto più profonde di quelle vissute dalle generazioni precedenti, possono dedicarsi agli studi di Mac con mol­ti meno preconcetti e un giovanile desiderio di conoscenza.

Piccola controreplica

1) Il fatto che uno storico dichiari di non avere alcun “meto­do storiografico” non può di per sé voler dire che non ne abbia alcu­no. Se questa aspirazione alla neutralità o alla scientificità vien fatta valere al fine di non essere etichettati ideologicamente, allora è bene sapere che nessuno sfugge alla necessità d’avere una propria ideolo­gia né, tanto meno, all’inevitabilità d’essere “etichettato” da parte de­gli altri. Quante volte tra storici di professione o esegeti del Nuovo Testamento si sentono frasi del genere: “questa cosa è già stata detta” o “quali sono le tue fonti”? Lo stesso Mac mi definisce “catto-comunista”, quand’io avrei preferito “ateo-comunista”, pur nella con­sapevolezza che su entrambi i termini, “ateismo” e “comu­nismo”, ci sarebbe da scrivere un libro intero, in quanto diversissime sono le in­terpretazioni che se ne danno.

Questo per dire che non esiste un’interpretazione “scientifi­ca” che possa sottrarsi a un giudizio sulla propria “ideologia”. Il pro­blema infatti non è certamente quello di avere delle “idee” e, se vo­gliamo, neppure quello di avere delle “idee fisse”, quanto piuttosto quello di dimostrarne la fondatezza, scegliendo le forme e i modi che più si ri­tengono adeguati; e la fondatezza di queste idee non necessa­riamente la si ricava da una conoscenza enciclopedica dei fatti, ov­vero dalla propria erudizione. Essere “scientifici” significa soltanto saper espri­mere giudizi che colgano l’essenza delle cose.

Che esistano evidenti tracce di “illuminismo” nelle ricerche di Mac lo si nota anche laddove egli sostiene che di un esegeta non si può dir nulla finché non si è letto tutto quanto ha scritto. Ora, se un esegeta, ogni volta che scrive, non riesce a sintetizzare il meglio del suo pensiero, la responsabilità per un’eventuale incomprensione dei significati della sua ricerca, non può ricadere unicamente sul let­tore che lo interpreta. Ai fini di una ricostruzione sintetica della vi­cenda del Cristo (e delle sue falsificazioni) non sarebbero forse stati sufficienti i due vangeli di Marco e di Giovanni? Hanno forse ag­giunto qualcosa di veramente significativo gli altri due? in grado davvero di colmare delle lacune fondamentali? Anzi, non siamo for­se addirittura disposti ad ammettere che tutto il significato della vi­cenda del Cristo e delle sue falsificazioni sta unicamente nel quarto vangelo?

Se poi Mac voleva dire che un’interpretazione politica del tempo presente favorevole al comunismo condiziona inevitabilmente e pesantemente un’esegesi che vede in Gesù un leader politico-rivo­luzionario, questo non può di per sé significare che l’esegesi sia sba­gliata. Noi stessi ci rifiutiamo di pensare che l’esegesi di Mac sia in difetto proprio per­ché egli propende per la posizione filosofica di Bertrand Russell.

2) Non si diventa più “scientifici”, come storici, soltanto per­ché si prendono in esame “testi abiurati” dalla chiesa cristiana. Non è questo che, di per sé, può dare maggiori garanzie. Si può esse­re “scientifici” anche soltanto avendo un atteggiamento circospetto nei confronti dei testi considerati “canonici” dalla chiesa. Non esi­stono testi che, di per sé, siano più “veri” di altri. Ogni testo deve sempre essere sottoposto a indagine critica. La verità non sta nelle parole in sé, ma in quello che loro possono o riescono a comunicare, che va al di là delle stesse parole. Ciò può sembrare un approccio tautologico al problema ermeneutico, ma è l’unico che aiuta a trovare soluzioni non schematiche, non scontate.

3) Che nei confronti dell’interpretazione della vicenda di Gesù Cristo, esistano due scuole fondamentali, sin da quando s’è ini­ziato a mettere in dubbio l’attendibilità dei vangeli, è assodato: o il Cristo dei vangeli, per come viene descritto, non è mai storicamente esistito (cioè è una costruzione mitologica), oppure, se è esistito, bi­sogna cercare di capire i motivi per cui s’è voluto darne, in molti punti di quei racconti, una versione falsificata. Le due scuole posso­no ovviamente coesistere solo nella misura in cui non ci si ferma a constatare la tendenziosità delle fonti, ma si comincia a ipotizzare una ricostruzione attendibile dei fatti, in virtù della quale si possono poi spiegare le scelte mistificanti.

Mac dichiara di non negare l’esistenza di Gesù, ma dalla sua ricostruzione delle vicende, ciò, in ultima istanza, sembra risultare del tutto irrilevante. In compenso egli pare non avere dubbi nel considerare “confessionale” un’esegesi che vede nel Cristo un leader poli­tico, laico e rivoluzionario.

4) Mac ha la pretesa di dire cose assolutamente inedite su un fatto che da circa due secoli e mezzo viene interpretato, dalla miglior critica, in maniera laica e razionalista. Un atteggiamento del genere si addice poco a uno studioso che aspira a compiere “ricostruzioni storiche” e non “romanzi di fantascienza”. Ci vuole rispetto per chi ci ha preceduti. Uno poi si sceglie le proprie fonti ispirative e pensa di proseguire in direzioni già trac­ciate, eventualmente proponendo nuove piste di ricerca, nuove ipote­si interpretative, in tutta umiltà.

Io stesso penso d’aver aggiunto alle ricerche già fatte, soltant­o l’interpretazione della politicità del Cristo sulla base del re­perto della Sindone e il lato del tutto “umanistico” del suo messag­gio, pri­vo di qualunque riferimento religioso. Inoltre sono convinto che la catastrofe della guerra giudaica non sia un motivo sufficiente per ri­tenere destinata alla sconfitta l’insurrezione del movimento na­zareno. Le con­dizioni del successo stavano appunto nella ricomposi­zione delle ri­valità interetniche tra giudei, galilei e samaritani, che il Cristo aveva compiuto, in maniera convincente, solo dopo la morte del leader giudeo Lazzaro.

5) Che la “verità” sui fatti della vicenda di Gesù non possa, al momento, andare oltre una semplice ricostruzione ipotetica, è per noi del tutto pacifico ed è strano che Mac non voglia prenderne atto. Se fosse vero il contrario, non avremmo a che fare con miliardi di persone ancora devote all’interpretazione dominante. Se scoprissi­mo un’altra biblioteca come quella di Qûmran, forse potremmo aggiung­ere un tassello in più, magari anche solo per convalidare ipote­si di tipo falsificazionista. Ma forse sarebbe meglio limitarsi a dire che non può esistere alcuna fonte che, di per sé, possa attestare una veri­tà inequivocabile. La verità non sta in qualcosa di “materiale”, ma nell’interpretazione che se ne può dare e su cui si deve avere il co­raggio e la possibilità di confrontarsi liberamente. Questo perché non è solo la verità che rende liberi, ma è anche la libertà che rende vere le cose.

6) Forse l’errore maggiore nella storiografia di Mac sta nel­l’aver pensato che quando in una fonte si trovano aspetti falsi o mi­stificati, allora tutta la fonte diventa inattendibile. Un atteggiamento del genere sarebbe però sbagliato anche se si esaminassero testi del tutto inventati come i miti greci o le favole dei fratelli Grimm. Die­tro qualunque testo vi sono riferimenti storici molto realistici, anche quando i testi sono prodotti a tavolino da autori singoli o collettivi, della cui identità non si sa nulla. Non si deve aver paura di ricono­scere al pro­prio “nemico” il valore di certe sue esperienze. Anzi, bi­sogna cercare di appropriarsene, e non per motivi tattici, ma proprio nella con­vinzione che, non facendolo, ci si priverebbe di qualcosa d’importan­te.

Nota

1 deiricchi.it/index.php?doc­num=1390#r_1163