Ida Magli e i vangeli

Commento a Ida Magli, Gesù di Nazaret, BUR Biblioteca Univ. Rizzoli, Milano 2004

Impressiona abbastanza, nei vangeli, la negazione dei valori parentali operata dal Cristo, tanto più che per la società ebraica di al­lora i legami di etnia sangue tribù clan erano considerati fondamen­tali per l’identità stessa dell’individuo.

A tale proposito Ida Magli fa delle affermazioni molto giu­ste: “Alla propria madre in quanto madre Gesù non riconosce nulla”.1

Sintomatico l’episodio riportato da Mc 3,31ss. Allorché giunsero sua madre, i suoi fratelli e le sue sorelle a prenderlo per ri­portarlo a casa, “poiché dicevano: È fuori di sé” (3,21), Gesù rispose pubblicamente, indicando quei discepoli intenti ad ascoltarlo in quel momento: “Ecco mia madre e i miei fratelli!” (3,34). Col che dava ancor più l’aria di uno uscito di senno.

La Magli prosegue dicendo che questi passi vengono riporta­ti dagli evangelisti “senza commenti, proprio perché non ne capiva­no i motivi” (ib.). Il che in realtà non è vero, poiché lo stesso Marco, su­bito dopo, sostiene che i parenti più stretti di Gesù sono coloro che compiono “la volontà di Dio” (3,35). E lasciamo qui perdere le due osservazioni che alcuni esegeti sono soliti fare su questo versetto, e cioè che al posto di “volontà di Dio” si dovrebbe intendere la realiz­zazione di un regno libero dalla dominazione romana, e che Maria, essendo stata vicina alle posizioni politiche dell’apostolo Giovanni (come testimonia il doppio affidamento sulla croce), non godette di alcun favore da parte di Pietro, che è fonte di Marco.

È noto infatti che la subordinazione dei legami di sangue ai legami politici, Marco la spiega semplicemente trasformando que­st’ultimi in legami religiosi, in coerenza alla sua visione mistica del Cristo, il quale così, nella fattispecie della pericope suddetta, si limi­terebbe semplicemente a fare un’affermazione di tipo metafori­co, nel senso che non si può anteporre alla volontà divina quella umana.

Se dovessimo leggere i vangeli per come essi vorrebbero es­sere interpretati, non capiremmo nulla della vita di Gesù, il quale, in tale occasione, avendo la pretesa di porsi come leader di un movi­mento politico, quello nazareno, può in realtà aver sostenuto la ne­cessità di far valere gli interessi generali di una liberazione nazionale a quelli particolari di chi voleva rinchiuderlo in una visione privata e quindi opportunistica del problema.

Nello spazio di due versetti Marco fa dire a Gesù una cosa: il pubblico è più importante del privato, e il suo contrario: la religione è più importante della politica.

Ma prosegue la Magli: “l’affidamento reciproco fra Maria e Giovanni che Gesù fa sulla croce: non è ‘figlio’ il figlio di sangue, non è ‘madre’ la madre di sangue. Non si tratta soltanto di un mes­saggio [che però la Magli non spiega] ma anche di un’azione contra­ria alla legge ebraica, che prescriveva che una donna vedova rima­nesse coi figli e, in mancanza di questi, coi parenti del marito” (ib.).

Come noto – non però agli esegeti cattolici – il Cristo ebbe almeno quattro fratelli (di cui uno abbastanza importante per i desti­ni della chiesa primitiva, Giacomo) e un paio di sorelle (Mc 3,32; Mt 13,55). Maria non avrebbe certo avuto problemi di “abbandono”. Se il Cristo in croce affidò sua madre al discepolo prediletto, il motivo doveva es­ser chiaro: o Gesù stava protestando con­tro i fratelli e altri fidati di­scepoli che l’avevano abbandonato nel momento più difficile della sua vita, oppure voleva consegnare a Giovanni le chiavi della suc­cessione nella guida politica del movi­mento, dimostrando che il reci­proco affidamento fattuale tra madre e discepolo prediletto, andava interpretato anche in chiave simbolica, come una sorta di ultimo te­stamento.2 Ciò di cui Pietro, intento a spiegare la crocifissione se­condo la categoria della “necessità stori­ca” o della “prescienza divi­na”, non poté certo tenere in considera­zione.

Tuttavia le affermazioni più interessanti della Magli vanno oltre queste pur giuste considerazioni, e riguardano in particolare quell’umanesimo integrale che il Cristo voleva sostenere contro la cultura religiosa giudaica.

“Gesù – dice l’antropologa -, eliminando qualsiasi forma di rituale, ha eliminato le basi del sacrificio, ha negato la necessità del­la ‘vittima’ e ha, di conseguenza, messo in crisi tutta la struttura del potere nelle sue più profonde e nascoste radici” (p. 105). Cioè ha vo­luto eliminare il “sacro” e quindi la religione, o comunque ha cercato di togliere a questi aspetti l’esercizio del potere civile e politico, con cui gli uomini vengono illusi e oppressi.

“In un mondo che attribuiva l’unica possibilità di salvezza al­l’adempimento ossessivo delle tecniche di purificazione… rompere il ‘sabato’ significava… farsi simili a Dio, ossia eliminare l’opposizio­ne ‘sacro-profano’…” (p. 104).

Riflessioni del genere, se sviluppate in maniera conseguente, porterebbero direttamente alla tesi che nel messaggio originario del Cristo vi era molto più ateismo di quanto l’esegesi laica riesca a im­maginare, cioè una weltanschauung che oggi definiremmo col con­cetto di “umanesimo laico”, da viversi in maniera naturale quando politica­mente ci si oppone all’oppressione sociale e nazionale. Non so quan­to la Magli sia consapevole di questo: probabilmente essa preferisce immaginare un Cristo che rivendica “il diritto a credere in una divi­nità senza religioni, senza mediazioni, ossia senza il potere” (p. 105).

Tuttavia una posizione del genere, che riflette maggiormente quella delle migliori esegesi protestantiche, non farebbe giustizia alla radi­calità del messaggio cristico, che pur la Magli stessa indivi­dua, con sufficiente chiarezza, là dove afferma che Gesù non ha mai sostenu­to l’onnipotenza del dio-padre, bensì il potere del sin­golo uomo, cioè la sua “volontà di amore che nega il dominio sull’al­tro, in quanto l’al­tro è assoluto” (p. 106). Frase, questa, che, per evi­tare la caduta nel­l’astrattezza, dovrebbe essere meglio declinata in un deter­minato con­testo storico-politico.

Ci si può chiedere, in tal senso, se l’umanesimo integrale af­fermato dal Cristo (che ovviamente nulla ha da spartire con quello di memoria maritainiana) non debba essere visto come strettamente correlato alla proclamata uguaglianza dei sessi.

In effetti, non poco coraggio occorreva per superare la cate­goria della contaminazione che relegava le donne mestruate e puer­pere nell’ambito della diversità intoccabile: per fare ciò si doveva co­munque preliminarmente operare una rottura di quel collaudato mec­canismo istituzionale che sulla base di primitive distinzioni tra “puro” e “impuro”, stabiliva, in ultima istanza, ciò ch’era “sacro” da ciò che non lo era.

È vero che tale meccanismo, ai tempi del Cristo, era entrato irrimediabilmente in crisi: già il Battista, d’altra parte, aveva promos­so una torsione esistenziale di non poco conto, trasferendo nell’ambi­to della sola coscienza la battaglia tra “puro” e “impuro”.

Ma è anche vero che per demolire l’edificio della falsità, in cui ancora risiedeva il potere religioso giudaico, occorreva un’ener­gica e risoluta azione politica (contro p.es. il primato del Tempio): cosa di cui il Precursore non fu mai capace. E per la Magli neppure i discepoli del Cristo riuscirono mai ad andare oltre la semplice sosti­tuzione di un “sacro” con un altro: anche su questo è difficile darle torto.

Note

1 Cfr La rivoluzione compiuta da Gesù, in AA.VV., Gesù di Nazareth: il “caso” non è chiuso, ed. Cittadella, Assisi 1984, p. 103, con successivi am­pliamenti nel volume Gesù di Nazaret, apparso nel 1987.

2 Non è da escludere che quella sorta d’affidamento di Maria a Giovanni e viceversa non sia avvenuto esattamente come descritto nel quarto vangelo, poiché è difficile credere che l’apostolo fosse ai piedi della croce in quel tragico e pericoloso momento. Ciò non toglie che non possa essere stata la stessa Maria a rivelare a Giovanni le ultime intenzioni di Gesù e che l’evan­gelista abbia voluto svolgere la parte del testimone oculare per convalidare la dichiarazione di una donna. Il fatto stesso che Giovanni dia della croci­fissione una descrizione più puntuale di quella sinottica, deve farci pensare che le donne, ai piedi della croce, scelsero anche lui, oltre che Pietro, come destinatario della loro testimonianza diretta. Certo è che se qui è intervenuta una mano redazionale volta a mettere in risalto la figura di Giovanni, il ri­sultato ottenuto è stato controproducente, non solo perché non viene detto nulla circa il compito dell’apostolo di proseguire come leader la guida del movimento nazareno, ma anche perché si è sminuito il suo ruolo politico, riducendolo a un semplice ruolo etico, di assistente nei confronti di una ve­dova.