Il mitologismo di Pier Tulip

Pier Tulip1 mi ha chiesto di recensire la sua ultima fatica, Krst. Gesù un mito solare, autoprodotto presso Youcanprint nel 2014. Il sottotitolo ha la pretesa di sostenere che si tratta di una “nuova esegesi” che svela “contenuti mitici e allegorici dei vangeli”. Come tale, in realtà, il testo si inserisce in quella storiografia mitologistica dei vangeli che è di matrice positivistica, cui noi abbiamo sempre preferito quella storicistica.2 Il motivo di questa preferenza per noi resta sempre lo stesso: se i vangeli sono dei testi puramente mitologici, perdono tutto il loro interesse politico, e quel che già si è detto di loro è sufficiente per squalificarli come testi storici. Messi poi a confronto coi miti dell’odierno capitalismo, essi sono destinati a essere subissati. Viceversa, se decidiamo di considerarli dei testi storici, allora bisogna cercare di capire in che modo sono stati falsificati, o meglio, in che modo essi presentano in maniera mistificata degli eventi (politici) realmente accaduti.

Rebus sic stantibus mi chiedo comunque se sia possibile riuscire a trovare nelle esegesi di tipo mitologistico qualche elemento utile per capire dove si è formata la falsificazione. Il testo di Tulip, in tal senso, ho voluto leggerlo con curiosità, in quanto si sforza di dettagliare i motivi per cui i vangeli vanno interpretati come testi mitologici; e, per quanto esso sia stato scritto non come un manuale scientifico, ma come una sorta di diario personale, soggetto a ulteriori revisioni, devo dire che mi ha aiutato a fare chiarezza su alcune fondamentali questioni di ordine metodologico nell’affronto esegetico dei vangeli cristiani.

Qui tralascio volutamente di commentare le fonti ispirative dell’autore, nonché i nessi di questo volume col precedente da lui scritto. Non proverò neppure ad analizzare la congruità delle sue tesi in materia “mitologistico-pagana”, poiché esse sono davvero tante, spesso controverse e tra loro contraddittorie, e poi perché non avrei le sufficienti competenze per farlo, e in fondo neppure l’interesse, in quanto non sono mai stato uno studioso delle religioni. I vangeli, per me, sono testi di natura politica, o meglio, essendo delle mistificazioni, di natura teologico-politica. Ci concentreremo quindi sull’efficacia dell’analisi mitologistica ai fini dello smascheramento della mistificazione sottesa a questi testi cristiani.

La tesi fondamentale di Tulip è riassunta in fondo al libro: “Il Gesù della storia è stato il primo Gran Maestro, nell’era volgare, di una setta iniziatica che pose al centro della propria dottrina la magia egizia, creando aspettative di rigenerazione e risurrezione per i propri adepti e riproponendo nel mondo ebraico la restaurazione dell’antico mito solare modificato tramite lo pseudo-monoteismo persiano. Il cristianesimo, dopo una primitiva setta mitraica, si differenziò in numerose derivazioni gnostiche e fu reso ‘cattolico’, o universale, solo dopo il Concilio di Nicea, rinunciando ai suoi caratteri misterici ideali” (p. 162).

Quindi in sostanza il cristianesimo primitivo avrebbe falsificato un Cristo massone proveniente (non solo geograficamente ma anche culturalmente) dall’Egitto pagano, e prima ancora dal mondo esoterico persiano (mazdaico-mitraico), con un altro Cristo religioso, con cui la cristianità, in accordo con l’imperatore Costantino, avrebbe voluto esercitare un dominio politico. Chi ha resistito alla svolta del Concilio Niceno sarebbe entrato nella clandestinità e avrebbe proseguito il messaggio originario del Cristo tramite la moderna massoneria (nel senso di umanistica o rinascimentale). In sostanza Gesù sarebbe soltanto “una figura letteraria forgiata sul personaggio reale Ormus”; quindi “Ormus-Gesù è semplicemente venuto dalla Persia, si è formata ad Alessandria d’Egitto, dove, pur essendo un sacerdote di Serapide, è venuto in contatto coi Terapeuti” e avrebbe creato “una nuova religione che fonde il mito solare egizio e persiano col monotei­smo esseno-terapeutico-ebraico, già impregnato di un proprio simbolismo astrologico simile a quello egizio” (p. 157). Per sostenere una tesi del genere ovviamente Tulip è convinto che esista un vangelo originario ben custodito negli archivi segreti del Vaticano.

Mi chiedo se sia più fantastica questa tesi che non quella implicita negli stessi vangeli, la cui forte tendenziosità è già stata messa in luce da tanti esegeti non confessionali, molti dei quali citati dallo stesso Tulip. D’altra parte l’autore non lascia molto spazio a possibili convergenze verso l’interpretazione storicistica, in quanto sostiene che “l’ipotesi di un rivoluzionario zelota, riferita a Cristo, è labile”, poiché, se anche egli fosse stato “un primogenito asmoneo della stirpe di Davide”, disposto a condividere “la lotta dei Galilei per la liberazione dalla dominazione romana”, lo zelotismo resta comunque – scrive Tulip – “un aspetto secondario e marginale del profilo di Gesù” (p. 134).

È vero, lo zelotismo rimase marginale nella concezione politica di Gesù, nonostante che tra gli apostoli alcuni provenissero proprio da quegli ambienti (incluso probabilmente lo stesso Pietro), ma non tanto perché egli preferiva predicare un verbo mistico (misterico, iniziatico, gnostico ecc.), quanto perché riteneva lo zelotismo ideologicamente e politicamente superato. In particolare l’idea di restaurare un regno davidico di matrice teologico-politica doveva considerarla del tutto improponibile in un territorio come quello della Palestina di allora, in cui le differenze religiose venivano considerate prioritarie rispetto alla necessità di realizzare un fronte comune contro Roma.

Ma veniamo ora alle questioni della metodologia mitologistica che il libro di Tulip solleva, ritenute dal sottoscritto di un certo interesse.

Una volta ammesso che i vangeli non possono essere considerati una fonte storica, e non tanto perché gli autori non concepiscono la storiografia secondo i nostri parametri, quanto perché danno dei fatti una lettura particolarmente tendenziosa3, diventa problematico usare gli stessi vangeli come una fonte storica per avvalorare proprie tesi mitologistiche. Cioè si può anche sostenere che il significato dei vangeli sia di tipo “allegorico ed ermetico”, ma se poi si pensa di dover rinchiudere in questo significato tutto il loro contenuto, si finisce col non capire che una parte del loro contenuto mistificato è anche e soprattutto di tipo teologico-politico e che proprio in questa peculiarità “teologica” sta la falsificazione degli aspetti “politici”.

Tutta la mistificazione dell’evento-Gesù ruota attorno al tentativo di dimostrare ch’egli non era solo di natura umana ma anche divina; in particolare gli autori dei vangeli hanno cercato di dimostrare che la natura “divina” del Cristo non era identica a quella umana. Se infatti si fossero limitati a sostenere che la predicazione del Cristo era finalizzata a far capire che tutti gli esseri umani hanno una natura divina, forse potremmo anche considerare non particolarmente grave la suddetta mistificazione. Il fatto è però che essi, da un lato, han voluto attribuire al solo Cristo una particolare “natura divina” (tant’è che parlano di unigenito figlio di dio), mentre, dall’altro lato (e questo è l’aspetto peggiore in assoluto), hanno indotto gli uomini a credere che la loro liberazione sulla Terra da nessuno può dipendere se non da Gesù Cristo, il quale la prevede soltanto nel cosiddetto “regno dei cieli”. In sostanza il riconoscimento di una esclusiva natura divina nel Cristo ha portato i credenti a svalutare enormemente le capacità operative della natura umana.

Ora, se questo è vero, bisogna dire che quasi tutta l’analisi di Tulip non viene a scalfire di un millimetro l’impianto mitologistico su cui si reggono i vangeli. In altre parole, l’analisi può anche servire per capire quali sono state le fonti pagane che gli autori dei vangeli hanno utilizzato per avvalorare la loro impostazione surreale, ma non serve per capire che l’oggetto della mistificazione era di natura politica.

Tulip, peraltro, non tiene conto del fatto che gli autori dei vangeli, nel momento in cui li scrivevano, avevano già alle spalle una cultura più che millenaria; sicché, per falsificare l’evento-Gesù non avevano bisogno di attingere a piene mani dalla cultura egizia o persiana o di altro genere. Sarebbe stato per loro più difficoltoso mistificare un Cristo religioso con una cultura misterica molto più antica del loro tempo storico, che non servirsi degli ultimi addentellati di quelle culture misteriche, presenti nei territori pagani confinanti con loro, per dare corpo a una mistificazione che partiva dall’interno della loro stessa cultura ebraica.

È difficile inoltre pensare che una popolazione avente la politica nel proprio dna storico-culturale perda così tanto tempo nel trasformare un soggetto mistico in un altro soggetto mistico. Quindi l’unica cosa che si può accettare nell’analisi di Tulip è la possibilità che i redattori dei vangeli si siano ispirati a fonti mitologiche pagane per dare corpo alle loro mistificazioni di natura teologico-politica. Nessun libro dell’Antico Testamento può essere considerato di natura esclusivamente mitologica, proprio perché l’esigenza che muove gli scrittori ebrei è generalmente di natura politica o etico-politica (lo si vede persino nei Salmi, che pur vengono recitati con intenti religiosi). Anzi, sotto questo aspetto si potrebbe sostenere che, col loro dio irrappresentabile, gli ebrei sono molto più atei dei cristiani, anche se indubbiamente la coincidenza di umanità e divinità nella persona del Cristo costituiva una forma di religiosità più concreta di tutte quelle rappresentazioni statuarie della mitologia pagana.

Questo naturalmente non vuol dire che gli scrittori ebraici non abbiano mai utilizzato spunti o ispirazioni tratte dalle mitologie pagane a loro coeve. Vuol semplicemente dire che la letteratura mitologistica è tipica del mondo pagano, dove gli aspetti storici, i riferimenti sociali, etnici, tribali ruotano attorno alle vicende di un individuo singolo, generalmente considerato un eroe. Viceversa, nella letteratura ebraica si percepisce immediatamente che, anche quando si parla di personaggi singolari, dietro di loro o attorno a loro il vero protagonista è sempre un collettivo, delle cui esigenze si fanno carico, il più delle volte, i profeti, che non a caso vengono spesso eliminati o messi a tacere dal potere costituito.

Vediamo ora di scegliere un esempio tra i tanti che Tulip usa per dimostrare che i vangeli sono testi che nascondono le loro origini culturali. Scrive alle pp. 54-55: “Se Gesù non era un Esseno, aveva però attinto da essi molti elementi che caratterizzano il suo pensiero e le sue azioni. Probabilmente in gioventù è stato molto vicino allo zio (o cugino) Giovanni e ha attinto dagli Esseni tutta la filosofia ermetica e il loro cerimoniale. Negli anni della sua giovinezza o prima maturità, prima d’intraprendere la sua missione, potrebbe essersi anche recato ad Alessandria, dove vi era una nutrita colonia di ebrei, ed aver appreso la magia e la dottrina dei riti egizi”.

Ora, qui ci sono alcune cose che collimano assai poco con la storiografia non confessionale dei vangeli canonici. Infatti nel vangelo di Giovanni è detto chiaramente che Gesù non battezzava e che in occasione dell’epurazione del Tempio si consumò la sua rottura col Battista, tant’è che una parte della comunità di quest’ultimo preferì mettersi alla sequela dello stesso Gesù. Il fatto che questi venga battezzato dal Precursore è riportato solo nei sinottici, e ciò è indubbiamente una conseguenza della riconciliazione tra esseni (o battisti) e cristiani successivamente alla morte del Cristo, quando ormai era prevalsa la linea mitologistica di Pietro e Paolo. In virtù di quella riconciliazione si decise di attribuire al Cristo l’istituzione dell’eucarestia nell’ultima cena, che è chiaramente un rito di tipo essenico (e che gli stessi Esseni possono aver preso dalla mitologia egizia). Tulip infatti accetta molto tranquillamente l’idea di un Cristo taumaturgo e miracolistico.

Tantissimi esegeti (persino tra quelli confessionali) sostengono che Gesù non avesse nulla di “religioso”, così come si sarebbe dovuto intendere il termine in senso ebraico (relativamente a riti, funzioni, credenze, festività ecc.): p. es. egli partecipa a varie festività ebraiche ma non lo si vede mai compiere dei riti inerenti ad esse. Tutto quanto di “religioso” gli viene attribuito dagli autori dei vangeli è generalmente considerato come una sorta di ricostruzione mistica della sua personalità (che comportò una netta distinzione tra “Gesù storico” e “Cristo della fede”), elaborata in un momento in cui il suo movimento aveva definitivamente rinunciato a lottare politicamente per liberare la Palestina dai Romani.

Se si passa da un Cristo essenico a uno egizio, solo per sostenere che gli autori evangelici hanno voluto nascondere il fatto che la predicazione di Gesù aveva contenuti del tutto pagani, si compie un’operazione quanto meno forzata, poiché ci si serve di una falsificazione per avvalorare una tesi che, in ultima istanza, risulta essere soltanto una variante della medesima falsificazione. In entrambi i casi non si esce dall’intenzione redazionale originaria di elaborare dei testi che potessero non dispiacere alle autorità romane. Sappiamo tutti, p.es., che l’Apocalisse di Giovanni è infarcita di una mitologia di derivazione pagana, eppure non è certo per questo motivo che la storiografia marxista la ritiene il testo più sovversivo di tutto il Nuovo Testamento.

Il libro di Tulip sembra essere, in definitiva, un testo favorevole alla massoneria (non a caso sono ampi i riferimenti a Raimondo di Sangro): una corrente misterica di pensiero (ch’egli fa risalire addirittura a Salomone), il cui misticismo è riservato solo a pochi eletti, ma che, nella sostanza, non presenta alcun carattere eversivo, se non rispetto alla religione dominante. Se Cristo fosse stato davvero un soggetto religioso, nel senso voluto da Tulip, Pilato, al massimo, l’avrebbe considerato alla stregua dei seguaci del culto di Dioniso e non gli avrebbe per nessuna ragione comminato una punizione che si poteva dare solo agli schiavi ribelli o sediziosi. Non a caso su questo Tulip è tassativo: “Ponzio Pilato non processa nessuno e Gesù non è stato crocifisso” (p. 154).

Sotto questo aspetto è abbastanza singolare che chiunque veda nei vangeli dei testi influenzati dalle religioni pagane, sia poi disposto ad accettare qualunque tipo di influenza provenga da queste fonti. Tulip infatti, pur di negare il contenuto politico (vero e mistificato) ai vangeli, è disposto ad ammettere che in essi siano confluiti influssi pagani provenienti non solo dall’Egitto, ma anche dall’oriente mesopotamico (mitraismo, orfismo, dionisismo, mazdaismo…). Cioè invece di sostenere la possibilità che alcuni seguaci delle religioni pagane abbiano voluto aggiornare le loro idee alla luce di quelle diffuse dalla nuova religione cristiana, ha fatto l’operazione inversa: ha cercato nei vangeli delle analogie con tutte le religioni pagane.

In questa maniera però gli è sfuggita la specificità del cristianesimo rispetto a tutte le altre religioni pagane. È come se oggi qualcuno sostenesse che tutta l’essenza del socialismo scientifico era già inclusa in quella del socialismo utopistico. Sarebbe una tesi che nessuno prenderebbe in seria considerazione, neanche i nemici più irriducibili del comunismo. Paradossalmente Tulip non ha capito neppure la specificità dell’ebraismo rispetto alle religioni pagane. Infatti scrive: “il cristianesimo delle origini era una religione solare e quindi pagana come tutte quelle che l’avevano preceduta, incluso l’ebraismo” (p. 167). A questo punto si faceva prima a dire che tutte le religioni, anche quelle pagane, provengono dall’animismo-totemismo, visto che queste, cronologicamente, sono state le prime ad apparire nella storia dell’uomo. Cosa che se Tulip avesse fatto, avrebbe peccato di una grossa ingenuità, in quanto l’animismo-totemismo, a differenza del politeismo pagano, non è figlio della civiltà schiavistica. In ogni caso se di fronte a un Cristo equiparato al Sole si pensa d’aver trovato un sicuro indizio dell’origine pagana del cristianesimo, non si deve poi tralasciare l’interpretazione opposta, quella secondo cui si può essere in presenza di una progressiva cristianizzazione del paganesimo.

Sia il cristianesimo che il socialismo non sono nati dal nulla. È evidente che entrambi hanno dovuto tener conto di un background culturale già sufficientemente strutturato. Ma questo non ha impedito loro di modificarlo in alcuni aspetti essenziali. Se oggi non sono più le culture pagane che prevalgono nell’immaginario collettivo, significa che le nuove culture, pur avendo desunto molti elementi dalle precedenti, hanno saputo riformularli in maniera innovativa, costituendo uno spartiacque da cui non è stato più possibile prescindere. Lo stesso socialismo si pone come una svolta irreversibile del pensiero liberale, il quale, a sua volta, costituiva una riformulazione significativa del pensiero cristiano.

Insomma, per concludere, la tesi che vogliamo sostenere può essere la seguente: i vangeli sono testi di teologia politica di derivazione ebraica, in cui la teologia che si è utilizzata per mistificare la politicità dell’evento-Gesù si è servita di elementi tratti dalle religioni pagane ch’essa ha saputo rielaborare in maniera creativa, facendo nascere una nuova religione. Esisterà sempre un corrispettivo pagano a un qualunque evento reale del giudaismo, ma non per questo dovremmo considerare quell’evento come del tutto allegorico. Anzi, più in generale, il fatto che un qualunque evento reale venga rappresentato con immagini o idee di derivazione pagana (che hanno, si badi bene, circa 4000 anni di storia!), non significa che quell’evento non sia stato reale. Noi stessi non possiamo sapere se i miti pagani, a loro volta, non siano nati come interpretazioni di eventi reali.

Dunque il massimo che si può sostenere è che ogni religione è una mistificazione della realtà e che tutte le religioni s’influenzano a vicenda, in quanto tutte sono forme oppiacee di esistenza. In tal senso si può forse azzardare una tesi ulteriore, e cioè che la mistificazione precede sempre la falsificazione: p. es. di fronte alla tomba vuota del Cristo dire che è “risorto” è sicuramente una mistificazione di un’interpretazione molto più semplice, quella secondo cui il suo corpo era stranamente scomparso. La falsificazione invece viene quando si scrivono racconti sulla sua riapparizione.

Note

1 krst.iuppiter.eu

2 È bene comunque precisare che Tulip dichiara di rifarsi alle tesi di Charles François Dupuis, un ricercatore francese di fine Settecento, che col suo testo fondamentale, L’Origine di tutti i culti o religione universale, costituisce certamente, nell’ambito del mitologismo, uno spartiacque tra la storiografia confessionale e quella ateistica.

3 Il che non significa che anche la nostra storiografia, pur all’apparenza così scientifica, non possa essere tendenziosa.

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